Opere (Lorenzo de' Medici)/Nota/III. Il testo

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III. Il testo

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Nota - II. Edizioni Nota - IV. Saggio bibliografico
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III

IL TESTO


I. Epistola a Don Federico d’Aragona. — Delle tre copie pervenuteci della celebre Raccolta aragonese, che attende ancora di essere studiata nella sua genesi e nelle sue fonti, solo P2 ci ha conservato questa lettera, primo documento, dopo il De vulgari eloquentia, di storia critica della nostra antica poesia. Sulla fede di R3, codice malfido per quel che riguarda l’attribuzione dei componimenti ivi contenuti, fu ritenuta per qualche tempo del Poliziano, e come tale pubblicata a Firenze dal Carli nel 1814, per quanto giá fin dalla metá del secolo xviii Apostolo Zeno avesse dimostrato trattarsi della lettera proemiale alla silloge di rime, messa insieme nel 1465 da Lorenzo per don Federico d’Aragona (cfr. Edizione aldina). Il testo critico è stato quindi ricostruito sui codici P2 e R3, non senza l’ausilio di V pel frammento da questo riportato.

II. Comento. — Cinque sono i mss. che ci hanno tramandato il Comento ad alcuni sonetti d’amore, e cioè P3, R4, L, V1, V2. L’esame minuto ed analitico dei codici e la loro comparazione ci ha permesso di giungere alle seguenti conclusioni:

1. Nessun ms. può ritenersi copia mediata o immediata di un altro, ma tutti procedono da tradizioni diverse, pur dovendosi segnare due gruppi distinti: R4, V1..., V2 e P8, L.

2. Nella mancanza dell’autografo perduto, il codice riccardiano, se non rappresenta l’apografo, è tuttavia il ms. piú vicino ad esso, ed ha importanza capitale per la ricostruzione del testo critico, a cagione dell’antichitá e della bontá della lezione.

3. Al codice riccardiano si avvicina notevolmente V1, mentre V2, che sta, per rispetto alla lezione, ad una grande distanza dai due codici migliori, presenta tuttavia con essi maggiore affinitá che con L e P8.

4. Il gruppo L e P8 rappresenta le due copie piú affini, piú tarde e meno sicure dell’opera medicea1. [p. 354 modifica]

Ognuno comprende come sia difficile stabilire su questi dati, con un numero esiguo di mss., un «albero genealogico»; tuttavia crediamo che le nostre ricerche ci permettano di tracciarlo in questo modo:


                                      Aut.
     ┌──────────┴─────────┐
    R4                                                                 x
                                               ┌───────┼───────┐
                                           V1                          y                       │
                                                             ┌───┴───┐        V2
                                                             │                       │          \
                                                              L                      P8          Ed. ald.

Da esso si traggono chiaramente i criteri che mi hanno guidato nella scelta della lezione.

III. Rime. Ventidue manoscritti, a lasciar da parte M4, che contiene soltanto due sonetti, e Ferr., che ne contiene uno solo, ci hanno tramandato le rime petrarcheggianti del Magnifico (sonetti, canzoni, sestine); né di essi e possibile fare una classificazione soddisfacente, che permetta di stabilire il loro grado di parentela. Basterá qui accennare ai principali risultamenti de’ miei studi, da cui appariranno i criteri seguíti nel testo:

1. Per bontá di lezione, antichitá e compiutezza un gruppo di mss. emerge su tutti gli altri. A questo gruppo appartengono: P4, P5, Mrc., Nap., V2, L, L4, L R, Col. Dei mss. palatini sembra capostipite P5, che contiene, insieme con L4, il maggior numero di componimenti; e fondamentale importanza ha, perché scritto in Firenze quattro anni dopo la morte del Magnifico e da un suo segretario, il Mrc. Che se, per via di raffronti e di studi [p. 355 modifica]comparativi, si volesse ridurre il numero dei codd. a quelli che sembrano piú vicini all’autografo e, per quel che è possibile congetturare, radici di tradizioni manoscritte diverse, la scelta cadrebbe su Mrc., Nap., P5, L4, L.

2. Delle due copie della Raccolta aragonese, che ci hanno conservato, in fine delle poesie antiche, 9 sonetti e 2 canzoni del Magnifico (Palatina e Parigina), Par. è certamente copia di P2, fors’anche dovuta allo stesso amanuense2, e a P2 s’accosta, in modo da poterne ritenere copia, L1.

3. Derivazione di Par.1 è, come fu da altri notato, Mglb.1, che, per quel che riguarda la sezione di rime del Magnifico, corrisponde perfettamente, per numero, per ordine e per lezione, ad E1.

4. Molta affinitá è pure tra Barb. ed L2, probabilmente derivati da un’unica fonte, che non si può determinare con sicurezza.

La presente edizione dá complessivamente al Magnifico per questa parte 149 sonetti (compresi i commentati), 9 canzoni e 5 sestine, che l’autoritá concorde dei mss. gli assegna. Ho escluso il son. «A voi sola vorria far manifesto» (che la Granducale, i, 237 e le edizioni da essa derivate gli attribuiscono), perché certamente non suo. Gli editori della moliniana del 1825 lo trassero da P3 (c. 125 v), dov’è tra altre poesie di Lorenzo. Il Cian (Musa medicea cit., appendice n. V), poiché lo stesso sonetto nello stesso codice era riportato fra i cinque accodati con la sigla G. L. O. V. I. S., la nota cifra di Giuliano duca di Nemours, alle rime del padre (c. 152 r-154 r), pur mancando nel prezioso codice autografo delle poesie di Giuliano, che è il Pal. 210, lo pubblicò come inedito, seguendo la lezione di P3 e dell’altra copia adespota che è nel Pal. 288. Ma il discusso sonetto è invece sicuramente del Cariteo, scritto nel 1486, stampato come di lui fin dal 1508, e poi nell’edizione delle Rime curata dal Pèrcopo, I, xcviii3.

Certamente di Lorenzo è il son. «Qual maraviglia se ognor piú s’accende», che L ci dá tra le rime di Giuliano4 (c. 260 r) in [p. 356 modifica]una prima redazione. Un’altra, notevolmente diversa, ci è data dallo stesso ms. in fine al Commento; poiché in L e in P8 alle parole con cui termina la prosa del Magnifico: «sempre erono con la donna mia», tien dietro il sonetto in discussione, di cui manca il commento. E la stessa duplice redazione hanno i codd. P3 (nn. 90 e 103), P5 (nn. 74 e 84) ed L4 (nn. 109 e 126). Fu il sonetto modificato dal Magnifico pei fini del suo Commento tutto platonico? Non abbiamo elementi da poter rispondere. Certo è che il maggior numero dei mss. e i piú autorevoli hanno il testo da noi seguito, cioè R5, Mrc., Col., L R, Nap., Par.1; soltanto Barb., L2 e V2 leggono in questo modo:

     Qual maraviglia, se ognor piú s’accende
quel gentil foco in cui dolcemente ardo?
Se mille volte quel bel viso guardo,
mille nuove bellezze agli occhi rende.
     Il cor, cui beltá nuova ognor discende,
si maraviglia e duol del fral5 mio sguardo
che sia a tanto ben conoscer tardo,
e come o cieco6 o pigro lo riprende.
     Piangon gli occhi accusati; Amor li vede
e scusandoli allora al cor favella
da’ pietosi7 occhi della donna mia:
     — Infinito è il valore onde procede
agli occhi tuoi bellezza8 ognor novella:
l’occhio è finito; il foco eterno fia.

Pur del Magnifico sono, senza alcun dubbio, per l’autoritá di tutti gli altri mss., i son.: «Lasso, che giá cinque anni ha corso il sole»; e «Quei begli occhi leggiadri che Amor fanno» che L2 e L4 attribuiscono al primogenito di Lorenzo, Piero de’ Medici9. I son. CV, CVI e CVII della presente edizione ho lasciati imperfetti, come giá nell’aldina e nell’ediz. di Bergamo; poiché il v. 6 del primo manca in tutti i codici, ed è supplito in margine soltanto da P4; le lacune del secondo e del terzo furono arbitrariamente colmate dagli editori della Granducale! [p. 357 modifica]

Alla serie delle rime petrarcheggianti del Magnifico dovrebbero aggiungersi due madrigali, il primo de’ quali da L2 (c. 79 r) fu pubblicato nella ediz. moliniana del 1825 e riprodotto recentemente nella stampa curata da J. Ross ed E. Hutton (i, 127); il secondo è dato a Lorenzo de’ Medici dal cod. Mglb. II, IV, 16 a c. 169 r. Senonché il primo di essi, emendato dagli editori fiorentini, non è in fondo che un frammento di poesia, lacunoso e guasto, molto probabilmente a torto attribuito al Magnifico da quel codice, malfido nelle attribuzioni; il secondo appartiene invece a Lorenzino, e come opera sua fu giá, traendolo dallo stesso ms., pubblicato da L. A. Ferrai per nozze Ferrai-Turazza nel 1881, e ristampato piú tardi nel 189110.

IV. Selve d’Amore. — Sei mss. ci hanno tramandate integre le Selve, e cioe: P5 (cc. 62 v-83 v), L (cc. 226 v-239 v), Mrc. (cc. 65 v sgg.-70 v sgg.), Nap. (cc. 57 v-66 v; 72 v-74 r), V2 (cc. 76-80; 80 v-100), ed E (c. 21 r sgg.); a cui potremo aggiungere P3, che ci ha conservato intera la 1a (c. 87 v-94 r) e gran parte della 2a (c. 109 r-138 r), non mancando se non le prime 17 ottave di questa. Nessuno di codesti mss. intitola Selve il componimento: i piú suddividono la 2a in quattro parti, distinte da rubriche marginali o in volgare o in latino, come in P3: 1° Descriptio estivi temporis.Descriptio gelosie. 3° Descriptio spei.Descriptio auree aetatis. Altri sette mss. contengono frammenti piú o meno lunghi, e cioè:

1. P4 — 2a selva, fino al v.° 4° della 15a ottava (cc. 87 v-89 v).

2. L2 — framm. della 2a [Descrizione della Gelosia] (cc. 51 v) e Descriptio Spei (17 ottave: c. 79 r).

3. L R — I Selva (cc. 82 v-84 r).

4. Par.1 — II Selva (cc. 1-18 v), col titolo Stanze.

5. Ferr. — II «Silva» (cc. 38 r-73 r).

6. R3 — framm. della 2a (12 ottave: cc. 37 r-39 r).

7. R5 — framm. della 2a (ott. 33; Descr. dell’etá dell’oro, fino all’ott. 12a).

Pel testo si sono tenuti specialmente presenti i codd. del primo gruppo, oltre P3, non senza trascurare la piú antica stampa della 2a Selva, edita a Firenze dallo Zucchetta forse alla fine del sec. xv, e le due edizioni veneziane del 1515 e del 1522. [p. 358 modifica]

V. Ambra. — Questo poemetto del Magnifico vide la luce primamente nel 1799 per cura di W. Roscoe, che lo fece copiare, come vedemmo, dal cod. Laur. 25° del xli pl. (L). A lui si deve il titolo attuale, poiché in due dei cinque codd. che ce l’hanno tramandato, il poemetto è anepigrafo, in tre porta il titolo di «Descriptio Hiemis» o «Deschritione del Verno». I 5 mss. messi a profitto in questa edizione, sono i seguenti:

1. P3: — c. 138 t - 149 r.

2. P5: — c. 84 t - 90 r.

3. L — il poemetto e trascritto due volte, senza notevoli varianti, la prima da c. 218 r a c. 221 r, la seconda da c. 247 v a c. 250 v.

4. L5 — cc. 240 r e sgg.

5. Nap. — cc. 66 v - 69 r.

VI. Egloghe. — Le due egloghe, pubblicate la prima volta nell’aldina del 1554, sono nei codici piú autorevoli intitolate, la prima col nome di Corinto o semplicemente Capitolo pastorale od Egloga, la seconda col nome di Canto d’Apollo e Pan o Capitolo del canto di Pan. Sono contenute in un numero rilevante di mss., e cioè:

1. Corinto: P3, P4, P5, P8, incompleto (113 vv; da c. 28 v a c. 29 v), L, L2, Par1., L. R., Mrc., Nap., V2, R5.

2. Apollo e Pan: P3, mancante delle ultime tre terzine, P4. P5, L, L2, Nap. V2, R5.

VII. Capitoli — Anche i due capitoli furono primamente editi nell’aldina del 1554, e come le egloghe, a cui spesso vanno congiunti, ci pervennero attraverso numerosi mss.:

1. «L’amoroso mio stil» ecc.: P3, P4, P5, L, L2, L. R., Mrc., Nap., V2, Col. R5.

2. «Dèstati, pigro ingegno» ecc.: P3, P4, P5, L, L2, L, L2, L. R., Mrc., Nap., V2, Col., R5.

Tanto per le Egloghe quanto pei Capitoli si è, naturalmente, tenuto conto di tutti i testi a penna, ma piú specialmente di P5, L, Mrc., Nap., pei quali vedi quel che abbiamo detto a proposito delle Rime.

VIII. Amori di Venere e Marte. — Editi la prima volta nell’opuscolo cit. del Roscoe (1799), ma il titolo dei mss. è: Furtum Veneris et Martis. Il componimento è incompiuto. Tre codici ce l’hanno conservato, e di essi si è tenuto debito conto nel testo: 1. P3 (cc. 149 r-152 r) 2. Nap., (cc. 70 v-71 r); 3. L (cc. 251 sgg.).

IX. Caccia col falcone — Anche il titolo di questo poemetto [p. 359 modifica]in ottava rima è dovuto al Roscoe, che primo lo pubblicò nel 1799, esemplando L. Poiché in L è anepigrafo, P3 (c. 1 r-11 v), che manca dell’ultima stanza, lo intitola: Uccellagione; P5 (cc. 97 t-96 r): Ucciellagione di starne; R6: «L. de’ M. al compare». — Il testo è fondato specialmente su P5 ed L.

X. Altercazione — Può dirsi che un cod. soltanto, il Pal. 52 (P), ci abbia conservato questo lungo poemetto in terza rima, di contenuto neoplatonico, poiché Mouck. e del sec. xviii e sembra esemplato sulla rarissima edizione s. n. t., ma certamente dei primi del Cinquecento, se non forse della fine stessa del sec. xv. Da essa fu tratto il titolo abbreviato di Altercazione, poiché in P (c. 1-41) il componimento è anepigrafo. Fu ristampato soltanto nel 1801 e nelle successive edizioni. Il testo è stato da me fissato col confronto tra P e l’esemplare magliabechiano della rara edizione antica.

XI. Anche della Rappresentazione di S. Giovanni e Paolo non abbiamo se non un solo codice del sec. xvi, il Pal. 445 (P7), cc. 103 r-128 r; ma abbondano, come vedemmo, le edizioni del Cinquecento. Ho seguito pertanto il ms. palatino, tenendo conto, quando ne fosse il caso, delle due piú antiche edizioni, quella s. n. t., ma dei primi decenni del sec. xvi, «a petizione di ser Francesco Buonaccorsi», e l’altra «ad instantia di m. Francesco di Giovanni Benvenuto», stampata a Firenze nel 1538.

XII. Rime spirituali. — In questa sezione comprendo i due sonetti a Ginevra de’ Benci, 5 orazioni in terza rima e 9 laudi, poiché la X («Dalla piú alta stella») stampata dalla Granducale e dall’edizione Hutton-Ross, sulla fede del Cionacci (p. 70), colloco, per le ragioni che dirò a suo luogo, tra le rime di dubbia autenticitá.

Ecco lo specchietto dei codd. che contengono queste rime:

Sonetti

1. Segui anima devota: P3, P4, P5, L (due copie), Col., V2.

2. Fuggendo Loth: P3, P4, P5, L.

Orazioni

1. Grazie a te, sommo: P5, V2, Nap., Mrc., L. R.

2. Santo Dio, padre: P5, V2, Mrc., L. R.

3. Oda quest’inno: P5, V2, Nap., Mrc. [p. 360 modifica]

4. Magno Dio per la cui11: P5, V2, Nap., Mrc., L. R.

5. Beato chi nel concilio: P5, V2, Mrc., L. R.

Laudi

1. O Dio, o sommo bene: Nap., V2. P4, P5, Col., L, L. R.

2. Vieni a me, peccatore: P4, P5, Col., L.

3. Poi ch’io gustai, Gesú: Nap., V2, P4, P5, Col., Mrc., L. R.

4. Io son quel misero: P4, P5, Col., L.

5. O maligno e duro core: Nap., V2, P1, P5, R1, Col., L, Mrc., L. R.

6. Quanto è grande la bellezza: Nap., V2, P1, P5, R1, Col., Mrc., L. R.

7. O peccator, io sono Dio: P4, P5, Col., L.12.

8. Peccator, su tutti quanti: Nap., V2. P5, Col., Mrc., L. R.

9. Bene ará duro core: Nap., V2, P4, P5, Col., Mrc., L. R.

Oltre a questi mss. si sono tenute presenti le lezioni di alcune fra le piú antiche edizioni, quali, per le laudi, la fiorentina del 1489, notevolissima, che sembra stampata «per cura et a spese del Magnifico L. de’ Medici», come afferma il frontispizio, e la paciniana del 1510.

XIII. Nencia da Barberino. — Il cod. Laur. Ashburnhamiano 419 (cc. 66 r-68 v), da cui G. Volpi trasse il «nuovo testo» della Nencia, pubblicato negli Atti della R. Accademia della Crusca (a. 1906-07), p. 131 sgg., è l’unico ms. che ci abbia conservato il fortunato poemetto burlesco del Magnifico. È noto come il Volpi ritenga la redazione di Asb. opera genuina e primitiva di Lorenzo, da preferirsi, e per l’ordine logico delle ottave, e per compiutezza, e per maggior sapore d’originalitá, alla vulgata, che rappresenterebbe l’opera di qualche ignoto raffazzonatore. Aderiamo pienamente all’opinione del Volpi, giá suffragata da altri13, e riteniamo che la popolaritá del poemetto abbia invogliato facilmente a innestare, forse nel Quattrocento stesso, altre ottave di schietto sapore plebeo, veri e propri strambotti, al tronco mediceo, sconvolgendo cosí l’ordine e l’euritmia, date alla Nencia dal suo magnifico autore. Cosí di bocca in bocca la Nencia da Barberino si modificò profondamente, accrescendosi di ben trenta stanze, finché fu fissata nel testo tradizionale e stampata la prima volta [p. 361 modifica]nell’edizione del 1533 e nella successiva del 1568, in cui, come vedemmo, si assegna al Magnifico anche la Beca da Dicomano. Per questo ho creduto di riprodurre la redazione di Asb., dando tuttavia tra le rime di dubbia autenticitá il testo della vulgata, che mal regge al confronto con quello pubblicato dal Volpi per chi sol abbia l’orecchio esercitato alla poesia e all’arte del Medici.

XIV. Simposio. — Questo poemetto in terza rima, rimasto incompiuto, e pubblicato per la prima volta nella giuntina del 1568, è variamente intitolato nei mss.: Simposia lo dice il cod. Nap., Capitoli de’ Beoni di quel tempo e Cap. d’una historia di Beoni il Pal. 209 ( P6). Ci pervenne attraverso 5 manoscritti: P5 (cc. 121 r-135 r), P6 (cc. 1-20), L (cc. 239 v sgg.), Nap. (cc. 74 v-80 r), V2 (c. 131 r-145v); tutti messi a profitto per la presente edizione.

XV-XVI. Canzoni a ballo e Canti carnascialeschi. — Mi permetta il lettore di essere, per queste due cosí importanti sezioni delle Rime di Lorenzo il Magnifico, piú breve di quel che dovrei, poiché di esse intendo di discorrere ampiamente in un articolo per la Miscellanea che i discepoli di Francesco Flamini intendono di offrire al maestro amato nel 25° anniversario del suo insegnamento.

L’esame diretto dei mss. mi ha permesso di portare profonde modificazioni alla tradizione a stampa, per cui ho relegato tra le rime di dubbia autenticitá ben undici canzoni a ballo, date al Magnifico dall’edizione Granducale, sulla fede di stampe piú o meno antiche, ma contro l’autoritá dei codici, e nove canti carnascialeschi; assegnando invece al Magnifico cinque delle prime e quattro dei secondi, che o sono inediti14, o le vecchie edizioni attribuivano ad altri poeti, o pubblicavano adespoti, in base ai migliori testi a penna da me studiati. Appartengono a quest’ultima serie i componimenti che seguono: Canzoni a ballo: 1. «Io non mi vo’ scusar se seguo Amore». — 2. «In mezzo ad una valle è un boschetto». — 3. «Ragionavasi di sodo». — 4. «E non è piú bel giuoco». — — 5. «Tra Empoli e Pontormo in quelle grotte». — Canti carnascialeschi: 1. Canzona de’ profumi. 2. Canzona degli innestatori. — 3. Canzona del zibetto. — 4. Canzona de’ fornai. —

Per l’affinitá dell’argomento ho collocato fra le ballate quelle curiose stanze, a cui i mss. danno concordemente il titolo di [p. 362 modifica]Sette allegrezze d’Amore, e che ci sono pervenute attraverso vari codici, e cioè P4, P5, R5. L., L. R., Mrc., V2, Berg. (secolo xviii).

XVII. Rime varie o di dubbia autenticitá. — Tra le rime varie, che si possono con sicurezza attribuire al Magnifico, ho collocato soltanto i due sonetti della tenzone col Bellincioni, e l’altro che nei due codici che ce l’hanno tramandato (R, L2), ha per didascalia: « L. Medices Hermellino equo suae Puellae utendum misso».

Due codici soltanto ci riportano la tenzone col bizzarro poeta fiorentino, vale a dire i due sonetti di Lorenzo con la risposta «per le desinenze» del Bellincioni, i magliahechiani VII, 10, 359 (Mglb.5) e VII, 1034 (Mglb.6), anzi quest’ultimo non riporta che il son.: «Un pezzo di migliaccio malavia» e la risposta per le rime di Bernardo. Ma la burchiellesca tenzone, che, a malgrado degli sforzi ermeneutici del Salvini15, è in molti luoghi incomprensibile, ci è conservata nella rarissima stampa delle Rime del arguto et faceto Poeta Bernardo Belinzone, edita a Milano nel 1493, a cc. 94 v-95 r, e riprodotta nelle Rime di Bernardo Bellincioni ed. Fanfani, Bologna, Romagnoli, 1878, disp. CLX, ii, 56 sgg. Né vi è dubbio sulla sua autenticitá.

Ma non sono certamente del Magnifico, e non trovano quindi luogo nella presente edizione, tre sonetti che la Granducale ed altre stampe assegnano a lui, e cioè quelli che cominciano: «Farete insieme, o musici, lamento»; «Amico, mira ben quella figura»: «Veggo Giustizia scolorita e smorta»16.

Il primo di essi, in morte di Antonio Squarcialupi, il celebre organista di S. Maria del Fiore17, è trascritto tra varie altre poesie in lode di lui, nel foglio di guardia in pergamena del cod. Med. Pal. 87, che è lo splendido codice musicale appartenuto allo Squarcialupi, «tutto profano, tutto elegante, tutto fiorentino», contenente gran numero di ballate, cacce e madrigali dei secoli xiv e xv. Il Sonetto fu verisimilmente trascritto, da mano ignota, dopo la morte di messer Antonio degli Organi; e da questo testo a [p. 363 modifica]penna passò, come sembra per l’attribuzione e per l’identitá della lezione, nel Mglb. II, ii, 109 (Mglb.3), a c. 170 r con la didascalia: «Sonetto di Lorenzo de’ Medici in lode di Antonio Squarcialupi Organista celeberrimo». Ma due altri codici, per piú rispetti autorevoli, Par.1 (c. 80 r) e Mglb.1 (c. 38 v), assegnano questo sonetto al Bellincioni; e come opera di quest’ultimo è stampato appunto nella cit. edizione quattrocentina delle rime di lui (c. 115 v), col titolo: «S. a Lorenzo de Medici per la morte di Maestro Antonio de gli Organi». Si può quindi, senza timore d’avventate ipotesi, congetturare che l’abbreviata didascalia del cod. Med. Pal.18 abbia indotto in errore il Magliabechi, che scrisse Mglb.3 per gli Scrittori fiorentini dell’Oldoini, credendo autore del sonetto il Magnifico, a cui invece era stato dal Bellincioni dedicato. E, del resto, basta leggere la poesia in questione, per convincersi che non può essere di Lorenzo de’ Medici.

A Serafino Aquilano sembrano appartenere i due altri sonetti, non certamente del nostro autore. Entrambi furono stampati come opera sua nella ben nota edizione giuntina delle Opere dello elegantissimo poeta Serafino Aquilano, stampata a Firenze nel 1516 (cc. 33 v e 36 v). Il primo, bilingue, è dato al Magnifico dal tardo ms. Pist., che probabilmente lo tolse dal libro di G. Ruscelli, Imprese illustri, Venezia, Franceschi, 1584, p. 89; esso è anche, ma adespoto, nell’ultima carta del cod. Ricc. 1880 (R2), di mano diversa da quella che scrisse il resto del ms., colla data del 1491 e il titolo: De Fortuna. Il secondo, che l’edizione di Bergamo trasse da un codice a noi ignoto, appartenuto a Daniele Farsetti, fu stampato piú volte insieme con la Rappresentazione di San Giovanni e Paolo per tutto il secolo xvi, e dalla rara edizione senese della prima metá del Cinquecento copiato fra le rime del cod. Ashburn. 1827; ma senza che venisse attribuito al Magnifico, unitamente con un intermezzo di autore ignoto, che comincia: «Sozio, buon dí».

L’uno e l’altro dei sonetti furono da M. Menghini collocati fra le rime dell’Aquilano di dubbia autenticitá19.

Inedito è il capitolo amoroso: «Tu se’ disposto pur, crudel, lassarmi», che traggo dal cod. Nap. (c. 68 v). uno de’ mss. piú [p. 364 modifica]autorevoli a noi pervenuti. L’elegia: «Vinto dagli amorosi empi martíri» è data al Magnifico dal solo L, spesso malfido nelle attribuzioni; ma probabilmente è di Lorenzino de’ Medici, a cui lo attribuisce, secondo noi piú a ragione, P3 (cc. 154 v-158 r), col titolo di Capitolo terziario.

Colloco qui la lauda: «Dalla piú alta stella», che non è suffragata dall’autoritá di alcun ms., ma che è data al Magnifico dall’edizione paciniana del 1510 e dalla giuntina del 157820; per quel che riguarda la Nencia della vulgata, le canzoni a ballo e i canti carnascialeschi, quanto ho detto piú sopra mi dispensa dall’aggiungere parola.

Per la forma ho cercato di conciliare le esigenze d’un testo critico con quelle del gusto moderno in fatto di grafia. Seguendo quanto maestri riputati hanno piú volte detto a proposito di recenti edizioni, ho fatto giustizia sommaria di quelle false forme di grafia latineggiante, che sono oggi «inutile ingombro», anzi «impaccio dannoso e molesto alla lettura», e che rappresentano non altro che un ossequio superstizioso e malinteso all’ignoranza dei copisti, spesso anche in contraddizione con se stessi.


Note

  1. Gli accademici della Crusca fondarono, può dirsi, la Granducale sopra il cod. Pal., che a loro parve invece piú compiuto e corretto, mentre, pur non conoscendo né il cod. Riccardiano né i due Vaticani, avrebbero potuto valersi piú sicuramente, se usata con oculatezza, dell’ediz. aldina, che è, come vedemmo, copia di V2, ed anche del cod. Laurenziano, che, per quanto affine al Pal., ci dá una lezione vergine di recenti ritocchi. Poiché, come spesso nelle tarde copie notiamo una mano correttrice ed adattatrice, che ha voluto d’arbitrio correggere gli errori, sciogliere le difficolta, adattare la grafia del codice, e talvolta non essa soltanto, ai gusti e alle usanze del proprio secolo, cosí sentiamo nel Pal. l’opera di chi ha voluto scientemente, oltre a tôrre difficoltá e riempire lacune, dare alla prosa rude, a scatti di Lorenzo de’ Medici, la compostezza solenne e togata della prosa del Cinquecento.
  2. Cfr. G. Mazzantini, La biblioteca dei re d’Aragona in Napoli, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1897, p. cvii, n. 5.
  3. Cfr. Pèrcopo, in Rass. crit. d. lett. it., I, 73.
  4. Il Pèrcopo ha mostrato come parecchi de’ sonetti riportati da L tra le rime di Giuliano non siano suoi, ma del Sannazzaro, di B. Accolti, di Niccolò da Correggio, di A. Alamanni. Il cod. Laur. dá al figlio del Magnifico anche la ballata (non il son., come dice erroneamente il Pèrcopo): «Amor c’hai visto ciascun mio pensiero», che è di Lorenzo.
  5. Barb. del fer.
  6. L, Barb. come cieco.
  7. L, V2 piatosi.
  8. Barb. dolcezza.
  9. L2 ci dá anzi due uguali redazioni del sonetto, la prima tra le rime di Lorenzo, la seconda tra quelle di Piero.
  10. L. A. Ferrai, Lorenzino de’ Medici e la societá cortigiana del Cinquecento, con le rime e le lettere di Lorenzino e un’appendice di documenti, Milano, Hoepli, 1891, p. 414.
  11. In Col. è di mano di A. M. Biscioni.
  12. Con questa rubrica: «Lalda del Magnifico Lorenzo de’ Medici sopra la Canzona de’ fornai» (c. 273 v).
  13. Cfr. Giorn. st. d. lett. it.. lv (1910). 416 (V. Rossi).
  14. Tali sembrano le tre prime canzoni a ballo piú sotto elencate.
  15. Cfr. le sue postille autografe nell’esemplare riccardiano dell’ediz. milanese, segnato E. III. 266. Intorno a questa tenzone vedi il cenno di G. Volpi, Per il Bellincioni, in Propugn., N. S., III (1890), ii, 478 sgg. e Verga, Saggio di studi su B. Bellincioni, Milano, 1892, p. 35 sgg.
  16. Cfr. Ed. Hutton-Ross, i, 123 e 130: ii, 159.
  17. Cfr. quel che ne abbiamo detto a proposito del cod. Med.-Pal. 87.
  18. «Laur. Med. in laudem magñ. Ant. Squarcialupi».
  19. Cfr. Le Rime di Serafino de’ Ciminelli dell’Aquila, a cura di M. Menghini, Bologna, 1894. I, CIII e p. 222-225.
  20. Cfr. A. Tenneroni, Inizi di antiche poesie italiane religiose e morali, ecc. Firenze. Olschki, 1909, p. 91.