Opere complete di Carlo Goldoni - Volume I/Prefazioni dell’edizione Pasquali/Tomo VII

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Tomo VII

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L'AUTORE

A CHI LEGGE.

(Tomo VII)


SOFFRITE, amici Lettori, ch’io vi faccia passare per le varie situazioni, nelle quali mi sono trovato nella mia giovanezza; soffrite il poco d’interessante che vi trovate, rapporto al principale oggetto della Commedia. Quando sarò arrivato all’epoca del mio presente esercizio, e quando di anno in anno vi farò conoscere intomo a ciò le mie scoperte, i miei progressi, i miei cambiamenti, non mi saprete malgrado, che vi abbia presentato io medesimo il corso della mia vita; poiché niuno meglio di me può sapere i motivi che mi hanno spinto, e quelli che mi hanno guidato al genere delle Commedie ed alla costruzione di ciascheduna di esse. Vedrete allora, che ad ognuna ha preceduto qualche motivo; avrete delle memorie istoriche de’ Teatri, per i quali ho scritto, de’ Personaggi, ai quali ho adattato le opere mie; in somma spero che le mie prefazioni non vi saranno discare, e ardisco dire non saranno inutili. Ma frattanto soffrite, vi supplico, i tempi della mia vita meno interessanti; ma che però hanno sempre qualche rapporto all’oggetto principale, a cui dobbiamo condurci. Vi serviranno, se non ad altro, queste leggiere notizie a sapere per quante strade diverse la mia stella mi ha fatto passare, e quanto debito ho io alla Provvidenza, che mi ha sempre assistito, malgrado i traversi della Fortuna; e dirò anche di qualche mala condotta. Vedetemi ora nel Frontispizio di questo Tomo, in età di anni sedeci; vedetemi, dico, a Milano in casa del mio Protettore e Benefattore, il Signor Marchese Senatore Goldoni, di cui vi ho parlato nel Tomo quinto; e dite,1 quai progetti avvantaggiosi mi ha offerti la sua generosa bontà; e aspettate poi di sentire nell’ottavo Tomo seguente in qual maniera una gioventù sconsigliata, un estro comico mal diretto, troncato ha il filo delle mie più belle speranze. [p. 24 modifica] Credendo mio padre ch’io fossi a tempo di profittare dell’esibizioni del Cavaliere suddetto, e parendo a lui ch’io avessi bastante talento per passare in un Collegio di gioventù provetta per istudiarvi la Legge, scrisse al Signor Marchese Goldoni, il quale, in conseguenza delle sue promesse, ottenne dal signor Marchese Ghislieri di Pavia (uno de’ Compatroni del Collegio di questo nome) la Patente per essere ammesso fra quegli Alunni. Volle accompagnarmi mio Padre stesso. Si passò per Modona; si provvide egli colà di qualche somma considerabile di danaro, e si fece il viaggio sino a Milano. Ci accolse il Signor Marchese con bontà e con giubilo2. Parve contento di me. Mi trattenne colà quindici giorni col mio Genitore; e in questo tempo ci fece godere quanto vi è di bello e di grande in quella Città illustre, magnifica, ch’io ho cominciato sin d’allora ad amare e stimare, e che in tante altre occasioni ho poi sempre più rispettata ed amata.

Quello però ch’ è più rimarcabile in tale fortunata occasione, si è che il Signor Marchese promise a mio Padre una protezione alla mia persona, durevole, operosa, e che doveva stabilire per sempre il mio stato e la mia fortuna. Io doveva restare nel Collegio Ghislieri a Pavia, fintanto che fossi in istato di prendere la Laurea Dottorale in quella cospicua Università. Fatto ciò, dovea io passare in Milano, alloggiare nella casa del Signor Marchese, far la pratica di quel Foro, instradarmi per l’avvocatura, sicuro che la protezione di un Senatore mi avrebbe acquistato del credito, anche prima di meritarlo. Era un grande avvantaggio per me la somiglianza del casato; e la sua interessatezza per me potea farmi passare per una persona, che gli appartenesse più da vicino. Ciò stabilito, il Signor Marchese ci mandò a Pavia, bene accompagnati delle sue più calde raccomandazioni. Giunti colà, credevasi ch’io dovessi passare immediatamente in Collegio, ma quale fu lo stordimento di mio Padre, allorch’ei seppe che per entrarvi vi mancavano tre indispensabili condizioni.

La prima si è, che per legge del Pontefice fondatore non si poteano colà ricevere gli Alunni che nell’età di diciott’anni, ed [p. 25 modifica]io non ne aveva che sedici. La seconda, che bisognava esser chierico ed aver la prima tonsura, al che non si aveva pensato.

La terza, che vi volevano varie Fedi, di stato libero, di buoni costumi, di non esser processato, le quali cose non erano difficili in certo modo ad aversi, ma vi volea del tempo per ottenerle. Si prese dunque un alloggio per aspettarle. Vennero le Dimissorie per la tonsura, e l’ebbi dalle mani dell’Eminentissimo Cardinale Cusani, Vescovo di Pavia. Le altre Fedi vennero parimente nello stesso tempo; ma la massima difficoltà era quella degli anni. Non so, non mi ricordo, e non mi curo di ricordarmi, come siasi a ciò rimediato. So che mi coricai una sera nell’età d’anni sedici, e che mi svegliai la mattina d’anni diciotto: avrò dormito probabilmente due anni.

Tre mesi passarono prima di poter aver la tonsura. Vi furono delle difficoltà in Venezia per ottenere le Dimissorie dal Patriarcato, a causa del patrimonio. Mio padre avrebbe avuto il modo di costituirlo su i beni di Modona o di Venezia; ma ciò avrebbe portato le cose in lungo. Il Signor Giovanni Cavanis, dell’ordine rispettabilissimo de’ Segretarj Veneti, fu egli il mallevadore alla Cancelleria Patriarcale, che il mio patrimonio sarebbe stato regolarmente fondato, quando io avessi continuato per la via ecclesiastica; egli non aveva niente a rischiare, poiché io non ho mai avuto il dono di una tal vocazione. Il Teatro mi stava troppo nel cuore, ed ho messo bene a profitto i tre mesi, ch’io doveva passare nell’ozio. Raccomandato dal Signor Marchese Senatore Goldoni al celebre Dottore Lauzio, pubblico Professore di Legge in quella Università, andava sovente nel di lui studio, col pretesto d’impratichirmi de’ libri legali; ma io aveva fissato l’occhio sur una raccolta di Poeti comici antichi, e questo era il mio unico studio. Io non conoscea che di nome Aristofane, Plauto e Terenzio. Li lessi da prima con avidità, con semplice curiosità. Li rilessi coll’ajuto de’ migliori comenti, e vi feci le mie osservazioni, per quanto mi suggeriva il genio e mi permetteva l’età. Mi pareva impossibile sul principio, che tali autori fossero così universalmente stimati; non sapeva trovar in essi quel diletto, che io mi era proposto. [p. 26 modifica] Trovava in loro delle cose che mi piacevano, e ne trovava assai di più che non valevano a persuadermi.

Ma a poco a poco trasportatomi coll’immaginazione a que’ tempi, ne’ quali questi valorosi Maestri scrivevano, cominciai a gustare la verità e ad imparare da essi a conoscere i caratteri ed i costumi antichi, prestando fede ai loro ritratti. Così, diss’io allora fra me, così si dovrebbe fare presentemente da’ nostri Comici Autori. Non mancano originali a’ dì nostri, e meriteremmo noi da’ nostri Posteri la stessa stima, che noi accordiamo agli antichi. Vidi poscia in un altro canto il celebre Autor Francese Molière3. Ardea di voglia di leggerlo, ma non avea sin allora alcuna notizia di quella lingua. Mi proposi di apprenderla, tosto ch’io avessi posto il piede in Collegio, non per altro motivo che per intender Molier. Vennero frattanto le Dimissorie per la tonsura. Entrai nel posto assegnatomi. Partì mio Padre; cominciai il mio studio legale; ma cogli occhi sul Codice, e col cuore al Teatro. [p. - modifica] [p. - modifica]

  1. Forse è da correggere: udite - Ed.
  2. Testo: giubbilo - Ed.
  3. Così, in forma italiana, scriveva Goldoni questo nome: più sotto Molier, per eccezione. - Ed.