Onori funebri alla salma di Filippo Costa
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ONORI FUNEBRI
ALLA SALMA
DI
FILIPPO COSTA
| Ossa quieta, precor, tuta requiescere in urna,
Et sit humus cineri non onerosa tuo. |
La mattina del 17 febbraio di quest’anno 1875 cessava di vivere in Roma, nell’età di 48 anni, dopo lunga e dolorosa malattia Filippo Costa, compianto da’ parenti, dagli amici, da tutti gli onesti, che l’aveano conosciuto; e, sopratutto, lasciando nella più miserevole desolazione la sua dilettissima moglie Francesca. Ma pochi estinti hanno mai avuto prove più veraci e più solenni d’affetto e d’ammirazione di quelle, che nel suo funebre ricevette Filippo Costa dagli amici e dai suoi concittadini.
La spoglia mortale fu accompagnata al Campo Verano da lungo stuolo di persone d’ogni condizione e grado, oltre che da parecchie associazioni patriottiche con le loro bandiere, mentre che i cordoni della coltre erano tenuti dagli onorevoli Cairoli, Correnti, Fabrizi e Amadei, deputati al Parlamento, e dai signori Agneni, Mario di Candia, Alessandro Castellani e Parboni. Venuto il corteggio funebre nel pubblico cimiterio, e deposta la cassa nella camera mortuaria, innanzi a quella l’onorevole deputato Amadei, pregato dagli amici e dai parenti dell’estinto a farsi interprete de’ sensi, onde tutti i presenti erano penetrati, disse queste parole:
Dinanzi alla impenetrabilità della morte, facciamo tregua un momento alle nostre lotte quotidiane e alle agitazioni della vita. Salutiamo, a traverso i cippi e le fosse di questo cimitero, le tombe ove riposano i nostri concittadini la cui vita è stata un esempio splendido per la generazione avvenire; e insieme ad essi onoriamo gli uomini molesti che senza rumore e senza pompa hanno largamente contribuito alla indipendenza della patria, al progresso delle idee e per conseguenza all’affrancamento dello spirito umano.
Prima che sparisca nei sotterranei di questa muta necropoli, salutiamo riverenti la salma dell’amico carissimo che per ultimo vi abbiamo accompagnato; esso merita la più grande e sincera espressione della nostra riconoscenza.
Filippo Costa ebbe animo integro e scevro da qualsiasi ombra alto e severo il carattere. Fece bene a moltissimi, male a nessuno. Pochi sanno i sacrifici da esso compiuti per sollevare dalla miseria il suo paese e i più bisognosi tra i suoi concittadini, perocchè aveva por massima che la sinistra dovesse ignorare il bene fatto dalla destra. Da trenta anni non vi è stato in Italia alcun lavoro di pensiero o di azione al quale egli non abbia preso larga parte o colla mente, o colla persona, o colla propria sostanza. Liberale fervido e operoso prima del 1848; soldato istancabile, sebbene infermo, nelle campagne della Lombardia; difensore impavido sulle mura di Roma, assediate dalle armi francesi; esule, altero del nome italiano e laborioso, nel Belgio e in Inghilterra; iniziatore e cooperatore efficace, a scapito della propria salute e della propria agiatezza, di ogni lavoro, di ogni opera, di ogni movimento che avesse per fine Roma, Capitale d’Italia; Roma, faro luminoso nel mondo civile. Filippo Costa sentiva nel suo animo vigoroso l’antica fierezza dei Romani, quando, scevri da ogni debole esclusivismo, acclamavano concittadini quanti erano nell’orbe uomini di civiltà.
Nel 1870 entrò in Roma insieme all’esercito italiano, e dopo avere assistito al compimento delle aspirazioni che erano state lo scopo dell’intera esistenza, si ritirò semplice e tranquillo nella quiete della vita domestica. Rinunziò a far parte della Giunta di Governo nominata dal generale Cadorna; non volle, non cercò, non chiese mai alcuna onorificenza; sollecito soltanto nel soccorrere, nel raccomandare coloro che gli erano stati compagni nei difficili momenti delle lotte e dell’esilio.
Sul pieno della virilità, mentre sembrava a tutti ancor bello e robusto, un germe letale s’insinuava nel suo petto, lento, assiduo, implacabile. Non valsero studî a salvarlo; non valsero le previdenze, le veglie ansiose della moglie affettuosissima, premurosa assai più di lui che di sè stessa, a cui, priva di prole, non resta altro conforto che largo e amaro pianto.
Al di là del funebre sepolcro ognuno può cercare i raggi della immortalità, se in fondo al cuore la sente. Certo è, in ogni modo, che un’esistenza tanto elevata e tanto utile lascia grato conforto a quanti da vicino l’hanno ammirata, e lascia utile insegnamento. Noi potremo dire ai nostri figli che la grandezza, il carattere, l’importanza storica del rivolgimento italiano non devono cercarsi nelle glorie artificiali, nei meriti usurpati, negli onori mendicati, ma nella modestia, nella semplicità, nella operosità degli uomini che, come Filippo Costa, senza desiderare, senza avere altro compenso che la soddisfazione della propria coscienza, lavorarono per tutta la vita efficacemente alla grandezza e alla unità della patria.
Queste parole, uscite dall’animo profondamente afflitto e dette con accento vivo e passionato, commossero i presenti insino alle lagrime; quindi il cognato del Costa, il sig. prof. Castellani, si fece a ringraziare in nome della vedova e dei parenti tutti coloro, che avevano contribuito a onorare la memoria del loro congiunto, e conchiudendo disse:
Questo concorso di tanti cittadini, di tanti uomini insigni per celebrate virtù patriottiche, per alte dignità pubbliche, è e rimarrà mai sempre di grande sollievo al dolore de’ parenti e, sopra tutto, alla desolazione della povera moglie. L’angoscia di lei sarà pur mitigata, dal pensiero, che il suo caro consorte ebbe in morte un pubblico e solenne attestato d’ammirazione e d’affetto. Sì, certo, o mio Filippo, tu hai avuto i più belli onori, che si possano rendere ai trapassati, quelli che sono suggeriti dall’affetto degli amici e dall’ammirazione de’ cittadini; ma tu l’avevi ben meritati. Un tuo carissimo amico ha ricordato le più belle azioni della tua vita, la rinuncia d’ogni qualsiasi ricompensa alle tue opere generose, il sagrificio del tuo patrimonio per aiutare la redenzione della tua Roma, io e il mio fratello, che spendemmo gran parte della vita insieme con te, che ti fummo, più che cognati, fratelli affettuosissimi, innanzi alla cassa che racchiude la tua spoglia mortale, noi possiamo e dobbiamo aggiungere, che tuo supremo pensiero, dopo la patria, era di rendere felici coloro, che vivevano più vicini a te, e ch’essi nella tua compagnia, nell’esempio delle tue virtù domestiche e cittadine trovavano conforto e forza a sostenere i travagli del vivere. E però la tua cara memoria, il desiderio di te, per volgere d’anni, non verrà mai meno nei loro animi, mentre che durerà in loro la vita.
Anche i giornali della città espressero il cordoglio universale, sia nell’annunciare la morte del Costa, sia nel narrare gli onori funebri che gli furono tributati, o nel tesserne la vita. Notevoli furono sopra tutti il Popolo Romano e il Fanfulla.
Il primo di questi giornali riportò la seguente necrologia del sig. Erculei Raffaello.
Dura fatalità!
Mentre noi ci curviamo sopra una tomba per mormorare con labbro amoroso l’elogio dei defunti, la tomba s’apre minacciosa per inghiottirci!
Non sono molti anni e Filippo Costa, più che amico, fratello a Mattia Montecchi, piangeva insieme a chi scrive queste linee, sul sepolcro dell’illustre cittadino romano, morto innanzi tempo a Londra! Oggi quel sepolcro si è riaperto, e Filippo Costa è scomparso anch’egli dalla scena della vita.
Povero Costa! La sua morte è un lutto per tutti coloro che lo amarono, e lo amarono tutti gli onesti che lo conobbero.
Costa ebbe da natura una tempra così salda, un carattere così irremovibile, che avrebbe potuto prendere ad impresa il famoso motto del gentiluomo brittanico: frangar non flectar. — Giovinetto poco più che trilustre, — in un’epoca in cui l’Italia era un’allusione di cervelli infantili, un delirio di immaginazioni traviate, Filippo Costa sentì di essere nato italiano e si educò all’amore della patria e della libertà, insieme alla grand’anima di Montecchi e a un manipolo di spiriti privilegiati. —
Dopo aver efficacemente cooperato a quel movimento che costrinse Pio IX a benedire l’Italia, partì — semplice legionario — per la campagna del Veneto — donde tornò a difendere le mura di Roma, ultimo baluardo dell’indipendenza italiana.
In tutto il tempo dell’assedio, egli si distinse come artigliere agli ordini del colonnello Calandrelli, e fulminò sovente i francesi al Casino de’ quattro venti.
Quando giorni indietro i cannonieri superstiti del 1849 si recarono a visitare il Generale Garibaldi, Costa giaceva in letto ammalato gravemente — Come ne ebbe notizia, una lagrima bagnò l’arido ciglio del morituro, per non essersi potuto unire a quel drappello glorioso, che dopo 20 anni — in questa stessa Roma — rendeva onore all’eroe di quella memoranda difesa.
Caduta la repubblica romana Costa, fatto segno alle ricerche della polizia pontificia, riparò a Brusselles — Ivi con Armellini, Moscardini ed altri esuli illustri mantenne onorato all’estero il nome e il patriottismo italiano — Dopo il ritorno del Generale Garibaldi dalle Americhe, Costa passò a Londra.
Ivi con Montecchi, i fratelli Caldesi, i fratelli Castellani ed altri proscritti, lavorò indefessamente a preparare l’emancipazione del suo paese.
Nel 1859, quando la virtù degli italiani ricacciò gli stranieri al di là del Mincio, Costa senti attrarsi potentemente verso l’Italia, e si recò in Lombardia - Da quell’epoca l’unica preoccupazione della sua vita fu la liberazione di Roma. Lo vediamo correre in tutte le città di confine a organizzare comitati — non risparmiando nė tempo, nè fatiche, nè denaro per affrettare il giorno della rivendicazione di Roma all’Italia.
Nel 1867 fu l’anima di tutto quel lavoro che diretto da Mattia Montecchi, mise capo al disgraziato tentativo dell’insurrezione romana: — i quel periodo ebbe le più delicate missioni, avvegnachè il povero Montecchi sapesse che nessuno meglio di Costa riusciva ad interpretare l’animo suo.
Nel 1870, il nome di Filippo Costa apparve in tutte le liste di candidati alla Giunta di Governo. Eletto a farne parte dal Comizio del Colosseo, fu nominato allo stesso dal generale Cadorna.
Ma il compianto amico sentiva troppo rispetto per i suoi principii, e ricusò una nomina che, emando dall’autorità militare, parvegli ed era illegittima.
Dopo quell’epoca Costa scomparve dalla scena politica. — L’ideale della sua vita si era realizzato: Roma non più manomorta del cattolicismo, era tornata la regina delle città italiane.
Una lenta pleurite lo ha ucciso nel fiore della virilitȧ — a 48 anni — ed oggi di Filippo Costa non resta che il nome. — Ma il nome di Filippo Costa è ricordo d’integrità di vita, di saldezza di propositi, di incorruttibilità di carattere. — Come uomo sagrificò sempre ai pubblici i privati interessi, d’una operosità instancabile, benevolo cogli amici — generoso colla sventura — la patria e la famiglia furono il culto della sua vita.
Sulla bara di lui i parenti e gli amici, deposero una corona immortale il tributo dell’affetto e dell’ammirazione — il lutto della vedova inconsolabile dice che la cara ricordanza di Filippo sarà la religione di tutti i suoi anni.
R. Erculei
Il Fanfulla scriveva:
È poco prima del tocco.
Scorgo dalla finestra del mio studiolo passare in mezzo a piazza Barberini un convoglio funebre.
È la salma di Filippo Costa, che si avvia all’ultima dimora, accompagnata da quelli che divisero con lui la fede e le vicissitudini della vita politica.
Filippo Costa, di agiata famiglia romana, va posto tra que’ molti che infaticabilmente, impavidamente cooperarono alla emancipazione di Roma.
Sopportò carceri ed esilio.
Nel comizio al Colosseo, all’indomani del 20 settembre, venne eletto a far parte della Giunta governativa. Le sue convinzioni repubblicane gli impedirono di accettare.
Vedendolo incamminato per quel viaggio da cui non si fa ritorno, ho mormorato come Amneris sulla pietra che chiude il povero Radamės: Pace, pace, pace! e mi son rimesso al lavoro.
Tip. del Popolo Romano.
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