Odissea (Romagnoli)/Canto XXIII

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Canto XXIII

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Omero - Odissea (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Canto XXIII
Canto XXII Canto XXIV
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E nelle stanze eccelse la vecchia andò, iutta ridente,
per dire alla regina com’era tornato il suo sposo.
Salde le sue ginocchia, veloci salivano i piedi;
e stando a capo al letto, le volse Cosí la parola:
«O figlia mia diletta, Penèlope, sorgi dal sonno,
vedi con gli occhi luoi ciò che tu notte e giorno bramavi!
Tornato è Ulisse, è giunto, sebben dopo tanto, al suo tetto,
ha morte inflitto ai Proci, flagello di questa dimora,
che divoravano i beni, faceano sopruso a tuo figlio ’.
E le rispose Cosí Penèlope piena di senno:
«Pazza, mia cara nutrice, t’ han resa gli Dei, ch’àn potere
di rendere demente chi pur possedesse gran senno,
e avviali talora, invece, su vie di saggezza lo stolto:
essi t’ han leso: prima diritta tu avevi la mente.
Perché vuoi farmi danno, se tanto già debbo soffrire?
Tali stoltezze per dirmi, mi désti perfino dal sonno,
che dolcemente or ora coperte m’aveva le ciglia?
Che mai non ho Cosí dormito, dal giorno che Ulisse
di qui parti per Ilio, per quella città maledetta.

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Su via, dunque, discendi, ritorna di nuovo alla sala;
che se delle mie donne qui fosse alcun’altra venuta,
e ridestata dal sonno m’avesse, per darmi tal nuova,
giú nella sala di nuovo di certo l’avrei rimandata
con un gran brutto congedo: a te gli anni tuoi (anno schermo»
Ed Euriclèa, la fida nutrice, Cosí le rispose:
«Io non ti faccio danno, figliuola mia cara! Davvero
è ritornato Ulisse, è in casa, come io te lo dico:
è lo straniero che tutti qui dentro copriano d’oltraggi.
Telemaco da un pezzo sapeva di già ch’era in casa,
ma per prudenza tenne nascosti i disegni del padre,
per vendicar gli affronti di quei tracotanti Signori».
Cosí disse. Gioi Penelope, e a terra balzata,
strinse la vecchia al seno, dagli occhi versando gran pianto;
e a lei rispose, queste parole veloci le disse:
«Se tu la verità, nutrice mia cara, m’ hai detta,
se proprio Ulisse, come tu dici, è tornato al suo tetto,
come potè le mani giltare sui Proci sfrontati,
s’egli era solo, e gli altri qui ognor se ne stavano a frotte? ’.
E le rispose Cosí la fida nutrice Euriclèa:
«Io ncn lo so, non ho visto: udito ho soltanto le gridr.
dei Proci uccisi: noi stavam delle stanze nel fondo,
invase di terrore, con gli usci serrati sprangati,
sinché venne a chiamarmi, che uscissi alla fine, tuo figlio
Telemaco; ed a lui l’aveva ordinato suo padre.
E allora Ulisse io vidi, che in mezzo ai cadaveri stava:
i corpi intorno a lui giacevan sul sodo impiantito
l’uno sull’altro: Cosí lo vidi, fui colma di gioia!
A mucchi quelli adesso, dinanzi alla porta dell’atrio,
stanno; e la casa tutta purifica Ulisse col ’»lfo.

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ch’arde presso un gran fuoco; e ha me qui mandala, a chiamai li.
Seguimi, dunque, sicché tu e lui vi possiate allegrare
entrambi il cuore; perché, dopo tanti travagli soffitti,
vivo è tornato al suo focolare, e te viva ha trovata,
e il figlio caro; e quelli che oprarono tanto a sub danno,
i Proci, a tutti quanti scontare egli ha fatta la colpa».
E a lei queste parole Penelope scallra rispose:
«Non giubilare ancora, non darti, nutrice, alla gioia:
tu sai quanto bramato giungerebbe Ulisse al suo tetto,
da tutti, e piú da me, dal figlio che abbiam generato.
Però questa novella non è come tu me la narri:
ma dei Celesti alcuno trafisse quei prenci arroganti,
che si sdegnò della loro superbia, e dei loro misfatti,
però ch’essi a nessuno degli uomini aveano rispetto,
né buoni, né malvagi, che ad essi giungesse. Per questo,
per la stoltezza loro, patiron la morte; ma Ulisse
ebbe conteso il ritorno, lontan dalla patria è perito».
E le rispose Cosí la fida nutrice Euriclèa:
«Qual motto, figlia mia, ti fuggi dalla chiostra dei denti?
Lo sposo tuo ch’è dentro, che al tuo focolare è vicino,
dici che non è giunto? Incredulo è sempre il tuo cuore!
E allora, un altro segno ti posso mostrare ben certo:
la piaga che col bianco suo dente gl’inferse un cinghiale:
io mentre lo lavavo. la vidi, e volevo a te dirlo;
ma egli m’afferrò, su la bocca mi pose la mano,
e proibi, saggiamente, che a te ne facessi parola.
Seguimi adesso: ch’io per pegno ti do la mia vita:
fammi, se mai t’inganno, morii e di misera morte».
E a lei queste parole Penelope scaltra rispose:
«Cara nutrice, i consigli dei Numi che vivono eterni

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ardua cosa è «coprire, chi pure abbia «aggio la mente:
ma, tuttavia, dov è Telemaco andiamo, ch’io veda
spenti i superbi Proci, ch’io veda colui che li uccise».
Detto Cosí discese; e il cuor le ondeggiava nel petto,
molto, se interrogare dovesse in disparte lo sposo,
oppur farglisi presso, le mani baciargli ed il capo.
E poiché giunse, ed ebbe varcata la soglia di pietra,
sedè quivi, ad Ulisse di fronte, alla vampa del fuoco,
» alla parete di fronte. Vicino ad un alto pilastro
i quegli sedeva, in terra guardando, attendendo se nulla,
f ora che innanzi a sé lo vedea, gli dicesse la sposa.
Ma muta elia restava, stupore ingombrava il suo petto.
Ed or nel viso a lui lungamente fíggeva lo sguardo,
or non lo ravvisava, coperto com’era di cenci.
E allor parlò, le volse Telemaco questa rampogna:
«O madre, o madre mia cattiva, dall’animo duro,
perché dunque dal padre lontana rimani, e non siedi
vicino a lui, né alcuna parola o dimanda gli volgi?
Niun’altra donna avrebbe di certo si rigido cuore,
che dallo sposo lontana restasse, che dopo venti anni,
dopo tanti travagli, tornato pur fosse alla patria!
Ma nel tuo petto sempre piú duro e d’un sasso il tuo cuore».
E a lui queste parole Penelope scaltra rispose:
«Figlio, nel seno mio percosso è il cuor mio di stupore,
né posso una domanda rivolgergli, non un accento,
neppur gli occhi nel viso fissargli posso io. Se davvero
Ulisse egli è, se questa pur è la sua casa, noi due
meglio potremo l’un l’altro conoscere. Abbiamo dei segni
nascosti a tutti gli altri, che solo noi due conosciamo».
Cosí disse. Ed Ulisse divino tenace sorrise.

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e tosto queste alate parole a Telemaco volse:
«Lascia, lascia che adesso tua madre mi metta alla prova,
nella mia casa: vedrà, Telemaco, presto, piú chiaro.
Ora, perché son lordo, perché vesto miseri cenci,
per questo ella mi spiegia, né crede ch’io sono il sijo sposo.
Ma or pensiamo al modo che tutto finisca pel meglio:
perché quando taluno dà morte, tra il popolo, a un uomo
che pure dietro a sé non lasci gran copia d’amici,
i suoi congiunti deve lasciare, lasciar la sua patria;
ma noi della città struggemmo il sostegno, i migliori
tra quanti erano giovani in Itaca: a questo rifletti».
E a lui queste parole rispose Telemaco scaltro:
«Provvedi a ciò tu stesso, diletto mio padre: il tuo senno
dicon che quello avanzi degli uomini tutti; né alcuno
degli uomini mortali saprebbe contendere teco».
E gli rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Dunque, ti dico quale mi sembra il partito migliore.
Prima lavacri fate, cingete le tuniche belle,
ed ordinate alle ancelle che prendano dentro le vesti.
Prenda poscia il cantore divino la cetera arguta,
e guidi i nostri passi col suono di danza gioiosa,
si che ciascuno, udendo, sia pur viandante che passi,
sia dei vicini, pensi che qui si festeggiano nozze;
sicché per la città divulgarsi non debba la fama
dei Proci uccisi, prima che noi non lasciamo la reggia,
e ci rechiamo al nostro podere alberato: qui poscia
provvederemo al nostro vantaggio, che Giove c’ispiri».
Cosí diceva Ulisse: udito, ubbidirono gli altri.
Presero dunque i lavacri, di tuniche cinser le membra,
misero i loro ornamenti le donne; e il divino cantore

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presa la concava lira, destò nei lor cuori un desio
d armoniose canzoni, di bene composte carole.
E la gran c’asa allora fu tutta sonora di piedi
d’uomini clic seguiano le danze, e di donne eleganti.
E dal di fuori, udendo, dicea questo e quel dei vicini:
«Certo la nostra tanto bramata regina, ha sposato,
a sciagurata I Non ha resistito a restar nella casa
bella, del suo consorte legittimo, sin ch’ei tornasse».
Cosí dicea taluno, che nulla sapea degli eventi.
La dispensiera Eurinome intanto lavava ed ungeva
nella sua stanza Ulisse magnanimo cuore; ed un manto
bello dintorno alle membra gli cinse, e una tunica; e Alena
su lui, dal capo ai piedi, profuse celeste bellezza:
e dalla vasca usci che un Nume sembrava all’aspetto,
ed a sedere tornò sul trono onde prima era surto,
dinanzi alla sua sposa, volgendole queste parole:
«O sciagurata, un cuore ti diedero i Numi d’Olimpo
duro come a niun’altra fra quante son femmine in terra.
Con cuor tanto sicuro nessun’altra donna potrebbe
lungi restar dullo sposo che dopo si fieri travagli,
dopo venti anni lunghi, giungesse alla terra materna.
Su via, nutrice, adesso preparami il letto: che anch’io
vada a giacere: che questa nel petto ha un cuore di ferro».
E a lui queste parole rispose Penelope scaltra:
«O sciagurato, non pecco d’orgoglio, né a vile ti tengo,
né mi stupisco troppo. So bene qual’eri d’aspetto
quando Itaca lasciasti sul legno dagli agili remi.
Fuori dal talamo, su, distendigli il letto, Euriclèa,
solido ch’egli stesso foggiava, di salda fattura.
Qui fuori il saldo letto portate, gettatevi sopra,

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ch’egli vi giaccia, velli, tappeti e cuscini fulgenti».
Cosí dunque diceva, per metter lo sposo alla prova.
Ma Ulisse, infin crucciato, parlava alla saggia consorte: ’
«Queste parole che dici davvero m’affliggono il cuore.
Chi mai quel letto altrove porterà? Ben arduo sarebbe
anche ad un uomo esperto, se pur non venisse un Celeste,
che facilmente potrebbe portarti anche in terra straniera.
Ma dei mortali nessuno, per quanto fiorente di forze,
potrebbe agevolmente rimoverlo: è in esso un segreto
ch’io solo so: ch’io solo, senza opera d’altri, l’estrussi.
Crescea dentro il recinto d’ulivo un gran tronco fronzuto,
tutto in rigoglio, fiorente, massiccio al par d’un pilastro.
Ed io d’intorno a questo le mura del talamo estrussi,
di ben connesse pietre, poi su lo copersi col tetto,
e con le porte lo chiusi dai ben connessi battenti.
Poi dell’ulivo la chioma di frondi prolissa recisi,
e su dalla radice lasciato un pedale, con l’ascia
lo venni levigando, tirandolo a filo di squadra,
sin che ne feci un piede che tutto forai col trivello;
e, cominciando a piallare, di qui trassi a termine un letto
che d’oro intarsiai tutto quanto, d’argento e d’avorio,
e strisce infin di cuoio vi stesi, di porpora tinte.
Questo è il segreto, donna, ch’io dunque ti dico. Ed ignoro
se il letto ancor si trova dov’era, e se il ceppo d’ulivo
altri tagliato l’abbia, altrove abbia il letto portato».
Cosí disse; e alla donna mancarono cuore e ginocchia,
quando conobbe il segno sicuro che Ulisse le diede.
E allor diritta corse piangendo, ed al collo d’Ulisse
gittò le braccia, il viso gli copri di baci, e gli disse:
«Non adirarti, Ulisse, con me, tu che avanzi in saggezza

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gli uomini in ogni cosa. Ci diedero i Numi gli affanni,
invidiosi che noi. restandoci l’un presso l’altro,
la gioventú godendo, giungessimo agli anni canuti.
Ora. non t’adirare con me, non serbarmi rancore,
perché non t’abbracciai Cosí come prima ti vidi,
ché sempre il cuore a me di paura gelava nel seno,
ché alcuno, qui giungendo, dovesse con belle parole
trarmi in inganno: ché molti disegnano tristi consigli.
Neppure Elena argiva, la figlia di Giove possente,
mai si sarebbe stretta di amore ad un uomo straniero,
quando saputo avesse che avrebber dovuto gli Argivi
di là novellamente condurla alla terra materna.
A compiere quell’atto d’obbrobrio la spinse la Diva,
né presenti nel cuore da pria la funesta vendetta,
onde anche a noi la doglia dovea primamente venire.
Ma ora, poi che tu m’ hai detto il certissimo segno
del nostro letto, cui niun altro sapea dei mortali,
ma tu soltanto ed io, noi soli con l’unica ancella
Altònide che, quando qui venni, mi diede mio padre,
che custodia per noi del talamo saldo la porta.
Ora I’animo mio, per quanto restio, tu convinci».
Disse; ed in lui suscitò piú viva la brama del pianto;
e si piangea, stringendo la cara, la saggia sua sposa.
Come la terra appare gradita a chi naufrago nuota,
quando spezzata gli abbia Posidone l’agile nave
sovresso il mar, da venti sbattuta e da masse di flutti:
pochi potean sfuggire del mare schiumoso alla riva
a nuoto, e molta a loro salsuggine copre le membra,
quando, sfuggiti a morte, riescono infine alla terra:
similemente apparve gradito alla donna lo sposo.

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□è dal suo collo piú staccava le candide braccia.
E ancor li avrebbe in pianto trovati I Aurora di rose,
se non formava un altro disegno la Diva occhiazzurra.
Trattenne all’ultimo orlo la notte, e la rese piú lunga,
e nell’Oceano Aurora freno, né lasciò che i cavalli
agili piedi aggiogasse, che recan la luce ai mortali.
Lampo e Fetonte, svelti puledri che recano Aurora.
E Ulisse allora queste parole rivolse alla sposa:
«Donna, di tutte le prove non siamo ancor giunti alla fine,
anzi, un travaglio ci resta da compier, difficile, grave
senza misura; ed io conviene che tutto lo affronti;
perché tanto predetto m’ ha l’alma del vecchio Tiresia
quel giorno ch’io disceso son giú nella casa d Averno,
per procacciare ai miei compagni il ritorno, e a me stesso.
iVla ora vieni, sposa, moviamo al giaciglio, ché infine
possa trovar conforto nel dolce sopore del sonno».
E a lui queste parole rispose Penelope scaltra:
«Il letto pronto sempre per te sarà, quando lo brami,
ora che t’ hanno i Numi d’Olimpo concesso il ritorno
alla tua casa bene costrutta, alla terra materna.
Ma perché tu ben sai, perché te I’ ha detto un Celeste,
dirami, su via. di questi travagli: ché in séguito, credo,
io li dovrò sapere; né male è ch’io sappia fin d’ora»
E a lei Cosí rispose l’accorto pensiero d’Ulisse:
«O disgraziata, perché tu insisti, perché vuoi saperlo?
Ebbene, parlerò, ché nulla io ti voglio celare;
ina lieto il cuore tuo non ne andrà, né pure io ne fui lieto.
Egli per molte e molte citta di mortali mi disse
che andar dovrei, con me recando un manevole remo,
sinché giungessi a genti che il pelago mai non han visto.

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né cibo mangian mai commisto con grani di sale,
che mai non han veduti navigli dai fianchi rubesti,
né maneggevoli remi che sono come ali alle navi.
E questo chiaro indizio mi disse, né a te lo nascondo:
quando, imbattendosi in me, un altro che pure viaggi,
un volutabro mi dica ch’io reco su l’omero saldo,
allora il remo in terra, mi disse, dovrai conficcare,
ed immolare vittime elette a Posidone: un toro,
un ariete, e un verro petulco, signore di scrofe.
Ed alla patria quindi tornare, ed ai Numi immortali
ch’anno nell’ampio Olimpo dimora, offrir sacre ecatombe,
a tutti quanti per ordine. E. infine, dal mare una morte
placida a me verrà, che soavemente m’uccida,
prostrato già da mite vecchiezza; e felici d’intorno
popoli a me saranno: tal, disse, sarebbe il mio fato».
E le rispose queste parole Penelope scaltra:
«Se dunque i Numi a te concedon migliore vecchiezza,
speme pur v’e che tu possa rifugio trovare dai mali».
Queste parole dunque scainbiavan Penelope e Ulisse.
E la nutrice ed Eurinome intanto apprestavano il letto
con le sue soffici coltri, di faci brillanti al fulgore.
E, quando con gran zelo steso ebbero il solido letto,
nelle sue stanze di nuovo la vecchia tornò per dormire,
e la custode del talamo Eurinome ad essi fu guida,
mentre moveano al letto, reggendo due fiaccole in pugno.
Quindi parti, poi che li ebbe guidati nel talamo; e quelli
lieti ripreser l’uso del letto da tanto deserto.
il mandriano frattanto, Telemaco e il fido porcaro
posero fine alle danze, desistere fecer le donne;
e per la casa buia si stesero anch’essi a dormire.

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Ora, poi ch’ebbero i due godute le gioie d’amore,
si giocondàr parlando, scambiando parole. Narrava
la diva donna quanto sofferto ella avea nella reggia,
la voratrice turba vedendo dei suoi pretendenti,
che per sua causa molti giovenchi sgozzavano e pingui’
pecore, e molto vino spillare solevan dai dogli.
Ed a sua volta Ulisse divino le doglie che inflitte
aveva altrui, le doglie che aveva egli stesso sofferto
tutte narrava; ed ella godeva ascoltandole; e il sonno
non le discese sugli occhi, se tutto non ebbe narrato.
E disse ei come vinse dapprima i Cicòni; ed ai campi
fertili giunse poi dei Lotòfagi; e quanto il Ciclope
fece, e com’egli trasse vendetta dei prodi compagni
che il mostro aveva senza pietà divorati. E poi, come
ad Eolo giunse; e questi gli fe’cordiali accoglienze,
e poi lo rimandò;.ma ancora non era destino
ch’ei ritornasse alla patria. Di nuovo il rapi la procella,
lo trascinò, ch’alti lagni levava, sul mare pescoso;
e come poi dei Lestrigoni al suolo, a Telèpilo giunse,
che gli distrusser le navi con tutti i compagni guerrieri.
Poscia narrò dell’inganno, dei molti laccioli di Circe;
e come scese poi nella squallida casa d’Averno,
per consultar lo spirto del vate di Tebe Tiresia,
con la sua nave; e tutti li vide i compagni, e la mamma
che partorito lo aveva, nutrito mentre era piccino.
E poi, delle Sirene come udi la voce canora,
come alle pietre giunse vaganti e all’orrenda Cariddi,
e a Scilla, onde sfuggito niun uomo era mai senza danno.
E poi, come i compagni sgozzarono i bovi del Sole,
e la sua nave colpi col fumido folgore Giove

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che romoreggia dal cielo: sicché tutti i fidi compagni
furono spenti; ed ei solo sfuggi la Parca fatale.
E come giunse all’isola Ogigia, e alla fata Calipso,
che lo trattenne, per brama che aveva di farlo suo sposo,
e lo nutria nella cava spelonca, e promessa faceva
che lungi essa terrebbe da lui la vecchiaia e la morte;
ma non potè neppure Cosí far convinto il suo cuore.
E come, dopo molti travagli, poi giunse ai Feaci,
che di gran cuore onore gli fecero, come ad un Nume,
ed alla terra patria lo addussero sopra una nave,
dandogli bronzo ed oro, con molta abbondanza di vesti.
Questi fúr gli ultimi accenti ch’ei disse; ed il sonno soave
piombò su lui. che scioglie le pene e gli affanni del cuore.
E qui la Dea dal ciglio cilestre ebbe un altro pensiero.
Quindo le fu sembrato che Ulisse goduto abbastanza
della sua sposa avesse il talamo e il sonno soave,
dal mar tosto la Dea suscitò mattiniera, dal trono
d’oro, perché recasse la luce ai mortali. Ed Ulisse
surto dal morbido letto, Cosí favellava alla sposa:
«O sposa, entrambi sazi noi siamo oramai di travagli,
tu. nell’attesa qui piangendo il mio crudo ritorno,
io mentre Giove e gli altri Celesti fra mille iatture
lungi tenevan me dal suol della patria diletta.
Ma ora. poi ch’entrambi ci unisce di nuovo un sol letto,
i beni raduniamo che addotti ho con me. nella casa.
Ed il bestiame che a me distrutto hanno i Proci arroganti,
molto ne avrò, facendone preda, altro ancora gli Arhivi
ine ne daranno, finché riempiute non abbia le stalle.
Ed ora. dunque, al nostro podere alberato mi reco.
per rivedere il buon padre, che li giace, immerso nel cruccio.

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E a te, donna, sebbene sei savia, darò tal consiglio.
Presto si spargerà, come il sole s’innalzi, la fama
dei pretendenti, come li ho uccisi dentro la reggia.
Sali perciò nelle stanze di sopra, conduci le ancelle
con te, né alcun guardare, né volger parola ad alcuna».
Disse. E l’armi sue belle d’intorno agli omeri cinse.
Poscia svegliò Telemaco, il fido porcaro e il bifolco,
e ingiunse a tulli e tre che impugnassero l’armi di guerra.
Sordi all’invito quelli non furono. Cinsero l’armi,
aprirono le porte, uscirono; e Ulisse era guida.
Già s’effondea su la terra la luce; ed avvoltili d’ombre,
velocemente Alena li addusse nei campi lontani.

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