Olesia, o la Polonia/Capitolo XI
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CAPITOLO XI.
La prima occupazione d’Olesia appena tornata da Pulawy, fu di rivelare al Palatino di S*** e al suo figlio maggiore, il conte Alessandro, il segreto della sua nascita. Sarebbe difficile dipingere la sorpresa di questi due, che fino al momento che fu loro annunziata questa verità, non avevan potuto concepire un solo sospetto. Olesia narrò loro con la massima precisione tutti gli avvenimenti dei quali la citata lettera l’aveva informata; per un riguardo al Palatino, essa non mostrò quella lettera, ma ne presentò due altre la cui autorità era incontrastabile; una di miss Maria Barclay, e la seconda dell’ecclesiastico di Cracovia. Ella aveva scritto a questi due personaggi alcuni mesi dopo la morte della Palatina.
Olesia fu in principio commossa dall’interesse che le dimostrarono il Palatino e suo figlio. Nel primo momento di commozione che successe al suo racconto, fu colmata di proteste di tenerezza; la sua riconoscenza fu senza limiti, ella si credè amata sinceramente; ma l’estrema sua delicatezza e il discernimento di cui era dotata la disingannarono ben presto. La sua situazione divenne terribile quand’essa ne comprese tutta la difficoltà. Enrico, ch’ella amava come un fratello, non era più accosto a lei; egli viaggiava da un anno. Il conte Alessandro, nel bollore d’una gioventù senza principii, incapace di provare un sincero attaccamento, come di resistere all’attrattive della bellezza e dei talenti, profittava con destrezza d’una familiarità già stabilita. Il Palatino, pieno della più puerile vanità, arrossiva della pubblicità del segreto d’Olesia; solo con lei, egli apprezzava il suo carattere angelico e le maniere cortesi di cui era l’oggetto; ma in faccia a testimoni ei non potea vincere l’imbarazzo che cagionavagli la presenza di colei che avea per tanto tempo creduta sua figlia. Buono, ma troppo debole per prendere una risoluzione generosa, non osava nè parlare apertamente d’una aduzione che gli faceva onore, nè osservare su tale avventura quel freddo, e dignitoso silenzio che fa tacere la malignia. Olesia avrebbe voluto consacrargli le sue cure e la sua vita, e il suo cuore fu trafitto allorquando si vide obbligata, per il bene del Palatino, a rinunziare a quest’ultima consolazione.
In mezzo a queste pene, venne ancora ad opprimerla il pericolo di Witold. La malattia di lui ritardò il progetto ch’essa avea concepito di lasciare Varsavia, e non lo eseguì che dopo alcuni mesi.
Profondamente riflessiva per carattere, Olesia ponderò lungo tempo le conseguenze di questo passo; la sua sensibilità era affatto priva d’egoismo, e quando ebbe conosciuto che la sua presenza recherebbe al Palatino più pena che utilità, che finalmente sacrificava soltanto sè stessa, non esitò un momento.
Da lungo tempo tutti i suoi preparativi eran fatti. Ella contava di recarsi a Bialystok in Lituania in casa di una vecchia amica della Palatina, la semplicità e ritiratezza della quale convenivano alla sua nuova fortuna. Un motivo di più l’aveva indotta a scegliere questa città, ed era che vi si trovavano allora Ester e Neftali.
Per risparmiare al Palatino un momento doloroso, essa non volle dargli un addio: ma passò la notte a scrivergli una lettera dettagliata che spiegava i motivi della sua condotta. Quando comparve il giorno, depose questa lettera sopra un tavolino accanto allo scrigno che conteneva i diamanti della Palatina, e che le era stato consegnato poco dopo la morte della sua benefattrice. Ella conservò tutte le gioie statele donate da colei che in suo cuore chiamava sempre sua madre; ma fra gli altri doni che le furono offerti da diverse persone, non ritenne che quelli che credè dovere all’effetto. Una somma, ch’era la pensione che aveva ricevuta dopo la morte della Palatina, fu deposta intatta insieme con gli altri oggetti.
Compite quest’ultime disposizioni, Olesia scese lentamente la grande scala del palazzo; alcuni servi eran levati, ma nessuno la osservò. Una lunga pelliccia copriva la sua persona, e secondo l’uso delle donne d’una classe media, aveva ravvolto il capo in uno di que’ casimiri d’Aleppo, che sono sì comuni nel Nord. Ella versava copiose lacrime, e non osava fissar lo sguardo sui luoghi che abbandonava per sempre.
Giunta al sobborgo di Cracovia, cercò con gli occhi una strada che menava alla Vistola, e fremette nel riconoscere il palazzo avanti a cui si trovava; era quello di Witold; molte finestre ne erano debolmente illuminate; l’idea che stesse forse peggio, agghiacciò il suo cuore. Ella s’arresto; mal reggendosi sulle ginocchia, non potè proseguire; appoggiatosi sulla balaustrata che circonda la statua di Sigismondo, credè per un momento che le sarebbe impossibile mandare ad effetto la risoluzione che aveva presa.
— O mio Dio! disse fra sè, qual nuovo ostacolo son per frapporre fra noi due! I pregiudizii ci separano già; degg’io unirvi la distanza dei luoghi? Ei mi dimenticherà! Questa parola fece rabbrividire Olesia; la sua immaginazione s’abbandonò ai pensieri più innocenti; essa contemplava con occhio smarrito quella piazza immensa di cui nessun passo turbava il silenzio, quelle finestre illuminate, la porta di quel palazzo che le sarebbe sì facile farsi aprire. S’avanzò e vide l’ombra d’una figura umana che si stendeva in faccia a lei. Tutta tremante essa volse la testa; ma tutto era in calma; la statua colossale di Sigismondo III innalzavasi sola in mezzo alla piazza.
— Nessun mi vede! diss’ella fra sè; un leggero crepuscolo copre appena la città; io posso rivederlo per l’ultima volta. Nel pronunziare queste parole, il suo cuore battè con una rapidità spaventevole; essa camminò velocemente verso il palazzo; ma quel coraggio d’un momento l’abbandonò tutt’ad un tratto. — Chi mi ritiene? domandò fra sè stessa. La mia presenza gli sarebbe utile; la sua vista addolcirebbe le mie pene. — Chi mi ritiene? Una parola che avrebbe voluto poter dimenticare, si affacciò al suo pensiero. — Le convenienze, pronunziò una voce interna che le parve irresistibile. — Oh! quanta forza ha questa parola! disse con disperazione la sventurata Olesia; essa mi rivela tutto il mio destino. Witold, Witold, noi siamo separati per sempre!
Quei luoghi straziavano il suo cuоre; essa trovò forza per fuggirli, traversò il ponte di battelli che accavalciala Vistola, e il sobborgo di Praga, e giunta all’aperta campagna, riconobbe sulla strada di Lituania la carrozza che avea presa a nolo, che l’attendeva al posto indicato.
Stanca della sua rapida corsa, Olesia si riposò un momento sopra un altura da cui si scopriva Varsavia; ella pensò: or sono venti anni, che la Palatina di S*** ha rincontrati i miei genitori. Il mattino oscuro e freddo, le folte nebbie che ingombravano l’orizzonte facean nascere nel suo spirito melanconici confronti. — Questi venti anni, diss’ella, son passati come un sogno, ed eccomi, come mia povera madre, senz’appoggio, senza asilo, errante e disprezzata.
Una gran croce con sopra l’immagine del Redentore s’innalzava all’estremità della strada, a piè del monticello ove Olesia era seduta. Quella vista le rammentò la nazione alla quale apparteneva. — Che il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli! hanno essi detto nella lor collera. — Ah! pensò, chi potrebbe stupire delle nostre disgrazie?
Ma quel modello d’eroici dolori empiè ben presto di consolazioni l’anima pia d’Olesia; nella sua sublime morale, esso avea stabilita l’eguaglianza fra gli uomini, e promesso dopo la vita un soggiorno di felicità e d’unione. Ella s’alzò più coraggiosa, guardò per l’ultima volta Varsavia, e riconobbe la cupola della chiesa in cui era stato deposto il corpo della sua benefattrice. Il suo cuore sospirò; ma sollevando i begli occhi al cielo, con voce rassegnata disse:
— O voi, a cui son debitrice della religione che mi sostiene, ripetete ai piedi dell’Eterno, le ultime parole che avete pronunziate sulla terra: Gran Dio, proteggetela, poichè non le restate che voi!