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Nuova enciclopedia popolare/Introduzione/Capitolo terzo

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CAPITOLO III.


Epoca III, ossia della storia primitiva certa risguardante lo sviluppamento delle prime istituzioni politiche e civili, dei primi progressi delle scienze naturali, fisiche e morali, delle lettere e delle arti.


(Dal 1000 al 300 av. C.).


Nell’epoca precedente già noi abbiamo fatto parola dei varii governi e dei legislatori che segnarono per così dire le prime fasi dell’ordinamento politico dei popoli, ma quel nostro cenno dovette essere breve e sfuggevole, non essendo stato allora lo scopo nostro che quello di toccare alle sole origini di quelle istituzioni, giacchè quella informe età non dava luogo ad alcun profondo ragionamento positivo sulla natura di esse.

Se egli è vero, come è avviso di molti profondi storici politici, che le monarchie siano state le prime forme di governo dei più antichi popoli, egli è altresì certo che esse per lo più non poteano essere sorte che da una specie di supremazia domestica acquistatasi dai meglio veggenti e potenti delle varie famiglie, estesasi quindi dalle famiglie alle tribù che venivano di mano in mano colla riunione di più famiglie organizzandosi. Avanti che si potessero costituire le grandi monarchie, egli è certo che debbono essere preesistiti altrettanti regoli, quante erano le tribù che popola vano allora la terra. Quante erano le città, altrettanti dovevano quindi essere i regni, o i governi autonomi e indipendenti. La storia sacra profana ci offrono numerosi documenti di questa verità. Al tempo di Abramo cinque erano i monarchi nella sola valle di Sodoma[1]. Il numero dei re disfatti da Giosuè nei brevi limiti delle sole terre di Palestina arrivava a trentuno[2]. Adonibesec, morto dopo Giosuè, confessò aver nelle varie guerre da lui intraprese fatti morire ben settanta regi[3]. L’Egitto era in prima origine diviso in molti Stati[4]. Le differenti provincie che oggidì costituiscono l’impero della Cina del Giapone formavano anticamente altrettante sovranità[5]. Per quanto tempo non ebbe la Grecia altrettanti re, quanti erano non pure le sue città, ma i suoi borghi, le sue picciole tribu? L’Africa, l’America ed una parte dell’Asia offrono [p. xxxvii modifica]anche oggidì nelle nazioni meno inoltrate nella civiltà l’imagine di questi primi tempi, e su angustissimi tratti di paesi vi hanno numerosi capi e monarchi.

Limitato doveva pur essere il potere di questi sovrani primitivi, e la sacra Scrittura ci narra che Emor re di Sichem dovette ottenere il consenso del popolo innanzi di accettare le proposizioni dei figli di Giacobbe. Tali limitazioni di potere reale ci vengono ugualmente attestate da Dionisio d’Alicarnasso[6], da Diodoro[7], da Tacito[8], dagli annali del Messico[9], e si riscontrano pur tuttavia ne’ cacichi delle Americhe che sono le più vere imagini di quei primitivi monarchi[10].

Tali origini modeste, avvegnachè varii ne potessero essere i titoli, noi reputiamo abbiano puravuto le stesse più ampie e potenti monarchie, che in questo terzo periodo della nostra storia andiamo per conoscere. Uno dei caratteri politici più distintivi di quest’epoca è la lotta delle grandi monarchie colle numerose piccole sovranità e repubbliche, le quali quando vinte, e quando vincitrici, furono, per così dire, il principio di tutti quegli annali, dell’eroismo patrio e guerriero che fecero pur tanto splendide in progresso le storie di Grecia e di Roma.

A questa forma di piccioli governi monarchico-patriarcali dovevano in breve succedere le forme monarchico-sacerdotali, di cui veggiamo traccie non pure presso quasi tutte le nazioni dell’antichità, ma si anche presso le più moderne tribù d’America che abbiano già fatto un qualche progresso nella civiltà. Questo secondo stadio nella storia delle istituzioni politiche può venire formolato col titolo di teocrazie miste ben diverse da quelle teocrazie assolute in cui abbiamo già veduto ravvolgersi la favolosa storia delle nazioni gentili, giacchè, mentre erano quelle, per così dire, presiedute da una sola ed imperante divinità, queste accennano un impero diviso fra il monarca ed il sacerdozio. Le storie di questo periodo sono pressochè ovunque non altrimenti riempiute che di lotte, trionfi e sconfitte avvicendatisi fra questi due poteri, l’uno dei quali fa temperamento all’altro, finchè soccombendo l’altare al trono, emersero le monarchie assolute, di cui tanto ci parlano gli annali degli Assiri, dei Babilonesi, dei Medi, degli Egizi, e di tutti i governi di Grecia che precedettero le istituzioni repubblicane di quei popoli.

Uno degli ordinamenti civili che si riscontrano maggiormente diffusi nell’antichità, è la divisione della nazione per caste. Noi le veggiamo tanto nell’India, come nell’Egitto, così nella Persia, come nell’Etruria. Il bramino, dice il Mahabarat degli Indi, dal nome bocca (sapienza), debbe pregare, leggere, istruire. Lo scehtery, dal nome braccio (forza), debbe trar l’arco, combattere, governare. Il bice o visas, dal nome ventre o cosce (nutrimento), deve provedere ai bisogni della vita per mezzo dell’agricoltura e del commercio. Il sudra o soder, dal nome piede (sommessione), deve lavorare e servire. Ed ecco quindi nell’India le quattro caste dei sacerdoti, dei guerrieri, degli agricoltori e mercatanti degli artieri e manifattori. Questa divisione, menzionata già in quel antichissimo libro religioso e che accenna pure una assai rimota antichità nell’incivilimento indiano, giacchè vuolsi un ben lungo corso di secoli innanzi che un popolo arrivi a tali artificiosi ordinamenti civili, si riscontra identica presso l’antichissimo popolo Zendo[11]. Sette erano le caste degli Egizii, sacerdoti, militari, agricoltori, pascolatori (del minuto bestiame), artefici, interpreti e navigatori del Nilo[12]. Gli antichissimi Etruschi erano divisi in caste, la prima dei signori chiamati Larthi, e in pelasgico Tyrani; la seconda dei sacerdoti, detti Tusci o sagrificatori; la terza dei guerrieri, detti Rasena (sena in sanscrito dice armata, ra, rae, titolo di rango); la quarta era la casta indistinta del popolo[13]. Al Malabar il popolo è pur diviso da tempi antichissimi in quattro tribù: la prima dei principi, la seconda dei sacerdoti, la terza dei nairi o guerrieri, la quarta dei pulia o mercadanti. Presso gli Assiri, dicono Erodoto e Strabone[14], ed i Babilonesi gli abitanti erano divisi in un certo numero di tribù, ed i mestieri erano ereditarii, non essendo permesso ai figli abbandonare quello dei proprii genitori.

Ma dal momento che un popolo si è trovato politicamente costituito, doveva necessariamente, colla sua politica costituzione, aver vita un ordinamento di leggi, mediante le quali, sacrificandosi dagli individui una parte della propria libertà, si venisse a creare una forza pubblica che fosse a ciascun individuo guarentigia del possesso e dell’esercizio de’ suoi diritti. «Non si tosto, dice [p. xxxviii modifica]Montesquieu, gli uomini sono in società, che lo stato di guerra ha principio»[15]; ma non si sarebbe dovuto dire invece: non appena gli uomini sono in società, che lo stato di pace ha principio, poichè l’abuso della forza cessa e con essa l’ineguaglianza; la forza individuale scompare, e prostrasi allora dinanzi alla forza di tutti, dinanzi il pubblico potere, dinanzi alla legge? Nel periodo secondo della nostra storia noi ci siamo limitati ad unicamente accennare il nome dei legislatori che impartirono le loro leggi alle diverse città e nazioni nate fiorenti in quei secoli, giacchè nè i monumenti storici, nè le tradizioni, ci hanno conservato alcun positivo documento di quelle legislazioni, da poterne inferire lo speciale loro carattere; e tutte le notizie che intorno ad esse si poterono raccogliere dagli sparsi cenni di antichi scrittori, si restringono a farci sapere come Minosse I° avesse date in Creta alcune leggi su cui si modellarono più tardi quelle di Licurgo; instituisse i pasti comuni, gravi pene contro il lusso e l’ozio; gli esercizii militari, la vita dura, l’obbligo ai padroni di servire per qualche tempo gli schiavi[16]; come Zamolxi colle sue leggi riducesse i Traci, i Geti, i Tatari antichi, uomini saggi, temperanti, disinteressati, rigidi osservatori delle promesse e dei giuramenti: e cenni ancor minori di questi ci ha il tempo conservati riguardo a tutte le numerose altre legislazioni nell’epoca precedente da noi accennate. Le stesse più moderne scoperte fatte intorno ai costumi ed alla lingua degli antichi Egizi non ci somministrarono che tenuissime notizie da cui ci è dato solamente indurre generali opinioni sopra il vasto corpo della loro legislazione, e intravedere siccome i rapporti di questa si venissero bene spesso fondendo con quelli delle loro religiose superstizioni. Del codice che Erodoto attribuisce ad Ermete[17], ma che più probabilmente fu opera di Ramsete il Grande o Sesostri, nulla ci è rimasto. E tutto quello che le laboriose indagini di Pastoret seppero raccogliere intorno alle civili e politiche instituzioni di tutti i popoli che nell’ordine dei tempi furono primi a figurare sulla terra, è ancor troppo scarsa cosa per poterne desumere una sufficiente idea.

Non così delle leggi del popolo ebreo, che ci vennero nei libri stessi del loro legislatore Mosè integralmente conservate. Mosè instrutto in tutte le scienze degli Egizii, concepi contro gli oppressori degli Ebrei un odio che resolo sospetto, l’obbligo occultarsi in un deserto. Nel suo lungo ritiro Dio gli pose in cuore di trarre gli Ebrei dalla oppressione e ricondurli nella terra promessa ad Abramo, Isacco e Giacobbe. A Mosè, per divino comando, s’accompagna Aronne, e con moltiplicati prodigi loro riesce di cavare dall’Egitto l’oppressa nazione. Pervenuto in Arabia a piè del Sinai, pubblica le leggi che tiene da Jehova stesso. Innanzi giungere nel paese di Canaan, stabilisce il sanhedrin, o senato conservatore composto di settanta membri, cui è commesso di mantenere la legge in tutto il rigore; instituisce il governo generale e la polizia fra le tribù e le famiglie che divide in curie; determina le feste; affida la religione e le cose sacre alla tribù di Levi; introduce il levitico sacerdozio secondo le disposizioni testamentarie di Giacobbe profeta, il quale coll’aver tolto alla primogenitura (base delle tribu) le sue attribuzioni principali, quella dell’imperio e del sacerdozio, allargò i vincoli della società domestica e tribunizia, e gettò le prime basi della civile società[18]; riserba per sè il governo del popolo, e dichiara che Jehova, rivelandogli la sua legge, gliene rivelò pure la spiegazione, e lo fe’ depositario di moltissimi secreti e misteri occultati sotto il velame delle parole; di là una doppia legge, una secondo lo spirito, l’altra letterale; questa partecipata al popolo, l’altra tradizionale riservata ai soli settanta savii d’Israele con precetto di trasmetterla ai loro successori[19]. La legislazione mosaica fa un vero monumento di [p. xxxix modifica]sapienza politica e civile; le sue leggi sui servi e gli schiavi, sui ladronecei, sugli omicidi, sui parricidi, sulle contese, sulla pena del taglione, sul deposito, sui prestiti, sulla fornicazione, sulla carità verso gli stranieri, sull’usura, sulle decime e primizie; le sue ordinanze pei giudici, le regole del riposo sabatico per tutte le terre, le tre grandi feste solenni per gli Ebrei accennano a viste legislative, e ad una sapienza sociale, che, misurata colle condizioni morali dei tempi, acquista alla legislazione stessa qualche cosa di più che umano. Mosè pose Dio a contatto col popolo; ei non si fece che un intermezzo fra loro, ma si conservò sempre l’organo suo; una forza divina lo autorizza per viapiù stabilire inconcusse le basi delle sue instituzioni; egli a nome dello stesso Dio, ordina la costruzione del tabernacolo e dell’arca, le cerimonie religiose ed i sagrifizii; Jehova è quegli che gli dà le due tavole di testimonianza, che egli scrisse di suo proprio pugno.

Susseguentemente alle leggi di Mosè noi dovremmo far cenno di quelle degl’Indiani che si contengono nel famoso codice chiamato di Manis, che dal 1796 in poi ebbe pur tanti traduttori ed illustratori in Europa. Le obiezioni promosse dal Romagnosi alla tanto vantata antichità di quel codice[20] ci parvero di tal peso da dover riferire epoca assai più prossima a noi la compilazione di esso.

Volgendo poi lo sguardo sulle altre parti del globo incivilito, noi veggiamo essersi in questo nostro terzo periodo già sparse e diffuse le più famose leggi di cui meglio si vanti la politica e civile sapienza dell’antichità; leggi che tutte però veggiamo implicare quel principio speciale si proprio di tutta la politica antica, e pel quale ciaschedun cittadino è considerato una proprietà della patria sua; la salute della repubblica è la somma legge; massima convertita più tardi nella ragione di stato. Licurgo in Isparta divide le leggi civili in dodici tavole, fra le quali la religione, avvegnachè subordinata a certe regole ristrettive, vi teneva il primo posto. Gli dei e le dee debbonsi rappresentare armate, perchè gli Spartani abbiano ad avere in essi modelli di valore e di coraggio; i sagrifizii e le offerte prescritte di poco prezzo, perchè nessuno sia impedito di rendere agli dei ciò che è loro dovuto; brevi le preghiere, perchè gli dei già sanno ciò che agli uomini conviene; i sepolcri vicini ai tempii, perchè in frequentandoli ingeneri negli animi confidenza nella morte: nessun lusso di sepoltura, nemmeno le inserizioni, salvo che pei valorosi morti in guerra; non gemiti, non grida ai funerali, perchè indegni della grandezza d’animo di uno Spartano. Tutti i beni in comunione; la Laconia divisa in trenta emila eguali porzioni, e la città di Sparta in sei mila, le quali non debbono essere più mai smembrate, ma trasmesse intiere o agli eredi od agli acquirenti: nel caso che il numero dei cittadini venga ad eccedere quello delle porzioni, si instituiscano colonie. Nascendo un fanciullo, il padre lo porti ad un comitato composto degli uomini più gravi della tribù; riconosciuto di sana costituzione, restituiscasi al padre, in caso diverso, sia gittato in una caverna ai piedi del monte Taigeto. Limitato il tempo concesso agli stranieri di ospitare in Isparta, perchè non ne venga per essi corruzione ne’ cittadini: lo straniero riconosciuto distinto di virtù e d’ingegno, sia adottato cittadino. Infame negli uomini il celibato; quindi il vecchio celibe condannato a passeggiare ignudo nel rigor dell’inverno sulla pubblica piazza, cantando una certa satira contro se stesso, quindi privo di ogni civile onoranza; al padre di tre figli diminuita, a quello di quattro affatto tolta ogni tassa. Ogni fanciulla nel fior dell’età non tenuta a portar dote: voleasi modestia e verecondia in esse, quindi i mariti obbligati a rapire le mogli, perchè non apparisse fralezza nelle donne in acconsentire alle nozze; proibiti i gradi tra gli ascendenti e discendenti; permessi i matrimonii con le sorelle uterine e le figlie delle sorelle; concessa la vendita della moglie; infinite le leggi risguardanti l’educazione dei figli, e tutte cospiranti allo scopo di crescere robusti e valorosi soldati alla patria. Inculcata l’uguaglianza e la sobrietà fra cittadini con pubbliche mense; infame ogni sorta d’intemperanza. Indistinti e poveri gli abiti d’ogni cittadino; le fanciulle vestite con tuniche scendenti solo fino ai ginocchi, il velo agli occhi solo imposto alle matrone; fanciulle e garzoni lottano ignudi nei ginnasii; quasi nessuna coltura intellettuale; poca o nessuna lettura e scrittura; le funzioni domestiche e manuali riserbate ai soli Iloti. Tali erano in generale le famose leggi con cui seppe Licurgo formare degli Spartani un popolo certamente unico pel suo carattere negli annali dello spirito umano. Privazione e sofferenza era la divisa di Sparta; essa fra tutte le greche repubbliche emerse la più temuta e la più potente, perchè la più guerriera e la più costante nella conservazione delle proprie leggi primitive. Cento anni dopo Licurgo, Teopompo e Polidoro istituiscono la Retra in vigor della quale si provocava dal po[p. xl modifica]polo al senato ed al re, e questa fa la sola innovazione che accadde nei tanti secoli di vita di questa repubblica. Ma tale legislazione da cui tanti esempi si vollero prendere inapplicabili o disastrosi, e trarne tante inconseguenti conseguenze, questa legislazione che tanto abbagliò Montesquieu, era meno una legislazione civile che un regolamento di monaci militari. Lo Spartano era fatto per essa in certo qual modo infingardo; non conosceva altra fatica, tranne l’esercizio militare, e viveva del prodotto delle fatiche altrui. Orgogliosi ed ignoranti gli Spartani non si aveano in concetto di santi, ma riputavansi quasi il fiore della specie umana; essi non vedevano che Sparta, non conoscevano che se stessi, ogni altra cosa dispregiavano. Tutto presso di loro tendeva ad inceppare lo svolgimento dell’intelletto. Schiavi dei loro superiori, tiranni verso gli Iloti, che erano i veri loro fratelli di schiavitù, stranieri ai più dolci sentimenti della natura, giacchè vivevano colle loro donne senza esserne sposi, ed avevano de’ figli, senza esserne padri; condannati dalle leggi alla povertà ed avidi dei beni altrui, essi osavano tutto per l’interesse della loro società, ed erano i nemici di tutti gli altri.

Non solo Licurgo organizzando Sparta unicamente per la guerra, controverse l’ordine naturale delle cose e delle idee, ed assunse il mezzo per lo scopo, ma si mise in contradizione con se stesso. Un popolo di soldati non potea conservarsi costantemente sulla difensiva; doveva necessariamente farsi aggressore; la guerra doveva condurre alla conquista, la conquista al bottino, il bottino alle ricchezze, le ricchezze ai desiderii, ai bisogni, ai mezzi di lusso. Il lusso doveva rendere odiosa la povertà; distruggere la comunanza dei beni; stabilire la proprietà delle fortune, quindi l’ineguaglianza e minare tutto l’edificio alle stesse fondamenta. Questo necessario corso di cose, noi vedremo avverato in progresso.

Le leggi di Licurgo erano pervenute a notizia dei Romani; cercò Numa Pompilio di trarne partito onde provedere di migliori leggi il suo popolo. Facendo tesoro del meglio delle instituzioni di Romolo, degli Etruschi, dei Sabini, impresse alle sue leggi uno spirito caratteristicamente religioso. Servio Tullio in progresso le aumenta e perfeziona, e nel 513 Papirio le raccoglie, le coordina e pubblica sotto il titolo di Raccolta di leggi regie, di cui non ne rimangono oggidi che scarsi frammenti.

Dopo la morte d’Arbace, erano i Medi ravvolti nella più orribile monarchia; Dejoce, affabile, astuto, intelligente, giudice integerrimo, riesce a comporre i partiti; il voto unanime della nazione lo proclama re, ed egli si fa legislatore ed autore dell’incivilimento dei Medi. Sin-mu è fondatore della dinastia dei Dairi presso i Giaponesi, e ne promulga le leggi, che gli acquistano dalla gratitudine de’ suoi popoli il sopranome di Nin-o il grandissimo, ottimo, massimo, e fassi nel Giapone ciò che furono Fo-hi e Ju nella Cina. Quasi contemporaneamente gli Efeti di Atene acquistano da Dracone le tremende leggi che infliggono pena capitale così ai più leggieri trascorsi come ai più atroci delitti[21], e queste instituzioni sanguinose vengono presso che interamente abrogate, tranne le riguardanti l’omicidio, da quelle di Solone, le prime che fossero scritte in tavole di legno ed il cui merito salì ad una celebrità che trasse ad Atene filosofi e legislatori a studiarne la civile sapienza[22]. Amasi ritorna a nuova vita l’antica civiltà dell’Egitto, e ne perfeziona le leggi con sapienti provedimenti. Ogni cittadino è per lui obbligato recarsi ogni anno presso un’apposita magistratura a dichiarare con quali mezzi campasse la vita; chi non ne li avesse provati onesti, era colpito della pena di morte. Di profonda sapienza civile doveano pur essere le leggi degli antichi Etruschi di cui scrissero appositi trattati Aristotele e Teofrasto, ma noi non le conosciamo che per le lodi altissime fatte di esse da tutti i più grandi politici dell’antichità, e ci è forza varcare parecchi secoli innanzi trovare notizie di Zaleuco che fa (505 av. C.) esporre sotto i portici del tempio da lui stesso eretto in Locri il famoso preambolo legislativo che Diodoro[23] in parte, Stobeo per intero[24] ci hanno conservato: preambolo che Cicerone proclama il più bel codice morale in cui siansi in più brevi parole riepilogati i doveri degli uomini in generale e dei cittadini in particolare. Contemporaneo a Zaleuco, Caronda imparte le sue leggi a Tario, a Catania, Reggio[25]. I Persi, i Parti, i Baltriani, i Corasmiani, i Saichi, i Medi hanno da Zoroastre leggi e religione. Roma è già passata dal governo delle antiche leggi regie non iscritte alle leggi scritte delle dodici tavole.

Le forme poi di governo che la storia ci addita essersi in questo periodo spiegate presso le varie nazioni, sono si varie e molteplici, che forse non ve ne ha alcuna delle posteriori e nemmeno delle [p. xli modifica]più vicine a noi che non si riscontrino già state in uso presso taluno di quegli antichissimi Stati. Quindi trovate governi assoluti in Assiria, nella Babilonia; governi temperati (che non sappiamo come Montesquieu[26] negasse alla antichità), nell’Assiria non pure, ma nell’Epiro[27] e nella Macedonia specialmente, ove sussisteva il vero tipo essenziale dei governi costituzionali nelle Isagorie che Alessandro stesso rispettò[28]; governi federativi nell’Italia, teocratici nell’India: trovate nel popolo Ebreo le successive fasi di governo patriarcale, indi teocratico, poscia federativo, più tardi monarchico assoluto. Vedete le aristocrazie, le democrazie, le oligarchie succedersi, avvicendarsi in parecchie città di Grecia e quasi tutte piegare infine alla tirannide; Roma subire successivamente le forme della monarchia, della oligarchia, della aristocrazia e della democrazia. Argo, Tebe, Sparta offrire l’esempio di due re coregnanti; che più? perfino le forme delle instituzioni feudali noi le ravvisiamo praticate presso parecchie nazioni dell’antichità. E ciò doveva avvenire necessariamente ed universalmente; e s’egli è vero che il sistema feudale, su l’origine del quale si è tanto quistionato, è il risultamento naturale delle conquiste, esso debb’essere antico quanto lo sono queste stesse. Impossessatosi di un nuovo territorio, lo Stato od il generale d’armata lo concede ai suoi capi o a’ suoi soldati, a condizione del servizio militare verso i donatori. Quest’uso fu conosciuto nei secoli eroici della Grecia; fu conosciuto da Licurgo, poichè la concessione di tutte le terre a Sparta aveva per base il servizio militare[29]; Sesostri distribui ai suoi soldati, le terre conquistate con obbligo dei servigi militari[30]. Augusto distribuì terre conquistate ai veterani colla condizione che i loro figli giunti a 15 anni portassero le armi[31]. Affatto feudale fu il tributo che gli Sciti imposero sui vari popoli dell’Asia da essi soggiogati, e le frasi con cui Giustino accenna questo fatto implica l’idea dell’omaggio nel modo il più evidente[32]. Senofonte ci dice che quando il giovane Ciro giunse in Cilicia, la bella Epiaxa moglie del satrapa venne ad incontrarlo e secondo l’uso praticato in Oriente gli tributò oro, argento ed altri doni a simobolo del vassallaggio[33]. Nella Cina troviamo i feudi risalire ai tempi più remoti; distrutti in progresso dalle varie fortune politiche di quegli Stati; rimessi in vigore da Siaug-uang nel 649 ac. C. Ivi vediamo insorgere formidabili i feudatarii nel 220 av. C. sotto Ciu-sci-oang, andare da questi sconfitti, atterrati, e rimettersi nel 209 av. C. nella pristina potenza con Ciao, Tsi, Jen, Oci, ed An. Volgiamo uno sguardo all’India, e noi vedremo lo stato della proprietà dei feudi correre le stesse vicende delle possessioni feudali in Europa. Ivi veggiamo il possesso dei terreni concesso a tempo, indi a vita, e finalmente divenire una proprietà ereditaria e perpetua. Ivi i feudatari essere chiamati ryotti, ivi le investiture sovrane avere il titolo di summud[34]. Che più? che erano mai se non se forse in certo qual modo contributi feudali, le decime che Israello pagava alla tribù di Levi? Ben gli è vero che potrebbe qui insorgere l’obbiezione, già stata fatta da un molto dotto Italiano «che se la tribù di Levi viveva delle decime delle altre tribù, non vi aveva alcune traccia che quelle decime fossero il rappresentante di un censo fondiario il cui dominio diretto fosse nei Leviti»[35]. Ma vuolsi qui osservare che il governo d’Israello all’istituzione di queste decime rigorosamente teocratico; che i Leviti erano i ministri, i rappresentanti di Dio, il quale aveva detto agli Ebrei: «La terra non si venderà in perpetuo perchè è mia[36]: voi siete stranieri e miei coloni». Ora chi non ravvisa la riversibilità feudale allo Stato che aveva a suo capo supremo la divinità in questa proibita alienazione dei beni? Nè è a dirsi che i Leviti vivessero unicamente delle decime, nè che queste decime fossero state ad essi assegnate a titolo del loro diritto di compartecipazione nella divisione delle terre conquistate. I Leviti avevano avute nelle partizioni di queste terre le loro città. Essi ne avevano 48[37]; numero che sembra ben eccessivo quando si pensi che la tribù di Levi non conteneva più di ventiduemila persone, e che quelle di Simeone e di Zabulone che ne contenevano ciascuna da sessantamila, non avevano, la prima che 17 città, e [p. xlii modifica]la seconda che 12[38]. E con tutto ciò l’Israelita era obbligato a coltivare la terra per essi come per sè nutriva le sue greggie e ne aveva cura per essi; dappertutto erano i loro debitori, i loro agenti; dappertutto si esercitavano i loro diritti, la loro vigilanza, il loro impero; e questa fiscalità religiosa di cui tutto il popolo era tributario, congiunta al diritto di proprietà che la teocrazia rappresentava nel nome di Dio, costituiva, a nostro avviso, la più compiuta identità dei sistemi feudali che si vorrebbero soli cominciati col medio evo. Certamente che non sempre nè dovunque scontransi le feudalità più antiche in quella rigorosa similarità di forme e di pratiche le quali caratterizzano le succedute in tempi posteriori, ma a noi basta ravvisare in esse l’analogia del principio costitutivo, dell’origine, dello scopo, nè andiamo più in là.

Le varie forme democratiche ed aristocratiche che subirono le repubbliche italiane del medio evo, certo non riprodussero nei più minuti particolari quelle delle più antiche repubbliche di Fenicia e di Grecia; ma avvegnachè mancassero di questa coincidenza, si è mai pensato rifiutare a quelle e a queste il titolo di vere democrazie o aristocrazie secondo che lo furono nel loro spirito più generale? Vico nella Scienza Nuova opinò che le nazioni per una legge eterna cominciassero i loro ordinamenti civili colla istituzione dei feudi; quest’opinione vuol essere assunta nel senso di quello spirito generale da noi qui sopra accennato; ma nella vece di fare originare queste istituzioni da quella legge assoluta da Vico prestabilita, noi crediamo doverle derivare, come già accennammo, dal principio delle conquiste, le quali per verità principiarono coeve all’organizzazione delle società primitive.

Il carattere più universale che predomina nelle legislazioni di queste remote età, è quello di ferocia, nelle criminali discipline altrettanto più inesplicabile, in quanto che gli accorgimenti politici e la providente e previdente sapienza che emerge da moltissime contemporanee instituzioni civili, accennano ad una condizione sociale, ben altrimenti che barbaramente rozza, ma bensì maravigliosamente già progredita nella civiltà. Poichè se la barbarie criminale è stata quasi sempre un supplemento della vigilanza e della forza delle leggi stesse, questo non può essere avvenuto in quelle antiche nazioni che erano pur provedute di leggi mirabilmente vigili e forti.

Tutti i supplizi capitali che seppe mai in qualunque tempo imaginare la ferocia degli uomini, tutti vennero praticati da qualcuno di quegli antichi popoli. Lo strangolamento, la decapitazione, il fuoco, la morte per mezzo di frecce od a colpi di pietra, appiccare, crocifiggere, squartare, segare, gittare in fondo al mare, precipitare da una rupe o da un muro, far piombare entro a mucchi di cenere, schiacciare sotto carri, sotto piedi d’animali, sotto strumenti di ferro, erano i mezzi di cui si armava la giustizia punitiva d’allora. Cambise fa scorticar vivo un magistrato convinto d’aver ricevuto danaro per sentenza da lui ingiustamente pronunziata; il figlio dello scorticato, gli succede in posto ed è costretto sedere sopra un seggio coperto dalla pelle del suo genitore[39]. Pena pronunziata più volte anche da Artaserse Mnemone[40]. Parisati moglie di questo monarca fa scorticar vivo un eunuco guadagnato in giuoco di dadi al re, e reo di nessun delitto, e fa stendere la sua pelle sopra alcuni pali appositamente eretti[41]. Sotterrar vivo fino alla testa fu pure uno dei supplizi familiari a Cambise. Dodici persiani d’alto grado subiscono per lui questa condanna senza delitto[42]. Oco fa sotterrar viva Oca sua sorella e quindi la sua matrigna[43]. Parisati già sopra nominata ottiene d’infliggere qual pena più le piacesse contro un Cario che si vantava di avere trafitto Ciro, fratello d’Artaserse il quale si credeva di avere egli stesso ucciso. Il Cario è torturato per dieci giorni; quindi gli sono strappati gli occhi; gli è versato nelle orecchie fuso metallo[44]. La stessa Parisati fa tagliare a brani ancor viva Rossane di cui era gelosa[45]. La Scrittura parla della fossa dei leoni. Daniele vi è gettato; un sasso ne chiude l’ingresso; vi si appongono i suggelli del re e dei grandi che l’attorniavano; e quando alla dimane Daniele è ritrovato inco lume, il monarea si fa trarre dinanzi gli accusatori, ve li fa gittar dentro, e vi precipita con essi i loro figliuoli e le loro mogli che sono [p. xliii modifica]tosto divorati[46]. Talora si posava la testa del colpevole sopra una larga pietra: con altra pietra percuoteva fino a tanto che fosse interamente schiacciata[47]. Tamari condannata al fuoco per adulterio[48]. Giosuè fa sospendere in croce fino al tramonto del sole un vinto monarca[49]. Un altra volta lo stesso, dopo avere fatto calcare il collo di cinque re vinti dai piedi de’ suoi capitani, toglie loro la vita, e fa attaccare i loro corpi a cinque pali[50]. Gedeone fa stendere sopra branche di spini i principali abitanti di Socot e passar sopra di essi pesanti machine che li schiacciano[51]. Alessandro, impadronitosi di Tiro, fa crocifiggere duemila de’ principali abitanti di quella città[52]. Antioco Epifane ordina di far arroventare padelle e caldaie di si troncano la lingua, le estremità dei piedi e delle mani alle sue vittime; si strappa loro la cotenna, e si gettano ancor vive dentro gli ardenti vasi [53]. Due Giudee accusate di avere circoncisi i loro figli, contro il divieto del re di Siria, sono pubblicamente esposte, e coi loro figliuoletti appesi alle poppe precipitate dalle mura di Gerusalemme[54]. Azaele ordina di segare le donne incinte e di schiacciare i loro figli[55]. Gli esempi delle crocifissioni sono innumerevoli nelle storie di tutti i popoli orientali.

Ma se uno strano contrapposto ne offrono la tanta ferocia nelle pene dei delitti, e nelle vendette a lato delle si numerose e sapienti istituzioni civili e di questi antichi popoli, non meno strano spettacolo di contradizione ne offrono le condizioni morali di quelle società dirotte alle più abbominevoli esorbitanze della libidine e d’ogni più e sozza turpitudine nei pubblici costumi, mentre colpivano delle più immodiche pene, l’adulterio, la violazione, il furto, la mancata fede, l’invasa proprietà; mentre persino le più indifferenti formalità civili e religiose assumevano le più severe sembianze della morale austerità. Quindi veggiamo nell’Assiria, dopo la presa di Babilonia, l’indigente avarizia dei padri porre a pubblico mercato l’innocenza e la bellezza delle figlie[56]. In secoli meno rimoti i padri e le madri prostituire agli stranieri per somma pattuita, le mogli ed i figliuoli[57]; e Mosè stesso chiaramente alludere ad un’antica costumanza santificata invano dai sacerdoti egizii, quando proibisce di offerire al Signore il prezzo della prostituzione[58]. Che più? Un patriarca di Alessandria ha provato, siccome per poter esercitare il sacerdozio in Assiria presso i gentili, fosse stato necessario il concubito con madre, re sorella e figlia[59]. Orosio mostrò siccome Semiramide (forse a coonestar il fatto suo) legittimasse con legge l’unione del figlio e della e madre[60]. In Assiria ammesse le giovinette, contro il costume d’Oriente, alla mensa, e per consuetudine, in sul finir dei banchetti, lasciaavansi cader di dosso i vestimenti[61]. Nell’Egitto la prostituzione contaminare i tempii, le reggie, le pubbliche vie. Sacerdoti che ne la autorizzano con forme religiose. Quindi donne che in pubbliche processioni agitano l’imagine del fallo, ed hanno promesse di beneficii dai sacerdoti coll’offerta dei doni infamemente procacciati. Il monarca Rampsinile immola alla prostituzione la figlia per averne un mezzo di scoprire un ladro del suo tesoro[62]. Il re Ceope si vale della pubblica vergogna di sua figlia per sopperire ai bisogni di danaro[63]. Una cortigiana (Rodope) sa dalle libidini di più re estorcere tesori sufficienti alla costruzione di una piramide[64]. Quindi gli infami traffici di Neucrate[65]; ed i più infami onori tributati alle donne che più si dessero a divedere nell’inverecondia dirotte[66]; e tutte le sozzure di cui parlano Diodoro[67], Erodoto[68], Ezechiele[69] e più altri. Vedete in Creta, nel paese dei Minossi e dei Radamanti, le leggi favorire le più brutali passioni e consecrarne lo scandalo con appositi statuti[70], ed i Parastateuti pubblicamente raccogliere gli stessi plausi, i medesimi onori degli eroi del campo e delle palestra[71]. Quindi s’udi Platone rinfacciare a quegli isolani di avere imaginato la favola di [p. xliv modifica]Ganimede per dare a colpevoli diletti la sanzione del dio stesso che aveva inspirate le loro leggi[72]. Volgetevi altrove e vi si prospetteranno dinanzi le nefandità di Tiro, di Biblo e di Corinto[73]. Vedete perfino città intere nelle quali tutti i figli sono ignoranti della loro paternità per l’universale comunanza delle donne sancita dal culto e dalla legge[74]. Che non ci rivelano i divieti di Mosè che espone le turpitudini de’ Cananei al cap. XVIII, versi 22, 25 e 27 del Levitico? quale tremenda immortalità non hanno procacciata ad Argo coi loro versi Eschilo, Euripide e Sofocle? Ma si cessi da queste orribili memorie di inverecondie e di immanità, e riconciliamoci coll’uomo mediante l’imagine di tutto ciò che di grande e di puro seppe anche in quei tempi il suo spirito credere ed operare. Chi penserebbe mai che l’umanità condotta dalle leggi, dai culti, dalle consuetudini a quelle morali condizioni, di cui abbiamo or ora delineato un sì orrendo spettacolo, avesse potuto sollevare il suo pensiero ad alcuni di quegli stessi concetti religiosi che sembrano un esclusivo tesoro di vita venutoci in più prossimi tempi dal cristianesimo? Chi crederebbe mai che le intelligenze di quei tempi avuti dagli eruditi stessi per universalmente dominati dal politeismo, dal feticismo, dall’ateismo, si fossero potuto sollevare alla credenza dell’unità di un Dio? Eppure niente fu più generalmente riconosciuto di questa sublime verità presso i saggi di quegli stessi popoli, di cui la storia ci ha tramandati i più strani deliramenti religiosi. Era questa l’opera providenziale di quelle tradizioni che più o meno latenti, più o meno incorrotte avevano serbato sui diversi punti del globo le nozioni della vera divinità, del vero culto, della vera primitiva civiltà. Deos populares multos, naturalem unum, diceva Antistene citato da Cicerone[75]; e questo principio ha documenti di prova presso i meglio veggenti di tutte le parti del globo. L’unità di Dio e la providenza sono dogmi stati professati da Platone[76] e da Aristotele[77]. Nei tempi più rimoti mentre gli Israeliti erano tuttavia in Egitto, si stabilirono presso i Greci, nelle vicinanze di Atene, alcuni sacri riti i quali avevano a fondamento la credenza dell’unità di Dio. «Contempla, così stava allora scritto su un tempio, il re del mondo; egli è uno; egli è per se stesso; da lui sono provenuti tutti gli esseri; egli è in sè, ed al di sopra di sè; egli ha l’occhio sopra tutti i mortali e nessun mortale lo vede[78]». Anche la stessa sacra Scrittura ci porge numerosi esempi di re pagani eredenti nell’unità di Dio. Il re di Tiro rese grazie al Dio del cielo e della terra, quando Salomone sali al trono, per avere dato a Davide un successore degno di lui[79]. Ciro riconosce, nei suoi editti, dovute le sue vittorie al Dio del cielo[80]. Varrone stesso scriveva: Jupiter omnipotens regum, rerumque progenitor, Deus unus et omnes. L’essere supremo, così Confucio aveva fatto inscrivere sopra un tempio, è principio di tutte le cose, padre di tutti gli uomini, eterno, immutabile, libero; illimitata la sua potenza, suo pensiero comprende ugualmente il passato, il presente, il futuro; arriva il suo occhio persino nelle più riposte latebre del cuore umano[81] Lo stesso principio dell’unità di un Ente supremo lo scorgete nel Pasciacamac dei Peruviani[82], nel Vitzliputzli dei Messicani[83], nel Kici-Manitu dei Canadesi[84] ecc. ecc.

Che più? qual concetto sublimemente metafisico non eransi formati di Dio gli antichissimi Bramini? il tanto vetusto Bagavat-Gita chiama l’Essere supremo il creatore d’ogni cosa e da cui tutte le cose dipendono. Tutti i Bramini, dice Abul-Fazel che studiò tanto l’antica teologia loro, credono in un solo Dio; e se venerano imagini nei loro tempii, lo fanno per chè le medesime rappresentano esseri celesti, e sono acconci a cattivarsi i loro pensieri (Ayen-Akarby vol. III. pag. 5). I Pundit che tradussero il codice dei Genti, dichiarano, siccome con cordemente provano il Bernier, il Wilkins, Sonnerat, che un Essere supremo ha con la sua [p. xlv modifica]sola potenza creato tutti gli esseri del mondo materiale siano animali, siano vegetali; e che gli ha cavati dai quattro elementi il fuoco, l’aria, l’acqua, la terra, per servire d’ornamento al teatro della natura; che nel tempo stesso la di lui infinita bontà ha formato dell’uomo il centro di tutte le cognizioni, dotato d’intendimento e di giudizio, e gli ha dato l’autorità sopra tutte le altre creature ed un impero assoluto tutta l’estensione della terra. Essere supremo (così si legge nel Mahabarat in bocca di Arionn) onnipossente, tu sei il creatore del tutto; il Dio degli dei; il conservatore del mondo; il tuo essere è incorruttibile e distinto da tutte le cose caduche. Tu sei prima di tutti gli altri dei; tu sei l’antico Purush (anima vivificante) ed il sublime appoggio dell’universo. Tu conosci tutto e sei degno d’essere conosciuto. Tu sei la sorgente suprema; tu sei quello per cui, o Essere infinito, il mondo è uscito dal nulla. Che ciascuno s’inchini dinnanzi a te! che ciascuno s’inchini dietro a te! che sii venerato da tutte le parti, tu, che sei tatto da per tutto! la tua potenza e la tua gloria sono infinite...... Siccome Dio è immateriale, diceano gli antichissimi Bramini, così è impossibile a concepirsi; siccome è invisibile, non può avere alcuna forma; ma le sue opere che abbiamo sotto gli occhi ne convincono ch’egli è eterno, onnipossente, che conosce tutte le cose, ch’è presente in ogni luogo[85]. Si consideri che tali principii si professavano più di 2000 anni av. C.

Da questa profonda verità religiosa passate a quella parte delle instituzioni politiche e civili che più intimamente si connettono col progresso della civiltà, e quanta sapienza di giustizia non emerge di mezzo alle stesse più orribili nequizie da noi accennate! Vedete in Creta riconosciuta l’uguaglianza dei diritti civili degli uomini al punto che perfino lo schiavo stesso può invocare i tribunali contro il suo padrone; il cittadino più umile contro i magistrati supremi[86]. Vedete a Sparta le donne in possesso di tutti i più ampi civili diritti, e per la legge di Epitadeo chiamate a succedere[87]. Questi soli due fatti vi provano a quale data rimonti il pareggiamento della ragion civile d’ogni classe e d’ogni sesso che far si vorrebbe di assai più moderna civiltà. Guardate alle disposizioni delle sole leggi rodie marittime[88] e vedrete a qual grado di perfezione fossero già presso gli antichi le stesse più ardue teorie del triplice diritto risguardante i rapporti fra Stato e Stato, fra lo Stato e il cittadino, fra cittadino e cittadino. Le imposte fondiarie stabilite da Numa giusta le sei diverse classi dei cittadini, esclusane quella dei proprietari, e le successive leggi agrarie di Roma; le leggi finanziarie organizzate da Dario Istaspe nella Persia (500 av. C.), e che sussistono pur oggidi, sono pure una misura ben ampia dello sviluppamento acquistatosi in quei rimoti secoli dalla giurisprudenza pubblica ed amministrativa. Le pene stabilite da Solone contro i cittadini oziosi, o dati a professioni disdicevoli, e che si rassomigliano tanto nello scopo a quelle promulgate da Amasi in Egitto, e stabilite colle magistrature dei due censori in Roma; il pritaneo ateniese, le scuole pubbliche aperte da Tarquinio in Roma, da Solone nell’Attica, accennano alle ampie ed alte vedute della politica di quei tempi.

Ma intanto le scienze naturali matematiche, fisiche, astratte, morali hanno già acquistato uno sviluppamento maraviglioso ed universale. I Caldei hanno partecipate ai Fenici le loro estese cognizioni astronomiche, le quali cominciano già a quest’epoca (747 av. C.) ad offrire alla storia della scienza risultamenti positivi e sicuri. Talete ha fondata la scuola Gionica insegnandovi la sfericità della terra, l’obliquità dell’eclittica e le vere cagioni degli eclissi del sole e della luna (600 av. C.). Beroso porge la descrizione dell’emisfero, la miglior cosa della scienza astronomica dei Caldei (579). Anassimandro ed Anassimene introducono nella Grecia l’uso del gnomone per osservare i solstizii, e le carte geografiche (570). Pitagora insegna i due movimenti della terra sopra se stessa e attorno al sole; teoria che avviluppa in un mistico linguaggio, e che circa un secolo e mezzo dopo (284 av. C.) Filolao suo scuolaro chiaramente espone; porge la cognizione di Venere come Fosforo ed Espero, o come la stessa stella che precede il sole nel suo nascere, e lo segue nel tramonto. È pure in questo periodo che cominciano le positive cognizioni dell’astronomia indiana (540 av. C.), e i Bramani si fanno scopritori del pianeta Mercurio e delle sette stelle della costellazione dell’Orsa maggiore [p. xlvi modifica](500 av. C.). Cleostrato da Tenedo trova il periodo del corso della luna essere di otto anni (551 av. C.). Democrito suppone la variazione delle stelle, ed intravede una delle più celebri scoperte dovute all’immenso telescopio di Herschel, facendo della via lattea un ammasso di picciole o lontanissime stelle[89]. Platone propone nel suo Timeo un metodo per ispiegare il moto circolare dei pianeti colla diversa loro velocità, che è niente meno che un abbozzo della teoria delle forze centrali applicate al moto delle stelle. Eudosso colle sue opere ora perdute, lo Specchio, il Periodo, i Fenomeni, si innalza al grado ed al nome di principe dell’astronomia fra gli antichi. Metone forma il celebre suo ciclo di 19 anni corrispondenti a 255 lunazioni, da lui introdotto nel calendario (452 av. C.), e Calippe undici anni dopo lo quadruplica proponendo il suo di anni 75 meno un giorno. Eraclide di Ponto indovina la rotazione del sole sopra il suo asse (323 av. C.). Pitea osserva la lunghezza meridiana del gnomone nel solstizio d’estate in Marsiglia; la prima delle osservazioni di questo genere dopo quella già da noi accennata di Teheon-Kong (280 av. C.); ed Arya-Batta arricchisce l’indiana astronomia di tutte le sue numerose scoperte (360 av. C.).

Come necessariamente avvenir dovea, simultanei cogli astronomici dovevano correre i progressi delle matematiche. L’aritmetica ebbe avanzamenti maravigliosi da Pitagora, da Telauge, da Archita, e più tardi da Euclide, e forse negli Elementi di costui vennero gettati i primi fondamenti dell’algebra[90]. Talete promove ed amplia la dottrina d’Euforbio, che già citammo, sui triangoli scaleni e su altre figure geometriche; trova il modo di descrivere in un semicircolo un triangolo rettangolo, cioè a dire scopre la proprietà del circolo, che ogni triangolo, che ha per base il diametro, e tocca coll’angolo opposto la circonferenza, avrà quest’angolo retto[91]. Anassimandro riassume tutte le scoperte geometriche del suo maestro Talete in un compendio di geometria. Ma mentre Talete e la sua scuola fanno fiorire la scienza in Grecia, Pitagora in Italia scopre essere uguale nei triangoli rettangoli il quadrato dell’ipotenusa, ai quadrati dei due lati presi insieme, e porge per così dire il primo saggio della dottrina degli isoperimetri col mostrare essere la sfera di tutte le figure solide quella che, sotto uguale superficie, contiene più materia, e il circolo di tutte le piane quella che dentro uguale perimetro ha l’area maggiore. Talete e Pitagora colle loro scuole popolano, l’uno la Grecia, l’altro l’Italia di un numero assai grande di valenti geometri, delle opere dei quali, avvegnachè perdute, lasciarono ampia e lodata memoria Aristotele, Laerzio e Pappo[92]. Ma niente può offrire una maggior misura della scienza geometrica di questo periodo, quanto la cognizione dei problemi risoluti, o anche solo affrontati da quei matematici. Plutarco ci narra che Anassagora chiuso nel carcere applicava la mente alla quadratura del circolo[93]. Aristotele cita tre differenti quadrature del circolo, di Ippocrate da Chio, di Brissone e di Antifonte[94], ricerca alla quale dobbiamo la quadratura della lunula di Ippocrate da Chio, e la quadratrice così detta di Dinostrato. A quali alte speculazioni geometriche non accennano già arrivata la scienza di allora questi stessi vani tentativi, e questi felici ritrovati. La duplicazione nel cubo fu altro dei gravi problemi intorno cui sudò il fiore dei geometri di quelle età. Ippocrate pel primo scopre siccome per duplicare il cubo faccia mestieri trovare fra il lato del cubo e il doppio di esso lato, due medie proporzionali, e come la prima di queste medie sia per essere il lato del voluto cubo duplicato[95]; Eudosso raggiunge altra soluzione mediante certe curve da lui imaginate; Platone vi arriva ad una terza, ma però mecanicamente e mediante uno strumento da lui costrutto[96], finchè Archita italiano ritrova la vera geometrica duplicazione[97], alla quale nulla aggiunsero di perfezione le soluzioni in progresso offerte da Menecmo, alle profonde cognizioni del quale sono forse da attribuirsi non solo le invenzioni dell’ellisse, della parabola e dell’iperbola che ebbero il nome di sezioni coniche dall’essere state da lui formate colla sezione del cono, e di cui sorse poscia sì gran maestro Apollonio, ma benanco dei luoghi geometrici, ossia di quelle linee rette o curve, delle quali ciascun punto risolve ugualmente un problema indeterminato o capace d’infinite soluzioni[98]. Nè [p. xlvii modifica]qui si arrestarono i progressi della geometria di quel periodo. L’analisi geometrica, di cui parecchi opinarono [99] fossero stati gli antichi affatto digiuni, rimonta a questi tempi, e la concorde autorità degli antichi ne attribuisce l’invenzione a Platone, che comunicolla a Laodomante, e Proclo, che ne tessè in certo qual modo la storia, la prova sapientemente adoprata da Teeteto, Archita, Neocle, Eudosso, Menecmo ed altri[100]. Pappo riferisce pure siccome i geometri antichi gingnessero coll’uso della iperbola e della concoide a molte ingegnose soluzioni dello stesso problema circa la trisezione dell’angolo.

Intanto dalla scienza astratta si passava pur anche all’applicazione pratica di essa, ed il solo Archita, che, per usare la frase di Laerzio, fu il primo che conducesse o regolasse il moto istrumentale o mecanico con figure geometriche[101], mostrò colla celebrità delle sue operazioni a qual grado di perfezione fosse già in Italia pervenuta mecanica, sì che Aristotele l’annovera già fra parti delle matematiche che appartengono alla geometria, ed egli stesso più precisamente determina a qual parte della geometria s’aspetti, restringendola a quella che tratta dei solidi ossia alla stereometria[102]. Nicomaco, sussidiato dalla matematica, versa lungamente sulla dottrina armonica dei pitagorici e le acustiche proporzioni dei suoni musicali che credevano poter dedurre dal moto circolare dei sette pianeti[103]; sistema in cui Gregory[104] e Maclaurin[105] con qualche altro pretesero di riscontrare le grandi leggi newtoniane dell’attrazione; Aristotele stesso[106], Aristosseno, che Burney chiama il greco Rameau, ed Euclide detto dallo stesso d’Alembert di Grecia[107], applicano le matematiche alle teorie del suono.

Se non così estesi, non meno importanti furono i progressi fatti in questo periodo dalle scienze naturali. L’anatomia, che invano cercherebbe le sue origini nelle opere anatomiche, forse giammai esistite, dell’egizio Athotide, nelle cognizioni rivelateci dal Cleyer dei Cinesi, non è altrimenti nata che in Grecia. Ivi, nonostante la severità delle leggi che vietavano ogni profanazione dei cadaveri, noi veggiamo Democrito[108] segretamente applicare ad anatomiche investigazioni. E dal vedere come Empedocle conoscesse la coclea dell’orecchio interno, come Alcmeone avesse già esaputo alludere all’esistenza delle trombe faloppiane, e come il medesimo erasi già fatto autore di un trattato di anatomia; dal vedere le numerose cognizioni tramandateci da quegli antichi sulla storia delle ossa e dei principali visceri, si può presupporre abbastanza progredita questa scienza anche anteriormente ad Aristotele. Intanto Ippocrate conosceva il diploe, supponeva la esistenza della sinovia, varie articolazioni, fra le quali quella della mascella inferiore. Aristotele avendo sparati in gran numero cadaveri umani, mostrava pel primo provenire i vasi dal cuore e non dalla testa; conosceva l’aorta e la vena cava; parlava pel primo con verità dei nervi, dei quali previde la connessione col cervello; determinava pel primo le anatomiche differenze esistenti fra la scimia e l’uomo; propose pel primo di dividere l’anatomia in generale e particolare, e supponeva la esistenza dei vasi lattei. Che non ci avrebbe rivelato Prassagora colle sue opere sulla scienza anatomica di questo periodo, se queste non fossero andate smarrite? Galeno gli attribuisce la distinzione prima delle vene e delle arterie ed il riconoscimento della contrattilità di cui sono fornite queste ultime; d’avere pel primo giustamente opinato sui cotiledoni uterini, e di avere del pari che Filotimo considerato il cervello qual gonfiamento della midolla spinale. I lavori anatomici di Polibo, dei quali vuolsi che alcuno sia fra gli ippocratici, quelli di Diogene Apollionate, di Eutrifone; le opere di Diocle Caristio, il primo maestro delle preparazioni anatomiche e illustratore delle membrane, della generazione e della respirazione, quelle di Filotimo e più altri, porgono una ben ampia idea delle cognizioni anatomiche di quegli antichi.

La chirurgia in questo periodo continua in Egitto ad essere un esclusivo esercizio del sacerdozio, i di cui ministri se ne avevano distribuito i varii rami: ed il salasso, le scarificazioni, la cauterizzazione delle tempia, della nuca e del torace pare fossero i soli oggetti componenti la loro terapeutica-chirurgica. Se ne stette la chirurgia in uguale imperfezione presso gli Ebrei, i quali adottarono molti costumi e varie superstizioni dell’Egitto. Nè la sollevarono a maggiori progressi i Cinesi, i Giaponesi, gli Indiani; il salasso, la amputazione, la moesa, le incisioni sulla fronte ed alle palpebre da essi opposte alle ostinate ottalmie frequenti nei loro climi, sono le sole operazioni chirurgiche che praticaronsi in antico, e che praticansi anche oggidi, in tutto l’Oriente. [p. xlviii modifica]Riesce malagevole il determinare a chi debbansi attribuire i progressi della chirurgia nella Grecia, dopo l’assedio di Troia, epoca a cui ci siamo noi nell’antecedente periodo arrestati. Esercitavasi allora l’arte di risanare nei tempii di Esculapio, che noi abbiamo già veduto divinizzarsi, fondati dai suoi figli e dai loro successori nel Peloponneso, a Coo, a Gnido e in altre parti della Grecia; testificavansi in questi stabilimenti le guarigioni mediante certe iscrizioni, quasi sempre incapaci di offrire qualche esalta idea dei mali e delle operazioni che dovettero far conoscere: nè riscontrasi negli scrittori alcun cenno sugli strumenti dei quali fa in quel tempo l’arte arricchita. Si che gli scritti d’Ippocrate formano il punto da cui debbesi principiare la storia positiva dei progressi e delle rivoluzioni della chirurgia.

Praticavansi ai giorni d’Ippocrate le operazioni anche le più difficili. Raccomanda quel grand’uomo per le ferite della testa di tagliare gl’integumenti, di staccare il periostio, di rastiare le ossa, per distinguere le suture dalle crepature o dalle fessure a cui potrebbero essere soggette, di perforarle secondo il caso o col trapano perforativo, o con la corona ordinaria. Strappava i polipi dalle fosse nasali, passando entro il naso un pezzo di spugna che seco li trascinava: altre volte li cauterizzava. Gli erano familiari le scarificazioni, non che gli assottigliamenti della congiuntiva appartenente alle palpebre o all’occhio. Rinviensi nei suoi scritti la descrizione del taglio dell’ugola; non si arrischiava toccare il cancro delle mammelle. Ippocrate aveva pure sottilmente studiati i segni della lesione del diaframma, il riso sardonico, le ferite dell’aspra arteria, gli aneurismi, le malattie delle amigdale e la ranula: avea perfezionate le fasciature, non che gli apparati e gli strumenti che adopravansi per ridurre le lussazioni e le fratture. Aggiungansi a complemento del quadro dei progressi della chirurgia in questo periodo i molti ottimi precetti sulla medicatura delle piaghe, delle ferite e delle ulcere, le molte considerazioni sopra i parti, il prolasso dell’utero, le ulcere uterine, le emorragie precedenti il parto e più altre cose. Più tardi Ctesia, Critobulo, Critodemo e Prassagora tentarono gli avanzamenti della scienza contro le invasioni della metafisica, che delle sue astrazioni la ravviluppò in mille oftenebranti quistioni; ma, tranne alcune operazioni da quest’ultimo consigliate, e specialmente quella di aprire l’addomine per la passione iliaca, all’oggetto di riporre gl’intestini in convenevole situazione, il che, sebbene barbarissima operazione, dà a divedere conosciuta la invaginazione intestinale, nessun reale avanzamento fu operato fino all’epoca di Erofilo, e di Erasistrato, di cui più tardi avremo a far parola.

Noi abbiamo già accennate nell’antecedente periodo le celebratissime scuole mediche degli Asclepiadi; successori ad essi, ed anzi loro discepoli, brillarono nell’epoca che stiamo delineando Eurifone uno dei primi scrittori in medicina a cui dobbiamo il libro delle Sentenze gnidie, citato spesse volte da Galeno e da Sorano; Ctesia medico e storico; Ippocrate, figliuolo di Gnosidico, avo del grandissimo Ippocrate, e ben altri sei o sette Ippocrati. In Italia poi sorgevano Democede celebre medico di Policrate e di Dario, Filistione scrittore citato da Celio[109], Acrone osservatore meteorologico in medicina, autore di scritti medici assai lodati dagli antichi e creduto da Plinio primo capo della setta empirica, Erodico inventore della ginnastica medica, Icco, Pausania e numerosi altri Italiani; ma eminentissimo su tutti costoro sorse il genio del grande Ippocrate figliuolo di Eraclide, diciottesimo discendente di Esculapio per linea di Podalirio. Prima di lui la medicina era, specialmente in parecchie città ed isole di Grecia, una parte della filosofia, e i medesimi professori applicavano ugualmente alla contemplazione dell’universo ed alle mediche speculazioni. Ippocrate, conosciuti i danni che provenivano da un sì matto permischiamento di cose, separò la medicina dalla filosofia appoggiandola alle lunghe ed immense osservazioni sue proprie, de’ suoi antecessori e de’ suoi numerosi discepoli. Colla scorta di queste innalzò la medicina al vero grado di scienza positiva e stabili pel primo l’arte dei prognostici, le regole generali di cura e la dottrina delle malattie epidemiche.

Nè mancarono quegli antichi di passare dallo studio particolare dell’uomo a quello più universale della natura nel triplice suo regno animale, vegetale e minerale, che anzi questo studio è provato di una antichità assai remota dalle stesse parole della sacra Scrittura, allorquando ci narra aver Salomone saputo disputare dottamente dei giumenti, degli uccelli, de rettili e de’ pesci ecc.[110]. I primi studii di tutti i savi cinesi, egizii, greci e d’ogni altra nazione si volsero alla contemplazione degli animali e di tutti i prodotti della natura. Quali fossero però stati i progressi di questi studi avanti Aristotele, il più antico degli scrittori di storia naturale che sia pervenuto sino a noi, è assai malagevole il determinare, avvegnachè sia assai facile indurne la latitudine loro [p. xlix modifica]da ciò stesso che Aristotele ci tramandò: poichè l’uso che fa egli continuo dell’autorità e di Omero, di Alcmeone, di Diogene Apollionate e Polibo ed altri poeti, storici, filosofi e medici per avvalorare le asserzioni della sua storia naturale, prova i precedenti studi fattisi su questa scienza. Il metodo stesso e l’estensione della sua opera concorrono a sempre più provare questa verità, giacchè, per quanto stimar si voglia straordinaria la mente di quel genio universale, non par credibile che egli solo facesse tante osservazioni, acquistasse di per sè tante notizie di fatti, cogliesse tanti rapporti e tante relazioni di uno ad altro animale, e che di primo e tutto suo parto creasse un’opera di tanta vastità. La storia pertanto di questa scienza debbe far da Aristotele, non come a suo primo creatore, ma come allo scrittore più antico di storia naturale conservatoci dalla edacità dei secoli. E l’opera sua degli animali, nonostante gli infiniti suoi errori, sta siccome un glorioso monumento della sapienza più antica[111]. Contemporaneo ad Aristotele ed discepolo sorse Teofrasto a svolgere le dottrine di lui, ed oltre alle conosciute opere botaniche di cui diremo più sotto, compose libri sulle pietre, sugli animali prendendo ad ordinarli in varie classi particolari, e secondo le asserzioni di Laerzio avrebbe applicato a tutti i rami della storia naturale, ai sali diversi, ai metalli, alle pietre ed alle petrificazioni. Fu dalla scuola di questi due sommi che germinò una schiera di naturalisti altrettanto illustre quanto numerosa; e Stratone Iampsaceno, successore di Teofrasto nella scuola, tratto de’ metalli e delle machine con cui lavorarli, con sì eminente ingegno, che per antonomasia ebbe il titolo di fisico. Clearco scrisse degli animali acquatici; Dortone dei pesci; Alessandro mindio dei quadrupedi e degli uccelli; Tifone degli animali in genere; un Senocrate che scrisse delle pietre e d’altri oggetti istoria naturale; ed un altro Senocrate afrodisiense tratto degli acquatili, e via via altri autori citati da Strabone, da Plutarco, da Ateneo e da e Eliano. Ma delle varie parti della storia naturale egli è certo che la botanica dovette essere la prima a venir coltivala, e s’altro non fosse per l’uso immediato che la medicina, scienza coeva all’umanità, dovette fare delle varie virtù d’erbe e di piante. E l’origine di questa scienza si smarrisce per ciò appunto nella più remota antichità[112].

Ma volendo riconoscere il principio della scienza là dove veggiamo le particolari cognizioni ridotte in corpo di dottrina e direttone lo studio con qualche metodo, noi non possiamo ripetere la vera origine della botanica che da Ippocrate, il quale fu primo a lasciare vestigia dottrinali nelle sue opere della coltura della botanica, riportando egli oltre a dugento piante delle quali erangli note le virtù medicinali. In una sua lettera a Crateva, della quale è però quistione fra i critici se sia veramente sua, mostra molto estese cognizioni delle diversità del vigore delle piante stesse in siti diversi e del modo di coglierle e di adoperarle per meglio conservare la loro virtù[113]. Poco più tardi (418 av. C.) Democrito scrisse intorno le piante non ricercando soltanto in esse le virtù e gli effetti medicinali, ma esaminando le cagioni dei semi delle piante e dei frutti[114]. Androcide com[p. l modifica]pose un’opera sui cavoli (De brassica)[115]. Il grande Aristotele scrisse pure di botanica considerando le piante siccome corpi naturali che meritassero lo studio dei filosofi, e nonostante che i due libri che gli vengono attribuiti e tuttavia sussistono intorno le piante, vengano giudicati da alcuni critici siccome spurii, Laerzio assicura che due libri aveva egli certamente composti in botanica. Teofrasto fa un tal Androzione autore di un libro De myrto et olea[116]. Plinio nomina Callimaco autore di un’opera De trifolio[117], Dieucle autore di un’altra opera De brassica[118], e Mnesiteo studioso particolarmente di fiori che adoperati nelle convivali corone non potessero recar nocumento alla testa[119]; ma nonostante tutti costoro, la storia della botanica debbe da Ippocrate passare immediatamente a Teofrasto, il primo scrittore che porga un compiuto sistema delle cognizioni botaniche degli antichi. Oltre alle opere già sopra indicate, esso ne scrisse due, l’una col titolo Storia delle piante in dieci libri, l’altra Delle cagioni delle piante in otto libri di cui non rimangono che sei. In queste cominciano ad essere le piante ordinate in classi ed esaminate si nelle esterne che nelle interne loro parti e nelle generali e particolari loro somiglianze. Egli divise il suo metodo in sette classi, considerando cioè le piante nelle qualità 1° di loro generazione; 2° del loro luogo natale; 3° nella loro grandezza considerate come o alberi, 4° o come arbusti; 5° il loro uso come erbe alimentarie; 6’ della loro proprietà fromentacea o i di cui grani si mangiano; 7° della proprietà di dar succhi.

Anche la fisica fa una scienza di molta predilezione presso gli antichi; ma la Gsica degli antichi per mancanza di metodi e di stromenti fu invasa dai delirii di una vana metafisica, d’onde ne venne che essa fu la parte più integrante e sistematica delle loro filosofiche speculazioni. Quindi per non saper osservare si confuse la realtà coll’apparenza, o non si conobbero i rapporti o si ravvisarono dove non erano; non si tenne conto delle circostanze essenziali, o si diede a quelle di nessun momento un valore che non aveano; non si rintracciò la tendenza comune di molti fenomeni dove par esisteva, o si credette di intravederla dove assolutamente non era; quindi il prodotto della osservazione che perchè fosse utile avrebbe dovuto essere sin da principio la storia semplice e genuina dei fatti, non potè che offrire un ammasso di incertezze e di fallacie con entrosparsavi qualche rara, sconnessa e poco utile verità; per tal modo fu impossibile la scoperta dei principii; all’ignoranza si sostitui l’errore e il non intendersi fu il conseguente universale di tutti i loro sistemi. Si cercherebbe invano nei loro lavori qualche serie di osservazioni metodiche e legate in sistema. Abbandonati alle inspirazioni di una ferace imaginativa, quegli osservatori fisici e filosofi si slanciavano alle cause, nella vece di arrestarsi agli effetti; fantasticavano in luogo di osservare, e introducevano una specie di poesia nel dominio della sapienza sperimentale. La setta Jonica che fu la prima di tutte le sette greche a coltivare la fisica non si volgeva che a ricerche astratte sui principii dei corpi, sull’infinità della natura, sull’eternità della materia, sull’essenza delle stelle, sulla priorità del giorno o della notte ecc.; la Eleatica disputava sull’uno che non può dirsi ente e che non è non ente, sull’universo uno, infinito ed immutabile, sull’immobilità della materia, sull’incomprensibilità di tutte le cose; la Pitagorica tutto avviluppava nelle tenebre di tuoni armonici e di simboli numerici; la Stoica quistionava sui principii agente e paziente, se sia o non sia fuoco la materia, se Iddio sia la natura od un fuoco artificiale, o lo stesso mondo, e se il mondo sia animato; la Epicurea col semplice accozzamento de gli atomi pretendeva costruire tutto il grande edificio geometrico della machina mondiale, la Scettica lungi dal sostenere o promovere o rischiarare una od altra opinione tendeva a tutte distruggerle.

Tale era il carattere più universale della scienza fisica di quei primi speculatori. Tuttavolta non men vero che moltissime verità luminose e profonde non siano balenate ad alcuni di loro; ed un cumulo di autorità incontrovertibili tribuisce a gloria di quei primevi intelletti moltissime capitali scoperte in ogni ramo delle scienze naturali e matematiche di cui si fa vanto il più moderno progresso. E secondo Plutarco i Pitagorici e Platone avrebbero conosciuta la teoria dei colori[120], secondo Stobeo avrebbela intraveduta anche Aristarco[121]. Aristotele parla chiaramente del peso dell’aria[122]. Aristofane mostra conosciuti dagli antichi gli specchii ustorii di vetro che abbruciano per refrazione[123]. Ippocrate e Platone con alcune [p. li modifica]loro frasi farebbero supporre ad essi cognita la circolazione del sangue[124]. Teofrasto avrebbe conosciuta la sessualità delle piante[125] e sperimentato l’accoppiamento delle palme per renderle fruttifere[126]. Empedocle avrebbe parlato dell’ermafroditismo vegetale[127] Ippocrate, Empedocle, Aristotele avrebbero conosciuta la generazione ovipara di Stenone e di Redi; Ippocrate, Platone, Aristotele la spermatica di Hartsocker, Leewenhock, Spallanzani[128]. Nelle matematiche Diofante sarebbe stato nel 360 av. C. il vero creatore dell’algebra, e Vallis troverebbe nel metodo delle esaustioni degli antichi il vero metodo degli indivisibili[129]. Nell’astronomia poi le scoperte di quei primi osservatori avrebbero del miracolo, considerazion fatta agli strumenti di cui era allora la scienza proveduta. Eraclito da Ponto ed Eefanto pitagorici avrebbero insegnata la rivoluzione dei pianeti sopra se stessi[130]. Empedocle ed Anassimandro conosciuto essere la luna illuminata dal sole[131]. Pitagora indotta popolata la luna[132]; Anassagora scorte le montagne e le valli[133]; Democrito attribuite a queste valli e a queste montagne le macchie lunari[134]. Pitea avrebbe trovato corrispondere il flusso e riflusso del mare alle fasi della luna[135]. Aristarco pel primo avrebbe insegnato il metodo di determinare la distanza del sole dalla terra, mediante la dicotomia della luna[136]; Ipparco e Timeo di Locri avrebbero considerata la precessione degli equinozi[137]. I Caldei, gli Egizi, Pitagora, Democrito, Ippocrate da Chio, Artemidoro conosciuto il ritorno, la natura, il corso delle comete[138]. Ma tutte siffatte scoperte, perchè cadute tosto in oblio e isterilite da un sopragiungere infinito di errori, esercitatono un influsso così nullo nel progressivo sviluppo delle scienze cui appartengono, che stimammo doverle qui tutte indistintamente cumulare, siccome straniere alla storia genealogica dello scibile umano.

Le scienze morali frattanto avevano avuto in questo periodo Budda nell’India, Sin-mu nel Giapone, Confucio e Mencio nella Cina, Zoroastro nella Persia, Socrate in Grecia, Numa in Italia, Boccori in Egitto, i quali o nelle leggi o nel culto o nelle scuole avevano introdotta l’idea delle virtù cittadine siccome a fondamento delle grandi arti e sociali, ed erettele in teoria dello stesso più universale tornaconto. I precetti loro valicarono i secoli e si perpetuarono sino a noi.

Le letterature di parecchi popoli hanno già acquistato gli eterni monumenti che durano tuttavia nella ammirazione degli uomini siccome tipi di sapienza di creazione. La poesia ha già avuto nella Cina i celebri canti in onore di Yn-ki; il Kue-fong, il Ya, il Sung di cui si compone il Ki-king di Confucio e le elegie di Kin-ping; nell’India le opere di Viasa; nella Grecia già surse l’epico Omero ed il didattico Esiodo; Epigene, Tespi, Frinico, Cherilo d’Atene, Aristarco di Tegea creano il dramma e la tragedia, che Eschilo, Sofocle, Euripide sollevano col loro genio alla maggiore altezza estetica; Susarione, Cratino, Eupoli, Ferecrate, Platone il comico, Aristofane compongono la comedia antica, mentre Epicarmo e Formi compongono la siciliana, Alceo, Saffo, Anacreonte, Ibico, Bacchilide, Stesicoro, Pindaro, Corinna sublimano la lirica; Laso di Ermione, Pratina, Prassilla creano il ditirambo; Archiloco ha trovato il giambo e con esso creata la satira; Callino l’elegia guerriera in cui Tirteo si rende immortale; Esopo crea la favola e l’apologo, se pur non la deriva dal Locman e dal Bidpay dell’India[139]. La storia ha nella Cina Confucio, lo Sciu-king ed il Tehun-tsieu continuato da Tso-kien-ming; i lavori di Li-Isce sulle tre dinastie Hia, Chang, Tchen, e le opere storico-filosofiche di Meng-tseu. Ctesia di Gaido e Clearco danno la storia dei Persi; lo stesso Ctesia e Megastene quella dell’India; Abideno della Caldea; Bione di Proconneso quella degli Assiri; Carone di Lampsaco quella di Persia e di Creta; Santo quella di Lidia; Ippi reggiano quella di Sicilia. Nella Grecia poi, nella terra della grande civiltà, Ecateo, Ellanico, Ferecide, Cadmo milesio, Acusilao e più altri danno principio a quei parziali lavori storici dai quali in progresso Erodoto, Tucidide e Senofonte traggono maleria e forma per le immortali loro storie sortite ad essere uno splendido tipo di arte e di sapienza pei secoli avvenire. Antifonte, Lisia, Iseo, Isocrate, [p. lii modifica]Eschine applicano la retorica all’eloquenza, l’eloquenza al foro giudiziario e politico, e Demostene, colla potenza di un genio solo in questi ultimi anni emulato, tutti li sorpassa. È pure in questo periodo che noi veggiamo apparire i primi studii della grammatica. Democrito porta le filosofiche sue discussioni sui verbi, sui nomi, sui dialetti[140]. Platone stesso discende nel Cratilo ed in altri dialoghi a ricerche grammaticali, ed Aristotele serisse pur tanto di tutte le arti del parlare, che Dione Crisostomo ben a ragione ripete da lui il principio della critica e della grammatica[141]. Illustratori della grammatica furono pure Teodette e Teofrasto; e gli stoici, con a capo Crisippo, spinsero a tali estremi le minuzie grammaticali, da quasi disgradarne i lavori di tutti que’ posteriori grammatici che, come vedremo, tennero sotto i Tolomei l’impero delle lettere. Nè è a dire che a questi soli rami si restringesse la letteratura di quegli antichi sapienti, che anzi non vi ha parte dello scibile letterario a cui non avessero eglino applicato. E ritornando alla storia, che non fecero essi mai in tutte le diverse parti in cui questa si suddivide? Quanti scrittori di vite e commentari e giornali non produssero? Ateneo cita vari libri di vite scritte da Clearco solense[142]. Laerzio parla di vite scritte da Senocrate[143], di Aristosseno non ci rimane più che l’opera maggiormente celebrata, le sue Vite degli uomini illustri[144]; e scrittori di vite furono Eraclide pontico e Dicearco e Megacle[145], nè altrimenti che biografie erano le imagini coordinate in ordine alfabetico che Suida narra avere scritte Pamfilo discepolo di Platone[146]. Commentari e memorie storiche si scontrano citali sotto i nomi di Teofrasto, di Jeronimo rodio e più altri: e del solo Alessandro cita Ateneo due giornali, di Eumene cardiano e di Diodoto eritreo[147]. Dello stesso Alessandro furono biografi Callistene, Aristobulo, Clitarco, Clito, Anassimene, Onesicrito, Nearco. Nè mancarono i Greci di autori che si dessero alle sole descrizioni storiche di città e provincie. Senofonte formò descrizioni storico-politiche dei Lacedemoni e degli Ateniesi, ed ebbersi poscia uguali descrizioni dei Corinti da Eforo, dei Sicioni da Menecmo, dei Messeni, dei Beozi da Mirone; Dicearco scrisse descrizioni degli istituti e dei costumi di tutte le città e di tutti i popoli della Grecia[148]. Ebbero pure scrittori di storie letterarie: e Senofonte compose una storia dei fatti e dei detti di Socrate; Filisto compose una storia dell’arte oratoria; Fania, discepolo di Aristotele, scrisse una storia dei poeti[149]; Apollodoro una dei legislatori e delle sette filosofiche[150]. Teofrasto ed Eudemo scrissero storie dell’aritmetica, della geometria e dell’astronomia[151]. Filostefano cireneo scrisse una storia delle invenzioni[152]; Eraclide, di quelle dei pitagorici[153]; Fania dei socratici[154]; Nicandro degli aristotelici[155]; Pamfilo dei pittori[156]; Dicearco delle gare musicali[157] e Menecmo degli artefici[158].

Gli Annoni, i Pitea, i Scilaci erano i Colombi, i Magellani, i Cook dell’antica geografia; Democrito, Eudosso, Dicearco ne erano i Mannert, i Maltebrun, i Balbi; e la stessa cronologia, avvegnachè arbitrariamente scissa in contrari sistemi, aveva avuti giudiziosi e dotti cultori in Santo di Lidia, Acusilao, Ferecide, Ellanico: i quali vennero indi tutti sorpassati da Timeo che coll’opera sua Olimpionica, ossia Atti cronici, si ebbe il nome di primo cronologo dell’antichità[159]. Petavio[160], Bouhier[161], Freret[162], Larcher[163] hanno assai dottamente dimostrata la maravigliosa giustezza della cronologia di Erodoto, il che implica una scienza allora molto avanzata in queste discipline.

La musica poi aveva in questo periodo prodotto nella carriera de’ suoi progressi un sì numeroso avvicendamento di sistemi, da trovarsi già divisa in una maravigliosa diversità di sette, siccome la Agenoria, la Damonia, l’Epigonia, l’Eratoclea ed altre tutte anteriori ad Aristosseno, siccome le posteriori a costui, l’Archestrassia, l’Agonia, la Faliscia, l’Ermippia e più altre, che tutte vennero poi mandate in oblio dalla Pitagorica, dall’Aristossenica, e dalla ancor più tarda [p. liii modifica]di Tolomeo, di cui Martini[164] e Requeno[165] sì profondamente ragionarono. Già Terpandro, che pel primo aveva riportato il premio ai giuochi carnii, aveva aggiunte tre corde all’antica lira; Laso d’Ermione aveva pel primo scritto della teoria generale della musica e porte le prime regole di composizione e di canto accoppiando il precetto all’esempio; Aristotele esaminando le varie maniere di canto chiama sinfonia un concerto formato da due voci che cantino l’aria medesima o suonino due strumenti accordati all’unisono; chiama antifonia il concerto prodotto da due strumenti che eseguiscano l’aria stessa, ma accordati all’ottava[166]. Olimpo, musico frigio, trova come i sei tuoni di Pitagora ed il settimo aggiunto da Simonide non empivano tutta l’estensione della voce e degli strumenti, ed introduce nella modulazione i semituoni; ne fa la scoperta con uno strumento simile a quello di Pitagora, su cui tende una corda più minuta fra gli intervalli delle altre, e combinando questi semituoni coi tuoni intieri riesce ad un sistema che abbraccia i tre generi della musica vocale ed istrumentale, cioè il diatonico antichissimo, il cromatico, trovato allora allora da Timoteo, e l’enarmonico di sua scoperta. Poco da poi Aristosseno divide il tuono in nove parti, quattro delle quali fanno il semituono minore e cinque il maggiore; dà il nome di comma a ciascuna divisione e costruisce il suo tetracordo onde formare un sistema che comprenda tutti i suoni gradevoli all’orecchio.

Sorgono frattanto contemporanei ai progressi delle scienze i più gloriosi monumenti delle arti antiche; e brilla l’architettura etrusca in Italia nelle città ben munite, nei canali, negli edifizi, le di cui raine da poco tempo riapparse rivelarono arti, costumanze e magnificenze su cui la storia era affatto silenziosa. Tali sono le grandi moli erette con massi riquadrati o poligoni e senza cemento che conservano tuttavia le etrusche città di Volterra, Fiesole, Cortona, Perugia, Cossa, Segni; tali la torre dei giganti nell’isola di Gozo, il tempio di Giove Laziale sul monte Albano, e quello di Alba nei Marsi; tali i vetusti sepolcri scoperti a Castel di Asso, le grotte Cornettane o Tarquinie; tali gli acquedotti presso l’antichissima Vitulonia (Canino), i magnifici ponti alla Fiora, monumenti di parecchi secoli anteriori all’arte e greca[167]. Sorge nella Media la città di Ecbatana (Hamadan), circuita da sette maravigliose muraraglie disposte a terrazzi e splendidamente dipinte a vari colori; e spicca di mezzo ad essa il palazzo reale la di cui minor maraviglia erano le tegole di argento che ne coprivano i tetti ed i colmigni. Stupiscono quell’età i canali e gli edifizi di Amasi a Menfi ed a Sais; gli edifizi ed i canali di Nabucodonosor in Babilonia; le residenze mortuarie dei re di Persia a Persepoli, e le ruine di Tehilminar, le più gigantesche dopo le egizie, offrono tuttavia colonne di cinquanta piedi d’altezza e di una circonferenza, che mal raggiungono le abbracciate di tre uomini. Appartengono pure a questo periodo il perfezionamento dell’arte dorica e ionica; la costruzione di magnifici tempii in Magna Grecia di cui sussistono ruine a Selino, a Segeste, in Sicilia, a Pesto. Agrigento offre il più grande tempio dell’arte greca, e grande si che un uomo potea mettersi ritto nelle scanalature delle sue colonne: Siracusa presenta una delle più alte maraviglie antiche nel suo teatro intagliato nella roccia; sorge il tempio di Giove panellenico ad Egina, quello di Olimpia che chiude il Giove di Fidia, e Ctesifone erge in istile ionico il tempio di Diana in Efeso, il più bel tempio dell’Asia minore. Ictino e Callicrate alzano il Partenone in Atene, sorvegliandone Fidia i lavori. I propilei, architettura di Mnesicle, aprono in istile ionico e dorico l’ingresso al Panteone, e con questi vede Atene sorgere l’Odeone, il tempio di Teseo, opera dorica di Cimone, e quello di Giove olimpico architettato da Callimaco nell’ordine corinzio, di cui fu creatore. Tarquinio Prisco costruisce le famose cloache ed il gran circo in Roma. Servio Tullio circonda la città eterna di torri, mura e fossa, e Tarquinio il Superbo v’innalza il tempio di Giove Capitolino; Fidia, Policleto, Mirone, Aleamene, Ctesilao, Nancide, Scopa, Prassitele ecc. popolano i monumenti architettonici delle maraviglie del loro scalpello.

La pittura che nell’Etruria aveva già arrivati quei maravigliosi progressi che Plinio farebbe risalire ai tempi di Tarquinio Prisco (650 a. C.) che Gori, Passéri, Maffei, Guarnacci, Bonarroti, Montfaucon, Paoli, D’Arco opinarono, e che il principe di Canino ha tanto sapientemente provati anteriori alle arti greche[168], aveva in questo periodo anche [p. liv modifica]nella Grecia toccato ad una maravigliosa perfezione. Già sino dall’840 a. C. Cleofanto di Corinto aveva inventata la pittura monocroma o ad una sola tinta; più tardi Arcesilao di Paro la pittura in cera ed in ismalto, e Pausia di Sicione la pittura ad encausto in cui adopravasi il fuoco; Bularco ha già scossa l’ammirazione dei Greci colla sua Battaglia dei Magnesii nella Lidia, nella quale preluse alla scoperta del chiaroscuro impiegando diversi colori e adottando qualche digradazione il nelle tinte; quindi più tardi compaiono i dipinti di Paneno, Apollodoro, Timante, Agatarco, Cidia, Eupompo, Nicia, Melanzio, e finalmente i capolavori dei veri capiscuola della greca pittura Polignoto, Zeusi, Parrasio, Apelle e Protogene.

Mentre le scienze, le lettere, le arti belle facevano gli splendidi progressi che abbiamo delineati, la scena politica delle nazioni offriva contemporaneamente un tremendo spettacolo d’invasioni, di conquiste, di guerre, battaglie, assedii, rovesci d’imperi e d’ogni maniera rivolgimenti politici e civili. I Cinesi invadono la Tartaria; gli Indi le regioni di Siam; Sigoveso, figlio di Ambigato re dei Berruvii, passa in Germania co’ Boi, attraversa la selva Ercinia e stanziasi al nord del Danubio, mentre il fratello Belloveso passa primo le Alpi per venirne in Italia, sconfigge i Toscani, fonda Milano, e Cleonide ed Elitorio suoi luogotenenti guidano i Cenomani e quelli che abitavano fra la Senna e la Loira nel Mantovano, nella Carniola, su le spiagge dell’Adriatico; le regioni di Novara, del Piacentino, di Ravenna, Bologna sono occupate dai Lingoni; i Megaresi invadono le terre bizantine; i Cartaginesi la Sicilia; gli Smirnei la Spagna; i Persi l’Egitto, indi la Grecia; i Greci la Persia e più tardi l’Africa, e di nuovo l’Asia; i Galli sono a Roma, i Siciliani in Africa; i Belgi in Inghilterra; i Geti nella Dacia. Di mezzo a questo permischiamento di popoli e nazioni sorgono illustri città, e già la storia riconosce in questo periodo i principii di Palmira, di Samaria, di Samo, Corcira, Crotone, Mantova, Reggio, l’eterna Roma, Siracusa, Sibari, Taranto, Capua, Eebatana, Bisanzio, Agrigento, Messina, Selinunte, Eraclea, Alessandria e più altre. La faccia politica del globo ha subite vicende e mutazioni d’imperi da farne indiscernibile la politica sua geografia dell’antecedente periodo. Gli Assiri surti ad immensa grandezza, si sono già affievoliti per la separazione della Media; risurti per la sommessione dei Siri e degli Israeliti, si riallievoliscono colla perdita della Babilonia, e sono già sotto il dominio della Media: la Babilonia, aumentata la sua antica grandezza col regno di Giuda e della Fenicia, cade sotto la Persia. I Medi già soggetti agli Assiri, poscia indipendenti, quindi signori della Persia, che presto perdono, distruggono gli Assiri per indi passare sotto il dominio dei già loro sudditi, i Persi. Questi soggiogata la Media continuano una gloriosa carriera di conquiste nella Lidia, nella Babilonia, nell’Egitto, che si arresta alla perdita della Caria indi dell’Egitto, e soccombe sotto il grande eroe di Macedonia, al quale piega il collo l’Egitto, già si grande sotto Sesostri, Psammetico ed Amasi, Atene, Argo, tutta la Grecia e un terzo del mondo conosciuto. Gli Ebrei, dopo subito il governo dei patriarchi, abitato, abbandonato l’Egitto, conquistata la terra promessa, governati dai giudici, dai re, dopo sottomessa e perduta la Siria, dopo avere subita la divisione in regno d’Israele e di Giuda, ed essere stati condotti schiavi, quelli in Assiria, questi in Babilonia, ed ottenuta più tardi la libertà da Ciro, riacquistala la Palestina, vanno, e sono tuttavia soggetti al governo dei pontefici. L’Etruria già fatta regno da tempi immemorabili, dopo perduta Fidene, Veio, è compiutamente conquistata dai Romani, quali hanno già sottomessi i Crustumini, gli Antemnati, gli Albani, il Lazio, i Gabii, i Sabini, i Sanniti, i Latini; già Roma dalla signoria de’ suoi re è passata, colla cacciata de Tarquinii, alla oligarchia; ai consoli sono succeduti i decemviri, a questi di bel nuove i consoli; i tribuni già tutelano i diritti del popolo contro le gravezze dei patrizi il dispotismo del senato; Orazio Coclite, Coriolano, i Fabii, L. Cincinnato, Siccio Dentato, Valerio, Cornelio Cosso, Servilio Prisco, Mamerco Emilio, Camillo, Papirio, Curio Dentato, Dolabella hanno già fatti famosi gli annali di Roma.

Le arti della guerra sì di terra che di mare, così di battaglia come di assedio, hanno ottenuto quel perfezionamento strategico che innalza la scienza del genio, la potenza del valor morale sopra il materiale. E in questo periodo sui campi di Pasagarda i Persi capitanati da Ciro vincono Astiage re dei Medi; su quelli di Timbrea i vincitori di Pasagarda soggiogano il re di Lidia, Creso; sul fiume Marzia gli stessi Persi co Dorisco sconfiggono i Carii; i Siracusani sono vinti ad Imera dai Cartaginesi; e più tardi sullo stesso Imera i vinti sconfiggono i vincitori: a Maratona sbaraglia Milziade i Persi; Temistocle sbaraglia a Salamina; Pausania ed Aristide a Platea; Santippo e Leotichide a Micale; Cimone ad Eurimedonte; ad Egospotamos Lisandro cogli Spartani supera gli Ateniesi; a Cunassa i Persi sconfiggono Ciro ribelle; Senofonte ha già eseguita la celebre ritirata dei 10,000; Epaminonda [p. lv modifica]rovescia sui campi di Leutra la potenza spartana, su quelli di Mantinea fa i Tebani vincitori della Grecia alleata, la quale più tardi nonostante gli aiuti dei Tebani stessi è sui campi di Cheronea vinta e soggiogata da Filippo il Macedone. Al Granico, ad Isso, ad Arbels atterra Alessandro Magno il formidato impero di Persia e dà principio ad un’era di rivolgimento a cui si connettono tutte le sorti politiche e commerciali delle successive età.

Note

  1. ↑ Genes., cap. XIV, v. 8.
  2. ↑ Gios., cap. XII, v. 24.
  3. ↑ Giudic., cap. 1, v. 7.
  4. ↑ Euseb., Prœp. evang., lib. IX, cap. 27.
  5. ↑ Anc. Relat. de Indes et de la Chine, pag. 186. — Lo stesso dice Schlosser essere stato dell’India.
  6. ↑ Lib. V.
  7. ↑ Lib. 1, l. 3.
  8. ↑ De morib. German., cap. 7, 11.
  9. ↑ Acosta, lib. VII.
  10. ↑ L’Escabot, Hist. de la nouvelle France, pag. 852. — Jefferson, Observ. sur la Virginie, pag. 156-158.
  11. ↑ Leo, Storia universale, pag. 17. Citiamo la bella traduzione di Menini, edizione di Milano per P. Lampato.
  12. ↑ Erodoto, lib. 11.
  13. ↑ Constant., De la religion, tom. IV, pag. 298.
  14. ↑ Lib. I, lib. XVI.
  15. ↑ Espirit, lib. I, cap. III.
  16. ↑ Delle leggi di Creta parlarono fra gli antichi Eforo, Senofonte, Callistene, lodandole a cielo; ma nulla ci rimane di loro; Polibio le censura amaramente (VI, cap. 8). Ateneo (IV, §. 10) cita le istituzioni cretesi di Pirgione. Diogene Laerzio (Epimen., §. 5) attribuisce ad Epimenide un’opera sullo stesso soggetto. Platone vedeva nelle leggi di Creta altrettanti modelli da offrirsi agli altri popoli. Aristotele consacrò ad esse il capitolo X del libro II della sua Politica. Ciò che è strano si è che dall’esame fatto di esse da Aristotele e da Polibio, quello vi trova un carattere di democrazia, questo di aristocrazia.
  17. ↑ I libri attribuiti ad Ermete contenevano ad un tempo i principii e le dimostrazioni della scienza astronomica-medica, geografica, le regole religiose, e tutto ciò che concerne la legislazione civile e l’amministrazione della giustizia. Di tali numerosi libri otto erano consacrati alla scienza delle leggi. Vedi Clemente Alessandrino, Strom. VI. — Diodoro, 1, §. 75. Eliano, Storie diverse, XII, cap. 4; XIV, cap. 34.
  18. ↑ Deuter., XVII.
  19. ↑ Jehova, secondo i cabalisti ebrei, stabili varii gradi di analogia e di subordinazione fra lui e gli angeli, fra gli angeli e gli astri, fra gli astri e i corpi sublunari; stampo carattere di questa relazione sulle lettere, sui numeri, simboli, e rivelò la maniera di consultarli per rinvenirvi il rapporto di tutti gli esseri reali. Nacquero da questo principio le opinioni dei cabalisti istessi sulle parole, sulle lettere sui numeri, sulla diversità dei libri sacri, sull’influenza degli astri, sul commercio degli spiriti, e generalmente sopra tulle le virtù segrete degli esseri reali e simbolici.
  20. ↑ Vedi i Supplimenti e le illustrazioni di Romagnosi alle Ricerche sull’India antica di Robertson, Milano 1827.
  21. ↑ Vedi il poco che ne resta di esse in Young, The History of Athen politically and philosophically considered.
  22. ↑ Vedile in Petit Sam., De legibus atticis.
  23. ↑ Lib. XII, §. 20.
  24. ↑ Disc., XLII.
  25. ↑ Vedi Heyne, Opusc. acad., tom. II, pag. 160.
  26. ↑ Espirit, lib. XI, cap. 9.
  27. ↑ Plut., Vita Pyrri. — Aristotel., Polit., lib. V, cap. 6.
  28. ↑ Quinto Curzio, lib. VI, cap. 8.
  29. ↑ Pinkerton, Recherches sur l’origine et les établissemens des Seythes ecc., pag. 222.
  30. ↑ Diodor., 1, §. 53.
  31. ↑ Pinkerton, ibid.
  32. ↑ His, dice Giustino, igitur Asia per mille quingentos annos vectigalis fuit, e più sotto: Asiam perdomitam, vectigalem fecere modico tributo, magis in titulum imperii, quam in victoriæ præmium.
  33. ↑ De exped. Cyri, lib. I.
  34. ↑ Robertson, Ricerche sull’India antica, nota IV della IIa parte.
  35. ↑ Vedi il Giornale della biblioteca italiana, tom. 100, pag. 298.
  36. ↑ Levit., XXV, 23.
  37. ↑ Numeri, XXXV, v. 6-8.
  38. ↑ Numeri, cap. I, 23, 31; III, 43 — Giosuè, XIX, 1-16.
  39. ↑ Erodot., v, §. 25.
  40. ↑ Diod., XV, §. 10.
  41. ↑ Plutar., Artas., §. 20.
  42. ↑ Erodot., III, §. 35.
  43. ↑ Val. Mass., IX, cap. 11. Ext., §. 7: Uccise anche costui colpi di freccia più di cento persone della sua famiglia, senz’avere loro a rimproverare null’altro che di goder fama di coraggio e di probità. Pastoret, Legisl. persian., cap, VIII, in nota.
  44. ↑ Plut., Artas., §. 18.
  45. ↑ Ctesia, §. 55.
  46. ↑ Dan., VI, v. 17 e 24.
  47. ↑ Plut., Artas., §. 25.
  48. ↑ Genesi, XXXVIII, v. 24.
  49. ↑ Giosuè, VIII, v. 29.
  50. ↑ Ibid., X, v. 24-26.
  51. ↑ Giudici, VIII, v. 7 e 16.
  52. ↑ Quinto Curzio, IV, §. 4.
  53. ↑ Macabei, VII, v. 3.
  54. ↑ Macabei, VI, v. 10.
  55. ↑ IV dei Re, VIII, v. 12.
  56. ↑ Erodot., I, §. 196.
  57. ↑ Quinto Curzio, v. §. 1.
  58. ↑ Deuter., XXIII, v. 18.
  59. ↑ Seldeno, De pure nat. et gent., V, cap. 11.
  60. ↑ Montesquieu, Espirit ecc., XXVI, cap. 14.
  61. ↑ Quinto Curzio, v. §. 1.
  62. ↑ Erodot., II, §. 121.
  63. ↑ Ibid., §. 126.
  64. ↑ Strabone, XVII.
  65. ↑ Erodot., lib. II, §. 155.
  66. ↑ Sesto Empirico, Ipotiposi, III, §. 24.
  67. ↑ Diod. I, §. 91.
  68. ↑ Erodot., II, §. 89.
  69. ↑ XVI, v. 56, XXIII, v. 20.
  70. ↑ Strabone, X, pag. 484.
  71. ↑ Pastoret, Legisl. dei Cretesi, cap. VI.
  72. ↑ De legibus, I.
  73. ↑ Luciano, Dea Siria V; Atenagora, Adversus gentes; Aulo Gellio, I. c. 8.
  74. ↑ Socrate, Storia Eccles. I. cap. 18.
  75. ↑ De nat. Deor. I.
  76. ↑ De legibus, IV. Platone nel Timeo dice: πας ὂντως άεί λογισμός quel Dio che sempre è. E Speusippo nelle Definitiones ad calcem Platonis. Deus immortalis se ipso contentus ad felicitatem; essentia sempiterna naturæ boni causa. Socrate e Platone, dice Plutarco (De placitis philosophorum, lib. I, cap. 7), dissero Dio essere uno, singolare, unigenito e generato da se stesso, veramente ottimo ecc. Per lo che Dio è una mente separata da ogni forma, cioè dire sciolta da ogni materia, e mista a nessuna sensibile sostanza.
  77. ↑ De mund., cap. VI.
  78. ↑ Batteux, Mémoires des inscript. t. XXV, p. 171.
  79. ↑ Reg. III, cap. 5.
  80. ↑ Esdr. I. 1. Altri esempi vedili lib. I, cap. 6. Ester, XVI, 16.
  81. ↑ Sciu king, I. 195.
  82. ↑ Garcilasso della Vega, Storia del Perù.
  83. ↑ Feder, Cerimonie religiose, t. VI, p. 109.
  84. ↑ Ibid.
  85. ↑ Bernier, Viaggi, t. II, p. 159; Wilkins, Prefazione del Bagavat-Gita, p. 24; Sonnerat, Viaggi, t. I, p. 198 e prefazione p. 73; Dow, Dissertazione ecc. p. 40; Mignot, Memoires sur les anciens philosophes de l’Inde.
  86. ↑ Chishul, Ant. Asiat. p. 133. Sainte-Croix, Législ. de Cret. p. 559.
  87. ↑ Plut. Agid. §. 7.
  88. ↑ Vedile presso Leunclavius, Jus greco-romanum; Targa, Contrattazioni marittime; Morizot, Storia del mondo marittimo; Pastoret, Legisl. dei Rodii.
  89. ↑ Plut., Plac. Phil. lib. III, c. II. — Macrob., Somn. Scip., lib. I, cap. 15.
  90. ↑ Elem. lib. II, cap. IX, prop. VII. Vedi Bettini, Apiar. XI, cap. II.
  91. ↑ Tutte le scoperte geometriche di Talete, vedile in Proclo in Eucl. comm. lib. III, p. 1.
  92. ↑ Aristot. I. Elench.; Laerzio, De vita Pythag.; Papp. Coll. Math. lib. VII. Præf.
  93. ↑ De exil.
  94. ↑ I Elench.
  95. ↑ Procl. in Eucl.
  96. ↑ Eutoc. ad Archim., lib. II, De sphera et cilindro.
  97. ↑ Laerzio in Archita.
  98. ↑ Vedi su di ciò Pappo, Coll. Math. lib. VIII. Præf. de Apol.
  99. ↑ Encyclop. meth. Math., Diss. prelim.
  100. ↑ In Euclid. lib. II e III.
  101. ↑ In Archita.
  102. ↑ Andres, Scienze naturali, cap. V.
  103. ↑ Enchir. harm. lib. I.
  104. ↑ Astron. phis. et geometr.
  105. ↑ Expos. de la philos. Newton, lib. II, cap. 2.
  106. ↑ Nel trattato Dell’oggetto e dell’udito ecc.
  107. ↑ Hist. of music. cap. V.
  108. ↑ Epistol. inter Hippocrat.
  109. ↑ Acut. II, c. 16.
  110. ↑ Reg., lib. II, cap. IV.
  111. ↑ I mezzi stessi offerti dalla munificenza di Alessandro il Grande ad Aristotele sono per se stessi un criterio della importanza massima dell’opera di questo uomo immenso. Ecco che scrive Plinio su di ciò: Alexandro Magno rege linflammato cupidine animalium naturas noscendi.... aliquot millia hominum in totius Asiæ Græciæque tractu parere jussa, omnium quos venatus, aucupia, piscatusque alebant: de quibusque vivaria, armenta, alvearia, piscina, aviaria, in cura erant; ne quid usquam genitum ignoraretur ab eo etc. (lib. VIII, cap. 17). A tutta l’ingente somma che costarono siffatte ricerche di migliaia d’uomini, si aggiungano ottocento talenti, cioè quattro milioni ottocentomila franchi che Alessandro spese pei manoscritti del filosofo. Vedi Ateneo, lib. IX.
  112. ↑ Alcuni la farebbero rimontare nientemeno che ad Adamo, poggiati alla sacra Scrittura che dice, e lo collocò nel paradiso affinchè lo coltivasse ecc. (Genesi II. 15): altri a Salomone che la sacra Scrittura fa uomo che sapeva dall’alto cedro del Libano sino all’umile issopo che spunta dalle pareti ragionar dottamente (III. Reg. IV. 33): altri a Scin-Nong imperatore della Cina, del quale dicesi che in un sol giorno scoprisse settanta piante velenose e che avesse anche saputo ritrovare di esse l’antidoto, ed il mezzo di renderle utili (Du-Halde, Descr. de la Chine, t. I, p. 274): altri a Zoroastro che Plinio (Hist. nat., lib. XVIII, cap. 24) fa autore di due opere nel 1500 av. C. col titolo De satione plantarum, De plantis magicis. Secondo lo stesso Plinio, Orfeo sarebbe stato (nel 1620 av. C.) autore di un’opera De agricultura (lib. XXV, cap. 2), e Museo di un’altra De polio (nel 1590 av. C.). Cognizioni di botanica sonvi in Esiodo (Opera et dies; De polio) morto nel 1030 av. C., nell’Odissea e nell’Iliade di Omero. Secondo Plinio anche Solone sarebbe stato (nel 642 av. C.) autore di un libro De atriplice (lib. XX, c. 20): ed anche Pitagora avrebbe (545 av. C.) fatto un’opera Vires erbarum, che però lo stesso Plinio aveva prima attribuita al medico Cleemporo (Confer. lib. XXV, cap. 1, e lib. XXIV, cap. 17). Crateva sarebbe pure stato autore (461 av. C.) di un’opera Rizotomikon, e secondo Ippocrate sarebbe questi stato il più grande botanico de’ suoi tempi. Plinio riferisce pure che Dionigi e Metrodoro (450 av. C.) avessero pubblicate delle figure di piante sotto le quali aveano descritte le singole virtù di ciascuna.
  113. ↑ Nella biblioteca imperiale di Vienna esistono frammenti di un’opera di botanica di un Crateva; se questi è il Crateva contemporaneo d’Ippocrate, sarebbe quella la più vetusta opera veramente botanica di tutta l’antichità.
  114. ↑ Laert. in Democrito.
  115. ↑ Plinio, Hist. nat., lib. XVII, cap. 24.
  116. ↑ Lib. II, cap. 8.
  117. ↑ Lib. XX, cap. 9.
  118. ↑ Ibid.
  119. ↑ Lib. XXI, cap. 3.
  120. ↑ De pleclt. philosoph., lib. IV, cap. 13.
  121. ↑ Ecl. Phys., pag. 35.
  122. ↑ Opera, tom. I, pag. 490, ediz. di Parigi 1629. Più tardi anche Seneca, vedi Quæst. nat., lib. V, cap. 5.
  123. ↑ Nelle Nubi, atto 2, sc. 1, v. 140.
  124. ↑ Hippocr., Oper., tom. I, sect. 17. De venis, Platone, Timeo, ediz. di Lione, 1590, pag. 545.
  125. ↑ Hist. Plant., lib. III, cap. 9.
  126. ↑ Hist. Plant., lib. II, cap. 9.
  127. ↑ Aristotel., De plantis, lib. I, cap. 2.
  128. ↑ Dutens, Recherches etc., part. III, cap. 2.
  129. ↑ Oper., tom. II, pag. 2.
  130. ↑ Plutarco, De placit. philos., lib. III, cap. 12.
  131. ↑ Plutarco, De facie in orbe lunæ. — Diog. Laer. in Anaximandro, lib. II.
  132. ↑ Plut., De placit. phil., lib. II, cap. 30.
  133. ↑ Stobeo, Eclog. phys., lib. I.
  134. ↑ Plutarco, De facie in orbe lunæ.
  135. ↑ Plutarco, De placit. ecc., lib. III, cap. 17.
  136. ↑ Dutens, Recherches etc., tom. II, part. IV, cap. 1.
  137. ↑ Timeo, De anima mundi, nell’edizione di Platone, tradotto dal Serrano, tom. III, pag. 96.
  138. ↑ Dutens, ib., parte II, cap. 10.
  139. ↑ Vedi Bidpay, l’edizione del Sacy, Parigi 1816.
  140. ↑ Laert. in Democr.
  141. ↑ Orat., lib. III.
  142. ↑ Lib. IV, VI, XIII.
  143. ↑ In Senocrate.
  144. ↑ Vossio, De hist. gr., lib. I, cap. 9.
  145. ↑ Andres, tom. III, P. III, c. 1.
  146. ↑ Lexicon græc. alla voce Pamfilo.
  147. ↑ Lib. X.
  148. ↑ V. Gronovio, Græc. Ant., tom. XI.
  149. ↑ Ateneo, lib. VIII.
  150. ↑ Laerzio in Solone.
  151. ↑ Andres, loco citato.
  152. ↑ Clem. Aless., Strom., lib. I.
  153. ↑ Laerzio in Heraclide.
  154. ↑ Laerzio in Antistene.
  155. ↑ Suida, Lexicon.
  156. ↑ Ibid.
  157. ↑ Scol. in Aristophanis Vespas.
  158. ↑ Ateneo, lib. II.
  159. ↑ Diod. Sicul., lib. V. — Suida, Lexicon in Timeo.
  160. ↑ De doctr. temp., lib. I, cap. 28.
  161. ↑ Rech. et dissert. sur Hérodot.
  162. ↑ Reflex. etc., Acad. des Inscrip., tom. VI et passim.
  163. ↑ Hérodot. etc., VII, Tabl. chronol.
  164. ↑ Storia della musica.
  165. ↑ Saggio sul ristabilimento dell’arte armonica de’ Greci e Romani ecc. Vedi anche il Burney, Hist. of music, tom. I; lo Stilingfleet, Princip. and prouv. of Harmony.
  166. ↑ Vi si adoperava uno strumento appellato megadi, in cui le corde erano accordate all’ottava, di modo che pizzicate insieme mandavano un solo suono.
  167. ↑ Vedi su questi monumenti il Bonarroti nelle sue Giunte al Dempster, il Vermiglioli, l’Inghirami, Gori e Micali.
  168. ↑ Vedi il suo Museo etrusco, e specialmente la sua lettera contenente la descrizione del suo museo ecc.