Odi e inni/Odi/Al corbezzolo

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AL CORBEZZOLO


O tu che, quando a un alito del cielo
i pruni e i bronchi aprono il boccio tutti,
tu no, già porti, dalla neve e il gelo
                                        4salvi, i tuoi frutti;

e ti dà gioia e ti dà forza al volo
verso la vita ciò che altrui le toglie,
chè metti i fiori quando ogni altro al suolo
                                        8getta le foglie;

i bianchi fiori metti quando rosse
hai già le bacche, e ricominci eterno,
quasi per gli altri ma per te non fosse
                                        12l’ozio del verno;

o verde albero italico, il tuo maggio
è nella bruma: s’anche tutto muora,
tu il giovanile gonfalon selvaggio
                                        16spieghi alla bora:

il gonfalone che dal lido etrusco
inalberavi e per i monti enotri,
sui sacri fonti, onde gemea tra il musco
                                        20l’acqua negli otri,

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mentre sul poggio i vecchi deiformi
stavano, immersi nel silenzio e torvi
guardanti in cielo roteare stormi
                                        24neri di corvi.

Pendeva un grave gracidar su capi
d’auguri assòrti, e presso l’acque intenta
era al sussurro musico dell’api
                                        28qualche Carmenta;

chè allor chiamavi come ancor richiami,
alle tue rosse fragole ed ai bianchi
tuoi fiori, i corvi, a un tempo, e l’api: sciami,
                                        32àlbatro, e branchi.

Gente raminga sorveniva, e guerra
era con loro; si sentian mugliare
corni di truce bufalo da terra,
                                        36conche dal mare

concave, piene d’iride e del vento
della fortuna. Al lido navi nere
volgean gli aplustri con d’opaco argento
                                        40grandi Chimere;

che avean portato al sacro fiume ignoto
un errabondo popolo nettunio
dalla città vanita su nel vuoto
                                        44d’un plenilunio.

Le donne, nuove a quei silvestri luoghi,
ora sciogliean le lunghe chiome e il pianto
spesso intonato intorno ad alti roghi
                                        48lungo lo Xanto;

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ed i lor maschi voi mietean di spada,
àlbatri verdi, e rami e ceree polle
tesseano a farne un fresco di rugiada
                                        52feretro molle,

su cui deporre un eroe morto, un fiore,
tra i fiori; e mille, eletti nelle squadre,
lo radduceano ad un buon re pastore,
                                        56vecchio, suo padre.

Ed ecco, ai colli giunsero sul grande
Tevere, e il loro calpestio vicino
fugò cignali che frangean le ghiande
                                        60su l’Aventino;

ed ululò dal Pallantèo la coppia
dei fidi cani, a pie’ della capanna
regia, coperta il culmine di stoppia
                                        64bruna e di canna;

e il regio armento sparso tra i cespugli
d’erbe palustri col suo fulvo toro,
subitamente risalia con mugli
                                        68lunghi dal Foro;

e là, sul monte cui temean le genti
per lampi e voci e per auguste larve,
alta una nera, ad esplorar gli eventi,
                                        72aquila apparve.

Volgean la testa al feretro le vacche,
verde, che al morto su la fronte i fiocchi
ponea dei fiori candidi, e le bacche
                                        76rosse su gli occhi.

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Il tricolore!... E il vecchio Fauno irsuto
del Palatino lo chiamava a nome,
alto piangendo, il primo eroe caduto
                                        80delle tre Rome.