Nuova enciclopedia popolare/Introduzione/Capitolo quinto
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CAPITOLO QUINTO.
Epoca V, ossia della Storia del medio evo, e suoi quattro periodi principali, considerala in tutti i suoi rapporti col progresso universale delle scienze, delle lettere e delle arti.
(Dal 477 al 1500).
Diverse sono le opinioni dei dotti nel fissare il principio e la fine, non che i varii periodi in cui può essere suddivisa quell’epoca storica che suolsi comunemente appellare del medio evo[1].
Noi, senza discendere a discutere le ragioni dei varii sistemi altrui, produrremo quelle che ci fecero adottare la ripartizione da noi seguita.
A chi ben guarda al procedimento universale dello spirito umano dal V secolo sino al principio del XVI, facilmente vi ravvisa l’origine prima, lo sviluppo ed il compimento di più fasi sociali, dal complesso delle quali ebbe il suo radicale principio tutto l’organismo politico, civile, filosofico e religioso che costituisce, per così dire, o il corpo e la vita del mondo moderno.
Le tracce dei costumi, delle passioni e delle istituzioni di quell’età si congiungono con prolungato movimento alla storia moderna e portano in parte la forma del passato sull’esistenza presente. E nel medio evo che i politici rintracciano le nuove divisioni della gran famiglia sociale, e l’origine di quelle dinastie, le quali stendono anche oggidì il loro scettro antico sui popoli che nacquero allora. Nel medio evo notano i filosofi i passi dello spirito umano nei varii stadii del suo passaggio dalla seconda barbarie alla nuova coltura; e il poeta non più sognatore, ma seguace fedele dei lumi di costoro, cerca e trova nel medio evo le memorie solenni di famiglie, di uomini, di virtù, di delitti, di cui sentiamo le conseguenze, e che sono atti a gagliardemente percuotere l’intelletto ed il cuore de’ suoi contemporanei. I primi secoli che siamo per delineare ponno riguardarsi come i tempi eroici della storia moderna. Dante è in certo qual modo il loro Omero, l’Italia la loro Grecia. Ma chi volesse trovare negli avvenimenti di questo periodo una tendenza, uno spirito speciale che ne formolasse, per così dire, un carattere particolare dell’ingegno, delle passioni, dei vizii e delle virtù degli uomini, e delle instituzioni di questi secoli, invano lo cercherebbe, giacchè nessuna epoca maggiormente del medio evo mancò di una uniformità nel suo spirito e nella sua tendenza non pure, ma si anche nella storia della sua civiltà. Quindi ben lungi dal vero troviamo noi la sentenza e di chi vuole essere stato il medio evo un tempo tutto di barbarie e d’ignoranza, e di chi lo proclama età d’eroismo, di forti virtù, di grandezza politica e religiosa. Il medio evo, considerato in tutta la latitudine dei dieci secoli in cui viene comunemente compreso, non fu nè l’uno nè l’altro o, a meglio dire, fu l’uno e l’altro, quando a coevi, quando a lontani, quando a successivi periodi. E in questi periodi vi hanno secoli in cui la più abbrutita ignoranza, la più feroce selvatichezza di un popolo fu contemporanea o successiva all’apogeo della civiltà di un altro. Veggiamo politici, civili e morali rivolgimenti di molte e grandi nazioni contemporanei ad una immobile e pacifica civiltà di altre nazioni non meno grandi e numerose. Lo spirito umano insomma procedeva in questo vasto periodo per vie infinitamente le une dalle altre diverse. Considerando però tutte queste moltiplici fasi dell’umanità o sotto l’aspetto della maggiore preponderanza esercitata su l’età contemporanea, od influenza operata sui destini delle successive, noi crediamo poter ripartire il medio evo in quattro periodi principali. Dopo la caduta dell’impero romano veggiamo predominare il mondo, le orde invaditrici dei Barbari, le barbare instituzioni, barbari eroi in cui rifulgono talvolta luminose virtù politiche e civili; e la romana civiltà subire frattanto una specie di cataclismo, dal quale non sarà per risorgere se non dopo che il cristianesimo avrà trionfato di tutti i feroci sovvertitori dell’impero romano. È questo il predominio barbarico. Ma innanzi che questo trionfo si compia per intero, una nuova religione invaderà conquistatrice e sanguinosa quasi metà del mondo allora conosciuto, e un terzo dell’umanità avrà con questa legati i suoi destini. È questo il predominio islamitico. Dai progressi del cristianesimo emerge la monarchia papale, che in Gregorio VII, Innocenzo III, Bonifacio VIII divisa le tre sue epoche di principio, apogeo e decadimento: monarchia che si compose del triplice potere della supremazia ecclesiastica del vescovo di Roma, capo della Chiesa universale; della dominazione secolare, tanto come sovrano di uno Stato molto considerevole, quanto per l’alto dominio sul regno delle Due Sicilie; della superiorità teocratica sopra tutti i principi e sovrani della terra. È questo il predominio del papato. Ma dalla lotta di Filippo il Bello con Bonifacio VIII sorge il primo gran fatto dell’intervento del popolo negli affari di Stato: la prima convocazione degli Stati generali in Francia (1502) segna il primo periodo di quella potenza costituzionale da cui svolger si doveva bentosto l’antagonismo politico che forma così il carattere speciale dei tempi anteriori alla politica provocata da Carlo V, come la causa di tutto quel sistema politico che da Carlo V in poi governa, i destini degli Stati d’Europa. Le costituzioni sotto la forma di Carte, o di Bolle, le confederazioni repubblicane, il grandeggiare politico ed industriale dei Comuni italiani, appartengono questo periodo il quale può quindi intitolarsi quello del predominio del popolo. A mente nostra può quindi ripartirsi il medio evo: 1° nel periodo dei Barbari (477-622); 2° dell’islamismo (623-1072); 3° del papato (1073-1505); 4° del popolo (1504-1500).
I. Periodo. Quando i Romani perdettero l’impero del mondo, la Spagna indebolita dalla sommissione, era lacerata dalle guerre dei Visigoti, dei Vandali, degli Alani, degli Alemanni: la Francia in preda ai popoli germanici, ai Borgognoni, ai Visigoti, divisa dalle fazioni, oppressa e curvata da una lunga servitù: i Paesi Bassi preda dei Franchi: la Gran Bretagna, perduti i suoi costumi, esausta di forze, scherno dei popoli vicini, peggio d’ogni altro paese governata. In Alemagna i vincitori più sciagurati, dopo le loro conquiste, che prima nol fossero stati nei loro boschi: la Svizzera un deserto: l’Ungheria, fatta il transito di tutte le nazioni barbare: la Grecia, decaduta dalla sua vita politica, aveva smarrito l’amore ed il gusto di quelle stesse belle arti in cui era emersa così splendida maestra Costantinopoli, l’Asia, l’Egitto senza costituzione politica, militare, senza costumi, governate superstizione e dagli intrighi di una corte abbominanda, gli altri Africani sotto un scettro di ferro; per tutto quant’era grande l’impero, spopolamento, rovina, strage, oppressione, ignoranza, viltà, tutte le atrocità congiunte a tutte le infamie, ogni cosa senza riparo e senza speranza.
La monarchia universale che da lungo tempo giaceva immane corpo senz’anima, era infine scomparsa; ma l’abitudine che da cinque secoli vedeva un imperatore alla testa di tutte le nazioni, avevale accostumate a riconoscere in qualche principe questa supremazia; varii di questi empirono l’Europa di guerre e di sospetti. Tale il mondo di allora. Tuttavia quasi alla testa della storia del medio evo ne si presenta un rozzo grand’uomo che dovette al suo genio il massimo potere, a cui seppe giungere, ed alla sua saggezza l’arte di ben usarne. Questi è Teodorico re degli Ostrogoti in Italia. Non regnava che sa l’Italia, la Provenza ed una parte della Svizzera; ma la venerazione in che tenevasi Roma, dove Teodorico regnava, e la venerazione che le grandi sa doti inspiravano a tutte le nazioni barbare, gli acquistò sui re di Spagna, di Francia, di Borgogna e d’Alemagna una paterna autorità, quale si prevalse per istabilire dovunque l’ordine e la pace. Se non che questo potere non essendo che un effetto della sua virtù, spiro con lui. Anteriormente a Teodorico, Clodoveo (484) aveva fondato il suo regno: i Sassoni fondano in Inghilterra i regni di Kent (455), di Sussex (491), Wessex (516), di Essex (526). Successivamente gli Angli vi fondano quelli di Northumberland (547), d’Est-Anglia (571), di Mercia (584). Alboino (568) comincia in Italia il regno dei Longobardi, e Levigilio, vincitore de’ Svevi, fa signori della Spagna i Visigoti. Gli Slavi hanno compiuto la loro grande emigrazione; ma già il Nord è tuttavia sconosciuto; in quel torno di tempo però sembra che i Russi occupassero il paese in cui li veggiamo oggidi. Così nell’Occidente. In Oriente la storia può dirsi riassunta in Giustiniano ed in Cosroe: Belisario e Narsete grandeggiano per talenti militari. I Turchi appariscono per la prima volta sulle terre orientali dell’impero, mal difeso ai suoi confini dalle ottantaquattro piazze forti, fattevi in lunga corona costruire da Giustiniano. Nella Cina i Leang, i Tscin, i Sui s’avvicendano il dominio di popoli che s’aggirano nel circolo di una civiltà stazionaria; nel Giapone il Dairo Buretz rivaleggia colle atrocità di Nerone e Caracalla.
La lotta della barbarie colla civiltà era cominciata, ed i trionfi di quella su questa andavano sempre più moltiplicandosi. Succedono venti gerghi barbarici a quella bella lingua latina che dal Sondo dell’Iliria parlavasi sino al monte Atlante: a quelle leggi dettate dalla ragione e dalla sapienza, e che reggevano mezzo il mondo, succedono selvagge consuetudini sotto il nome di legge salica, ripuaria, borgognona, visigota, ostrogota, longobarda. I circhi e gli anfiteatri eretti in tutte le province mutati in bicocche: quelle grandiose strade di tanta magnificenza e solidità, che dal pie’ del Campidoglio prolungavansi sino al monte Tauro, coperte d’acque stagnanti. La superstizione, l’ignoranza, la ferocia, i più abbominandi vizii seggono sul trono; che ne sarà della morale e della felicità dei popoli? Teodora, donna altiera e tolta al postribolo, muta condizione senza mutar carattere; avara e prodiga, dissoluta e zelante per la conversione de’ suoi simili, divola senza religione, orgogliosa senza onore, caritatevole senza umanità, è la cagione primaria che perturba lo Stato e la Chiesa: erige templi e perseguita pastori: fonda ospedali e fa colle ingiustizie sue a moltitudine d’infelici: implacabile nell’odio perseguita i figli degli sciagurati che ha precipitati nella tomba. Volgetevi in Occidente, e Fredegonda, concubina di Chilperico, re di Soissons, induce questi a ripudiare la sua prima moglie; avvelena ella stessa la seconda: fa da’ suoi emissarii assassinare Sigiberto che ne vorrebbe essere il vindice: costringe Chilperico ad opprimere d’imposte i sudditi; fa la guerra ai suoi fratelli; non è delitto di cui non si senta capace. Gelosa dei figli che il re aveva avuti dalla prima moglie, li calunnia e li fa trucidare: dissoluta non meno che crudele, avvisando da Chilperico scoperti i suoi amori, ne previene la vendetta facendolo assassinare: divenuta reggente del regno, si libera con assassinio di Childeberto, figlio di Sigiberto, che le moveva guerra, e continua e compie la vita in perpetue crudeltà ed assassinii. Qual orrida luce non getta sulla condizione civile e morale di questi tempi il solo ritratto di queste due donne che hanno potuto sedere sal trono e reggere i popoli?
Ma mentre l’umanità giaceva sprofondata in tante calamità, una luce era già sorta a principiare gli albori di una rigenerazione universale degli uomini, delle instituzioni politiche e civili, la luce del cristianesimo. Al primo splendere di questo lume divino fu immediato un insorgere di battaglie implacate fra la superstizione e la verità; le persecuzioni ed i martirii gettarono le prime fondamenta di quel grandioso edifizio, che dai martirii e dalle persecuzioni venne appunto sempre più accresciuto e consolidato[2]. Al suo comparire, il cristianesimo si dichiarò tostamente il nemico così del politeismo, come dei principii sino allora incontrastati e che costituivano la base delle romane instituzioni[3]. Fedeli quei cristiani primitivi alle terribili parole del Figlio di Dio[4] intimarono guerra mortale all’antica società, la quale, scossa dalle sue radici, invocò a sua difesa gl’impotenti soccorsi della violenza. Se il cristianesimo avesse nulla più assalito che le credenze, le tradizioni o la mitologia del politeismo, esso non avrebbe fatto più che riassumere l’impresa di parecchi altri filosofi, e certamente l’impero non ne avrebbe risentita alcuna scossa. Ma quando i Romani intesero proclamarsi come missione questa novella religione, il distruggimento dei loro costumi, usi, delle loro leggi e consuetudini; quando ben conobbero l’aperto disprezzo che si professava di tutta la vana antica sapienza, e come alcuni uomini intendessero rifare tutte nuove le cose del mondo, s’accorsero essere la società minacciata non solo di una riforma religiosa, ma si anche di un rivolgimento politico e civile, e di qui l’odio implacabile contro i novelli innovatori[5], e tutta quella serie di prevenzioni che per ben quattro secoli generarono contro di essi le tante calunnie che l’ignoranza, i pregiudizii, i personali interessi sempre più moltiplicarono e che la credulità accolse[6]. Ma fra mezzo a queste tremende lotte noi veggiamo il cristianesimo manifestarsi sempre più apertamente, vantaggiarsi di tutte le cognizioni umane, parlare alla ragione ed alla intelligenza. Clemente di Roma e s. Ignazio di Antiochia che indirizzano alle Chiese nascenti le ammirabili loro epistole eccitatrici di fervore e di speranze; Quadrato, vescovo di Atene che indirizza ad Adriano l’eloquente apologia dei cristiani perseguitati; Aristide suo compatriota, che offre alla medesima causa la sua vasta erudizione; Agrippa Castore coi vittoriosi suoi assalimenti contro l’eretico Basilide; s. Giustino, filosofo pagano convertito, alle prese col paganesimo abiurato; Taziano che continua la lotta gloriosa con Atenagora filosofo ateniese; s. Teofilo sesto vescovo d’Antiochia; Hermia acerrimo derisore delle divinità dell’Olimpo; s. Ireneo, sì valido campione contro l’eresia, e più altri ben rivelano siccome il cristianesimo sino dai suoi primordii abbia brillato dello splendore così della scienza e del genio, come della santità e della virtù. Alessandro Magno aveva fondata Alessandria presso all’imboccatura del Nilo, volendo fare di essa il centro di riunione dell’Oriente e dell’Occidente, ed Alessandria accoglieva nel suo seno tutti i popoli, tutti gli errori, tutte le dottrine. Il cristianesimo ebbe qui pure fino dal bel principio numerosi discepoli. Nella chiesa fondata da s. Marco una scuola aveva sempre esistito, la quale acquistò un nuovo splendore sotto il governo di Panteno filosofo una volta stoico, poi cristiano, e convertito da san Clemente. Questa scuola, che esercitò si grande influenza sulla teologia, diede una serie gloriosa di sommi maestri i quali Panteno, Clemente, Origene il fondatore dell’esegesi biblica, che sviluppò la controversia, e col quale può dirsi essere nata la filosofia teologica. Questo straordinario intelletto non aveva più di 18 anni e già era direttore della scuola alessandrina, e vi insegnava la teologia, la retorica, la filosofia, la geometria, la storia, la lingua ebraica e perfino la musica. Il cristianesimo non contava più che due secoli di esistenza, e intanto che tutto ruinava intorno a lui, intanto che il neoplatonismo e l’eclettismo alessandrino si davano, come già accennammo (pag. LXXVI), ad una speculazione disordinata e destituita di principii, esso nudrito da una fede potente, che è il suo principio vitale, fortificata nell’agone sanguinoso del martirio, sviluppato dal metodo rigorosamente scientifico e razionale di Origene, preparava al mondo idee, caratteri, sentimenti, tutti nuovi, una nuova civiltà. Un mezzo secolo dopo la morte di Origene, Costantino dava pace alla Chiesa; e allora la civiltà cristiana raddoppiò di vita e di estensione, vigoreggiata dall’ingegno, dalla dottrina e dalla santità di Atanasio, Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo, Grisostomo, in Oriente, e di Girolamo, Ambrogio, Agostino, Paolino Nolano, Leone il Grande in Occidente. Fatto singolare che l’epoca della decadenza e della barbarie politica e civile fu contemporaneamente quella del nascere della teologia, che si arricchisce di tutti gli stadi di questi uomini, e si sviluppa in una potenza maravigliosa. S. Girolamo, continuando Origene traduceva la Scrittura e la spiegava per mezzo di commentarii sapienti e profondi. La storia ecclesiastica era creata da Eusebio di Cesarea; s. Ambrogio sponeva la morale evangelica uno stile nobile e dignitoso, e s. Grisostomo vestiva degli ornamenti di una sublime eloquenza. Le eresie che divisero la Chiesa in questi tempi, l’arianismo ed il pelagianismo, e che volevano stabilire in seno al cristianesimo un deismo vago ed inutile, che avrebbe ricondotto il mondo all’idolatria, fornirono l’occasione ai dottori cristiani di approfondire i dommi fondamentali del Vangelo, di penetrarne le idee, di dedurne tutte le consegenze e spiegarne tutta la divina filosofia. S. Atanasio che sostiene una pugna di quarant’anni contro Ario, contro i suoi imperatori, contro i suoi vescovi, senz’altro aiuto di quello della propria virtù e dottrina, sviluppa il domma della Trinità. S. Agostino, combattendo le eresie, sviluppa in ogni senso il domma della creazione o del rapporto del creato, dell’increato, del finito e dell’infinito. Tutti poi i santi Padri con congiunti sforzi esponendo e spiegando il domma dell’Incarnazione, il quale non è altro che l’unità personale della divina natura nell’Uomo-Dio, rivelano all’uomo l’unione divina come suo fine, e gettano una nuova luce sui destini dell’umanità, sulla libertà, sul bene e sul male. Aggiungete a tutti costoro Tertulliano detto il Tacito cristiano, S. Cipriano da Fénélon comparato a Demostene, Minuzio Felice, Arnobio, Lattanzio, s. Cirillo gerosolimitano, s. Cirillo alessandrino e più S. Gregorio Nazianzeno che fa rivivere Pindaro, costringendo le muse greche a cantare le virtù cristiane, s. Basilio coi vividi fiori della sua imaginazione, Prudenzio e s. Fulgenzio che santificano la musa latina, facendola cantare i misteri cristiani ed i trionfi della Chiesa, s. Giovanni Crisostomo, grandissimo così nell’esegesi come nella eloquenza, rivelano già nata la poesia e la eloquenza cristiana. Ma qui non è tutto. I santi e grandi uomini, che rappresentavano la scienza del cristianesimo, erano simultaneamente tutti padri e benefattori dei popoli. Avvocati e protettori naturali dei poveri, dei deboli e dei piccioli, un tempo di profonda degradazione, e di terribile calamità, interponevano incessantemente l’autorità di cui godevano, il credito immenso che eransi meritato coi loro lumi e colle loro virtù, a pro della giustizia e della libertà. Santificare, consolare, proteggere l’umanità era e fu la costante missione del cristianesimo in questi secoli. Di mezzo ad una civiltà corrotta e decrepita, tra le ruine dell’universo, egli evoca una scienza nuova, un’arte novella, e sviluppa nobili caratteri e splendide virtù. Avrebbe salva l’umanità, dice Maret[7], se l’umanità si fosse lasciata trasformare da lai pienamente; i Barbari sarebbero stati respinti e convertiti, nè sarebbe stato interrotto il progresso della civiltà. Ma il dispotismo che da quattro secoli pesava sul mondo, non volle abbandonare le sue tradizioni d’orgoglio, d’egoismo e di violenza. Un paganesimo secreto era la base dei costumi pubblici, e resisteva all’azione rigeneratrice del cristianesimo. La società cristiana era condannata, e la cristiana civiltà che nel IV e V secolo diffuse una luce così bella e così pura, sebben destinata a rinascere, e continuare i suoi destini, doveva cessare insieme con questi secoli di prosperare ed incivilire. Ed eccoci ricondotti al principio del medio evo. Quali furono i destini della scienza cristiana nei primi secoli di questo periodo? Noi abbiamo già parlato delle innumerevoli calamità che il torrente a devastatore della barbarie aveva sparse sul mondo, la scienza del cristianesimo che per isvilupparsi e fiorire ha bisogno, come tutte le scienze e tutte le arti, di pace, di libertà, di quiete, d’emulazione, non sopravisse al naufragio della civiltà. Si estinsero quelle cospicue scuole che risplendettero di tanto lume nel IV e V secolo della Chiesa, Cogli occhi fisi sulla città da lui descritta, e che non cessava di contemplare fra le calamità che desolavano la terra, s. Agostino morì, nel mentre che i Vandali tenevano stretta d’assedio la sua città episcopale. Per molti secoli i lidi dell’Africa non avranno più nessun eco per la voce della scienza e dell’eloquenza cristiana. Le scuole dell’Italia, della Spagna e delle Gallie incontrarono la stessa sorte di quelle dell’Africa. La scuola di Roma mandò un’ultima scintilla con s. Gregorio il Grande; dalla morte di questo papa in poi il decadimento fu rapido e profondo[8]. Meno esposto alle incursioni dei Barbari, l’Oriente serbò più lungamente le tradizioni scientifiche; ma in preda al fatale spirito di arguzia teologica, che desolava allora quella Chiesa, arrivava per altra via alla barbarie, quando la scimitarra dell’islamismo venne ad impor silenzio a quelle vane dispute. Eccoci al secondo periodo del medio evo.
II. Periodo. Una nazione, pacifica fin dai primordii del mondo, lasciava al principiar di questo periodo il suo paese, e soggiogava il regno Persiano, la Mesopotamia, la Siria, l’Egitto e tutte le coste della Barberia sino allo stretto di Gibilterra in meno di cinquant’anni[9]. Non fu questa un’invasione somigliante a quella di Attila, ma un impero che durò più lungamente di quello dei Romani. L’anarchia infiacchiva gli Spagnuoli, i Franchi, gl’Inglesi: i Longobardi avevano qualche buon re, ma illustre soltanto nel proprio paese. Contemporaneamente a ciò ecco di mezzo a nazioni che non avevano che armi, e cui la sola ferocia dava il supremo potere, apparire d’improviso la fondazione di un governo, l’introduzione di nuovi costumi ed il rinascimento delle lettere. Harun-al-Rascid o Aaron-al-Rashid[10] tanto noto per la sultana Benzerade, è il primo di coloro cui è dovuta la conservazione, e a dir meglio la rigenerazione delle scienze che, abbandonate da presso che tutti, trovarono ospitalità a Bagdad, di dove i dottori arabi che primi raccolsero le ultime tavole del naufragio della greca e romana civiltà, le recarono ai barbari nostri padri che divennero loro scolari.
Aaron fece tremare l’Asia e distese il suo impero nell’Europa. In questa parte del mondo suonava intanto alta la fama di un altro grande uomo, Carlomagno. Ma questi che da Calais sino a Roncisvalle, da Holstein fino a Napoli, e dal fondo dell’Ungheria sino alle spiagge atlantiche governava innumerevoli popoli, che aveva triplicato il suo regno paterno, che in siffatto impero sapeva regnare sempre da sè, e che col solo sul genio seppe dal grembo dell’anarchia far emergere di un tratto un buon governo presidiate da ottime leggi, Carlomagno è un astro che splendette di una luce istantanea e tutta sua peculiare, senza che abbia questa potuto in alcun modo influire sui progressi dello spirito umano, e nella storia, per così dire genealogica, della civiltà, il suo glorioso dominio non può occupare alcun posto, giacchè non somministra nessuno di quei gran fatti che fecondarono di bene e di sapere le età successive. L’anarchia paresse fosse per opera di Carlomagno cessata, ma ricomincia sulla sua tomba. La grandezza di Carlomagno, dice Muller, aveva oscurato la gloria di suo padre, la sua spiccò ancor meglio per debolezza de’ suoi discendenti che lasciarono annichilarsi l’impero e tutto ciò ch’egli aveva sapientemente edificato. E qui un intero mondo di nuove nazioni ci si schiude dinanzi, come se tutta la regione del Nord emergesse allora da quell’Oceano, dal quale gli antichi la credevano coperta. I costumi delle nazioni del mezzogiorno cangiarono pel succedersi della vita agricola alla pastorale; ma la grandezza di Carlomagno essendo stala effetto del peculiare suo ingegno, anzichè dello spirito del suo secolo, fu infeconda di ogni bene nell’avvenire, al modo stesso che lo fa l’opera benefica, ma transitoria, di quell’altro grand’uomo quasi a Carlomagno contemporaneo, Alfredo il Grande, liberatore e legislatore del suo paese. Aggiungete pure a tutto ciò le grandi rivoluzioni del Nord, avvenute quando i re di Danimarca domarono i piccoli Stati dei loro vicini, e quando Aroldo dai bei capelli introdusse in Norvegia il potere di un solo; aggiungete le emigrazioni e le conquiste dei Normanni su varie parti del mondo; il predominio politico, letterario e religioso [8] dell’islamismo fu sempre il più generale, il più effettivo di conseguenze durevoli su la maggior parte dell’umanità, e questo periodo non può altrimenti denominarsi che il periodo degli Arabi, o dell’islamismo. Gli Ottoni stessi che contennero Arabi, gli Ungheresi che fecero tremare i Danesi, che si fecero gli arbitri delle sorti italiane, avvegnachè avessero creato un’epoca in cui Salimone, vescovo di Costanza, poteva pubblicare una enciclopedia di tutte le cognizioni; Virgilio ed Orazio formavano le delizie della corte, come loro si apponeva; gli Ottoni stessi s’appiccioliscono dinanzi allo splendore politico, civile e letterario dell’araba civiltà. Ali, quarto califfo dopo Maometto, Moavias, Almansor, il già nominato Aaron-al-Rascid, e particolarmente Al-mamun, detto l’Augusto degli Arabi, furono i principali operatori della coltura di questi, fondando academie, scuole, collegi in ogni città del loro dominio e particolarmente in Bagdad, Cala, Bassora, Balkh, Ispahan, Samarcanda, Alessandria, Cairo, Fez, Marocco, Larace, in cui fiorirono uomini eminenti in ogni ramo di sapere. Ma dove le scienze degli Arabi maggiormente fiorirono, dove si fisso, per così dire, il regno della loro letteratura, fa nella Spagna[11]. Cordova, Granata, Siviglia e tutte le città cospicue di quella penisola erano ampiamente fornite d’ogni sorta di stabilimenti che meglio giovar potessero il progresso civile e letterario della nazione. Senza parlare delle particolari biblioteche dei califfi e dei dotti, emulatrici delle più copiose biblioteche d’oggidì[12], diremo che settanta biblioteche aprivano all’uso pubblico le città di Spagna[13], mentre tutto il resto dell’Europa senza libri[14], senza scienze, senza coltura era sommerso nella più profonda ignoranza.
Non vi fu ramo di letteratura, di scienza o di arte che gli Arabi non abbiano estesamente coltivato[15]. Fin da quando primamente comparve l’islamismo, essi già possedevano una brillante letteratura[16]. Le tribù che sempre avevano difesa la loro indipendenza, produssero un gran numero di eccellenti poeti. L’amore della libertà e della gloria scaldava i loro petti e concorrevano alle radunanze della Mecca e di Okado per isfidarsi vicendevolmente nell’aringo poetico. Nati e cresciuti fra continue guerre, erano quasi tutti poeti guerrieri, trattando essi colla stessa facilità la penna e la spada[17]. La loro maniera di vivere ed una lingua immensamente ricca[18], la quale non lascia mai mancare la rima, li rendevano più che mai atti all’improvisare. Le armi di Maometto diventate troppo potenti e minacciando la libertà araba, da tutte le parti i poeti l’attaccarono violeutemente. Indarno cercò il pseudoprofeta di guadagnar al suo partito Zohairo, signore potente e uno dei più grandi poeti di quell’epoca. Dicesi che alle lusinghe di Maometto rispondesse: «o mio Dio, liberami dal demonio che agita costui».[19] Ka’bo e Bugiair, figlio di Zohairo, e anch’essi valenti poeti, attaccarono nondimeno con affezione al partito di Maometto. La presa della Mecca ed il trionfo dell’islamismo diedero alla letteratura araba una direzione diversa, e da questo tempo si apre per essa un’era nuova; e questa nuova era principia dal Corano[20]. Durante la vita di Maometto questo libro non esistette nè completo, nè coordinato, come lo fu poi dopo la sua morte da Othmano, terzo califfo. Le sure, di cui essa costituisce, erano allora staccate e sparse o conservate nella memoria dei Schabiti (compagni del profeta). Il dialetto del Corano è il coraiscitico, quello cioè della tribù dei coreisciti[21]. Lo stile fluido, paro, elegante, conciso, spesso oscuro, adorno di figure ardite e talvolta, specialmente quando parlasi della maestà e degli attributi di Dio, magnifico e sublime, rendono a buon diritto questo libro il principale monumento letteratura degli Arabi. Le stesse collezioni dei Moallakah[22] impallidiscono a petto della potente poesia del Corano. Dalla comparsa del Corano in poi un’innumerevole serie di sommi poeti apparve su ogni parte del mondo in cui potè l’islamismo mettere radice. Per non essere infiniti, noi citeremo Abiurdi Abulmodaffer, detto la gloria del Korashan[23]; Abulola Ahmed, la [16] gloria della Siria[24]; Abu Naves, la gloria della Persia, e giudicato dal Casiri[25] il principe dei poeti arabi fioriti dopo Maometto; Motanabbo, proclamato tanto dagli Arabi, che dagli Orientalisti europei, il più grande dei poeti della sua nazione[26]; Abu Tamam Habib, secondo soltanto a Motanabbo[27]. Il solo Abulabbas Abdalla nel suo Epitome della classe poetica, raccolse la vita di ben 151 dei più celebri poeti, riportando alcuni saggi dei loro versi: un numero ancor maggiore ne raccoglie la Biblioteca dei poeti arabi, di Abulvalid, e queste due opere insieme non arrivano alla metà di ciò che abbraccia La storia dei poeti arabi e dei tradizionarii, di Abu Said: aggiungete a queste i dieci immani volumi della Storia dei Poeti arabi di Almansur Mohamed, di Kaissi e di Botaiba e più altri; e poi inducete alla sterminata famiglia poetica dell’araba letteratura. Volete autori che trattarono dell’arte della poesia? Faraidi Chall ben Hamed[28], ed Abubecker[29] sono gli Aristoteli e gli Orazii degli Arabi. Ma l’operosità letteraria degli Arabi non si restrinse soltanto alle poetiche creazioni. E innanzi di passare ad alcun’altra parte della loro letteratura, stimiamo dover dire dei loro lavori su la maravigliosa e ricchissima loro lingua, intrapresi mentre la greca e la romana andava sempre più imbarbarendosi e spegnendosi.
Il celebre Ali Abu Taleb temendo che il permischiarsi della sua con altre nazioni non apportasse gusto e corruzione alla purità della lingua araba, commette ad Abu Alasuadeo di redigere una grammatica; e dietro il lavoro di questi una infinita schiera di grammatici si vanno succedendo finchè sorgono i due partiti bassorense e cufiense pari ai nostri cruscanti e non cruscanti[30]; Saibuiah nell’Assiria[31], Al Giorgiani o Abdelcader nella Persia[32], Ebn Alhageb, Ebn Hescham nell’Egitto[33], Sanhagi Agrum nel resto dell’Africa[34], Malech nella Spagna[35] divengono i sommi legislatori della grammatica araba. Senza parlare dell’antichissimo lessico attribuito ad Al Kali[36], di quello di Zamkhaschri[37], di Gieweri[38], qual concetto non possiamo far noi della vastità dei lavori lessicografi degli Arabi dal solo dizionario di Firuzabadi, compilato sopra un altro precedente (il Lame almoallem) di ben 65 volumi?[39] Aggiungansi a ciò l’onomastico di Alcossa che trattava esclusivamente delle voci scolastiche, teologiche, legali, filosofiche, e tutti gli altri speciali vocabolari pei nomi degli animali, delle piante, dei minerali, delle arti ecc.; i lessici arabo-ebraici, gli arabo-greci, gli arabo-latini, gli arabo-ispani; degli epiteti, dei sinonimi ecc., di cui parlano e l’Uri, e Casiri e lo Schnurrer: e voi vi avrete un’imagine dell’avanzamento degli studi lessicografici degli Arabi. E nemmeno mancarono questi di quei vocabolari poliglotti che si vorrebbero pure d’invenzione nostra e non molto antica. Di questi citeremo il solo Dizionario arabo, persiano, turco e mongolo di Mohamed ben Ahmed, La Fiaccola di Althai, il Metodo di scrivere di Abu Mohamed Abdalla, il Prato fiorito di Alsiuthi, l’Alfa di Ben Maath, il Trattato di retorica ed eloquenza di Abdulkaher Abubecker, e particolarmente le Instituzioni oratorie, la Chiave delle scienze del persiano Alsokaki, detto il Quintiliano degli Arabi, ben accennano il progresso fatto presso di questi nelle arti del dire. Hariri, a quel che ne dicono Chalecan, il Golio, lo Schultens, Rosenmüller, Sacy, De-Rossi, avrebbe emulato nell’oratoria Demostene e Cicerone[40].
Che diremo degli studi storici? Cominciando da Vakedi abu Abdalla, il più antico degli storici arabi pervenuti sino a noi, e giungendo fino ad Abulfeda che ne è il più illustre, qual prodigioso numero di storie universali e particolari non annovera l’araba letteratura? I lavori di Atir Azzedin[41], di Batrik[42], di Novairi[43], di Beidavi Nassereddin[44], di Chaldun[45], di Dahabi[46], di Tabari[47], di Emadeddin[48], di Gianabi[49], ed i centocinquanta volumi della Storia orientale ed occidentale di Abulhassan Ali ben Said, quale concetto non ci porgono della vastità della storica erudizione degli Arabi? Aggiungete a costoro le storie particolari dell’Egitto di Tagri Bardi[50], dei visiri di Ebad[51], dei Saraceni di Elmacin[52], di Saladino e dei Selgiucidi di Emadeddin[53], degli Etiopi di Giuzi, dell’alto e basso Egitto, e della Tebaide di Tunes, dei profeti, di Maometto, dei califfi e dei re, di Kodai, dell’Arabia Felice di Kotbeddin[54], dell’Egitto, Gioibiti e Mameluchi, dei re maomettani dell’Abissinia, di Damiata, di Fostat, del celebre Makrizi Takieddin, ed innumerevoli altri, di cui Pocock, Uri, Casiri, Schnurrer, Schultens, Sacy e più e più altri, fanno menzione; si consideri come non vi abbia città alcuna delle province state dominate dagli Arabi, che non vanti cronache, annali, storie più o meno diffuse, e induca il fervore con cui hanno gli Arabi applicato a quegli studi storici che formano uno dei più sicuri eriterii della civiltà di un popolo. Le genealogie di Ismael Abal Magidi, di Kotaiba, le cronologie di Abu Issa Mohamed, di Catib, di Fachreddino, di Hamza ecc., gli immensi dizionarii storici di Chalecan[55], di Dereid[56], Makrizi ed infiniti altri; i lavori cosmografici e geografici di Abulhassan[57], di Ajas ebn Mohamed[58], di Edrisi[59], di Aukal[60], di Jakut[61], di Makrizi[62], di Nurreddin Ahmed[63], di Obeidalla[64] ecc., quali immense dovizie non rappresentano dell’araba sapienza? Ma qui non è tutto. Volete scrittori di statistica, vedete le opere del solo Daheri[65], che ben mostra avere compreso l’ufficio e le competenze della statistica con una latitudine di viste non minore di quella che la concepi Gioia in questi ultimi tempi. La lucerna dei re di Abubeckr Mohamed, che in 64 capitoli riassume la scienza dell’arte di ben governare un regno, attinta non tanto al Corano, quanto ai migliori autori arabi, persiani, greci, indiani e cinesi; il Libro dei doveri di un re, di Fachreddino; il Libro di politica, di Navali Maulana; Serag almoluch (fiaccola dei re), di Rosc; l’Ahia olum eddin, di Algazeli; le diverse opere di Abilnur, di Thalhat e di moltissimi altri vi rivelano la scienza politica e civile sì dei principi, che degli uomini di Stato e dei filosofi arabi. Venite agli studi della giurisprudenza, e non v’ha quistione di diritto civile che non sia stata da qualche dotto giureconsulto illustrata[66]; sì che la schiera di questi scrittori tocca a tal numero, che Ibrahim Alseirazi, il quale nel suo Catalogo de’ giureconsulti maomettani volle solo porgere il nome di essi e il titolo delle loro opere, venne a capo di due forti volumi, e Rosc riuscì ad opera ancora più voluminosa nella Biblioteca araba de giureconsulti spagnuoli[67]. Askeri abu Helab[68] e Makrizi[69] illustrarono la numismatica ecc.
Non vi fu ramo delle scienze naturali a cui non siansi gli Arabi applicati, e cominceremo [60] dalla medicina. Già fino dai tempi di Maometto vi avevano medici alla Mecca, educati alla scuola dei Greci; fra questi Hbereth ebn Kaldath sorse in grande nominanza, e venne da Maometto stesso altamente celebrato[70]; ma non fu che poscia che gli Arabi, guidati da Omar, si impadronirono dell’Egitto che l’araba medicina venne portata al grado di una scienza illuminata. Scrive Abulfaragio[71] in proposito della medicina araba, che i Siriaci eressero sopra fondamenta greche l’edifizio che in progresso gli Arabi cercarono di sempre più abbellire, e ciò prova come i cristiani greci di Siria, in un però cogli Ebrei, fossero stati i maestri degli Arabi, traducendo in arabo le opere mediche: ma non ostante che tali traduzioni fossero in appresso la base di tutte le loro cognizioni, pure non mancarono essi di emergere con istudi loro particolari, mercè il favore prodigato da parecchi califfi. Quindi vediamo nella famosa Università di Bagdad un collegio dei medici presieduto da un capo, cui era commesso l’esame di tutti coloro che esercitar volevano l’arte medica. Una schiera innumerevole di dotti e studenti accorreva a quel collegio, sì che vuolsi se ne numerassero una volta ben seimila[72]: ivi numerosi spedali e farmacie erano aperte alla pubblica istruzione. Ciò che si era fatto a Bagdad, si fece in progresso ad Alessandria, a Damasco, a Tunisi, a Fez, a Marocco, a Cafa e nella Spagna. L’opera medica degli Arabi più antica sono le Pandette in 30 libri, di Ahran d’Alessandria, coetaneo di Paolo di Egina: in essa trovasi la prima menzione del vaiuolo, scienza e criterio assai maravigliosi ove si consideri alle condizioni dei tempi[73]. Dschibrail, tanto celebre per la guarigione fatta della apoplessia di Aaron al Rashid col mezzo di un salasso, e per la paralisi guarita in una concubina di questo[74]; Mesue il seniore, Masawaih, Hhonain, Hhobaisch, Serapione seniore, Alchindi, è particolarmente Rasis, Ali-ben Abbas, Avicenna, Serapione il giovane, Mesne il giovane, Albucasi, Avenzoar, Averroes e Beitar sono pure una rappresentanza gloriosa di questa scienza presso gli Arabi. E fu per questi che la scienza acquistò la cognizione dell’indole del vaiuolo dalla cura delle malattie dei bambini, della spina ventosa, della rosolia, dell’affetto ipocondriaco-malinconico, dell’operazione, della paracentesi, delle maniere di salassare, della febbre lento-nervosa che immortalò in questi tempi Huscam. Acquapendente non si dichiara scolaro di Albucasi? Portal non trovò in questi moli invenzioni che diedero gloria al Paré ed al Petit?[75] Vuolsi da Sprengel che il pregiudizio dell’islamismo che vieta rigorosamente l’autopsia dei cadaveri, impedisse i progressi dell’Abdollatif che i medici maomettani studiassero anatomia; ciò nondimeno noi leggiamo pure in accuratamente la struttura ossea del corpo umano, e ch’egli stesso inculca siccome l’anatomia non debba esser solo studiata nei libri, ma sui cadaveri umani[76]. E come costui sapesse solo inculcare ma praticare una siffatta massima, lo si prova bastantemente dall’avere egli colle sue osservazioni rettificata la opinione di Galeno, che faceva l’osso della mascella inferiore ed il sacro composti, il primo di due, l’altro di tre pezzi insieme uniti. Più avanti parlando dell’ottica vedremo come Hassan fosse valente nell’anatomia dell’occhio. È agli Arabi che la materia medica e la farmaceutica van debitrici della manna, del rabarbaro, della cassia e d’altri miti purganti; dell’uso del muschio, dell’ambra, del bezoar, dell’ancardio, della moscata, dell’acqua gelata nella cura di parecchie malattie. I nomi di alcool, di giulebbe o sciroppo, di looc, di nafta, di canfora, sono tutti di origine araba. Agli Arabi è dovuta la nascita della chimica, il lambicco, le prime analisi delle sostanze dei tre regni, le distinzioni e le affinità degli alcali e degli acidi, e l’arte di estrarre dai minerali e da altre sostanze distruttive della vita e della salute, rimedii per conservare l’una e l’altra. Leggete le opere di Geber e in esse troverete i primi cenni di alcune preparazioni mercuriali, siccome del sublimato corrosivo, del precipitato rosso, dell’acqua forte e di altre chimiche combinazioni[77]. Ben vi furono tra Arabi numerosi sognatori nella scienza chimica, ma di riscontro a questi vedete il sano e forte criterio di Avicenna e di Alchindi combattere la vanità di quei sogni, e il primo, dopo esaminati i libri più famosi degli alchimisti, dichiararli un matto accozzamento di frasi e menzogne, l’altro pubblicare un apposito trattato Delle fredi e degli errori degli alchimisti [78].
Quindi citeremo Abu Said Alsekri[79], Asmai o Abusaid[80], Avasi Mohamed[81], Demiri Chealeddin[82], Giahed abu Othman[83], che illustrarono la zoologia; Beitar, uomo di una prodigiosa erudizione, non pago delle cognizioni acquistate sui libri, nella scienza botanica, va a rintracciarle nelle piante stesse sui campi e sui monti percorre la Spagna, la Grecia, l’Africa, l’Asia, e colle sue scoperte arricchisce di ben mille altre piante la botanica di Dioscoride: Awam, Razis, Avicenna, Averroe, Alsari e i numerosi altri citati dal Casiri[84] fanno negli studi botanici una gloriosa corona intorno a Beitar, appellato il Tournefort degli Arabi. Il Trattato della cognizione dei minerali, e l’altro delle miniere e dei minerali di Makrizi, offrono pur essi bel saggio delle loro cognizioni mineralogiche; Makrizi aggiungasi Avicenna, sì celebre specialmente per la sua classificazione dei minerali che trovavasi ancora adottata non molti anni sono; ne aveva formato quattro classi: le pietre, i metalli, i zolfi o sostanze infiammabili, ed i sali; aveva inoltre dimostrata l’utilità della chimica nel distinguere i minerali, d’onde ebbe origine l’analisi generale ed i saggi chimici e mineralogici per via umida.
Veniamo alle scienze matematiche. E primamente che non debbe l’aritmetica agli Arabi? Le opere di Thebit ben Corrah sui numeri poligoni, e su quei che si moltiplicano all’infinito; quelle di Aba Abdalla Mohamed, chiamato per antonomasia l’aritmetico; di Abu Barza, detto il calcolatore, di quanti nuovi metodi, di cui però ben poco ci rimane oggidì, non hanno arricchita questa scienza? — La regola di falsa posizione non è essa stessa un’invenzione degli Arabi, i quali la chiamavano col nome di elcatai[85]. Non è agli Arabi che noi dobbiamo l’uso delle cifre indiane che ritengono pure il nome di arabiche[86]. Che non fecero gli Arabi nell’algebra? Mohamed ben Musa sì versato in questa scienza da farlo dire inventore di essa, Thebit ben Corrah che giunse perfino a dar problemi algebraici da comprovarsi con geometriche dimostrazioni; Omar ben Ibraim che scrisse un trattato di Algebra delle equazioni cubiche, senza parlare delle opere di Ahmed Altajeb, di Ebn Albanna, di Kosein, di Jahia, di Tejoddin, ed infiniti altri, ben rivelano a quale progresso avessero gli Arabi spinta la scienza algebrica. I già citati Thebit ben Corral ed Alchindi erano nella geometria salutati come gli Archimedi e gli Apollonii della loro nazione. «Gli Arabi, dice Bossut, diedero al calcolo trigonometrico la forma che conserva anche oggidi, almeno quanto ai principii. Essi sostituirono l’uso dei seni a quello delle corde che adoperavasi prima, e con questo resero più semplici e più facili le operazioni della geometria pratica[87]». Giudizio ben giustificato dal libro Delle sfere di Mohamed ben Musa, dalle opere di Albatenio, dal trattato sui seni retti di Alfragano, da quello delle tavole dei seni, e del loro uso nella trigonometria di Abdelazis Massudi e dalle opere di Hassen, che colla trisezione dell’angolo e colle ricerche sulle due medie proporzionali per la duplicazione del cubo, risolse problemi stati insolubili agli antichi. Vedete a qual punto arrivassero nelle matematiche applicate nei Trattati di mecanica di Gezeri Abulaz, e dei tre figli di Mose ben Musa, Mohamed cioè Ahmed, ed Hassen. Il libro d’idraulica del succitato Gezeri, i trattati Delle cose che galleggiano sull’acqua, e di quelle che in esse s’immergono, mostrano siccome gli Arabi non attendessero solo alla pratica de’ loro canali ed acquedotti, ma si dedicassero si anche alle idrostatiche teorie. Alfarabi, che nel II libro de’ suoi Elementi di musica espone i sentimenti dei teorici ch’erano giunti a sua notizia, e mostra quanto ciascuno di essi si fosse avanzato in questa scienza, ne corregge gli errori e, come dice egli, empie il vuoto delle loro dottrine, e guidato dai lumi della fisica e della matematica deride la vanità delle imaginazioni dei pitagorici sui suoni dei pianeti, e su l’armonia dei cieli, mostra non essere stati trasandati dagli Arabi nemmeno gli studi dell’acustica e della musica. Veggasi come Alfarabi spieghi fisicamente in qual modo per le vibrazioni dell’aria si producano i suoni più o meno acuti degli strumenti, e quali riguardi debbano aversi nella figura e costruzione di essi per avere i suoni che si richieggano, nè più parrà inverosimile ciò che riferisce di lui l’Herbelot[88] di avere cioè dinanzi a Seifeddalat, e ad una illustre adunanza fatto maravigliare i maestri dell’arte col canto accompagnato dal suono del liuto, di tre arie da lui composte, le quali produssero su gli animi degli astanti tre diverse impressioni, di riso, di pianto e di sonno. Ahmed ben Musa, Thebit ben Corrah, Abulsalt, Abulfaragio[89], furono pure in grido di valentissimi teorici nella musica e nell’acustica. Che diremo dell’ottica? Noi non citeremo che i sette famosi libri di Hassan ben Alhazen tradotti e pubblicati da Risner (nel 1572), e nei quali fra le molte importanti soluzioni di problemi vi ha quella di trovare in uno specchio sferico il punto, cui un raggio vegnente da un dato punto sarà riflesso ad un altro dato punto. E poichè Alhazen era pure valente anatomico, potè spiegare il come si veda un oggetto solo con due occhi, mostrando che noi non vediamo che una sola imagine quando sono affette parti corrispondenti della retina. Gli osservatori astronomici, gli estremamente grandi ed esatti strumenti, l’operazione della misura della terra, le molte tavole astronomiche, la storia celeste di Iba Janis, il celebre scopritore dell’accelerazione in longitudine del moto medio della luna, in cui si raccolgono moltissime loro osservazioni, ed infinite opere non solo conservateci nell’arabo, ma tradotte in più lingue d’Europa che hanno per parecchi secoli servito di testo a tutte le scuole del mondo[90], ben accennano quanto fosse stata dagli Arabi coltivata l’astronomia, la quale fu anche da essi stessi arricchita di più vocaboli tecnici e nomi proprii pur tuttavia in uso. Delle numerose osservazioni e scoperte citeremo la determinazione più giusta della lunghezza dell’anno, l’osservazione della declinazione dell’eclittica, la trepidazione delle fisse di Alfargani, le tavole toledane, le belle osservazioni, il metodo più perfetto di quello di Ipparco e di Tolomeo per determinare l’apogeo del sole, la sua eccentricità, e quella specie di equazione del centro data alle longitudini di tutte le stelle, del più volte citato Thebit ben Corrah; la dottrina dei crepuscoli, dell’atmosfera e delle astronomiche rifrazioni di Alhazen, che giovarono pur tanto al gran Keplero; la riforma del calendario di Omar Cheyan, stabilita sopra l’ingegnosa intercalazione di fare otto anni bisestili ogni 55 anni; riforma che D. Cassini propose nel 1690 come preferibile alla gregoriana. Ma tutti siffatti avanzamenti apportati alla scienza sono ancora un nulla a petto di ciò che fece il grande Albatenio. Egli assai più che gli antichi s’accostò alla verità nel determinare il movimento che osservasi nelle fisse riducendolo ad un grado per 70 anni incirca (oggidì ridotto a 72 anni), in luogo di 100 come diaanzi si credeva. Toccò si dappresso l’eccentricità dell’orbita solare, che i moderni non seppero ancora cora darne una più esatta. Compose tavole astronomiche più giuste delle tolemaiche, infine scoperse un movimento nell’apogeo del sole distinto da quello delle fisse, alquanto più rapido, pel quale l’apogeo del sole s’avanzi uniformemente lungo l’eclittica: scoperta che per analogia lo portò ad indurre un movimento simile negli apogei degli altri pianeti, come le osservazioni moderne sembrano dimostrare. E questo fu pare un gran passo nell’astronomia[91], senza annoverare la misura di un grado di latitudine nel deserto di Sangiar fra Racca e Palmira, ed il prodigioso numero di astronomi e d’opere astronomiche, degli Arabi tuttavia poco noti alla storia della scienza[92].
Tra i filosofi, Aristotele, co’ suoi commentatori sino a Filopono, fu presso a poco il solo che ottenne l’attenzione degli Arabi. Ricevettero essi il corpo intero delle opere di Aristotele, a dir vero, coll’intermediario fallace del neoplatonismo ed in traduzioni molto imperfette[93]. Unirono a questo studio quello delle matematiche, della storia naturale e della medicina. Ma parecchi ostacoli arrestarono i loro progressi in filosofia; il loro testo sacro che era d’impedimento al libero uso della ragione: un partito possente e soverchiatore tutto dato all’ortodossia: l’autorità dispotica concessa ad Aristotele congiunta alla difficoltà di ben intenderlo: e la tendenza nazionale alla superstizione. Quindi nulla più seppero essi fare che interpretare, e spesso snaturare la filosofia aristotelica[94], ed applicarla alla esposizione della loco religione che imponeva una cieca fede. Da ciò nacque presso loro una filosofia alquanto simile a quella dei popoli cristiani del medio evo, medesimamente preoccupata di argutezze dialetiche, ed avente per base la religione positiva. A questa scienza di vane formole si unì il misticismo, specialmente tra la setta panteistica dei sofis o ssuffis, fondati circa il secondo secolo dell’egira da Abu Said Abu Cheir, setta sparsa anche al dì d’oggi nella Persia e nell’India[95]. Tuttavia Alchindi di un vastissimo e svariato sapere, Alfarabi chiamato il secondo institutore dell’intelligenza, il cui trattato di logica fu lungamente il libro classico degli scolastici; Avicenna, pensatore assai originale nel commentario sulla metafisica di Aristotele[96]; Algazel, scettico acutissimo che seppe combattere con molto ingegno a pro del sopranaturalismo il principio dell’armonia delle cause, il sistema delle emanazioni, e la sostanzialità dell’anima; Thopail od Abubekr, celebre pel suo romanzo filosofico intitolato Hai ben Yokdan (l’uomo della natura)[97], nel quale sviluppa in modo originale la dottrina entusiasta dell’intuizione dei neoplatonismo, offrono pur sempre un argomento glorioso delle attitudini filosofiche degli Arabi[98]. Averroe sorpassò tutti i filosofi arabi forse più nella celebrità, che non nel merito reale del sapere e del genio; ingegno però perspicace e moderato crede nella verità del Corano, ma considerandolo come un testo popolare d’insegnamento religioso, ed ammettendo la necessità di stabilire la dottrina sopra una base scientifica.
Ma lasciando la serie degli autori che attesero a ciascuno dei varii rami particolari delle scienze, noi staremo paghi di accennare a quei soli che somiglianza delle nostre grandiose opere generali, riassunsero in una sintesi enciclopedica tutto il sapere della nazione; e per tacere degli altri citeremo Alvardi Serageddin[99], Kazvini[100] che sono ambidue i Plinii degli Arabi. Ove poi vogliate estendere l’enciclopedismo a tutti i rami dello scibile, vedete la vasta opera di Salamì Abdalmalech, autore di mille e cinquanta libri, dei quali sette riguardanti l’etica, quindici la genealogia e storia, otto il gius delle genti, sessanta la medicina, novanta l’arte militare ed equestre ecc.[101], l’Enciclopedia tanto celebrata di Farabi Abunassar, quella di Ebn Sina abu (Avicenna), che egli stesso illustra poscia con un commento di ben altri 20 volumi, le innumerevoli opere di Sojuti Gelaleddin, il Leibnitz dell’Egitto, quelle di Nassireddin, di Makrizi[102], vedete infine il sommo già menzionato Alchindi, detto la fenice degli Arabi, e che Cardano celebrava per uno dei dodici più sublimi ingegni che fino al suo tempo fossero comparsi al mondo. Profondo in ogni disciplina dei Greci, dei Persi, degl’Indiani, nella filosofia come nella medicina, ed in ogni parte delle matematiche, seppe applicar queste alle scienze dell’idrostatica, della meteorologia, dell’ottica; in ogni ramo della fisica: dotto politico, storico, naturalista, tutto aveva saputo la vasta sua mente comprendere[103].
Ma niente più prova la vastità enciclopedica della letteratura degli Arabi quanto le loro storie letterarie d’ogni scienza, le loro biografie, i loro dizionari storici e biografici. Ali Abbas nella sua Al Malek (la regia) vi porge una compiuta storia della medicina e dei medici arabi; un’altra e ancor più compiuta ve la dà Semaleddin Ebn Kofti. Ablel mulek col suo ingente dizionario storico, Chalecan ancor più esatto e più copioso nella sua Storia degli uomini illustri, porgono in ordine alfabetico la patria, la nascita, la vita, le gesta, le opere, la morte degli Arabi di ogni nazione e di ogni età che si distinsero nella scienza, nella letteratura, nella politica, in ogni arte della pace e della guerra. Il Chilab alagani di Abulfaragio Ali è pure una apprezzatissima storia letteraria degli Arabi, tanto avanti che dopo Maometto, Abulvalid, che può dirsi il Tiraboschi degli Arabi, vi offre egli solo una Storia degli uomini illustri, una Biblioteca dei poeti arabi fioriti in Ispagna, un Dizionario storico-critico che espone chiari ed interi i nomi ambigui o tronchi degli autori arabi. Kaissi ne’ suoi Elogi degli uomini illustri per erudizione e per poesia, e negli immani suoi due volumi Dei principi, giudici e letterati benemeriti; Gazali colla Erudizione delle arabiche antichità in cui ampiamente si discorre degli studi e delle invenzioni degli Arabi e più altri autori tradotti che fossero in qualche lingua europea, mostrerebbero la verità del giudizio di Sacy[104] quando scrisse come la difficoltà di formare una storia letteraria degli Arabi sta appunto nella soverchia abbondanza dei libri che hanno gli Arabi in questa materia composti.
Che diremo delle belle arti degli Arabi? Noi non abbiamo finora documento alcuno che riveli lo stato della scultura e della pittura presso di loro, ben abbiamo monumenti che attestano la grandiosità loro nelle opere architettoniche. E poichè gli Arabi adottarono le arti che trovarono fiorenti nei paesi conquistati, non è a maravigliare se nei grandi edifizi urbani essi adottarono in certo qual modo la maniera di costruzione dei Greci, se la loro architettura nell’Asia minore, nella Siria, nella Palestina, nell’Egitto, nell’Africa, nella Sicilia e nella Spagna, rassomiglia generalmente a quella di Costantinopoli; se incontransi l’arco del magnifico acquedotto di Giustiniano e la cupola della chiesa di s. Marco nelle grandiose fabbriche d’Ispahan, nella moschea erettasi a Gerusalemme sul luogo dove esisteva il tempio di Salomone, in quella del Cairo edificata in onore di Omar, e nella gran sala della stessa città stata da Saladino ridotta in fortezza nel 1171. Ciò che è a notarsi circa la storia dello sviluppo e dell’influenza esercitata sull’arte dallo stile degli Arabi, si è, come nota Hope, che in tutti quei luoghi dove la dominazione araba si mantea per un lungo spazio di tempo, scorgesi l’arco e la volta seguire le varie fasi cui soggiacquero nella loro terra natale. L’arco composto, scemo, l’arco a segmenti di circolo, persino l’arco a ferro di cavallo furono successivamente di moda a Costantinopoli e nel resto dell’impero greco; di quivi trapassarono poscia di mano in mano nelle città d’Italia collegate commercialmente o politicamente con questo impero. Lo stesso avvenne nei varii paesi sottoposti al dominio maomettano: così pure nella tomba di Maometto alla Mecca, come in quella della Vergine a Gerusalemme, o nella sala di Saladino a Cairo, riscontrasi già l’arco non solo colle due linee curve intersecantisi, ma ad angoli acuti con lembi assai dilatati: il che viene considerato in Europa siccome l’ultima modificazione dello stile acuto o composto. Nella Spagna la forma preferita fu l’arco a ferro di cavallo, che venne poscia adottata dai cristiani. La si trova a Granata nell’Albambra, e nel Generalif: a Siviglia nell’Alcazar, a Cordova nella magnifica moschea, a Toledo nella vecchia porta araba. Generalmente l’architettura moresca sfoggiò varietà nelle sue composizioni con ricchezza e finezza di ornati sculti (escludendo però le forme umane); usava innumerevoli colonne di marmo talvolta con archi capricciosi, rigonfiati sopra il capitello; traforando muraglie enormi, ornando con questi trafori gallerie, poggiuoli, archivolti, finestre (occhi rosoni); ovunque ponendo fregi, mosaici, intrecci di trafori, di fiori, di fogliami. In qualche edifizio dice Dachazelle[105] mostrò ardimento costuendo angoli apparentemente esili nella base o pel basamento, e sovraponendovi in contraposto masse di straordinario volume.
Riepilogando pertanto in breve tutto ciò che venne dagli Arabi importato nel progresso dello scibile umano, potremmo primamente asserire dovere l’Occidente ad essi la conservazione e la prima cognizione della maggior parte dei monumenti della greea e della romana sapienza (tranne quelli della letteratura), dalle reliquie dei quali rampollò in progresso la rigenerazione delle scienze, fisiche, naturali e matematiche; ad essi è dovuta la sapienza stessa di quei pochi uomini che nelle tenebre generali dell’Europa brillarono di qualche luce; siccome Gerberto, poscia papa Silvestro II, Campano di Novara, Gerardo cremonese, Atelardo, Morley, che tutti viaggiarono alle dcuole arabo-ispane, come si viaggiò poco dopo alla Università di Parigi, onde erudirsi[106]: lo stesso Ruggero Bacone, il più grand’uomo dei tempi e così superiore alle cognizioni dei suoi stessi contemporanei, da essere da costoro attribuita la sua scienza a magiche operazioni ed a sue comunicazioni con gli spiriti infernali, Ruggero Bacone si professò sempre ne’ suoi scritti scolaro degli Arabi, e fra le molteplici cognizioni attinte a costoro, apprese egli da Alhazen (nel libro VII dell’Ottica) tutto ciò che poscia si attribui a sua invenzione circa il cannocchiale ed il telescopio[107], dalle opere di Avicenna tutto ciò che seppe di medicina[108]; nè d’altronde che dagli Arabi attinse le notizie che, circa la polvere, espose egli nel suo Opus majus ed altrove[109]. Ma noi saremmo infiniti se tutti annoverar volessimo i beneficii che la scienza degli Arabi apportò alla coltura dell’Occidente; su di ciò ponnosi consultare le opere di Boerbaave, Bochart, Haller, Freind, Pocock, Renaudot, Assemani, Montucla, Dutens, Hyde, Bailly, Andres e più altri, i quali tutti chi in un ramo, e chi in un altro, dimostrarono i scientifici progressi dovuti agli Arabi. Noi per formolare in breve i più importanti trovati di cui va la scienza moderna ad essi debitrice, e senza ripetere quanto già accennammo riguardo alle scienze matematiche, chimiche e naturali, diremo dovuta ad essi l’invenzione o almeno l’introduzione della carta[110], della polvere[111], della bussola; l’arte nautica ridotta a principii matematici[112]: forse l’uso del pendolo per la misura del tempo[113] e forse l’attrazione newtoniana[114]. I molini a vento, l’arte di fabbricare i tappeti insegnata ai Franchi, l’uso della cera mostrato ai Veneziani, lo zucchero in canna, sono tutti dovuti agli Arabi. La clessidra od orologio idraulico degli antichi, per via di modificazioni successive, si tramutò alla forma degli orologi che si introdussero dagli Arabi in Europa verso il secolo XIII. Gli osservatorii astronomici[115], i collegi di educazione[116], le Academie letterarie e scientifiche vennero primamente dagli Arabi instituite. Potremmo noi dire esservi in questi scientifici trovati, in queste scientifiche e letterarie instituzioni, qualche cosa che possa avere realmente influito sul successivo progresso della dottrina e della civiltà?
III. Periodo. Questo periodo in cui siamo per entrare offre avvenimenti di una natura affatto straordinaria; ma fra tutti questi uno ne emerge capitalissimo, e tale che intorno ad esso tutti sembrano aggirarsi i politici e civili rivolgimenti che l’un l’altro si successero per ben 250 anni. È questa la nascita di quel novello impero che il capo della religione innalzò ed ampliò sopra tutte le vaste regioni che si estendono dall’Oceano Atlantico alla Vistola ed alle foci del Danubio, dal capo Passaro fino a quello del Nord, dominando tutti i troni e trattando da vassalli i più grandi monarchi. Fu questa l’opera di un uomo solo, ma di un nomo dotato di un genio vasto e profondo. Tutti i popoli, che abbiamo nel periodo precedente passato in rassegna, ottennero ciascuno alla loro volta col valore la somma del potere; il godimento ammolli poscia il valore. Teodorico e Carlomagno stupefecero la terra e disparvero. Gli Anglo-Sassoni ebbero buoni re; ma la loro isola era per essi un mondo segregato. Ottone fu avventurato lasciando a’ suoi eredi, insieme a tanta potenza, i talenti necessarii per conservarla ed anche estenderla; ma avessero pur tutto occupato, non tutto avrebbero saputo conservare. Il valore e la politica degli Arabi brillò terribile e luminosa sopra una gran parte di mondo, ma venne essa pure a frangersi contro il cristianesimo sui campi di Tolosa (1246). L’Occidente poi era popolato da una moltitudine innumerevole di piccole nazioni, sciolte da ogni freno di legge comune, e troppo feroci per cedere alle armi di verun imperatore. I loro re più non avevano autorità; come mai avrebbero esse riconosciuto uno straniero? L’amore di quei popoli per la libertà avrebbe avuto in onta la potenza di lui; il loro attaccamento alle abitudini antiche sarebbe insorto contro le sue leggi; la loro avarizia contro le imposte. E ciò nondimeno sorse un re di tutte le nazioni dell’Occidente; tutte accorsero ad obbedirlo. Ciò che non poterono Teodorico, nè Carlomagno, nè Ottone, fu tentato e riuscito da un papa, e Roma nuovamente comparve alla testa delle nazioni. Senza averne vinta pur una, il papa regnò sopra tutte e sui loro re: quest’uomo di un genio vasto e profondo, questo papa fu Gregorio VII. Ma come è egli a tanto riuscito? Fa questa l’opera di un miracolo? No: fra le diverse cause generali che vi concorsero, e che tutte si rifondono nella potenza morale acquistata in quei tempi dal clero, quattro sono le principali: I° Le vaste possessioni dei vescovi che loro acquistavano un posto considerevole in quella gerarchia dei grandi proprietarii cui la società europea ha per si lungo tempo soggiaciuto. II° L’intervento loro nel reggime municipale e la preponderanza ch’essi acquistaronsi raccogliendo direttamente od indirettamente l’eredità delle antiche magistrature. III° Le loro qualità di consiglieri del potere temporale, che li mise in grado di poter circuire i nuovi re e dirigerli nell’amministrazione dello Stato. IV° Finalmente la costituzione speciale della Chiesa a quest’epoca. Il clero formava allora un corpo, una gerarchia, una società compiuta, indipendente, posseditrice di numerosi e potenti mezzi di influenza. Egli solo era forte e ben ordinato di mezzo alla debolezza ed al disordine delle altre instituzioni; solo era esso illuminato di mezzo alle tenebre generali. Al potere spirituale che dominava coi lumi il pensiero e la volontà di tutti, e trovavasi per tal modo a capo di tutta la vita intellettuale dei popoli, doveva riuscir ben facile conseguire il potere temporale ed afferrare il governo del mondo. D’altra parte Roma approfittando sagacemente dello stato di disordine e di violenze in cui trovavansi le laiche potestà, divenne, col difendere i popoli contro i re, la protettrice degli uni, la rivale degli altri e la dominatrice d’entrambi. Ma quali furono gli effetti da questa influenza politica operati su la civiltà dei popoli? Non v’ha dubbio ch’essa tornò molto benefica alla libertà del pensiero che venne anzi direttamente ed indirettamente molto sviluppata. I suoi concilii, in cui si procedeva per deliberazione comune, i suoi scritti contro le eresie, nei quali dovette far uso della discussione, e sovente di una discussione logica e profonda, occuparono, eccitarono l’attività umana, e tale e tanta fu nel suo seno l’energia della vita intellettuale, che, ciò che più splendidamente in essa spicea, è l’esercizio della ragione e della libertà. Sotto l’aspetto intellettuale, l’influenza della Chiesa fa quindi altamente salatevole, nè è a dolere se lo sviluppamento ch’essa impresse all’Europa fu specialmente teologico; giacchè non poteva essere altrimenti, ed il suo sistema di dottrina e di precetti era sempre di gran lunga superiore a tutto ciò che aveva conosciuto il mondo pagano.
Con tutto ciò la rozzezza dei popoli, la violenza delle passioni dei grandi, non poteva a meno di partorire in quei tempi pregiudizi e superstizioni che dominarono le menti ed i cuori sotto la forma e coll’entusiasmo di necessarie virti. Questo periodo abbraccia il grande avvenimento delle Crociate. Un uomo d’ignobile aspetto e di meschina statura, ma sotto le cui sembianze celava un animo elevato ed un insaziabile bisogno di forti sensazioni; un uomo che ricercato aveva in tutte le condizioni della vita quella felicità che la sua indole irrequieta non gli lasciava pur mai rinvenire cui il mestiere dell’armi, lo studio delle lettere, il celibato e il matrimonio, lo stato ecclesiastico, avevano pur mai potuto soddisfare il suo spirito ardente, erasi ritirato fra i cenobiti più austeri, ed ivi la solitudine, le preghiere, i digiuni gli esaltarono l’imaginazione. La smania molto comune al suo tempo dei pellegrinaggi in Oriente lo trasse dall’eremo: vide l’oppressione dei cristiani, uomini incatenati, aggiogati come bruti; e pieno di un santo ardore di evangelica carità, giurò di armare l’Occidente per redimerli, le moschee nella patria degli apostoli, aggirato da un errore comune ai suoi contemporanei, si credè destinato dal cielo ad invocare i potenti, la violenza delle armi per rialzare la croce nei luoghi santificati dalla mansuetudine dell’Uomo-Dio. Presentossi al pontefice Urbano II, che lo accolse come profeta, indi traversò l’Italia, percorse Francia e gran parte dell’Europa cavalcando una mula, a piedi nudi e a testa scoperta, cinto d’una grossa fune e vestito nella ruvida lana degli eremiti. Predicando nelle chiese e nelle strade infiammava tutti i cuori di quello zelo ond’egli era divorato. Alla sua voce si acquetavano le discordie delle famiglie, i poveri ricevevano soccorsi. L’eremita comparve al concilio di Clermont a fianco del papa. Alle sue parole ed a quelle d’Urbano un’assemblea di forse quarantamila persone si alzò fatta in una volta, e coll’unanime grido Dio lo vuole, proclamò la guerra ai Saraceni e giurò la conquista di Gerusalemme. Le idee di quel tempo facevano riguardare come un dovere evangelico l’ergersi in arbitri e panitori di un governo straniero, cioè dei Musulmani, per le ingiustizie esercitate contro a’ propri sudditi, i fedeli d’Oriente; facevano credere che il ritogliere ai Maomettani una provincia fosse un trionfo religioso; e che i cristiani avessero diritto di comandare in Palestina perchè in quella terra era nato e morto Gesù Cristo. Quel pio fanatismo comunicossi a tutta la Francia, si estese all’Inghilterra, alla Germania, all’Italia, non ne andò illesa nemmeno la Spagna, che pure combatteva i Saraceni sul proprio terreno. — Tutto astratto non si udì più parlare nè di assassinii, nè di furti, per alcuni mesi si godè di una pace che non si era goduta giammai. Il concilio di Clermont aveva dichiarata l’Europa in istato di pace, ed i grandi dimenticarono le loro contese e gli oggetti della loro ambizione. Alcuni baroni e signori rinunciavano ai dominii dei loro padri[117], e le terre, le città, le castella venivano cedute per modiche somme a coloro che non si sentivano chiamati alla gloria di conquistare il santo Sepolcro. Quando si fa in sul muoversi, era un ben bizzarro spettacolo di armati e d’inermi, di persone d’ogni età e d’ogni grado; baroni e vescovi e donne alla rinfusa, cavalieri ed artigiani e contadini servi della geba; i monaci disertavano i chiostri, i solitari uscivano dalle loro foreste; i ladri, gli assassini andavano a confessare i loro delitti, e promettevano, tesano, ricevendo la croce, d’espiarli in Palestina: le donne comparivano armate fra i guerrieri, e la prostituzione si vedeva in mezzo alle processioni divote ed agli atti di penitenza. Famiglie ed interi villaggi emigravano seco trascinando tutti coloro in cui s’avvenivano sul cammino. Presso le città, nelle pianure e sulle montagne si alzavano tende, dapertutto un apparato di guerra e di festa. Dall’Italia meridionale fino all’Oceano, dal Reno fin oltre i Pirenei echeggiava il grido di guerra Dio lo vuole, Dio lo vuole. Non permetteva la religione, dice Michaud, agli ardenti suoi difensori di scorgere altra gloria, altre felicità, se non se quella ch’essa presentava alla esaltata loro imaginazione. L’amore di patria, i vincoli di famiglia, le più tenere affezioni del cuore furono immolate alle idee ed alle opinioni che trascinavano allora tutta l’Europa. La moderazione era una viltà, l’indifferenza un tradimento, la disapprovazione un sacrilego attentato. Il poter delle leggi di nessun valore per chi credeva combattere per la causa di Dio. I sudditi riconoscevano a pena l’autorità dei principi e dei signori in ciò che riguardava la guerra santa; il padrone ed il servo non avevano altro titolo che quello del cristiano, altro dovere da compiere che quello di difendere la religione coll’armi alla mano. A secondare l’impresa si associavano molte altre passioni. I popoli affamati da una carestia orribile, che già da molti anni devastava molti regni, abbandonavano senza rincrescimento una terra infelice cui non potevano dare nemmeno il nome di patria. I pellegrinaggi e la guerra erano in quel tempo bisogni morali, e la Crociata era una guerra ed un pellegrinaggio. La maggior parte dei baroni aveva assai delitti da scontare, e si offriva loro di ridivenire amici del cielo trattando le armi e cercando avventure, cioè secondando le proprie loro inclinazioni più vive. Per decreto del concilio i Crociati erano esenti dalle imposte, nè potevano essere convenuti in giudizio per debiti durante tal viaggio; la spada ed il bordone sottraevano i delinquenti al patibolo ed i frati alla disciplina dei monasteri. L’ambizione che si mischia in tutti gli avvenimenti sociali offriva a molti prelati ed a molti preti la speranza di conseguire i vescovati dell’Asia, a molti baroni i principati dell’Oriente. Ma sopratutto operava su gli animi il fanatismo di una religione che certamente non era quella si mite e si santa del Vangelo. Nè gli effetti furono dissimili da tali cagioni; ben tosto si vide quale intervallo vi abbia fra la virti e la follia, fra il Vangelo ed una sanguinaria superstizione. Noi allarghiamo alquanto le nostre parole sopra questo gran fatto delle Crociate, poichè non si è mai come in questi ultimi tempi tanto esagerato il beneficio che si pretese operato dalle Crociate sul progresso morale, civile e politico dei popoli; e poichè erano esse chiamate guerre sante, poichè ebbero mai sempre e promotori e sanzionatori di esse il pontefice[118], parve a taluno che un giudizio severamente imparziale di queste pie carnificine dell’umanità ridondasse di onta e di rimprovero alla religione di Cristo, quasi che il divin Maestro e la sua Chiesa dovessero essere solidari di tutti i delirii degli uomini, anche quando deliravano nel nome di Dio.
Gettiamo uno sguardo sui primi avvenimenti di questa straordinaria impresa, e noi veggiamo primamente la moltitudine che seguiva Pietro nelle sue predicazioni, intollerante d’indugio eleggere a suo generale quel maraviglioso cenobita, ed ingrossata da una turba di pellegrini accorsi da tutte le contrade della Francia, formare un esercito di ottanta o centomila uomini, e traendo seco una turba di donne, di fanciulli, d’ammalati e di vecchi traversar la Germania, giangere alle terre degli Ungheri e dei Bulgari. Nei contorni di Belgrado, capitale dei Bulgari, la vanguardia si abbandona a violenze e saccheggi, ed è punita colle armi. Le turbe sopravegnenti irritano ambedue le feroci nazioni; inseguite dal re d’Ungheria passano la Moravia fuggendo, indi sotto le mura di Nissa sono oppresse dai Bulgari con orribile strage; soli trentamila uomini oltre la vanguardia pervennero a Costantinopoli. Il cenobita non era atto a governare indomiti spiriti e cuori scellerati, fanatico sì, ma onesto e magnanimo, invano s’oppose agli eccessi di unorda di masnadieri. Un’altra schiera di ribaldi capitanata dal predicatore Gotschelk uscì dalla Germania e peri sterminata dagli Ungheri. Una nuova torma peggiore delle altre si radunò sulle sponde della Mosella e del Reno; un altro prete per nome Wolkmar ed un conte Emicone se ne fecero capi. Costoro cominciarono dal manomettere e trucidare gli Ebrei nelle vicine città; in preda alla superstizione piùt brutale si facevano precedere da una capra e da un’oca, alle quali davano attribuzioni divine; pervenuti fra gli Ungheri ed i Bulgari, il cielo prova ad essi la sua riprovazione col castigo delle disfatte. Alcuni fra i superstiti si congiungono a Costantinopoli cogli avanzi della soldatesca di Pietro, ed essendosi uniti ad altri pellegrini genovesi, veneziani e pisani compongono un’armata di centomila uomini. Passati in Asia, il sultano d’Erzerum li sconfigge, e tranne soli tremila uomini, muoiono tutti in una sola battaglia. E chi non vede in ciò pure la riprovazione punitrice di Dio? Pietro gridava che i suoi crociati erano ladroni indegni di adorare la tomba del figliuolo di Dio. E v’ha pur oggidì chi proclama in queste orribili seene, in queste sciagurate aberrazioni dello spirito umano l’eroismo religioso, il martirio, l’apostolato!! Intanto trecentomila Europei erano periti prima che giungessero in Asia le schiere che dovevano conquistare Gerusalemme ed i capitani che dovevano fondare nuovi Stati. Centomila soldati a cavallo e cinquecentomila pedoni erano succeduti ai primi crociati, ma essi pure erano piuttosto un aggregato di popoli in arme che un esercito regolare. Ogni conte, ogni principe non riceveva ordini che di se stesso; i cavalieri, gli altri combattenti seguivano indisciplinatamente il proprio zelo o il proprio capriccio. Erravano pel campo le figlie e le mogli di molti condottieri e di molti baroni, vi si vedevano i falconi da caccia trasportati dai rozzi castelli di Europa. Sotto le mura di Antiochia drappelli fanciulli combattevano contro uguali drappelli dei figliuoli degli assediati alla presenza dei Cristiani e dei Turchi che li aizzavano ed incoraggiavano colla voce e coi gesti. Allo stesso assedio di Antiochia i molti vagabondi e mendichi furono organizzati in una schiera e sottoposti ad un capo cui diedesi il titolo di re dei birboni; e le donne furono rinchiuse in un accampamento separato per cessare gli scandali della impadenza. Quale felice compimento ottenesse però questa prima Crociata mercè il senno ed il valore di ottimi capitani, specialmente di Goffredo di Buglione, è accennato all’articolo Crociate. Noi non discenderemo ulteriori particolari sulle crociate successive, quali se non ebbero nemmeno l’esito felice di questa prima, può ben facilmente essere induito quanto dovettero sopravanzare questa prima in disordini e brutalità che contaminarono pur tanto il nome cristiano e che furono a nostro avviso le cagioni primarie per cui imprese inspirate da uno scopo così pio, e direm anche cavalleresco, riuscirono sempre a disastroso fine.
Ma noi che non siamo discesi a questi cenni storici di tale grande avvenimento, il quale può dirsi abbia durato dal 1095, epoca del concilio di Clermont, fino al 1291, in cui i Franchi perdettero Telomaide ultimo loro possesso nell’Oriente, se non per meglio indagare le influenze da esso esercitate sui destini della civiltà, noi dobbiamo pur accennare ad alcuna delle sue conseguenze; e senza farci partitanti dei due contrarii partiti che ne pare troppo tocchino ambidue agli estremi della esagerazione, esporremo ciò che ne pare venga più legittimamente dimostrato dai fatti e dalla ragion delle cose[119]. [118]
È noto come molto tempo innanzi le Crociate numerosi pellegrini si portassero alla Terrasanta per visitarvi i luoghi dove il divin Salvatore redense co’ suoi patimenti gli uomini. Allora il sentimento che ve li guidava, avvegnachè poco illuminato[120], era pur sempre in armonia col carattere cristiano; ma allorquando questi pellegrinaggi si fecero a mano armata, allorchè ebbero per iscopo la distruzione degli infedeli, essi non fecero più che indurare il cuore dei pellegrini, e informarlo di un carattere di ferocia. Una volta stabilito il principio: che era opera meritoria il combattere e lo sterminare i nemici della fede (principio che rende tanto brutale la religione di Maometto in faccia del mite Vangelo), si pervenne per naturale conseguenza a sostenere essere un sacro dovere per ogni buon cristiano il perseguitare col ferro e col fuoco tanto i cristiani eretici, nemici della Chiesa, quanto gl’infedeli. Il merito che si vorrebbe attribuire alle Crociate fu seme di un altro male ancora. La corte di Roma in luogo d’imporre ai peccatori, a modo di penitenza, delle preghiere, dei digiuni, delle elemosine, castighi salutari al penitente ed utili alla società, loro ingiunse lo sterminio degl’infedeli in espiazione dei proprii delitti, e fomentarono per tal guisa le loro odiose passioni. Oltre ciò, il peccatore cui la propria individuale condizione era d’impedimento a crociarsi, poteva compartecipare a tutti i beneficii spirituali annessi a queste sante spedizioni, col contribuire alle spese fatte da esse necessarie: per tal modo potevasi a prezzo di danaro farsi assolvere da tutte le pene inflitte dalla Chiesa; ben sono note le conseguenze funeste che un siffatto traffico dovette partorire nella moralità dei popoli. A ciò si aggiunga che enormi erano i tributi che si imponevano dal clero per le guerre sante. Nè si levavano decime soltanto per le crociate, ma per ogni tentativo di crociata: non soltanto per le spedizioni di Levante, ma per ogni impresa contro i nemici della corte romana. Si riscossero finalmente imposizioni per futili pretesti. Richiamossene l’Europa intera al pontefice: da prima si fecero lagnanze pel rigore con cui i messi pontificii esigevano i tributi: poscia per l’infedeltà nell’amministrare il denaro tolto ai fedeli. Nulla v’ebbe di più funesto per l’autorità pontificia, quanto codeste querimonie che sorgevano da ogni parte, e di cui si armò alla fine la formidabile eresia di Lutero[121]. Pareva che le Crociate, dischiudendo all’ambizione dei guerrieri occidentali una vasta carriera al di là dei mari, avessero dovuto fruttare all’Europa un lungo periodo di pace; ma ciò non fu. I primi anni che successero immediatamente dopo la partenza di Goffredo di Buglione, ben furono per verità, siccome già riferimmo, di una pace quasi universale; ma non andò guari che le guerre civili e nazionali scoppiarono con un novello furore, e parve che le guerre sante infiammassero più che non attutissero lo spirito militare de’ popoli d’Occidente. Se si ascoltano i poeti ed i romanzieri, si erederebbe che queste spedizioni esercitassero almeno una influenza salutare sopra il modo di fare la guerra, e che avessero mitigato gli orrori sviluppando lo spirito della cavalleria; sgraziatamente la storia ne rivela il contrario; può dirsi, salvo ben poche eccezioni, che la guerra facevasi con una estrema ferocia, nè ciò poteva avvenire altrimenti. Fra i Cristiani ed i Musulmani non vi aveva alcun vincolo nè di religione, nè di usi, nè di costumi: si detestavano essi, e disprezzavansi reciprocamente per principio, tanto in pace che in guerra, e gli Europei riportarono nella loro patria le abitudini di crudeltà e di sangue che avevano apprese nell’Oriente. Dal predicare la Crociata contro i Maomettani dell’Asia si progredi ad intimarla contro nazioni non ortodosse in Europa, contro a principi cristiani nemici della corte di Roma, contro ai novatori religiosi: e la spada omicida tenne luogo del Vangelo educatore. Gli Albigesi provarono il nuovo flagello. Le devastazioni, gl’incendi, le stragi che desolarono le [119] contrade meridionali della Francia, destano pur tuttavia orrore. Nè bastando perseguitar palesi settarii, si venne a investigare il secreto delle coscienze, ed alla fine si ebbero le carceri, le occulte procedure, gli eculei, i roghi, l’intero sistema della Inquisizione.
Qualche scrittore ben asserì che le guerre sante depauperando la signoria feudale, contribuirono all’ampliamento ed al consolidamento del potere reale; ma in ciò pure si corse a qualche esagerazione. Egli è indubitato per esempio che i re di Francia acerebbero considerevolmente il loro potere durante le Crociate colla riunione di molti feudi, ma ben pochi sono gli esempi che potrebbero essere citati di terre o di signorie che i loro proprietari abbiano vendute alla corona per sovvenire alle spese di una crociata; dei cento e più feudi di cui parla Capefigue alienati dal 1189 al 1112 in grazia delle Crociate, quanti vennero acquistati dai reali di Francia, quanti da altri possessori particolari, quanti dal clero? Nè i rapidi progressi che il potere reale fece in Francia possono essere ad altro attribuiti che all’essere divenuta fino da Ugo Capeto una legge fondamentale dello Stato la successione ereditaria, ed all’avere i successori di questo principe saputo approfittare di tutte le circostanze propizie, circostanze la maggior parte delle quali non ebbero nessun rapporto colle Crociate, per ricongiungere alla corona una moltitudine di grandi e piccoli feudi, giacchè ciò avvenne per matrimoni, per donazioni volontarie e per conquiste e confische. Nella Germania poi la forza degl’imperatori andò invece sempre più menomandosi; ed i grandi vassalli riuscirono infine a farsi veri sovrani mediante la concessione a cui fu costretto Federigo II nell’anno 1221. Il qual menomamento dell’autorità imperiale, che da taluno, con una ben strana contradizione di principio, vorrebbe essere fatto un benefico effetto delle Crociate, vuol essere anche attribuito al diritto di elezione che conservarono i grandi feudatari; alla falsa politica di molti imperatori che concessero feudi vacanti a signori ecclesiastici o secolari, nella vece di riunirli alla corona, ed alle diuturne lotte che sorsero fra la Chiesa e l’impero, e particolarmente alle sanguinose guerre intraprese dagl’imperatori per conservare o ristabilire l’alto loro dominio nell’Italia, al quale credevano avere diritto siccome successori dell’imperatore Carlomagno. In Inghilterra, anzi che indebolirsi la potenza feudale, i baroni ed i signori ottennero la Magna Carta ed altri statuti, i quali tutti non erano per loro che altrettante prammatiche di privilegi; ben costituirono essi in progresso il fondamento e la norma della libertà nazionale; ma questa nuova fase politica appartiene al periodo successivo presente, ed ebbe un’origine ben altra da quella delle Crociate. D’altra parte poi l’Inghilterra ai tempi di Riccardo I non prese parte alle Crociate che assai debolmente: le gesta di questo principe acquistarono agl’Inglesi una splendida riputazione militare; ma non mutarono punto le condizioni della monarchia. Cirea i torbidi avvenuti sotto il suo successore Giovanni Senza Terra, non ebbero alcuna relazione colle guerre sante. Le spedizioni dei conti di Cornovaglia e di Salbury e del principe Edoardo sotto il regno di Enrico III non alterarono punto il corso naturale degli avvenimenti. — Aggiungete a tutto ciò che coll’essere stati gli ecclesiastici (come lo provò le stesso più autorevole panegirista delle Croci, l’Heeren) i principali compratori dei feudi, ogni passaggio accrebbe le opulenze del clero, il quale ammassò deplorabili e pericolose ricchezze, cagione di corruttela scandalosa, di sette, di eresie, di persecuzioni e ribellioni; oltre l’inestimabile danno che in fatto di politica economia risultò da l’accumulamento delle ricchezze inalienabili presso le corporazioni. Ne sappiamo come si potrebbe dimostrare essere state le Crociate effettive di un maggiore sviluppamento delle facoltà intellettuali delle nazioni europee. Esse inspirarono loro un coraggio barbaro e feroce; diedero un novello e maggiore impulso ad ogni sorta di superstizioni; oppressero più che non incoraggiarono le arti della pace. Il concorso di diversi popoli della cristianità in una comune intrapresa avrebbe ben potuto fruttare qualche vantaggio alla civiltà, se la loro unione stata fosse duratura e sincera: ma la storia ne mostra che a fronte anche del nemico e di mezzo ai perigli maggiori, essi seppero preservarsi dalle più sanguinose dissensioni; di modo che noi veggiamo le nazioni dell’Europa essere dopo le Crociate tutte quante dalle altre segregate non dissimilmente di quelle che lo fossero innanzi. I crociati non trasportarono in patria che ben pochi lumi e ben tenui cognizioni novelle, nè ciò debbe essere di maraviglia Come pellegrini essi raccoglievano tutto il loro pensiero ed il loro cuore sopra i luoghi consacrati da qualche religiosa rimembranza; come guerrieri, essi non aspiravano che a sterminare gli infedeli. Sì gli uni che gli altri ugualmente rozzi, non potevano nemmeno concepire il pensiero di altre cure scientifiche e letterarie. Le lettere e le scienze e le arti erano affatto straniere al loro spirito, e superiori alle attitudini delle loro menti: quindi nessun profitto seppero trarre nemmeno dalle relazioni che le Crociate stabilirono fra essi ed i Greci. Gli Occidentali che attraversarono l’impero d’Oriente furono presi per verità di ammirazione, ma di una ammirazione stupida, alla vista dei tempii e dei palazzi di Bisanzio e delle altre grandi città in cui s’avvennero nel loro cammino, ma essi non vi si trattennero nemmeno il tempo necessario perchè quei magnifici monumenti potessero destare in essi il senso del bello. D’altronde erano essi per principio dispregiatori dei Greci, e conseguentemente ben poco tratti ad adottare le loro arti e ad imitare i loro costumi. Allorquando sul principio del secolo XII i Latini si impossessarono di Costantinopoli, essi s’affacendarono ad arricchirsi delle spoglie del popolo trionfato, più che non si curassero di far tesoro di lumi e cognizioni[122]. In generale poi all’epoca delle Crociate, le lettere e le arti erano nell’Oriente molto meno coltivate che nol fossero ai tempi della prosperità dei califfi di Bagdad. I Turchi Selgiucidi, che vi dominavano allora, non avevano in istima che le arti della guerra; ed i torbidi che sconvolsero la Siria e l’Asia Minore, cacciarono le Muse dalla pacifica loro sede. D’altronde, quand’anche l’Oriente avesse serbato alcune delle letterarie e scientifiche instituzioni, fondate dai califfi Abassidi, l’odio fanatico che i Crociati portavano a tutto ciò che era musulmano, li avrebbe sempre impediti di trarne qualche vantaggio. Nei brevi intervalli di pace, o a dir meglio di sospensione d’armi, i soldati della croce non si davan cura e pensiero che degli atti di pietà o di pratiche monacali; ben lungi di essere solleciti di istruzione, facevano un vanto della propria ignoranza. Furono essi più studiosi ed incettatori di reliquie che non di libri; e se vi fu in ciò l’eccezione di alcuni, è anche dimostrato che i Crociati non fecero conoscere all’Occidente alcun’opera importante che gli Arabi di Spagna non avessero già in Europa divulgata. Sembra ch’essi avrebbero dovuto almeno aprire un nuovo campo al genio poetico dei menestrelli e dei trovatori; ma nulla ci dà prova di ciò: nè ponnosi citare che due o tre romanzi di quei tempi il cui argomento fosse stato somministrato dalle guerre sante. — Ben gli è vero che l’emancipazione dei Comuni, primo passo verso il consolidamento della libertà civile, continuò nel X e XIII secolo, ma essa non fu in modo alcuno una conseguenza delle Crociate. Tale emancipazione ebbe origine dai secoli X e XI. Molto si disse pure su la libertà civile che le crociate avrebbero apportata ai popoli, sopprimendone sempre più la schiavitù personale. Ma anche in ciò si cadde in esagerazioni. Chi ben guarda ai tempi stessi anteriori alle Crociate troverà nella Francia la schiavità domestica già minorala in causa degli affrancamenti e della semplicità dei costumi, estinguersi nelle città per cagione dei tempi calamitosi tanto bene descritte da Biot[123], e nei castelli per la fratellanza militare, cagioni amendue scaturite dalle guerre feudali; mentre la schiavitù rurale veniva principalmente ad estinguersi per l’aggregazione delle piccole proprietà ai feudi: il che vale quanto il dire per effetto delle circostanze per cui l’interesse del padrone doveva mirare alla soppressione e modificazione delle due forme dell’antica schiavitù. Nei sermoni e nelle epistole scritte dal clero francese nei secoli XII e XIII non è fatto cenno nè degli affrancamenti, nè degli schiavi[124]; e questo silenzio del clero che dapprima era si infervorato, per l’uguaglianza degli uomini, non prova forse che la schiavitù era allora sparita dalle generali abitudini? In Irlanda vedete già verso la fine del secolo XII il famoso sinodo di Armagh[125], decretare che fosse ridonata la libertà a tutti gli Inglesi schiavi nell’isola. Ciò che pose fine nell’Inghilterra e nella Scozia all’affrancamento degli individui sottoposti ai signori ed ai monasteri, si fu la guerra quasi continua che desolò quelle due contrade nei secoli XIII, XIV e XV. Per siffatta guerra i padroni furono costretti di armare spesse volte tutti i loro dipendenti, e quindi dalla comunanza dei pericoli ne venne la confusione dei gradi. Medesimamente nei castelli della Germania sorsero sentimenti di mutuo accordo tra il padrone ed il servo pei comuni pericoli di una guerricciuola continua. Se nella Spagna e nell’Italia non vediamo introdotti siffatti benefici rivolgimenti civili anteriormente alle Crociate, non li vediamo nemmeno operarsi immediatamente dopo queste. Biot ha molto bene mostrato d’onde questo funesto prolungamento della schiavitù e servità nella Spagna e nell’Italia sia provenuto[126]. Del resto la storia tutta quanta chiarisce abbastanza il concorso efficace del cristianesimo per l’abolizione della schiavitù, sì mediante l’azione diretta del suo principio d’eguaglianza spirituale, che mediante il generale mitigamento dei costumi, operato da’ suoi principii morali, senza dover immaginare cause contrarie alla verità, senza fare in ciò intervenire le Crociate per quel minimo bene che ponno avere in ciò apportato, col miglioramento della condizione di qualche servo. — Si scrisse pur molto intorno agli impulsi che le Crociate avrebbero dati al commercio ed alla navigazione, arricchendo particolarmente alcune repubbliche italiane; noi non sappiamo come siasi potuto trascorrere a un tanto errore di cronologia; si studii la storia della navigazione e del commercio anteriori alle Crociate, e ben si vedrà come anzi che creare la potenza degli Stati italiani liberi commerciali, le Crociate non fecero più che approfittare dei mezzi che la già cresciuta potenza di questi somministro pei loro bisogni di trasporto e di provisioni[127]. Quale e quanta ricchezza poi potessero cumulare su quegli Stati che già tenevano il commercio di tutto il mondo, il nolo di qualche centinaio di vascelli di trasporto, è ben facile cosa ad indarsi; ed i privilegi che dopo la conquista della Palestina ottennero i Veneziani, i Genovesi, i Pisani, i Marsigliesi dai re di Gerusalemme, che cosa sono mai a petto di ciò che ottenuto aveano dagli Arabi e dai Greci in quasi tutte le città marittime, in cui aveano come in Italia le loro libertà, le loro leggi, i loro magistrati? Che sono mai gli approvigionamenti annonarii, che quei mercanti ponno avere somministrati, a petto di tutte le importazioni ed esportazioni che già faceano nella Cina, nell’India, nell’interno dell’Asia, nella Siria, nell’Armenia, nella Mesopotamia?[128]
Ma vi ha un altro quisito cui vogliamo soddisfare. Le guerre sante furono giuste? In ciò vuolsi fare una distinzione fra la causa religiosa e la causa politica. Niente più delle Crociate tornò contrario ai principii fondamentali della nostra religione, inculcando il cristianesimo la dolcezza e la carità, ed opponendosi al saccheggio ed alle uccisioni, anche contro gli stessi infedeli; oltre a ciò, come lo osserva l’abate Fleury, i cristiani non aveano alcun particolare diritto sopra la Palestina. «La religione di Gesù Cristo, così egli non tiene ai luoghi santi, come ce lo ha rivelato egli medesimo, allorchè disse essere surto il giorno in cui Dio non sarebbe più adorato nè a Gerusalemme nè a Samaria, ma bensì per tutta la terra, in ispirito e verità». Ed altrove questo stesso storico osserva, essere un mero equivoco la denominazione che si attribuisce alla Palestina di retaggio del Signore e terra promessa al suo popolo; le quali espressioni spettano all’antico Testamento nel senso proprio e letterale, ma non si possono applicare al nuovo, se non nel senso figurato. Il retaggio acquistato dal Salvatore a prezzo del suo sangue è la Chiesa universale, e la terra ch’egli ha promessa è il regno dei cieli. Il Dio dei cristiani certamente non è una divinità locale; e il possedimento di Betlemme o del Calvario, l’acquisto della tomba o della culla del Redentore, non renderanno mai scusabile agli occhi di Lui l’infrazione dei precetti morali del suo Vangelo[129]. — Ma la politica giustifica ella le Crociate? e queste lontane spedizioni possono esse venire risguardate siccome puramente difensive, siccome un freno posto alla potenza dei Turchi che ogni di più s’aggrandiva nelle contrade dell’Asia? Bacone, e dopo lui parecchi altri scrittori, opinano per il sì, ed avvalorano la loro opinione con ragioni che hanno molta apparenza di vero. Di fatto, i Turchi, padroni di tutto il paese compreso fra l’Indostan e il Bosforo, erano alle porte dell’Europa; l’impero greco, scemato di potenza pei vizii del suo governo e per le contese teologiche che l’occupavano quasi esclusivamente, non poteva validamente opporsi alle loro invasioni; tenevasi da questo lato una inondazione di Turchi non meno terribile alla cristianità di quella degli Arabi in Ispagna; infine, essendo scritto nel Corano che tutte le altre religioni debbano spegnersi col ferro, i Cristiani erano nella necessità di armarsi per opporre una giusta, una legittima difesa contro gli assalti dei musulmani. Ma a siffatte ragioni potrebbesi opporre che la difesa è giusta quando l’aggressione esiste o è imminente; che il precetto del Corano, il quale comanda di avere per nemico il Vangelo, non è motivo sufficiente di guerra, e cala se non da ostilità tali, che mettano in pericolo evidente le credenze e le sostanze dei Cristiani. Sarebbero dunque le Crociate state impresa giusta e legittima nei due primi secoli dell’islamismo, allorchè gli Arabi, dopo di avere invaso l’Asia occidentale ed il settentrione dell’Africa, turbarono l’Italia, e penetrarono nel cuore della Spagna e della Francia; ma quando furono esse promosse ed intraprese, niuna invasione di musulmani minacciava l’Europa cristiana; non solo i Turchi non erano andati oltre le province dell’Asia, ma affranti da interne disunioni non erano in grado di tentare un’impresa di gran momento all’esterno; non pochi emiri s’erano già resi independenti, e le forze dei sultani si esaurivano contro i ribelli; l’Asia minore aveva scosso il gioco, e rendeva ben malagevole la via di Costantinopoli ai Turchi di Bagdad e di Damasco; la morte di ciascun sultano era seguíta da una guerra civile tra i figli o i fratelli di lui, nè mai la presenza dei Crociati potè fare che si riunissero insieme i musulmani contro il nemico comune. La sola crociata conforme ai dettami di una savia politica, è la terza contro Saladino, il cui genio bellicoso e inprendente, e le rapide conquiste che n’erano state la conseguenza, avevano messo spavento nei Cristiani; ma forse si potrebbe anche aggiungere ch’egli era assai lungi da Costantinopoli, e che per arrivarvi, gli era mestieri sottomettere tutta l’Asia minore e valicare il Bosforo, impresa pericolosissima e fors’anche superiore alle sue forze e nemmeno da lui vagheggiata, mentre, tentando lontane ed incerte conquiste, correva rischio ben grave di perdere le già fatte.
Ma mentre un pio delirio che ebbe la prima origine da un impulso di evangelica carità traeva i principi e le moltitudini d’Europa cristiana ad insanguinare la terra stessa già campo delle pacifiche conquiste del divino maestro del Vangelo, quali erano le condizioni politiche, morali e letterarie di questo terzo periodo del medio evo?
Fu in questo periodo che nacque il diritto pubblico d’Alemagna. I successori di Federigo, sgomentati dalla sua sorte, abbandonarono l’Italia per non tremar sempre al cospetto del papa. Si videro stabilirsi col commercio molte città e confederazioni. L’uomo più grande che abbia avuto la casa di Habsburg fondò la sua potenza (anno 1282). Le antiche case reali di Boemia e d’Ungheria, venendo a mancare, quella d’Austria vi prendeva già un predominio. Allora si divisero i due rami della casa Palatina. Dalle rovine dell’antica casa di Turingia nacque la potenza di quella di Sassonia, e si formò il Langraviato di Assia. Il Nord e l’Impero s’incivilirono a poco a poco, e i Barbari impararono ad obbedire, perchè s’erano grandi uomini nella casa di Brunswick, in Pomerania e nella Danimarca. La Prussia, la Curlandia e la Livonia ricevettero dalle mani dei cavalieri Teutonici e leggi e cristianesimo: d’allora in poi questi paesi andarono sempre più prosperando. Nel mille e duecento sessantuno la repubblica d’Islanda era perita per le sue discordie; si perdette il commercio dei mari di Lapponia; il trono dei Czar fu atterrato dai Tatari, perchè Batù conquistò la Russia ed arse Breslau, nel tempo stesso che seicentomila uomini della stessa nazione piombavano sui Cinesi. Così il Nord perdette l’antica sua potenza, ma il Mezzodì sviluppò la sua. La battaglia che tutti i cristiani di Spagna diedero ai Mori presso las Navas de Tolosa determinò la caduta della nazione Mora (anno 1246): ben tosto Alfonso X protesse le scienze esatte, e diede alla Spagna un codice di leggi. In Italia lo spirito nazionale de’ Normanni, la rimembranza dell’antica grandezza, i mari che offrivano asili e conquiste e ricchezze, il commercio e l’amore naturale di tutti gli uomini per la libertà condussero gran numero di città al governo repubblicano che nel periodo successivo vedremo sempre più consolidarsi. Facile e necessario ne parve lo stabilimento, a causa della lontananza degl’imperatori e delle discordie d’una moltitudine di tiranni; il valore poteva tutto. Dopo che quelle città possedettero la libertà, la loro popolazione, le loro ricchezze, la loro coltura e grandezza furono prodigiose, ad onta delle divisioni antiche e durevoli quanto lo stesso stato libero di quelle repubbliche. Allora fu manifesto, dice Müller, di null’altro abbisognare gl’Italiani che di un buon governo, perchè il loro clima e il loro carattere li rendano superiori a tutte le nazioni, tante sono le invenzioni e le grandi imprese che si trovano nella storia delle loro repubbliche: esse hanno dato la spinta a tutte le grandi rivoluzioni de’ secoli successivi.[130] I re di Francia cominciavano ad essere potenti per l’affezione del terzo stato, ch’essi avevano saputo sollevare, e che abbisognava di loro: le virtù e gli stabilimenti di san Luigi fecero desiderare a ciascun Francese d’essere governato da così saggio principe. E falso che l’Inghilterra sia sempre stata libera; ma è vero che gli antichi Inglesi hanno singolarmente amato la libertà. Questo amore presso altri popoli parve passione; presso loro fu un sentimento meditato, che si dirigeva ad un tempo verso la libertà politica, filosofica e morale: di qui risultò che altrove tale sentimento diminuì colla ferocia, e che in Inghilterra erebbe coi lumi. Nei primi anni del secolo tredicesimo i baroni assicurarono i loro privilegi colla Magna Carta, e verso la fine del secolo i comuni presero parte agli affari. Così in questo periodo varie potenze cominciarono a formarsi, nessuna dominò, tranne il papa che, verso il 1290, però già tentennava. Tali erano le condizioni politiche; quali furono le letterarie e morali?
Ma chechè ne sia stato il pensiero di Gregorio VII, scrive un illustre pensatore vivente, abbia egli, il che è più conforme alla sua posizione e più probabile, a null’altro pensato che a stabilire la supremazia ecclesiastica, debbesi attribuire particolarmente a quell’uomo straordinario la novella organizzazione politica dell’Italia. Senza la lotta dei papi cogli imperatori non si sarebbero veduti probabilmentenè il gran fatto della Lega lombarda nè l’emancipazione dei comuni, nè lo stabilimento delle repubbliche italiane. Bisogna pur confessarlo essere stata la supremazia papale che donò un nuovo splendore all’Italia e che restitui ad essa lo scettro dell’Europa. Il rapido progresso degli Italiani verso la civiltà, le glorie loro nelle scienze e nelle lettere, sembrano datare dal giorno in cui papa Alessandro pose, come dicesi, il piede sopra il collo dell’imperatore Federico.
Noi qui abbiamo veduto come l’araba civiltà aiutata dalle reliquie della letteratura greca e romana, cominciasse a destare in Occidente i primi albori di un risorgimento che dall’Italia doveva poscia distendersi su tutte le nazioni dell’Europa. Ed è appunto dal secolo XI che data il primo nascere di quella sintesi filosofica, la quale, avvegnachè bene spesso traviata a sottigliezze e futilità, pure, quasi ginnastica intellettuale, addestrò fin d’allora le forze dello spirito umano alle più acute astrazioni del pensiero ed a graduatamente sollevarsi ai veri principii della scienza e dell’arte. E qui pure noi cominciamo dalle scienze filosofiche, giacchè anche in questo periodo, per la deficienza dei lumi della fisica, dei metodi sperimentali, l’intelligenza umana non fece più che spaziare negli infiniti campi delle generalizzazioni e del dogma filosofico. Ma qui pure troviamo a capo di questa fase scientifica il Cristianesimo. Porfirio nella sua introduzione all’Organum di Aristotele aveva gettato incidentemente un problema che, come dice Maret, ha sempre avuto il potere di tormentare lo spirito umano, e di fecondarlo nello stesso tempo. Questo problema ha agitato l’antica filosofia, diviso Platone ed Aristotele, e costituita l’eterna opposizione delle scuole fondate da quest due filosofi. Benchè da principio si presenti sotto una forma logica e psicologica, racchiude però tutta la filosofia: perciocchè dal suo scioglimento dipende quello delle quistioni che l’uomo può suscitare intorno a Dio ed all’anima. Questo problema è quello della conoscenza umana. Porfirio domandava a se stesso se i generi, le specie e le idee universali esistano per se medesime o solamente nella intelligenza. Questo problema depositato nella tradizione e negli scritti di Boezio era letto da parecchi secoli, senza che fissasse gran fatto l’attenzione, senza che eccitasse la curiosità degli spiriti. Ma alla fine del secolo IX, sveglia, scoppia, imprime un gran movimento al pensiero, e genera le tre grandi scuole filosofiche del medio evo, il nominalismo, il realismo, il concettualismo[131]; secondo lo spirito del tempo, tutti questi sistemi sono tosto applicati alla teologia; e la Chiesa frattanto che sino dalla sua origine avera trovata sulla sua strada la filosofia umana, e che senza riconoscere in questa il potere ed il diritto di condurre gli uomini alla perfezione della natura, aveva fino allora applaudito sempre agli sforzi della ragione per comprendere se stessa, per innalzarsi al suo autore, e adottare tutte le verità scoperte per mezzo di queste investigazioni, siccome lo provano tutte quelle di Platone, ammesse, sviluppate, perfezionate dagli antichi Padri, la Chiesa fece pure in questo periodo ciò che fatto aveva nei primi secoli; essa vide nascere la filosofia senza timore e senza dispetto, anzi confortolla. I suoi più grandi vescovi, i suoi più santi dottori si diedero alle nuove speculazioni. La Chiesa lasciò percorrere alla filosofia le sue vie ammonendola che v’era una barriera cui doveva rispetto, e che non poteva essere oltrepassata: questa barriera è il domma rivelato, di cui la Chiesa è depositaria. — Ciò nondimeno, per abuso della scolastica, si traviò in parte dalla ortodossia cristiana, e dai tre suoi sistemi sorsero tre diverse eresie; quindi Roscelin col suo nominalismo esclusivo che non ammetteva che individualità andò a dar di fronte col domma della Trinità; Abelardo, benchè mitigato avesse il nominalismo ed il realismo, andò pure a far battaglia col dogma, ed a provocare le terribili censure di s. Bernardo[132]; il realismo doveva avere anche esso le sue esagerazioni. Guglielmo di Campello aveva detto che l’essenza, particolareggiandosi, costituiva le diverse individualità; Amaury di Chartres dedusse da questo principio tutte le conseguenze che racchiudeva, e giunse al più assoluto panteismo. Ma ciò nondimeno non mancarono alla scolastica uomini di una ortodossia potente d’ingegno e di dottrina, e senza parlare dell’italiano Anselmo vescovo di Cantorbery, del celebre vescovo di Parigi, Pietro Lombardo il di cui libro ebbe la gloria di essere commentato da tutti i grandi uomini del XIII e del XIV secolo, di Alberto Magno, veniamo a S. Tomaso, il grandissimo di tutti i grandi pensatori speculativi del medio evo. S. Tomaso non ha altro piano che quello dell’universo. Dapprima s’innalza a Dio e ci offre la natura divina nella sua essenza, nelle sue perfezioni, nella sua vita incomunicabile. Vediamo quindi la creazione uscir da Dio, segnata del suo sigillo, ed in certo qual modo riproducendolo. In questa creazione attraversiamo il mondo angelico ed il mondo materiale per giungere all’uomo. S. Tomaso lo studia nelle sue due nature e nel suo destino. Il destino umano, il fine dell’uomo, gli scuopre la sua legge. Dalla legge dell’uomo deduconsi tutti i doveri, tutte le virtù, la costituzione della famiglia e della società. Ma a canto della legge di giustizia e di amore trovasi l’egoismo che genera il peccato, il vizio, il male. Questa sciagurata prole dell’egoismo è descritta dall’Aquinate con un’analisi che ne scopre perfino le fibre più recondite. L’uomo abbisogna di un mezzo per guarirsi, giustificarsi e giungere al suo fine: allora S. Tomaso racconta i misteri della Incarnazione e della Redenzione in se stessi ed in tutte le loro conseguenze. Ecco la sintesi maestosa della Somma di s. Tomaso. Nè si creda che una vista così estesa, così generale, tolga al grande uomo di potere iscorgere e svolgere le più minute particolarità. Egli vede il tutto, nel suo insieme e nelle sue minime parti. Tutte le quistioni sono in questo libro sviluppate; e sopra ogni quistione, tutte le opinioni antiche e moderne, che vi si connettono, sono collocate in una serie di proposizioni e quindi discusse e confutate. La tesi è opposta all’antitesi; essa è spiegata, provata per la Scrittura, per la ragione e l’autorità stessa della filosofia, e tutte poi queste miriadi di proposizioni sono legate, incatenate le une alle altre, contenute le une nelle altre. Ma ciò che maggiormente è maraviglioso ed ammirando in quest’opera è quel profondo buon senso italiano sempre calmo, sempre imparziale, lontano da ogni sistema esclusivo, che adotta tutto quello che è vero, approva tutto quello che è buono. A San Tomaso successero Duns Scoto e Durando di San Porcanio: ma dopo questi sommi scolastici, tutto degenerò, e tutte le più strane anomalie della ragione, e della fede cominciate come già accennammo fino dal secolo XI e XII andaronsi sempre più sviluppando. Aristotele tradotto, commentato, franteso, calunniato, divenne la divinità cui pressochè tutte le scuole dall’Eufrate sino al Tago, dalla Svezia sino a Marocco, professarono una vera e funesta idolatria, sì che i concilii parisiensi del 1209 e 1212, ed il lateranense del 1215, ordinarono l’abbruciamento di una parte di essi, interdicendone perfino la lettura. E per verità, che era mai tutta quella metafisica scolastica? Imaginazioni assurde, assiomi fallaci, definizioni vuote, voci destituite di senso, logomachie, ghiribizzi, batologie teurgiche. Quindi ne vennero in seguito tutti i clamori e le tenebre dei Sentenziari, degli Albertisti, degli Occamisti, dei Nominali, dei Reali, dei Concettuali, dei Formali; poscia i mostruosi conflitti delle ecceità, gli accidenti, non modi, ma entità di entità verbali, predicabili e concreti e predicamentali: indi le antiperistasi; le quistioni se le forme dei corpi siano sostanziali, o essenziali, e via via l’interminato esercito delle puerilità ed assurdità della loro dialettica e particolarmente dell’abusato sillogismo. La fisica poi andavasene tutta garrula e smarrita tra le quistioni su la materia e su la forma, su la materia esistente o per la propria esistenza, o per quella della forma su l’appetire della materia a qualunque forma anche alle forme corrotte, su la forma di corporeità, su la totalità scotica, e su mille altre stranezze che tenevano in armi tutti i più famigerati sapienti di allora. Quali vantaggi poteano mai ritrarre le altre parti delle scienze sperimentali, in tempi di tante anomalie mentali? Verso la metà del secolo XI cadde sulle coste dell’Aquitania una così detta pioggia di sangue, vedete che cosa ne scrissero i due più dotti uomini di quel tempo, Fulberto di Chartres e Gosselin di Bourges, a sollecitudine del re Roberto[133]. Nell’anno 1182 un fulmine cadde sopra un campanile di Liegi: vedete quali ragioni fisiche addusse di ciò il Renier nel suo trattato appositamente scritto[134]. La moglie di Enrico I d’Inghilterra mostrò desiderio di leggere una storia naturale: Filippo di Taban la soddisfece: veggasi di qual fantastico e matto libro venne a capo, raccogliendo tutta la scienza dei suoi tempi[135]. Pietro Lombardo riputavasi l’uomo più dotto del suo secolo, e tuttavia il cielo era, secondo lui, un corpo solido e la terra una tavola quadrangolare[136]. La medicina poi in balia del più stolido empirismo, e i medici nella più bassa abiezione[137]; la materia medica quasi tutta costituita di amuleti, di pentaculi, di ogni sorta di rimedi superstiziosi o per lo meno fantastici[138]; nè tutte le altre scienze naturali poteano essere in migliore condizione di quelle che più strettamente si connettevano coi bisogni della vita e della sanità. Quali poi fossero le condizioni letterarie di quest’epoca in Occidente, già noi le accennammo ove fu discorso dell’araba civiltà[139].
Tuttavia non vuol essere dissimulato, siccome in sul finire di questo periodo già cominciassero a farsi sentire i primi sintomi di quel risorgimento che doveva svilupparsi nel secolo XIII e sempre più progredire nei secoli successivi. Alberto Magno, Ruggero Bacone, Lullo, Arnaldo, gettato avevano i primi lampi della libertà del pensiero, e la ragione umana cominciò in essi i primi sforzi della emancipazione scientifica. Le arti dopo i tentativi fatti nella Spagna, nella Francia, nell’Italia da Buschetto, Giuliano Marco, Ortega Velasquez, Sugger, Calzada, Buono, Diotisalvi, Bonanno, Cozzo Pietro di Lusarche e Tommaso di Corment (1028-1250), già cominciavano a risorgere Nicola di Pisa, Arnolfo di Lapo, con Cimabue nell’Italia, e l’Europa già contempla ammirata la chiesa di S. Scolastica a Subiaco, di S. Maria in Castello a Corneto, di S. Giovanni degli Eremiti a Palermo, la catedrale di Modena, la chiesa di Chiaravalle tra Ancona e Sinigaglia, la catedrale di Siena, di Orvieto, la chiesa di Westminster a Londra, di S. Sisto vecchio a Roma, di S. Maria Novella a Firenze, la Borsa di Bologna, la chiesa di Capo di Bove presso Roma, di S. Maria del Fiore a Firenze, di S. Stefano del Monte a Parigi. Guglielmo il Conquistatore dava all’Inghilterra buone leggi, qualche buona scuola, e diversi ottimi ordinamenti amministrativi: la Danimarca aveva in Svenone II un intelligente promotore di buoni studii; la scuola Salernitana già cominciava a sorgere in fama; i trovatori, i minnesanger ed i meistersanger già andavano coi canti loro ridestando in Europa l’amore di quella poesia che pur sempre la pronuba anzi la stella antelaucana della civiltà dei popoli. Fondate le scuole di Parigi, di Bologna, di Oxford, di Cambridge, di Padova, di Montpellier, di Salamanca, di Aberdeen, di Napoli, di Tolosa, di Vienna austriaca, d’Upsala, di Lisbona. La religione aveva già dati agli studi ed alle missioni i Certosini, i Bernardini, i Trappisti, i Maturini, i Carmelitani, i Francescani o Cordiglieri, i Domenicani o Giacobini, i Celestini, gli Agostiniani. Irnerio, Vacario, Placentino, Graziano, Azone, Bulgaro, Accursio, Pietro di Fontaines, Merigo di Rosate, Odofredo di Benevento, Beanmanoir, avevano cominciati i primi albori della risturazione scientifica del diritto romano, e Guido di Suzania porge il più antico trattato speciale del diritto penale. Gli studii storici e geografici avevano già avuto qualche moto di vita da Ermanno Contratto, da Adamo di Brema, dai greci Teofilatto, Zonara, Cedreno, dall’Anna Comneno, dai francesi Sugger, Falcando, Guglielmo di Tiro, Matteo Paris, Guglielmo di Nangis, Joinville, dagli Inglesi Enrico Hutington, Ruggero d’Hoveden, da Ottone di Frisinga, da Beniamino di Tudela, da Sassone il grammatico, da Villarduino, da Giacomo di Vitry, da Niceforo Blemmida, Foca Giovanni, da Gervasio di Tilbery, da Giovanni di Novogorod, da Carpino, Andrea di Longimello, Guglielmo Rubruquis, e dal gran Marco Polo. Duoso Lucio, Ciullo d’Alcamo, Riccardo di S. Germano, Guido Ghislieri, Guidotto di Bologna, Dante da Maiano, Guinicelli, Smerago Nicolò, Malespini Ricordano, Guittone d’Arezzo, Brunetto Latini, Onesto Bolognese, Spinello Matteo, San Francesco d’Assisi, con o poesie o cronache, o traduzioni od altri lavori di diverso genere cominciano la letteratura della lingua italiana, la quale già si rallegra della nascita di Dante (1263).
IV. Periodo. La Magna Carta concessa da Giovanni Senza Terra (1215), la Lega anseatica (1541), la Bolla d’oro (1216) che determinò i limiti del potere regio che non degli Stati, e pose un freno all’anarchia feudale, la lotta delle città lombarde contro gli imperatori, la Lega del papato colla democrazia a combattere la soverchiante potenza del ghibellinismo[140], la prevalenza democratica nelle città libere dell’Italia, furono nel secolo XIII le prime manifestazioni di quella reazione che il poter regio dovette sostenere nel periodo in che siamo per entrare. Filippo Augusto col convocare i primi stati generali in Francia (1502), Dionigi col promovere i comuni nel Portogallo, Rienzi cogli ancorchè efimeri commovimenti popolari in Roma (1548), Guglielmo Tell (1408) colle libere confederazioni suscitate nella Svizzera, la lotta degli Aragonesi o piuttosto Catalani contro Pietro IV, che di poi sconfitto in più battaglie lascia iscorrere il proprio sangue da una ferita mano sul proprio codice per cancellare col sangue di un re una legge violatrice della libertà dei suoi popoli; le vittorie delle città libere anseatiche contro i re specialmente di Danimarca; Venceslao (1278) che quasi prelude alla sorte toccata in questi ultimi tempi a Carlo X di Francia; la nullità in che cade l’antica preponderanza imperiale sull’Italia per opera della inettitudine dei successori di Enrico VII, nonostante le efimere conquiste di questi e di Lodovico il Bavaro e di Carlo IV: la guerra della Lega della libertà intrapresasotto la protezione dei Fiorentini: la potenza repubblicana di Venezia, Genova, e della più particolarmente democratica di Firenze, e di tante altre città italiane ricche di splendidi esempi di cittadine virtù e di politica indipendenza: la Camera dei comuni in Inghilterra che fa annuali, sotto Odoardo III, le sue convocazioni, e che più tardi (1408) rende necessario il suo concorso per gli affari importanti e di tutta sua attribuzione l’iniziativa dei bill di finanza: lo statuto di Enrico IV che acquista una estensione tanto democratica al suffragio popolare; i corpi giudiziarii fattisi così in Francia come in Inghilterra indipendenti dalla corona, infine la preponderanza cominciata dal terzo stato in Eu-ropa rappresentano i fatti maggiori di quella lotta popolare, la quale secondo noi costituisce il progresso politico, che caratterizza più specialmente questo quarto periodo del medio evo da noi denominato del popolo. Ben la lotta subi diversi e disastrosi risultati nel corso, e più ancora sul finire di questo periodo, e particolarmente in Italia; ben è vero che nei secoli a questo successivi la causa del popolo toccò crudelissime fortune; ma il seme germinato primamente in Italia, andò sempre più, da questo periodo in poi, rampollando qua e là sul continente europeo vigorose radici, e già qualche frutto ne raccolsero gli ultimi nostri padri, ne raccolgono in parte alcuni dei contemporanei nostri, e ne raccoglieranno sempre più gli avvenire per quell’eterna legge providenziale che fa i principii delle passioni più potenti, e rende irrefrenabile il procedimento delle idee quando s’avanzano sotto il vessillo dell’utile e della intelligenza delle masse.
Da questi tempi in poi nulla può arrestare i progressi dello spirito umano; i diritti generali della società, e quelli particolari dell’uomo assumono un carattere di potenza, e di reazione contro la forza bruta del pregiudizio dell’ignoranza e della tirannia; si esperimentano sempre più i vantaggi del commercio e dell’industria, delle lettere e delle scienze; il genio dell’uomo è alla fine conscio delle sue forze, e si applica a ricerche e fatiche di cui per l’innanzi non ne aveva nemmeno l’idea. Principi e re sentono il potere della civiltà, e mentre costoro s’adoprano a farsi dell’intelligenza uno strumento per maggiormente consolidare ed ampliare i proprii dominii, cominciaron pure ad organizzarsi alcune di quelle società che diedero poscia origine alle academie artistiche, scientifiche e letterarie. In quelle repubbliche nelle quali per essere cittadino ed esercitare i diritti facea mestiere essersi fatto iscrivere fra gli artigiani, ed in cui gli speziali stessi ed i medici formavano delle corporazioni, era ben naturale che dovendosi riunire per affari politici, si raccogliessero bene spesso anche per discutere oggetti scientifici[141]. Fino allora le società letterarie non erano state formate che dalla influenza di un solo uomo sopra i propri discepoli, e sopra i propri sudditi, siccome quelle di Carlomagno, di Federico II, e perciò appunto morirono con essi. Al secolo XIII cominciano a comparire le academie libere dell’Italia, le quali andarono quindi sifattamente moltiplicandosi da degenerare in una specie di mania: tuttavolta è evidente che ben grande dovette pur essere la loro influenza nel destare ed alimentare in ciascuna città italiana quell’amore delle lettere e delle scienze, che da poi propagossi per tutta l’Europa[142]. I quattordicesimo secolo, dice Sismondi[143], forma una delle più gloriose epoche dell’Italia; perchè in verun tempo vi si coltivarono le lettere con maggior ardore, nè furonvi accolti ed onorati con maggiore entusiasmo; in verun tempo si acquistarono tanti lumi nè si disseminarono così generalmente gli uomini: in niun altro secolo furono tramandati alla posterità più nobili monumenti del genio creatore, o del più pertinace lavoro. Il rinnovamento delle lettere greche e latine, la creazione dell’idioma italiano e della moderna poesia, l’arte d’insegnare la politica nella storia o di dare agli uomini nel racconto degli avvenimenti una lezione allettatrice ad un tempo ed istruttiva; il perfezionamento della giurisprudenza, i rapidi progressi della pittura, della scoltura, dell’architettura della musica, sono dall’Europa dovute agli Italiani del secolo XIV.
Noi abbiamo già accennato al risorgimento della giurisprudenza romana in Italia per opera di molti illustri giureconsulti capitanati da Irnerio; questa che, anzi che essere, come già da taluni si è lungamente creduto, perita in Italia, visse perennemente più o meno latente all’ombra del Cristianesimo, ed insieme colle leggi dei barbari governando la vita civile dei vinti, questa scienza ebbe il suo scientifico rinnovamento in Italia. Se Irnerio ingegno pronto ed attivo, cominciò sino dal secolo XII ad interpretare i testi del diritto romano letteralmente, indi, sostituendo alle glose letterali le marginali a forma di commenti, fu il primo che elevasse la scienza del diritto al grado dell’insegnamento e della teoria coi corsi e cogli scritti dei così detti glossatori: se Accursio discepolo di Azzone nel secolo XIII nella sua glossa ordinaria riassunse tutta la più importante parte delle glosse antecedenti numerosissime, aggiungendosi la sua propria e rendendola famosa autorità del suo secolo, se finalmente Bartolo nel secolo XIV scrisse celebratissimi commentari sulle istituzioni e sopra una gran parte dei digesti e del codice, avendo a successore e contradittore il celebre Celso suo discepolo, pure con tutto ciò il romano diritto, come scienza, non era fin qui ancora uscito dai confini di una interpretazione ed esegesi timoroso. Il ristauro della scienza non venne operato che nel secolo XV mercè lavori letterari e filosofici di Angelo Poliziano, precursore di Bolognino, Alciato, di Ferretto, di Holoandro e di Budeo.
Ma mentre gli studii della giurisprudenza che in Italia, per la politica e civile sua costituzione d’allora, dovevano necessariamente salire ad una importanza maggiore di quella di ogni altra scientifica disciplina[144], s’incamminavano gloriosamente al secolo di Alciato, di Cuiaccio, e d’Agostino, le lettere italiane presidiate, alimentate, fecondate dai capolavori della letteratura greca e latina che andavano con un favore veramente maraviglioso dissepellendo dai chiostri od incettando nell’Oriente, sorgevano esse pure a ridestare nell’Europa il senso del gusto e del bello. La terribile musa dell’Alighieri sublimemente inspirata a quanto v’ha di più grande e di più poderoso nelle umane passioni, creatrice di una poetica affatto nuova, enciclopedicamente dotta di tutta la più eletta scienza di quei tempi, e quasi divinatrice di profonde verità allora non concesse, e che i soli tempi avvenire dovevano rivelare e svolgere, solleva la lingua dei dicitori in rima e dei cronisti italiani allo splendore ed alla potenza della lingua d’Omero. Petrarca cui debbe l’Europa il primo ed il maggiore impulso dato ai classici studii, illeggiadrisce d’ogni maggior grazia e soavità la lingua che già aveva cantato gli amori e le sventure di Francesca da Rimini; Boccaccio applica alla prosa italiana la forma della magniloquenza latina cui più tardi Machiavelli e Costanzo surrogheranno il tipo italiano. Cino da Pistoia, Cecco Stabili d’Ascoli, Fazio degli Uberti, s. Caterina, il Passavanti, frà Cavalca, frà Giordano, frà Bartolomeo da S. Concordio, Franco Sacchetti, Agnolo Pandolfini, e l’infinita schiera d’altri o rimatori, o prosatori, o volgarizzatori continuano nel secolo XIV i progressi all’umile prosa volgare che doveva più tardi farsi l’interprete dei pensamenti di Machiavelli, spositrice delle scientifiche conquiste del Galileo. Pieri, i Villani, Leonardo Aretino, Froissart, Comines, Gioviano Pontano, Poggio, Krantz, allargano i dominii della storia.
Le scienze intanto andavano pare acquistando uno sviluppo non minore di quello delle lettere. E Dante che vi parla del sonno delle piante[145], delle piante crittogame[146], dell’influenza della luce solare nella maturazione delle frutta[147], delle circostanze che influiscono sul colore delle foglie e di quella specie di circolazione che si opera nel vegetali[148]: qual misura non vi offre dell’avanzamento della scienza botanica in questo periodo? Le osservazioni del medesimo sul volo degli uccelli, sullo scintillar delle stelle[149], su l’arco baleno[150], sui vapori che si svolgono dalla combustione[151], su la direzione dell’ago calamitato[152], non dimostrano pure lo spirito umano già progredito oltre la fisica aristotelica? E quando sentite parlare il medesimo della crociera del polo antartico[153], degli antipodi[154], della via lattea, dell’attrazione universale, dell’angolo d’incidenza uguale a quello di riflessione, quale imagine non dobbiamo noi farci del progresso a cui si spinse la scienza italiana presidiata dalle scuole e dalle opere degli Arabi?[155]. Ma qui non è ancor tutto. E non è in Dante che veggiamo noi inculcato il metodo sperimentale di cui Galileo e Bacone si fecero alcuni secoli dopo sì gloriosi?[156] Non è in Petrarca che veggiamo discussa quella prepotente influenza del clima sul carattere dei popoli che si disse poscia da Montesquieu primamente indovinata?[157] Non è in Petrarca che troviamo persino quello stesso principio del diritto criminale che vuolsi un trovato del filantropico genio del Beccaria?[158] Petrarca pel primo fa redigere una carta geografica dell’Italia[159], forse pel primo in Europa combatte Averroe, senza essere partitante di Aristotele; nemico dell’astrologia e dell’alchimia, ha [144] il coraggio di combatterle nel tempo in cui erano astrologi ed alchimisti i dotti, i principi, i pontefici. D’altra parte i lavori di Sacrobosco, Paolo dell’Abaco, di Luca Pacioli nell’aritmetica; quelli di Luca Pacioli illustratore del Fibonacci, e di tutta la scuola italiana di quei tempi, nell’algebra; di Purbach e Regiomontano nella geometria; i lavori di Alessandro di Spina, cui si tribuisce l’invenzione degli occhiali, nell’ottica, del Purbach, del Regiomontano, del Bianchini, del Ricci, del Walter, del Werner, dell’Appiano nell’astronomia; di Mondini, di Matteo del Grado, di Montegnana nell’anatomia; di Benedetto Rivi, di Euricio Cordo, di Ottone Braufus nella botanica; di Pier Crescenzi nell’agricoltura, segnano i primi albori di quel progresso scientifico che nel periodo successivo doveva andare sì oltre nell’Italia, e di quivi passare nella Francia, nella Germania, nell’Inghilterra e nell’Olanda. Giovanni ed Andrea da Pisa, Taddeo Gaddi, i Masacci, Orgagna, Brunelleschi, Giuliano da Maiano, Michelozzi, Francesco di Giorgio, Leon Battista Alberti, e più altri avanzano sempre più i progressi dell’architettura; Giotto, Orgagna, Taddeo Gaddi, Masaccio, il beato Angelico, il Ghirlandaio, Luca di Cortona, il Mantegna, avanzano quelli della pittura; il Margaritone, Giovanni ed Andrea da Pisa, il Memmi, Nicolò di Arezzo, il Verrocchio, e più di tutti Donatello, e Ghiberti vanno sempre più aggiungendo perfezione all’arte scultoria. Finiguerra ha trovata perfezionata l’arte dei nielli; nell’Italia e nell’Olanda si conosce la pittura ad olio. Intanto scoperta è l’arte della stampa, il più prodigioso organo del moderno progresso scientifico letterario e politico; la più generale applicazione della polvere da cannone rivoluziona l’arte della guerra; Vasco di Gama ha passato il Capo di Buona Speranza, Colombo ha dato al mondo antico il nuovo Mondo. E qui si compiono quei quattro periodi nei quali abbiamo noi compresi tutti quei secoli ai quali viene comunemente dato il nome di medio Evo. La feudalità è quasi affatto scomparsa, e con essa quella tanto cantata cavalleria che ci ha lasciato in retaggio il falso punto d’onore, il duello e la galanteria, le tre piaghe dell’Europa moderna[160]; le democrazie sono per soggiacere affatto sotto l’aristocrazia e la monarchia, ma più particolarmente sotto quest’ultima che dal XVI secolo in poi va sempre più consolidandosi mercè le o assunte o subíte forme costituzionali in cui si raccoglie equilibrato od equilibrante l’antagonismo democratico ed aristocratico.
Note
- ↑ Su di ciò si consultino Rühs, Storia del medio evo, Berlino 1818. Rahon, Abrigé du moyen age, Marburgo 1821. Frantin, Annales du moyen age, Parigi 1825. Moeller, Manuel d’hist. du moyen age, Parigi 1837. Hallam, A view of the state of Europe during the middle ages, Londra 1826. Oltre i lavori di Voltaire, Michaud, Guizot, Russell, Leo, Kortum, Sismondi, e le storie più generali di Rouband, De Marsy et Richer, Lacépède, Kock, Scholl, Cantù ecc.
- ↑ V’ha chi opina che il cristianesimo abbia potuto nei primi tempi durare invulnerato all’ombra della religione giudaica allora tollerata. Ma quest’opinione sostenuta già da Kraft (Prolus. de nascenti Christi Ecclesia secta judaica nomine tuta, Erlang. 1773), da Seidenstucker (De christianis ad Trajanum usque a Caesaribus et senatu romano pro cultoribus religionis mosaic semper habitis, Helmstedt 1790) e da Tzschirner, venne molto bene combattuta da Beugnot (Histoire de la distruction du paganisme, tom. I, pag. 15).
- ↑ Qui, come ognun vede, il nostro discorso retrocede di oltre quattro secoli: ma il primo sviluppo del cristianesimo che in ordine cronologico apparterrebbe al periodo precedente, venne colà (pag. LXXVII) solo brevemente accennato, perchè l’ordine logico voleva si facesse di esso più speciale discorso nel periodo dove tutta spiegò la sua preponderanza religiosa e morale.
- ↑ Nolite arbitrari quia pacem venerim mittere in terram; non veni pacem millere sed gladium: veni enim separare hominem adversus patrem suum, et filiam adversus matrem suam, et nurum adversus socrum suam etc. San Matth. x. 34. 35.
- ↑ Ciò venne molto bene provato contro Bolingbrocke e Voltaire da Walch (De persequutionum christianorum romanorum causis non solum politicis sed etiam religiosis, nei Nuovi Commentarii della Società di Gottinga, tom. III, pag. 3); Beugnot opina essere prevaluti i motivi politici nell’Occidente, i religiosi nell’Oriente (op. cit., tom. I, pag. 16).
- ↑ Korthott (Paganus obtrectator, sive de calumniis gentilium in veteres christianos), Holdrich (Disq. de calumniis a gentilibus in primævos christianos sparsis), Worm (De veris caussis cur delectatos humanis carnibus et promiscuo concubitu christianos calumniati sint Ethnici), Teuber (Exerc. hist. crit. de martyribus christianis, odio humani generis convictis), e meglio di tutti Gruner (De odio humani generis christianis olim a Romanis objecto), hanno molto ampiamente trattato delle calunnie che perseguitarono i cristiani nei primi quattro secoli della Chiesa.
- ↑ Teodicea cristiana, pag. 55, Losanna 1845.
- ↑ Meno di un secolo da poi papa sant’Agatone scriveva in questi termini al sesto concilio generale parlando dei legati che inviava a presiedervi “non li mandiamo per la confidenza che abbiamo sul loro sapere; perciocchè come potrebbesi mai trovare la scienza perfetta delle Scritture in coloro che vivono fra nazioni barbare, e guadagnano appena il loro vitto quotidiano colla fatica corporale? Noi soltanto serbiamo con semplicità di cuore la fede che i nostri padri ci hanno lasciata”. Maret, op. cit., pag. 38. Nel principio dell’opera di Reginone dell’ecclesiastica disciplina, leggesi la formola degli esami che dovevano fare i vescovi in tutte le loro diocesi; e per ciò che riguarda i preti era così proposta la ricerca: Si Evangelium et epistolam bene legere possit, atque saltem ad litteram ejus sensum manifestare. Item: si sermonem Athanasii de fide amplissimæ Trinitatis memoriter teneat, et sensum ejus intelligat, et enuntiare sciat. Dalle quali parole conchiude il Balusio: Ea erat sæculi infelicitas, ut necesse esset presbyteros ab episcopis interrogari, utrum bene legere possent. E soggiunge che al tempo di Carlo il Calvo un tal Gislemaro, proposto all’arcivescovado di Reims, leggeva sufficientemente il testo dei Vangeli, ma niente di esso poteva intendere.
- ↑ Simon Okley, Conquest of Siria, Persia, and Egypt, by the Saracens, Londra 1718. Jomard, Etudes géographiques et historiques sur l’Arabie, Parigi 1839. Sacy, Mémoire sur divers événements de l’histoire des Arabes avant Mohamel. Abulfeda, De vita et rebus gestis Mahomedis, l’edizione di Reiske data a Copenaghen nel 1789. Mill, History of Moammedanism. Taylor, The history of Moammedanism, Londra 1834, oltre la nota storia di Rampoldi ed Hammer.
- ↑ Questa varietà di ortografia nei nomi proprii arabi, si riscontrerà dai nostri lettori più volte in questa Enciclopedia; di ciò porgiamo qui una spiegazione per sempre. La diversa collocazione o l’omissione dei punti nei nomi proprii arabici quali si riscontrano nei diversi manoscritti, non fanno possibile il determinare con sicurezza di quali lettere fossero questi nomi originariamente composti: quindi la stessa lettera diversamente punteggiata vi dà per es. un Y ed un B; punteggiata o no, vi dà un B ed un N, un H ed un I. Aggiungasi a tutto ciò che la peculiare natura di questa lingua fa sì che gli stessi vocaboli ponnonsi considerare come muniti e non muniti di punti vocali, e che ponno quindi essere tradotti in diversi modi senza peccar punto contro le regole. Solomon, p. e., può essere ugualmente scritto Soliman, Solyman, Solaiman, Soleiman, Solayman o Soleyman; Mecca può scriversi anche Mekka, la capitale del Korasan può scriversi Nisabur, Naisabur o Neisabur ecc. Alcuni scrittori, traducendo italiano da traduzioni francesi, convertono il dj e l’ou in g ed u e bene spesso è errore, dovendosi conservare la je l’ou, perchè veramente corrispondenti nella lingua italiana all’accentuazione araba. In tutte queste discrepanze ortografiche noi abbiamo quasi sempre seguito l’ortografia importata nella lingua italiana da De Rossi, Assemani, Lanci, Castiglioni ed anche Hammer nei diversi suoi scritti italiani riguardanti l’araba letteratura.
- ↑ Murphy, History of the mahometan empire in Spain, Londra 1816. Conde, Historia de la dominacion de los Arabos en España, 1820, opera da Marley compendiata e nel tempo stesso accresciuta di ottime notizie storiche. Aschbach, Gesch. des Ommiaden in Spanien, Francoforte, 1829.
- ↑ Saladino aveva ereditato da Aded una biblioteca di centomila volumi; e Khalecan riferisce come Nouh figlio di Mansur, principe Samanide, avendo invitato il celebre Kasem a portarsi alla sua corte, questo dotto se ne perchè non avrebbe potuto portar seco i suoi libri, giacchè quattrocento camelli non sarebbero stati sufficienti pel trasporto di essi (Renaudot, Hist. patriar. Al. Jacob., pag. 536-537).
- ↑ Alì Baker si prese il pensiero di comporre un trattato sopra queste settanta biblioteche pubbliche. Nota questo scrittore che la sola biblioteca di Cordova contava ben 50,000 volumi.
- ↑ La scarsità de’ libri in quest’epoca nell’Occidente (623-1072), era sì grande, che, siccome scrive Peignot (Dict. raisonné de bibliologie pag. 204), persino gli stessi monasteri più considerevoli non aveano che un messale. Lupo abate di Ferrières, dice Muratori, scongiurò il papa in una lettera scritta nell’855, di prestargli una copia del libro de Oratore di Cicerone, e delle Istituzioni di Quintiliano, poichè, diceva egli, noi non ne abbiamo che alcuni frammenti, e non se ne ha un solo esemplare in tutta la Francia. Se così era di Cicerone e Quintiliano, che sarà stato degli e altri autori? Muratori scrive anche che, allorquando taluno faceva dono di un libro ad una chiesa od ad un monastero, il donatore era invitato a venire egli stesso ad offrirlo all’altare di mezzo alla pompa delle cerimonie religiose (Antiq. Ital. vol. III). Le prove di questa straordinaria rarità in Occidente di ogni sorta di libri e sacri e profani, sgorgano, per così dire, da tutti gli scarsi scritti di quell’epoca barbara ed ignorante (623-1072). Eulogio d’Alessandria chiede a San Gregorio papa una copia degli atti dei Martiri raccolti da Eusebio, e il papa non sa nemmen che esistano (lib. VIII, ep. 29). Eterio vescovo nelle Gallie gli chiede le opere di s. Ireneo e il papa non sa trovargliele (lib. IX, ep. 1). S. Amando chiede a papa s. Martino I alcuni altri libri, e il papa gli rivela come la sua poverissima biblioteca ne sia al tutto sfornita (Baronio, Ann. Eccl. ad 4 ann.). Una lettera di Paolo I a Pepino nel 757 dà avviso a questi che gli manda tutti quei libri che ha potuto raccogliere, quantos reperire potuimus. E a che si riducono tutti questi libri? Antiphonale et Responsale in simul grammaticam (?) Aristotelis, Dionysii Areopagite libros geometriam, ortographiam, grammaticam, omnes græco eloquio Scriptores. Le biblioteche di quei tempi, scrive Tiraboschi (vol. III, lib. II, §. XIV), dovevano essere assai sfornite di libri, e il solo vedere una lapide eretta come a splendido benefattore ad uno che altro finalmente non aveva donato che qualche codice della Sacra Scrittura (questo fatto è riportato da Muratori (Antiq. Ital. tom. III, diss. 45, pag. 834) ci dà a vedere qual fosse allora la scarsità de’ libri. Lo stato di ignoranza e di scarsità di opere è vivamente rappresentato anche da due lettere scritte l’anno 680 agli imperatori greci, una da papa Agatone, l’altra dal concilio romano (VI generale) e citate da Baronio (Ann. eccl. ad ann. 680). E che questa scarsità estrema si prolungasse per molte età in Occidente, lo prova lo stesso Ruggero Bacone, che tanto aveva fatto e speso per incettar libri, e che nel suo Opus majus lamenta la infinita difficoltà di trovarne; basti il dire che egli non aveva potuto completare i libri della Bibbia, non gli fu dato mai di avere un s. Dionigi, un s. Basilio, un s. Giovanni Damasceno.
- ↑ Veggansi le prove di questa asserzione nostra in Berington, Histoire littéraire des Arabes et des Sarasins pendant le moyen âge, traduit de l’anglais par Boulard; Casiri, Bibliotheca arabico-hispana; Schnurrer, Bibliotheca arabica, l’edizione d’Halla, 1811; non che tutte le opere bibliografiche degli Arabi stessi che verremo più sotto annoverando.
- ↑ Di questo fatto molte sono le prove che si potrebbero addurre; l’opinione sostenuta da tanti dotti e particolarmente dal Lowth (De poesi Hebræor. prael. 32 e seg.), dal Michaelis (Epimet. IV), dallo Schultens (in præfat. Job), che il libro di Giob fosse stato scritto nel paese e nella lingua degli Arabi, rivela pure come si presumesse innoltrata e florida la letteratura degli Arabi, giacchè in Giob vi ha ben qualche cosa di più oltre la poesia: la traduzione della Bibbia in arabo data da molto tempo prima di Maometto (Simon Hist. crit. tom. I. p. e lin. 80; Walton, Proleg. pag. 54 e passim): le sfide che qualche secolo prima di Maometto si faceano alla Mecca non erano di sola poesia, ma sì anche di eloquenza, di morale, e di studi storici: ma senza andare più oltre in ciò, si consulti il Mémoire sur l’origine et les anciens monumens de la littérature parmi les Arabes di Silvestro de Sacy, il Pococke nel suo Specimen hist. arab., il Jones nella sua prefazione ai Moallakah, il Reiske nei supplementi all’Herbelot.
- ↑ No’mano poeta e capitano musulmano vibrando la lancia contro il re di Mesopotamia, gli recita quel suo distico «io sono No’mano, figlio di Mukarrano; uccido gli eroi, e poi li celebro ne’ miei versi». Le rarità dell’istoria, estratto di Maometto Anbaritano scrittore arabo, recato dall’originale in italiano da A. Madini. Milano 1844, pag. XXIX.
- ↑ Non sii chi voglia giudicare esagerato questo nostro appellativo di immensamente; la lingua araba era sì immensamente ricca, che avanti Maometto contava ottanta vocaboli per significare il mele, dugento per significare il serpente, cinquecento per significare il leone, mille per significare la spada; ai tempi di Firuzabadi avea un dizionario di ben sessanta mila vocaboli; questa lingua venne poi siffattamente arricchita dal linguaggio tecnico delle scienze e delle arti che il suo dizionario si estese a ben 60 volumi: del quali quello del Gewhari non è che un compendio. E a parecchie centinaia sommano le voci tecniche specialmente delle scienze naturali, fisiche, chimiche, matematiche che la sapienza moderna ha ritenute in tutte le lingue del mondo. Celsio Olao nella sua Historia lingue et eruditionis Arabum e particolarmente al cap. II de fatis illius ante Mohammedem, ed il cap. VI de usu lingue in variis disciplinis (cito l’edizione del Barkey 1764), l’Hottingero nell’opera sua De usu lingue arabice in theologia, medicina, jurisprudentia, philosophia et philologia (Zurigo 1652), lo Schultens in una sua dotta dissertazione De utilitate lingua arabica in interpretatione sacræ Scriptura (Groninga 1706), e specialmente in alcuni passi della sua illustrazione del libro di Giob, l’Hasse, nella sua Memoria De usu lingue arabica in rebus vitæ communis (Königsberga 1791), il Clodius nella sua Theoria et praxis linguæ arabicæ ecc. (Lipsia 1729) e particolarmente al cap. IV de lingue arabicæ usu in exegesi sacra, in historia et geographia, aliisque disciplinis, e nell’analisi del libro di Giob, ed infiniti altri hanno pur mostrato come questa lingua si fosse fatta enciclopedica ministra di ogni ramo di scienza, d’arte e di gravissima letteratura.
- ↑ Op. cit., prefazione, pag. XXX.
- ↑ “È un’idea scioccamente ridicola, scriveva il celebre Jones, quella sì diffusa fra noi che l’ignoranza sia una massima fondamentale dell’islamismo, e che il Corano vieti ai Turchi ogni istruzione. Maometto non solo permise, ma anzi raccomandò ai suoi di imparare e di applicarsi all’acquisto della dottrina.” — “Andate in traccia del sapere, egli dice, in una delle sue sure, quand’anche fosse nella Cina”. E l’alta stima in cui egli teneva la scienza è posta in maggior luce ancora dalla stravagante sua preposizione che “l’inchiostro del letterato ed il sangue dei martiri siano di egual valore al cospetto del cielo.”
- ↑ Gli Arabi chiamano il dialetto del Corano dialetto di Modaro perchè parlato dalla discendenza di Modaro, progenie di Abramo, nel seno della cui tribù nacque Maometto: questo dialetto Modaro è usato dalla tribù coreiscita, ed è stimato il più puro della nazione araba. Ciò a rettificazione di uno sbaglio occorso all’art. Corano.
- ↑ Sono questi sette poemi di sette celeberrimi poeti, che nelle gare della Mecca ottennero l’onore del premio, e che vennero e sono pur tuttavia avuti dagli Arabi per modello di classica lingua e poesia. Su di essi veggasi il Sacy, Magn. encyclop., tom. V, p. 414-522, ed il tom. L delle Memorie dell’Academia delle Iscrizioni. Furono tradotti in inglese da Jones, in tedesco dall’Hartmann, e una parte di essi di Reiske in latino con glose tolte dagli Arabi.
- ↑ Casiri, op. cit., tom. I, pag. 125.
- ↑ Reiske nelle sue note all’Abulfeda, pag. 677.
- ↑ Op. cit., tom. I, pag. 127.
- ↑ Carlyle, Specimen of arabian poetry, with some account of the authors, Camb. 1776. Golio, Reiske, Sacy, Köhler, Wahl, Hindley, Ouseley offersero copioni saggi di questo sommo poeta.
- ↑ Secondo Ebn Chalecan, storico degno di fede, Habib avrebbe avuto in dono da un califfo cinquantamila scudi d’oro per un solo de’ poemi.
- ↑ Arte poetica o Trattato di prosodia. Vedi Herbelot, pag. 974. Casiri, tom. I, pag. 166.
- ↑ Gemme delle belle lettere e tesoro dei poeti. Casiri, tom. I, pag. 91.
- ↑ Ali ben Jusef scrisse una storia di questi due partiti nella sua Storia dei grammatici arabi. Abu Said Hossain ha pure scritto le Vite e gli elogi dei grammatici arabi, Herbelot, pag. 1012.
- ↑ Herbelot, Biblioth. orient., pag. 809.
- ↑ L’Avamel di costui fu tradotto in latino dall’Erpenio, e stampato colla Grammatica giarumia in Leida, 1617, e ristampato in Calicut nel 1802, ed a Scutari nel 1805.
- ↑ È celebre particolarmente per la sua grammatica Cafia (sufficiente) stampata a Roma nel 1592, a Costantinopoli, 1796, ed altrove.
- ↑ È l’autore della famosa grammatica Giarumia o Agrumia sopra accennata più volte stampata in Europa.
- ↑ Nulla meglio delle opere di questo principe dei grammatici arabi di Spagna prova la vastità della letteratura araba nella sola parte filologica. Il titolo di ben 40 di esse può vedersi nel Casiri, op. cit., tom. I, pag. 16. Haian di Granata è autore di ben 50 opere di grammatica e filologia araba. Vedi Catib, Biblioteca arabica-spagnuola, e Casiri, op. cit., tom. II, pag. 81.
- ↑ Casiri, tom. II, pag. 156.
- ↑ Ha il titolo di Fondamenti dell’eloquenza, è disposto per ordine alfabetico, ed ogni dizione avvalorata di passi di oratori e poeti arabi.
- ↑ Sehah allegat (purità di lingua) così è il titolo di questo famoso e vasto dizionario tanto lodato dal Golio (prefaz. al suo Lessico) e dal Pocock (Specim. hist. Arab., pag. 364).
- ↑ È intitolato Camus (oceano), fu la fonte principale di quella del nostro milanese Giggeo. Ai su citati aggiungete la Face lucida di Alfaiumi, il Dizionario di Ahmed ben Fares, compilato per ordine di radici, quello di Doreid, detto per antonomasia Allogavi (il lessicografo), quello del visir Ebad, di Mohamed Aldalchalck, detto dall’Hinckelmann, di un merito inestimabile.
- ↑ Nel quadro storico che porgiamo qui della letteratura e delle scienze degli Arabi, noi oltrepasseremo talvolta i limiti di questo periodo menzionando autori ed opere di tempo posteriore al 1093; e ciò abbiamo creduto di dover fare onde viemeglio prospettare nella sua unità l’origine ed il progresso della civiltà araba, alla quale, per la necessaria rapidità e stringatezza del nostro discorso, non ci sarà dato di poter toccare nei periodi successivi: del resto l’influenza di questa civiltà sull’Occidente, non ha durato che finchè durarono le tenebre in Europa; l’Italia, come lo vedremo tra poco, ha fatto dimenticare gli Arabi e la Spagna.
- ↑ Camel perfetto, è una storia universale dalla creazione al 1230, Storia della dinastia degli Alabech del 1084 al 1210: di questa si giovò copiosamente il Witcheus per la sua Storia delle crociate, premiata dall’Università di Gottinga.
- ↑ Ornamento di perle, è una storia universale dalla creazione al 937. Fu pubblicata in latino ed in arabo dal Seldeno e dal Pocock nel 1654-9 ad Oxford, e fornì molti materiali ad Ottingen.
- ↑ Meta dei desiderii, è una grandiosa storia universale in 10 immensi volumi: Schultens e Gregorio ne pubblicarono alcune parti.
- ↑ Nedam altavarik, è una storia universale tradotta in latino da Müller, e stampata coll’originale a Berlino nell’anno 1689.
- ↑ Storie, antichità, studii, guerre e domini degli Arabi; questo lavoro cui per esser classico non altro mancò che una minore tendenza al maraviglioso, tendenza che contamina presso che tutte le storie degli Arabi, tratta nei suoi prolegomeni dell’eccellenza della storia, del genere umano in società, quindi passa alla storia degli Arabi dal principio del mondo, e di quella degli Stati contemporanei e dei Berberi del Magreb.
- ↑ Scrisse gli Annali maomettani ed una Biblioteca storica universale, continuata da Alsachavi.
- ↑ Tarif giafari, è una vasta storia universale tanto stimata per la sua fedeltà ed esattezza, che passa, secondo Chalecan per la più sincera di tutte le altre, e pel fondamento di tutte le storie arabe. Kosegarten la tradusse e pubblicò in latino con belle note ed aggiunte a Gripswald nel 1829.
- ↑ Prato fiorito, è una storia da Adamo fino al 1308.
- ↑ Mar gonfio, è una storia universale dalla creazione al 1588, è la più ampia che abbiano i Musulmani, dai quali fu più volte compendiata.
- ↑ Nogium alzalera, è una esimia storia universale dell’Egitto dal primo dominio degli Arabi fino al 1455: di essa fece Tagri varii compendii, dei quali uno fu pubblicato da Carlyle in arabo ed in latino a Cambridge nel 1792. Sacy ne fa grandissimi elogi (Notizie de’ suoi mss.).
- ↑ Ebad visir, egli stesso, detto da Ben Scolna l’uomo più liberale del suo secolo, aveva raccolta una biblioteca di centodiciassette mila volumi.
- ↑ Pubblicata in arabo ed in latino da Erpenio (Leida 1625), vuolsi sia questa un compendio della grande storia di Tabari.
- ↑ Ne pubblicò qualche parte lo Schultens nel 1752 a Leida dietro la vita di Saladino, del Bohaddino.
- ↑ Bark Jemani (Il folgore del Jemen), opera insigne che narra la conquista di quella vasta provincia fatta dagli Ottomani, e la storia della politica rivoluzione per l’intervallo di 80 anni.
- ↑ Vafiat alajam (le morti degli uomini illustri), opera di una immensa erudizione, in cui per ordine alfabetico espongono la patria, la nascita, la vita, la morte, le virtù, gli scritti degli Arabi d’ogni paese, che per dignità, dottrina, valore si sono distinti. È questi il Moreri degli Arabi, e tutti gli orientalisti europei ne fecero e ne fanno uso. Tychsen ed Adler ne pubblicarono alcuni estratti.
- ↑ Dizionario storico e genealogico delle tribù e famiglie degli Arabi. Contiene anche le vite degli uomini illustri che ne sono usciti, ed un’esposizione grammaticale ed etimologica dei nomi.
- ↑ Descrizione geografica e storica del mondo.
- ↑ Odor dei fiori. È una geografia, in cui dopo aver premessa una notizia generale della terra passa a ragionare dei sette climi e dei regni, provincie, città, mari, isole, fiumi e monti, che vi sono compresi, delle ere più celebri e delle 4 stagioni dell’anno, ecc.
- ↑ Vedi questo nome nella nostra Enciclopedia.
- ↑ Geografia orientale, fu tradotta in inglese da Ouseley (Londra 1800): Sacy (Magaz. encyclop., tom. VI, anno VII) trovò molto infedele questa traduzione.
- ↑ Alfabeto dei paesi. Fu compendiata questa geografia da Safieddin Abdalmamen.
- ↑ Descrizione geografica e topografica dell’Egitto e del Cairo. Questo immenso e classico lavoro parla del sistema del cielo e della terra, poi del mar Mediterraneo, del mar Rosso, del Nilo, de’ suoi canali, delle piramidi, dei sovrani e governatori dell’Egitto, dei riti e delle leggi, delle fortezze, ricchezze, redditi, bagni, città, edifizi pubblici, tempii, tribunali, ospedali, collegi, ponti, piazze, contrade, delle chiese, dei conti, dei cristiani e più altre cose. Langlès, Hornemann, Sacy, lodarono a cielo questo lavoro, e trassero da esso grande partito.
- ↑ Doni offerti a re. Quest’opera vastissima divisa in 10 libri tratta della terra e sua divisione, delle varie regioni del mondo, provincie, regni, città, mari, isole, monti, fiumi, laghi, fontane, animali, pietre, piante, religioni, abitanti, ed in un corollario che segue, delle longitudini e latitudini.
- ↑ Le strade, i paesi e la descrizione delle terre. Maseudi e Macrini tennero quest’opera di grande autorità.
- ↑ Esposizione esatta delle provincie e descrizione dei Comuni ecc. Questa grandiosa opera offre un quadro minuto dell’impero dei Mamelucchi in Egitto: è troppo importante il contenuto di essa perchè non abbiamo a porgerne l’indice: il I° libro o capo tratta dei titoli che assicurano all’Egitto la superiorità sopra gli altri imperi del mondo, dei suoi luoghi di divozione e di pellegrinaggio, de’ suoi meravigliosi monumenti tanto antichi che moderni, de’ suoi limiti, delle sue città, delle sue frontiere, delle provincie e paesi di suo dominio: il II del potere sovrano, delle qualità di usufruttuario, dei suoi doveri, dei giorni di gala e di cerimonia, degli uniformi degli impiegati; il III del capo dei fedeli, del suo rango, del suo stato, dei gran cadì o giudici, degli imani o dottori, dei legali e dei cadì particolari; il IV del primo ministro e sopraintendente delle finanze, del tesoro del sultano e suoi amministratori, dei segretarii di Stato, dell’ispettore generale delle armate, dell’oratore od primo avvocato del divano, o gran consiglio, del prefetto di palazzo; il V dei figli del sultano e dei principi del sangue, del reggente, del vicario dell’impero, del prefetto delle scuderie, degli emiri comandanti di mille mamelucchi ed altri emiri ed d’inferior grado; il VI dei grandi ufficiali della corona, dei ciambellanti e guardie del corpo, dei loro servigi, e loro posti, delle colombaie di piccioni messaggieri, del trasporto delle nevi e delle poste reali; il VII delle case delle principesse e sottointendente degli harem o serragli, degli eununchi o domestici liberi dal serraglio, della guardaroba della Corona, della sala d’armi, dei magazzini del sultano, dei due granai reali; l’VIII degli uffiziali del palazzo, della cucina, delle scuderie, della falconeria, caccia del sultano e luoghi ad essa destinati; il IX degli inspettori delle terre e loro incumbenze, dei governatori delle provincie d’Egitto, dei comandanti particolari, degli impiegati della città e dei borghi; il X dei vicerè preposti al governo delle otto provincie della Siria, dei gran cadì, degli emiri, degli amministratori ed ufficiali impiegati in queste provincie, delle guardigioni e loro comandanti particolari; l’XI degli emiri e antichi arabi, degli emiri turchi e curdi al servizio dello Stato, delle spedizioni militari, dei campi volanti, della conquista dell’Jemen, del Diarbeckr e dell’isola di Cipro sotto regno del sultano Malech Asceraf; il XII di alcuni fatti storici degni di esser conosciuti e meditati, perchè servan di regola, e di alcuni pezzi di poesia morale di Malech Sciamel, principe sovrano del forte di Heifa, con una risposta di Malec Asceraf a Mirza Scah Roch figlio di Tamerlano. Quest’ultimo capo contiene in tre sezioni degli aneddoti e delle massime arabe, che convengono in questi tre punti, che i principi sono rovesciati da quelli che innalzano, che il destino regge tutto e bisogna esser paziente e rassegnato, e che l’incostanza e la mala fede sono la base del cuor umano. Vedi il Viaggio di Volney, la Crestomazia araba di Sacy, ed il citato Dizionario di De Rossi.
- ↑ Shafei parlando del quale Ebn Hanbal soleva dire ch’egli era pel mondo ciò stesso che era il sole, era ciò che la salute era per il corpo, passa per il principe dei giureconsulti dell’islamismo: il Thabakat al Shafeiat non è più che una storia di tutti i dottori seguaci di lui. Altra opera fondamentale della giurisprudenza musulmana è l’Hidayet dello sceiko Burhaneddin Ali (1196). Intorno a questa giurisprudenza veggasi la classica opera del cav. Muradjea d’Obsson.
- ↑ Vedi Reiske nei suoi Supplementi citati, pag. 255. Casiri, tom. II, pag. 164.
- ↑ Libro delle monete arabe d’oro e d’argento. Vedi Reiske, pag. 711.
- ↑ Storia delle monete arabe e musulmane. Quest’opera preziosissima venne tradotta in latino e stampata da Tychsen (Rostock 1797) ed in francese da Sacy (Magaz. Encyclop. n° 24, anno II, e n° 1, anno III).
- ↑ Abulfaragio, Hist. dynast., p. 158, Herbelot, p. 450.
- ↑ Chron. Syr. p. 142.
- ↑ Leone Africano, De phil. et med. arab., nel Fabricio, Biblioth. græc., vol. XIII, p. 274.
- ↑ Vedi l’analisi di quest’opera nello Sprengel, Storia prammatica della medicina, vol. I, pag. 182, traduzione ed edizione di Firenze.
- ↑ Egli la curò collo spavento e col pudore. Il califfo radunò tutta la sua corte in una sala, ove recossi anche la concubina, Dschibrail le si avvicino, ed alla presenza di tutti gli astanti tentò alzarle la gonna; ma ella inopinatamente sforsossi d’opporvisi, e in tal maniera riacquistò l’uso delle sue braccia.
- ↑ Portal, Hist. de l’anatom., tom. I.
- ↑ Abdollatif, Mem. Egyp., lib. II, cap. 3, pag. 150; edizione di Tubinga 1789.
- ↑ Alchemia Gebri, Bero. 1545. Gmelin, Storia della chimica, part. I, pag. 15-20. Hoefer, Hist. de la chimic.
- ↑ Bibliot. arab. dei filosofi. Voce Alchindi.
- ↑ Storia degli animali.
- ↑ Storia degli animali. Vedi Herbelot, pag. 134.
- ↑ Storia degli animali, opera di parecchi volumi, lodatissima da Catib (Bibliot. araba).
- ↑ Storia degli animali, opera vastissima, in cui non solo sono rappresentati ed illustrati i nomi degli animali, la loro natura, proprietà, qualità, virtù, educazione, ma sì anche i proverbi da loro presi, e decise le controversie che dalle varie loro specie nascono tra i dottori maomettani. Golio, Assemani, Tychsen, Bochart, fecero opere con solo alcune parti di questo vasto lavoro. Esiste inedita una traduzione francese di Petit La Croix.
- ↑ Trattato degli animali, opera di cui approfittarono Demiri e Bochart.
- ↑ Bibliot. arab. hisp., tom. I, pag. 323. Veggasi pure Haller, Bibliot. botan. passim. Sprengel, Historia rei erbariæ, passim.
- ↑ Luca di Borgo San Sepolcro, Somm. d’aritm. e di geometria. Bevereggio, Arithm. cronolog., lib. I.
- ↑ Disc. prèl. Encyclop. méthod. mathém.
- ↑ Montferrier ha fatto conoscere un opuscolo di aritmetica di Avicenna, che è una esposizione delle radici del calcolo e dell’aritmetica. Vedi Dictionnaire des Sciences mathématiques, tom. I, pag. 141.
- ↑ Biblioth. orient., pag. 357.
- ↑ Della Gran raccolta de’ tuoni di Abulfaragio non ci rimane che il solo primo tomo: in esso sono 150 ariette e la vita di quattordici eccellenti maestri e di quattro famose cantatrici.
- ↑ Citeremo i soli Elementi astronomici di Alfargani, stati il libro classico non solo presso gli Arabi, ma eziandio per tutta l’Europa. Essi ebbero i commenti del celebre Maimonide, il Golio li tradusse in latino, e Pocock li pubblicò nel 1660. Altra traduzione ed edizione ne aveva data il Cristmann nel 1590, ma sull’ebraica dell’Antoli.
- ↑ L’opera di Albatenio (Zidge Sabi) ebbe una traduzione latina e due edizioni, tutte pessime: l’originale arabo tuttavia inedito, esiste nella Vaticana.
- ↑ Labbe (Bibl. nov. mss. sup. VI) parla di un vastissimo trattato di astronomia lavorato da molti valenti astronomi sotto il comando e gli auspicii di Almamon, e che esiste in più biblioteche inedito. Bernard (Trans. phil., anno 1694) scrive possedere la sola biblioteca di Oxford più di 450 mss. arabi appartenenti all’astronomia. A ciò aggiungasi tutto il tesoro dell’Escuriale illustrato dal Casiri.
- ↑ Ciò venue asserito da Tenneman, Manuale della storia della filosofia, part. 1. §. 225, e molto bene provato da Jourdain e Buhle.
- ↑ Renaudot, De barbaricis Aristotelis librorum versionibus disquisitio. Nella Bibliot. græc. di Fabrizio tom. XII.
- ↑ Ssufismus sive theosophia Persarum panteistica, quam e ms. Biblioth. regiæ Berol., Persicis, Arabicis, ecc. eruit, atque illustravit F. A. D. Tholuk. Berlino 1821. Tholuk provò come il sofismo non sia nato nell’India e nella Persia, come comunemente si pensava, ma siasi formato nel seno dell’islamismo. Hammer però lo combattè nella Gazzetta di Lipsia 1822, n° 252-58.
- ↑ Methaphysica, Venet. 1495.
- ↑ Philosophus antedoctus, trad. lat. di Pocock, Oxon. 1761, quindi di Eichhorn, Berlino 1783.
- ↑ Scehristani nel suo Trattato delle sette religiose e filosofiche edito in arabo a Londra nel 1842, porge preziose notizie di molti altri filosofi della sua nazione, come pure la Storia dei filosofi di Abulkassem.
- ↑ Charidat alagiaib (Tesoro delle meraviglie), opera lodatissima dagli Arabi e dagli Europei: l’Avrivillio, il Celsio, Köhler, Hilandro e Norberg, Fraehn ne tradussero e pubblicarono parecchie parti.
- ↑ Agiaib almachlakat (Meraviglie delle creature). Questa immensa opera tratta degli esseri superiori, delle sfere celesti, dei pianeti, delle stelle fisse, delle costellazioni, della luna, dei segni del zodiaco, del tempo, dei giorni, delle notti, dei mesi e degli anni degli Arabi, dei Persiani, dei Greci e quindi degli esseri inferiori, degli elementi, delle meteore, dei mari monti, fiumi, fontane, pozzi, metalli, animali, pietre, piante, e del corpo umano con un corollario di alcuni mostri. Alfragano, Hyde, Assemani, Bochart, Wahl, Hezel, Jahn, Sacy, Chezy pubblicarono e tradussero molte parti di quest’opera.
- ↑ Veggasi la Biblioteca araba di Catib presso il Casiri, tom. II, pag. 107.
- ↑ Per le opere di questi tre vedi il Dizionario storico degli autori arabi, di De Rossi.
- ↑ Casiri, op. cit., tom. I, pag. 255. Andres, Dell’origine e progresso d’ogni letteratura, tom. V, pag. 508.
- ↑ Magaz. encyclop. Avril 1809.
- ↑ Studii della storia delle arti ecc. Venezia 1835.
- ↑ Vedi le prove di ciò in Andres, Orig. e progress. di ogni letter. ecc. lib. I, cap. IX.
- ↑ Ciò venne molto bene provato da Smith, op. cit., lib. I, cap. III, nota 26, e da Montucla, Hist. des Math., part. III, lib. I.
- ↑ Freind, Hist. med., pag. 151.
- ↑ Veggasi su di ciò il citato Andres, lib. I, cap. IX.
- ↑ Ciò venne molto eruditamente provato dall’Andres, op. cit., lib. I, cap. X.
- ↑ Veggasi il Langlès in una sua Memoria inserita nel Magaz. encyclop., anno IV, 1798, tom. I, pag. 333, il Koch, Tableau des révolutions de l’Europe, tom. II, pag. 30-31, e l’Andres, op. cit., lib. I, cap. X.
- ↑ Ciò si prova dall’opera anonima, De arte nautica, citata dal Casiri (tom. I, pag. 6), e dall’altra, De syderibus, eorumque occasu ad artis nautica usum accommodatis, di Thabit ben Corrah, pure citata dal Casiri (tom. I, pag. 588).
- ↑ Veggasi la lettera di Bernard ad Huntington, inserita nelle Philosophical transact., num. 158.
- ↑ Ciò si induce dall’opera De præcipuorum orbium cælestium motu, di Mohamed ben Musa, nella quale, parlandosi di questo moto dei cieli, vi ha un capitolo speciale De virtute attrahendi. Di ciò è fatto parola nella Biblioteca araba dei filosofi.
- ↑ Celeberrimi fra tutti furono quelli di Bagdad, eretti nello stesso giardino della corte del califfo (Casiri, tom. I, pag. 441), e la famosa torre di Siviglia che, secondo don Diego Ortis de Zafiiga (Anales eclesiasticos y seculares de la ciudad de Sevilla) venne eretta dall’astronomo Mohamad Geber.
- ↑ Vedi la Biblioteca arabica dei filosofi presso Casiri, tom. II, pag. 38. 74, 81. 82 e passim.
- ↑ È noto come un signore di Châtillon cesse la signoria ed i vasti dominii di Saguy a san Bernardo, il quale in contracambio, gli promise nel cielo uno spazio uguale al territorio di Saguy e di tutte le sue dipendenze.
- ↑ E per amore del vero è a confessarsi siccome parecchi papi promulgassero e bolle e provedimenti onde reprimere i disordini, e prevenire le tristi conseguenze che poscia dai non ascoltati consigli ne provennero crudeli e sanguinose. A noi basti il citare per tutte la bolla Ad liberandam Terram Sanctam del 1215, e l’altra Vineam Domini sabaoth.
- ↑ Tra gli scrittori che discussero dei risultamenti delle Crociate distinguonsi Moshemio (Institut. hist. eccles. antiq. et nov. pag. 341), Gibbon (History of the decline and fall of the roman empire, cap. LVIII e LXI), Robertson (History of reign of the emperor Charles V nella introduzione), Herder (Idées sur l’histoire du genre humain, la trad. francese di Quinet) ed Heeren (Essai sur l’influence des Croisades, trad. dal tedesco di Villers). I due primi riguardano le Crociate siccome una sorgente di deplorabili calamità: Robertson vi scorge il principio di felicissimi rivolgimenti politici e commerciali; Herder tiene il mezzo fra le due estreme opinioni; Heeren, che forse più di tutti esagerò i benefizii apportati da esse, mostrasi propenso a credere niente meno che le Crociate siano state la causa rimota della riforma (pag. 176). Agli autori qui citati ponnosi aggiungere il Mailly (Histoire des Croisades, Parigi 1675); il Maimbourg (Histoire des Croisades, Parigi 1815-22); il Michaud (Histoire des Croisades, Parigi 1813-22); il Mills (History of the Crusades, Londra 1822); il Choiseul Daillecourt (De l’influence des Crosaides sur l’état des peuples en Europe); il (Disertacion historica sobre la parte que tuvieron los Españoles en las guerras de ultramar o de las Cruzades ecc., Madrid 1816); il Saint-Maurice (Résumé de l’Histoire des Croisades, Parigi 1829); il Wilken (Geschichte der Kreuzzüge ecc., Lipsia 1807-22), E. Visconti nel Conciliatore; i quali tutti non fecero che dare uno sviluppo più o meno maggiore alle opinione su accennate.
- ↑ Vedremo più avanti (pag. CIV, not. (1)) come parecchi santi Padri condannassero anche l’abuso di questi pellegrinaggi, avvegnachè pacificamente intrapresi.
- ↑ Michaud, op. cit., lib. XVIII.
- ↑ Anzi la presa di Costantinopoli fu di gravissimo danno alle lettere ed alle arti, e per tacer d’altro accenneremo la distruzione apportata da quell’incendio di gran parte delle opere di Demostene, di Lisia, d’Iseo, d’Iperide, di Diodoro, di Polibio, di Dionigi d’Alicarnasso, d’Agatarchide ecc., tutta la storia della Macedonia, di Teopompo, quelle dei Parti, della Bitinia, e dei successori d’Alessandro, di Arriano, la storia della Persia e la descrizione dell’India, di Ctesia. Fra le stesse fiamme andarono distrutti i maravigliosi capolavori di marmo e di bronzo di Lisippo, di Fidia, di Prassitele.
- ↑ Dell’abolizione della schiavitù antica in Occidente. Milano 1841, pag. 271.
- ↑ Veggasi la Biblioteca dei Padri, e la Storia letteraria di Francia, tom. XVI, XVII e XVIII.
- ↑ Il sinodo di Armagh si tenne nel 1170. Chr. Cambris. Wilkin. Concil. citati nella Storia di Irlanda da Tomaso Moore, tom. 1, p. 137, e da Henry, tom. III, cap. 6.
- ↑ Opera citata, sezione 2a, cap. 1 e 2.
- ↑ Basti il dire che Venezia ed Amalfi dominavano il commercio della Siria e della Palestina fino dal X secolo (Guglielmo di Tiro, lib. XVIII, cap. IV, Liutprand., Legat. ad Niceph. Phoc.). Pisa nel secolo XI era già così potente da poter conquistare la Sardegna. Barcellona cominciò la sua prosperità mercantile con Raimondo Beranger, cioè nel secolo XI (Usatia Barcinonensis). Marsiglia ed Arles avevano già la loro indipendenza politica, la loro navigazione, il loro commercio coll’Oriente e coll’Egitto fino dal secolo X (Pardessus, Tableau du commerce, ecc. pag. LXXVII).
- ↑ Veggansi le prove di ciò in Rasmussen, De Orientis commercio cum Russia et Scandinavia medio ævo. Hafniæ 1825. Sartorius, Geschichte des Hanseatischen Bundes. Werdenhagen, De rebus publicis Hanseat. Fanucci, Storia dei tre celebri popoli marittimi dell’Italia. Contini, Storia del commercio e della navigazione dei Pisani, Firenze 1797. Depping, Histoire du commerce entre le Levant et l’Europe, Parigi 1830. Formaleoni, Saggio sulla nautica antica dei Veneziani, Venezia 1783. Filiasi, Memorie storiche sui Veneti primi e secondi, con un Saggio sull’antico commercio, arti e marina dei Veneziani ecc., Padova 1811. Il Baldelli nella Storia delle relazioni vicendevoli dell’Europa e dell’Asia, inserita nella dottissima edizione da lui data in Firenze nel 1827, del Milione di Marco Polo.
- ↑ È noto che quando Niceforo volle dare un carattere religioso alla sua Crociata contro i Musulmani, e collocare fra i martiri coloro che morivano nella zuffa, i prelati della Chiesa condannarono quel disegno come sacrilego, e gli opposero un canone di san Basilio, il cui testo ingiungeva a colui che avesse ucciso un nemico di astenersi per tre anni dal partecipare ai santi misteri. A ciò si aggiunga che contro gli abusi dei pellegrinaggi stessi pacificamente intraprasi insorsero parecchi santi Padri. Sant’Agostino così si esprimeva, Dominus non dixit, vade in Orientem et quære justitiam; naviga usque ad Occidentem, ut accipiass indulgentiam (Serm. 3, De martyr. verb.); e altrove, Noli longa itinera meditari; ibi credis, ubi venis; ad eum qui ubiquæ est, amando venitur, non navigando (Serm. 1. De verb. apost. Petri ad Christum). San Gregorio di Nissa nella sua lettera De euntibus Hierosolymam, sorge ancora con maggiore veemenza; san Girolamo scriveva a san Paolino per distorlo dal pellegrinaggio a Gerusalemme, De Hierosolymis et de Britannia æqualiter patet aula cælestis.
- ↑ Quadro storico del medio evo, p. 47.
- ↑ Ciò venne molto bene provato da Cousin nella sua introduzione alle opere inedite di Abelardo. Veggasi la bella dissertazione di Meiners: De nominalium et realium initiis inserita nei Comm. della Società di Gottinga tom. XII, p. 24 e segg.
- ↑ San Bernardo parlando di Abelardo diceva: quum de Trinitate loquitur, sapit Arium; quum de gratia sapit Pelagium; quum de persona Christi, sapit Nestorium.
- ↑ Hist. litter. de la France, tom. VII, pag. 133.
- ↑ Martene et Durand, Coll. ampl., tom. I, pag. 953.
- ↑ Hist. litter. de la France, tom. IX, p. 190.
- ↑ Ibid. pag. 189.
- ↑ Basti il dire che fin’oltre il secolo IX i medici erano ancora sottoposti alle leggi visigote promulgate da Teodorico; eccone alcuni passi. «Nessun medico dovrà cavar sangue ad una donna nobile o ad una fanciulla di qualsivoglia condizione, qualora non vi si trovi presente qualche congiunto o domestico; e in caso di contravenzione avrà una multa di dieci solidi, quia difficilium non est, ut sub tali occasione ludibrium interdum adherescat.». — Il medico chiamato alla cura di una malattia o al trattamento di una ferita, dopo aver presa considerazione l’una o l’altra, presterà una cauzione o malleveria corrispondente alla mercede che può spettargli.... Egli non potrà mai chiedere la mercede dovutagli, se sovrasta pericolo d’esito fatale.... per la cura della cateratta (υποχυσις) riceverà cinque solidi.... se col salasso avrà recato danno ad un nobile, sarà costretto pagare cento solidi, e se il nobile muore dopo questa operazione, il medico stesso verrà consegnato ai parenti del defunto, i quali ne faranno ciò che più loro piacerà. Se poi avrà apportato nocumento o morte ad uno schiavo, dovrà sostituirne un altro (Lindebrog, Cod. leg. antiq. Wisigoth., lib. I, pag. 204).
- ↑ La celebre Ildegarda consultata dai più dotti uomini del suo tempo nella scienza medica, nell’opera che di lei ci rimane, raccomanda il felce contro ogni sorta di diavolerie, l’aringa contro la scabie, la cenere di zanzara contro qualsivoglia impetigine, le veccie contro i porri, il panicum crus galli contro la febbre ecc. Vedi Hildegardis, Physica, lib. II, cap. 92. 20. 50. 12. 14. e Sprengel che la cita.
- ↑ E senza dir della scarsità degli ingegni e delle opere letterarie, soggiungeremo che la scarsità dei libri stessi continuava ad esser tale che la celebre Grecie contessa d’Angio dovette pagare una raccolta di omelie al prezzo di 200 pecore, di un moggio di frumento, di segale, di miglio, e parecchie pelli di martoro.
- ↑ Il vocabolo di Guelfo e di Ghibellino agitò l’Europa anche dopo l’origine di quelle famose fazioni, che passarono dalla Germania in Lombardia ai tempi delle guerre civili fra Lotario III e Corrado II. Allora i Guelfi erano in pari tempo i discussori della Chiesa e dei privilegi del popolo mentre i Ghibellini erano i campioni delle prerogative dell’operatore e della nobiltà. Le due fazioni vantavansi egualmente amiche della libertà e ne invocavano il nome, ma ne cercavano la guarantigia per due opposte strade: la prima voleva consolidare le costituzioni delle città, l’altra mantenere quelle dell’impero. Successivamente però i Guelfi alleati dei Francesi non seppero meglio mantenere l’indipendenza d’Italia di quello che lo facessero i Ghibellini alleati dei Tedeschi, e più di una volta eserciti guelfi combatterono la causa del popolo e dell’indipendenza italiana, mentre eserciti ghibellini combatterono quella degli imperatori e della aristocrazia italiana.
- ↑ Libri, Hist. des sciences mathém. tom. II. p. 107.
- ↑ Di queste citiamo come principali quella fondata da Brunetto Latini in Firenze (1272), da papa Celestino V in Roma (1294), da alcuni medici in Venezia (1308), da alcuni pittori pure in Venezia sotto il titolo di s. Luca (1345), da alcuni allievi di Giotto e Andrea da Pisa in Firenze pure sotto il titolo di s. Luca (1350); l’academia dei Filergiti in Forlì (1374), di s. Luca in Parigi (1581); quella del Bessarione in Roma (1440); la Pontaniana in Napoli (1441); degli Idronati in Siena (1450); la Platonica in Firenze (450); di Belle arti ad Anversa (1450); quella di Pio II in Roma (1471); le Academie del Danubio e del Reno in Germania (1495); e quelle di Leonardo da Vinci in Milano (1493).
- ↑ Hist. des républ. ital. Chap. XXXVIII.
- ↑ Sino dagli ultimi anni, come abbiamo in altro nostro lavoro accennato, del secolo X e molto più sul principio del XI cominciarono le città italiane a scuotere il giogo imperiale ed a reggersi a governo di repubblica conquistando passo passo quella indipendenza che nella pace di Costanza fu poi ad esse sollenemente sancita. Da ciò ne venne che esse non più riconoscessero come per l’innanzi l’autorità dei ministri imperiali e che si eleggessero di voto proprio consoli, giudici e magistrati che ministrassero loro giustizia secondo il bisogno, e di ciò pure abbiamo esempi nei primi anni del secolo XI (Muratori Antiq. ital. tom. IV. diss. 46). Ora, questa nuova forma di pubblica amministrazione determinò ed in certo modo costrinse gli Italiani a rivolgersi allo studio della giuriprudenza. Era l’autorità comunemente divisa in più cittadini, e ognuno potea poi quindi più facilmente sperare di giungere a conseguirla. Essi dovevano esaminare e decidere le contese, sciogliere le quistioni di diritto, punire i rei e pubblicare ancora secondo il bisogno nuove leggi, nè a tanto ministerio poteasi certamente soddisfare senza lo studio della giurisprudenza. Ed ecco farsi per ciò appunto questa scienza il necessario e comune studio degli Italiani, per quella imprescindibile legge naturale che spinge gli uomini là onde si spera onore e vantaggio. Quanto più la libertà italiana gittà profonde radici, tanto più si fece vivo e generale l’ardore nel coltivare questo studio, e in pregio altrettanto maggiore furono poi anche avuti i giureconsulti.
- ↑ Inferno, cant. II. 127. Paradiso, cant. XXII.
- ↑ Purg. cant. XXVIII. 115-118.
- ↑ Purg. cant. XXV. 75.
- ↑ Libri, Hist. des sciences mathém. tom. II. pag. 175 e Targioni Tozzetti negli Atti dell’academia della Crusca tom. II.
- ↑ Purg. cant. II. 14.
- ↑ Parad. cant. XII. 10.
- ↑ Inferno, cant. XIII. 40.
- ↑ Parad. cant. XII. 28.
- ↑ Vedi su di ciò Fracastoro nelle Lettere di uomini illustri, Venezia 1584, pag. 352.
- ↑ Particolarmente nel Convito.
- ↑ Per la dimostrazione di tutto ciò veggansi le diverse opere di Magalotti, Targioni Tozzetti, Bottagisio, Ferroni, Redi, Libri ecc.
- ↑ Parad. cant. II. 96.
- ↑ Verri, Stor. di Milano cap. XII.
- ↑ Viaggi del Petrarca tom. III. p. 184.
- ↑ Baldelli, Del Petrarca p. 132.
- ↑ Ciò venne molto bene provato or ora da Delecluze, Roland, ou la Chevalerie, Parigi 1845.
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- Testi in cui è citato Louis Maimbourg
- Testi in cui è citato Maxime de Choiseul d'Aillecourt
- Testi in cui è citato Martín Fernández de Navarrete
- Testi in cui è citato Charles-R.-E. de Saint-Maurice
- Testi in cui è citato Ermes Visconti
- Testi in cui è citato Martin Lutero
- Testi in cui è citato Jean-Baptiste Capefigue
- Testi in cui è citato Federico II
- Testi in cui è citato Lisia
- Testi in cui è citato Iseo
- Testi in cui è citato Iperide
- Testi in cui è citato Diodoro Siculo
- Testi in cui è citato Polibio
- Testi in cui è citato Dionigi di Alicarnasso
- Testi in cui è citato Agatarchide di Cnido
- Testi in cui è citato Teopompo
- Testi in cui è citato Arriano
- Testi in cui è citato Thomas Moore
- Testi in cui è citato Robert Henry
- Testi in cui è citato Edouard-Constant Biot
- Testi in cui è citato Guglielmo di Tiro
- Testi in cui è citato Liutprando da Cremona
- Testi in cui è citato Jean-Marie Pardessus
- Testi in cui è citato Jens Lassen Rasmussen
- Testi in cui è citato Georg Friedrich Sartorius
- Testi in cui è citato Johann Angelius von Werdenhagen
- Testi in cui è citato Giovanni Battista Fanucci
- Testi in cui è citato Lorenzo Cantini
- Testi in cui è citato Georges Depping
- Testi in cui è citato Vincenzo Formaleoni
- Testi in cui è citato Jacopo Filiasi
- Testi in cui è citato il testo Milione
- Testi in cui è citato Marco Polo
- Testi in cui è citato Gregorio di Nissa
- Testi in cui è citato Claude Fleury
- Testi in cui è citato Alfonso X di Castiglia
- Testi in cui è citato Victor Cousin
- Testi in cui è citato Christoph Meiners
- Testi in cui è citato Luigi IX di Francia
- Testi in cui è citato Papa Alessandro III
- Testi in cui è citato Porfirio
- Testi in cui è citato Platone
- Testi in cui è citato Anicio Manlio Torquato Severino Boezio
- Testi in cui è citato Pelagio
- Testi in cui è citato Nestorio
- Testi in cui è citato Roscellino di Compiègne
- Testi in cui è citato Guglielmo di Champeaux
- Testi in cui è citato Amaury de Bène
- Testi in cui è citato Anselmo d'Aosta
- Testi in cui è citato Pietro Lombardo
- Testi in cui è citato Alberto Magno
- Testi in cui è citato Tommaso d'Aquino
- Testi in cui è citato Duns Scoto
- Testi in cui è citato Guglielmo Durando di San Porciano
- Testi in cui è citato Guglielmo di Ockham
- Testi in cui è citato Edmond Martène
- Testi in cui è citato Ursin Durand
- Testi in cui è citato Friedrich Lindenbrog
- Testi in cui è citato Ildegarda di Bingen
- Testi in cui è citato Fulberto di Chartres
- Testi in cui è citato Léon Renier
- Testi in cui è citato Enrico I d'Inghilterra
- Testi in cui è citato Raimondo Lullo
- Testi in cui è citato Arnaldo da Villanova
- Testi in cui è citato Sugerio di Saint-Denis
- Testi in cui è citato Cimabue
- Testi in cui è citato Irnerio
- Testi in cui è citato Vacario
- Testi in cui è citato Piacentino
- Testi in cui è citato Graziano
- Testi in cui è citato Azzone da Bologna
- Testi in cui è citato Bulgaro
- Testi in cui è citato Accursio
- Testi in cui è citato Pietro da Fontaines
- Testi in cui è citato Alberico da Rosciate
- Testi in cui è citato Roffredo Epifanio
- Testi in cui è citato Philippe di Beaumanoir
- Testi in cui è citato Guido da Suzzara
- Testi in cui è citato Ermanno il contratto
- Testi in cui è citato Adamo da Brema
- Testi in cui è citato Teofilatto Simocatta
- Testi in cui è citato Giovanni Zonara
- Testi in cui è citato Giorgio Cedreno
- Testi in cui è citato Anna Comnena
- Testi in cui è citato Ugo Falcando
- Testi in cui è citato Matteo Paris
- Testi in cui è citato Guillaume de Nangis
- Testi in cui è citato Jean de Joinville
- Testi in cui è citato Enrico di Huntingdon
- Testi in cui è citato Ruggero di Hoveden
- Testi in cui è citato Ottone di Frisinga
- Testi in cui è citato Beniamino di Tudela
- Testi in cui è citato Saxo Grammaticus
- Testi in cui è citato Goffredo di Villehardouin
- Testi in cui è citato Jacques de Vitry
- Testi in cui è citato Niceforo Blemmida
- Testi in cui è citato Gervasio di Tilbury
- Testi in cui è citato Guglielmo di Rubruck
- Testi in cui è citato Cielo d'Alcamo
- Testi in cui è citato Riccardo di San Germano
- Testi in cui è citato Guido Ghislieri
- Testi in cui è citato Guidotto da Bologna
- Testi in cui è citato Dante da Maiano
- Testi in cui è citato Guido Guinizelli
- Testi in cui è citato Nicolò Smereglo
- Testi in cui è citato Ricordano Malispini
- Testi in cui è citato Guittone d'Arezzo
- Testi in cui è citato Brunetto Latini
- Testi in cui è citato Onesto da Bologna
- Testi in cui è citato Francesco d'Assisi
- Testi in cui è citato Guglielmo Tell
- Testi in cui è citato Guglielmo Libri
- Testi in cui è citato Papa Celestino V
- Testi in cui è citato Giotto
- Testi in cui è citato Bessarione
- Testi in cui è citato Papa Pio II
- Testi in cui è citato Leonardo da Vinci
- Testi in cui è citato Bartolo da Sassoferrato
- Testi in cui è citato Aulo Cornelio Celso
- Testi in cui è citato Angelo Poliziano
- Testi in cui è citato Ludovico Bolognini
- Testi in cui è citato Andrea Alciato
- Testi in cui è citato Emilio Ferretti
- Testi in cui è citato Gregor Haloander
- Testi in cui è citato Guillaume Budé
- Testi in cui è citato il testo Divina Commedia/Inferno/Canto II
- Testi in cui è citato il testo Divina Commedia/Paradiso/Canto XXII
- Testi in cui è citato il testo Divina Commedia/Purgatorio/Canto XXVIII
- Testi in cui è citato il testo Divina Commedia/Purgatorio/Canto XXV
- Testi in cui è citato Giovanni Targioni Tozzetti
- Testi in cui è citato il testo Divina Commedia/Paradiso/Canto II
- Testi in cui è citato il testo Divina Commedia/Paradiso/Canto XII
- Testi in cui è citato il testo Divina Commedia/Inferno/Canto XIII
- Testi in cui è citato Girolamo Fracastoro
- Testi in cui è citato il testo Convivio
- Testi in cui è citato Lorenzo Magalotti
- Testi in cui è citato Giovanni Bottagisio
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- Testi in cui è citato Pietro Verri
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- Testi in cui è citato Giovanni Battista Baldelli Boni
- Testi in cui è citato Jacques Cujas
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- Testi in cui è citato Francesco Petrarca
- Testi in cui è citato il testo Divina Commedia/Inferno/Canto V
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