Opere latine minori (Boccaccio)/Nota/Epistolarum quae supersunt

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Epistolarum quae supersunt

../Carminum quae supersunt ../Scripta breviora IncludiIntestazione 29 marzo 2021 100% Da definire

Nota - Carminum quae supersunt Nota - Scripta breviora

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Anche delle epistole, come s’è veduto, fa menzione il Villani1 un suo contemporaneo, nel quale può forse ravvisarsi l’umanista fivizzanese Giovanni Manzini, ricorda pure le «multas elegantes epistolas» del Bocc.2. Tuttavia i dotti della fine del Trecento dovettero conoscerne, se mai, poche piú di noi, e di sicuro non ne conobbero raccolte o gruppi il cui ordinamento risalisse all’autore, poiché di questa cura si può escludere ch’egli fosse mai largo verso scritti di cosí vivo interesse agli occhi dei moderni. Usò egli bensí serbare la trascrizione di qualcuna nei suoi zibaldoni, ed a siffatto provvido consiglio noi dobbiamo la conservazione delle lettere piú antiche (I-IV, VI-VIII) che altrimenti ignoreremmo del tutto; alla copia di un’altra, oggi perduta, si richiama espressamente il Bocc. scrivendo al Nelli3. Di nessuna c’è pervenuto l’esemplare missivo originale; dei corrispondenti nessuno, per quel che sappiamo, si diede pensiero di riunirle e di ricopiarle o farle ricopiare, isolate o in raccoltine: ciò che il Bocc. faceva per le epistole del Petrarca4, il Petrarca fece per quelle del suo Simonide ma trascurò di fare per il Nostro, limitandosi a voler trascritta in calce alla serie del Nelli una (XIV) del Bocc., «una ex mille»5. Quanto a Barbato da Sulmona, se potrebbe pensare ch’egli desse opera a ricostituire [p. 307 modifica]il proprio carteggio, mettendo insieme le lettere ricevute e le scritte da lui, ma appena un frammento c’è pervenuto di quest’epistolario6: e solo da esso conosciamo la XI.

La divulgazione fu quanto mai stentata e, possiamo dire, disgraziata: disgraziata sino ai nostri giorni, anche dopo sostituita alla penna d’oca la stampa. Ci fu solo uno studioso che, sulla fine del XIV o nel principio del secolo XV, mise insieme una piccola collana di otto epistole (IX, XV-XXI): ed è un benemerito, che dispiace di non poter individuare. La XXIII si divulgò appoggiandosi ai mss. del Bucc. c.; quattro (X, XIII, XXII, XXIV) pervennero sino a noi isolatamente, chi sa come; di due la versione volgare fece porre in oblio la dettatura latina originaria, che per l’una (V) è totalmente perduta, per l’altra (XII) ridotta appena ad un miserevole frammento7.

Naturalmente, questi rilievi si riferiscono alle sole lettere dettate a scopo di corrispondenza effettiva e con intendimento serio; essi prescindono pertanto dalla prosa scherzosa al Bardi contenente il pezzo in dialetto napoletano e dalla consolatoria a messer Pino de’ Rossi, assai largamente diffuse: il carattere di tali scritti richiede infatti ch’essi siano allogati fuori del vero e proprio epistolario. In questo l’unica lingua usata dallo scrittore è la latina, dalle prime esercitazioni giovanili agli ultimi tempi della vita; ciò non esclude, ben inteso, che il Bocc. possa essersi valso anche del suo fiorentino per comunicazioni epistolari d’indole assolutamente famigliare o in relazioni d’affari o d’ufficio8. Quanto alla lettera volgare a messer Cino da Pistoia, è noto che si tratta d’una grossolana falsificazione del Cinquecento9. [p. 308 modifica]

Insieme con questo apocrifo e con altre prose boccaccesche autentiche, la V fu stampata nel 1547 per cura di A. F. Doni10, ed inizia cosí la bibliografia delle epistole11. Nel 1723 il Biscioni produsse in luce primamente il testo italiano della XII, che si accompagnò con gli scritti raccogliticci della stampa precedente12; questo materiale passò in altre edizioni di cosí dette Lettere volgari, sino a quella compresa nell’ultimo volume della raccolta curata dal Moutier13. In essa venne a confluire intanto una parte nuova: in appendice furono dati i volgarizzamenti delle epistole VIII, VI, II, IV e X, che, illustrate e stampate nel testo originale del Ciampi appena quattro anni prima, concorrevano adesso a far ingrossare la raccoltina. Sino alla scoperta (cosí possiamo chiamarla) del Ciampi erano state edite sparsamente, tra il 1704 e il 1819, appena cinque lettere latine (XXIII, XXIV, XIV, XVIII e IX14; il bravo canonico pistoiese stampò nel 1827 l’VIII, e nel 1830 la riprodusse accompagnata dalle VI, I, III, II, IV, X [p. 309 modifica]e XIII15; un’altra edizione parziale si ebbe nel 1876 per opera di A. Wesselofsky, che fece conoscere la XX e la XXI16. Si arriva cosí a quell’indefinibile guazzabuglio ch’è il libro messo insieme da F. Corazzini nel 187717, a dare un’idea del quale basterá esporre la contenenza delle sue cinquecento pagine, ch’è la seguente: dopo le prefazioni della Teseide e del Filostrato vien l’ep. V, poi l’invio dell’Ameto, la lettera al Bardi, le epp. VIII e IX, il carme Ytalie iam certus (qui, III) tra due lettere del Petrarca (nella versione del Fracassetti), la consolatoria a messer Pino, l’ep. XIV, la XII (testo volgare), la XVIII, il proemio della Genologia, la dedica del De Claris mulieribus, il carme per l’Africa (qui, VII), le epp. XV, XXIII, XX, XXI, X, XVII, XVI, XIII e XIX, la dedica del De casibus, l’ep. XXIV. Fin qui la raccolta vera e propria, ma il volume non è finito: in appendice seguono documenti sulle ambascerie del Bocc., il suo testamento con illustrazioni, sei lettere «attribuite», e cioè, con quella a Cino da Pistoia18, le cinque dello Zibaldone Laurenziano (qui, I-IV e VI), un po’ di testimonianze e un’appendice alle ambascerie. C’è, innegabilmente, quasi tutto l’epistolario superstite, compresevi quattro lettere che sino ad allora erano rimaste inedite19: ma come pubblicato! Il giudizio dell’Hortis, che il testo di queste quattro «è molto scorretto»20, è ancora soverchiamente mite; piú s’accosta al meritato quello dello Hecker, che chiama l’intero libro «ein trauriges Zeugnis von Liederlichkeit und Unkenntnis»21: dopo di che non è davvero il caso d’insistere nella requisitoria contro questo sciagurato frutto della dottrina italiana, che tuttavia, per colmo di disgrazia, continuò sino ad oggi ad essere adoperato e citato, perché quel che lo potesse [p. 310 modifica]sostituire e far dimenticare non c’era. Si aggiunsero bensí negli ultimi cinquant’anni due nuovi contributi: l’ep. VII, edita dal Macrí-Leone nel 1883, e l’XI, pubblicata dal Vattasso nel 1904. Poi si ebbe nel 1905 la buona ristampa delle cinque lettere di ZL, curata da G. Traversari, il quale vi si dichiarava intento ad allestire l’edizione complessiva dell’epistolario22: promessa che non fu attenuta.

Il Corazzini dichiarò, e forse credette, di aver disposto in serie cronologica i materiali che costituiscono il suo libro23, quantunque non abbia offerto nessuna giustificazione di date; un ordinamento di tal sorta s’imponeva, e potè essere adottato, con un rigore che solo per forza di cose qua e lá è meno assoluto, nella presente edizione. Che in essa sia stato accolto tutto ciò che si conosce e che fu ricordato o conosciuto negli ultimi secoli dagli eruditi24, è superflua avvertenza; di nuovo e d’inedito, non vi s’è potuto introdurre che un frammento (XXII) occultatosi sin qui in un ms. oggi parigino. Due problemi di notevole importanza hanno sollecitato in particolar modo la mia attenzione.

Il primo è quello dell’ortografia. Alcune lettere ci sono pervenute in copie di mano del Bocc., altre in copie d’amanuensi di non eguale etá e con differente grado di coltura; le trascrizioni autografe appartengono a tempi diversi e presentano quindi usi ortografici mutevoli. Da ciò una ricca fioritura di grafie, che convien ridurre con criteri d’opportunitá e d’approssimazione a tre tipi fondamentali: il giovanile (sino al 1350 circa) rappresentato da ZL, quello della maturitá (dal 1350 al ’65 circa) seguito in un altro zibaldone autografo25, e quello degli ultimi anni (dopo il 1365) documentato dalla grafia definitiva del ms. R delle [p. 311 modifica]egloghe26; su per giú le stesse variazioni si possono riscontrare nei carmi. Negli autografi le oscillazioni tra forme diverse sono assai frequenti, con tendenza a diminuire di mano in mano che la perizia del latinista si afferma, e presumibilmente per il contatto col Petrarca; maggiore coerenza e costanza si riscontrano nelle copie di penna altrui, ma qui spesso l’uso è alieno dal boccaccesco accertabile. Nel primo caso fu mia cura eliminare le oscillazioni, moleste al nostro modo di vedere; nel secondo, ripristinare prudentissimamente le forme presumibili originarie: operazioni delicate ambedue, ma in modo particolare la seconda, delle quali renderò conto qui appresso per ogni lettera o per gruppi di lettere.

L’altro problema riguarda il cursus ritmico, che sul modello delle epistole dei dictatores medievali il Bocc. seguí con rigoroso scrupolo, ma insieme con esuberante ricchezza di forme, nella prosa latina giovanile. Si può all’incirca fissare anche qui sino al 1350 il persistere di quest’uso; in séguito il ritmo, ancora per conformitá sempre crescente col Petrarca, cede via via il campo all’andamento che direi classico27. Le epistole in cui sono applicate le norme ritmiche son dunque soprattutto le solite cinque di ZL, dove l’attento studio dell’interpunzione originale rivela clausole ritmiche e conseguentemente suscita interpretazioni che il Traversari, ignaro dell’uso di questo strumento, non potè nemmeno intravvedere, ma che furono giá avanzate da altri studiosi, primo in ordine di tempo il Mascetta-Caracci, poi il Parodi ed il Sabbadini28; alla sua volta, il cursus aiutò a ricostituire qualche lezione erronea che il Bocc., ricopiando senza troppa diligenza ed attenzione le cose proprie, si lasciò scivolare dalla penna. Osservò il Parodi che il cursus velox (p. es. Épyri [p. 312 modifica]principátus 109129) è prevalentemente usato in fine di periodo o di clausola: ma non mancano piedi meno comuni, accanto a quello e agli altri due principali, il tardus (nóvit serénitas 1097) e il planus (affectánter expósco 1109). In primo luogo è da riconoscere un tipo secondario di velox, avente un dattilo al posto del secondo spondeo (láudis bárdus áderam 1163130); largamente documentata è anche la forma che direi di planus regresso, e cioè con lo spondeo prima del dattilo (Nón lacíniam 11714 oppure eórum fácies 1182231). Frequentissimo, e non nei soli membretti minori, è l’uso dei succedanei del planus e del tardus, sul modello rispettivamente dei danteschi témpore méssis e núptias próperat32. Infine sono da segnalare alcune formazioni speciali consistenti nell’aggiunta di un dattilo o di uno spondeo al velox33; esse non furono riconosciute sin qui da altri studiosi34. Ora, nella [p. 313 modifica]stampa delle lettere giovanili, la necessitá di non oscurare il cursus m’impose speciali adattamenti nell’uso dei segni d’interpunzione, visto che soltanto con questi è possibile rappresentare le pause di delimitazione delle varie clausole secondarie e principali35; la medesima necessitá vuole che sia invitato il lettore a tener conto di certe accentuazioni anormali o non comuni36.

Premesse queste avvertenze, è da passare ad osservazioni particolari sul testo di ciascuna epistola.

I-IV. — In ZL si trovano trascritte dal Bocc. medesimo in quest’ordine: I, III e II una dopo l’altra in poco piú di cinque colonne (cc. 51 r-52 r), la IV nelle due facciate intere della c. 65. Esse furono inserite nel ms. non a guisa di minute prima dell’invio, ma come copie in pulito da serbare a spedizione avvenuta37; con ciò si spiega perché in due il sonetto accodatovi («caliopeus sermo» 11014 e 114638 sia stato interrotto dopo il [p. 314 modifica]primo verso, e similmente la data delle due che furono copiate subito dopo la prima sia stata lasciata in tronco con uno sbrigativo «etc39. La copia sembra essere stata presa poco tempo dopo la composizione40, la quale cadde certo per tutte dentro l’anno 1339, che fu esplicitamente indicato in calce alla I41. Ma, se questa è del 3 d’aprile e la IV del 28 di giugno, le due rimanenti si dovranno considerare intermedie? Il Traversari credette «piú probabile» che nel ms. le epistole siano disposte «nell’ordine stesso di tempo in cui furono dettate»42, ma io non trovo che si possa affermar nulla in questo senso o altrimenti; e però, senza intendere di scostarmi dalla disposizione emergente in ZL, mi limito ad invertire quelle che in esso sono seconda e terza, per porre in immediata vicinanza le due (qui, I e II) aventi la comune caratteristica di portare, o piuttosto di aver portato un giorno, l’appendice lirica volgare.

All’ep. I il Bocc. premise l’intestazione Missa duci Duracchii, senza indicare il proprio nome: ma sotto l’ultima parte della parola Duracchii si scorge un’abrasione e un po’ piú a destra appare l’ombra di un de; tenuto conto dell’Idem premesso all’ep. seguente e che necessariamente si richiama ad un’indicazione giá data, possiamo dunque ritenere che in un primo tempo fu scritto anche il nome dell’autore nella forma esclusivamente usata dal Nostro durante la gioventú, Iohannes de Certaldo. Quanto all’ep. III (seconda in ZL), dopo quell’Idem, che restò intatto, si [p. 315 modifica]leggeva egualmente Iohannes de Certaldo, che fu abraso43; alla II (terza nel ms.) era premessa un’intestazione in tre righe44, la quale secondo ogni verisimiglianza, se non fosse stata raschiata con grande diligenza, ci avrebbe rivelato la persona del destinatario, che del resto io credo di poter riconoscere lo stesso nel Petrarca45. Nell’ep. medesima lo scrivente aveva registrato il suo nome nella chiusa, dopo le parole «Vester in omnibus»; anche questo Iohannes fu abraso, e solo col reagente potè rilevarlo lo Hecker46. Infine, il solito Iohannes de Certaldo segnato nell’invio dell’ep. IV subí la medesima sorte dell’abrasione, che per altro non interdice il riconoscimento47. Sarebbe interessante, ora, sapere il perché di queste sistematiche raschiature e se veramente, come ritengo, esse risalgano al Bocc.48; ma è d’uopo confessare che nulla se ne può dire con certezza.

Rilievi sulle caratteristiche grammaticali, lessicali e stilistiche delle epistole non sono da cercare in queste pagine, dove debbo semplicemente limitarmi a dar conto del testo da me offerto. Esso è dominato dal fatto, di per sé evidente, della poca diligenza ed attenzione usate dal Bocc. nel prender copia di quei suoi scritti; condizione che impone molti e coraggiosi emendamenti, in parte indicati o sorretti, come s’è giá accennato, dal cursus, in parte proposti dagli studiosi antecedenti.

Segue la serie delle modificazioni da me introdotte. [p. 316 modifica]

Nell’ep. I: miraretur 10915, ms. mireretur49; Eritonis ivi, ms. Ericonis, in cui il Traversari50 ravvisò Erigone, ma costei non fu mai detta maga (cristibia): ovvio, data la facilitá di scambio tra c e t, pensare ad una svista di copiatura da Eritonis, con che si attribuisce al Bocc. una reminiscenza dantesca di piú (cfr. Inf., IX 23 sg.); cavi ivi23, ms. cabi51; Athlantiadis ivi26, ms. Athlanciadis; Deuteronomio 1105, ms. Deutronomio.

Nell’ep. II: miles 1114, ms. milex che ritengo influito dall’x di extrenue che segue; crebris ivi7, ms. crebis; crocata ivi8, ms. crocota52; me ivi13, che il ms. bensí reitera, ma per mera sbadataggine53; brunellicos ivi16, ms. brunellitos: la spiegazione (da Brunellus, l’asino, del poema di Nigello Wireker) è del Cian54, mentre il Parodi ed il Sabbadini riconobbero che il cursus richiede l’accentuazione brunèllicos55, sí che l’emendamento può dirsi certo; dum ivi20, suppl. da me per la sintassi; litora super uda ivi21, ms. super litora uda, da invertire per acquistare un velox56, refragante 1124, ms. refragrante; et innanzi a fortunarum ivi9, suppl.; inquies ivi14, ms. inquiens, emendamento del Sabbadini57; quampluries ivi, ms. quapluries; convicinum ivi21, ms. convicinus, che deve concordare con me; sollicito ivi22, ms. sollito, emendamento del Traversari58; fiam ivi29, ms. iam: ma c’è un altro iam subito dopo, e d’altra parte ut deve pur reggere un verbo che [p. 317 modifica]senza la mia correzione mancherebbe; alumpnatum ivi31, ms. alupnatum; pernecant 1131, ms. pernecat, corr. giá dal Traversari59; universis ivi2, ms. et universis: ma quell’et guasta il senso oltre che il velox60; pincernam ivi3, ms. pincerna, corr. dal Traversari61; ystoriis ivi10, ms. storiis; cernere ivi26, suppl. da me, perché il complesso sintattico richiede un infinito che attui il parallelismo con nare, speculari, intueri, intelligere, precidere degli altri membretti62; commicantes ivi, ms. commicates; Quanto di bene, etc. 1146: tutto il verso fu diligentemente abraso, tanto che il Traversari non seppe ravvisare che un’iniziale C, e nemmeno in ciò s’apponeva, mentre il Sabbadini si provò «a indovinare» sul facsimile e lesse Chi seco disiando a noi può dire63: anche la mia restituzione è fatta sulle ombre della fototipia, piú visibili qui che nell’originale, e la ritengo sufficientemente salda64.

Nell’ep. III: obgannirier 11515, ms. obganniri, allungato per restaurare il velox, conforme alla congettura del Parodi65; qui ivi, ms. quis; ergasterio ivi27, ms. argasterio; Procris ivi28, ms. Pocris; aceratam ivi30, ms. acuratum: in questa lezione inaccettabile fu riconosciuto dal Sabbadini66 aceratum «sordido», che si dovrá poi far concordare con endromeden, corculo 1165, ms. corculi, che a torto il Traversari cercò di difendere67; acromata ivi6, ms. aceromata (forse lettura frettolosa di accromata): alla spiegazione concorsero il Parodi e il Sabbadini68; falerare ivi9, ms. faletare, invano giustificato dal Sabbadini69; scitissime ivi, ms. scīssime, [p. 318 modifica]reso dal Traversari con un sanctissime che a nessuno si rivelò, com’è, incompatibile col contesto; farmaciis ivi12, ms. farmacus, correzione del Sabbadini70; sine ivi, suppl. da me per integrare il passo evidentemente difettivo71; phylargirium ivi20, ms. phylarcirium; anabollade ivi27, ms. arabollale, svarione che diede parecchio da fare ai filologi ma fu alla fine messo a posto dal Sabbadini72; aliptes... bardus ivi31 sg., ms. aliptem... bardum, effetto «forse di una pura svista», come giudicò il Parodi73; qui ivi33, suppl. da me per dare esito al quis interrog. che precede; voluntati 1171, ms. voluptati74; labellum ivi5, ms. glabellum, corretto dal buon senso («la vergogna mi occupò il labbro, m’impedi di parlare»: il glaber nominato piú oltre, e che al Sabbadini parve tutt’uno con l’aeripes «valletto dal piè veloce»75, qui non ha che fare); catapare ivi9, ms. cantapare76; nullam... fidem ivi13, ms. nulla... fides, ma il nomin. è incompatibile con habet che segue (il Traversari preferí mutare questo in habetur77); coperior ivi20, ms. cohoperior, che il cursus avverte di modificare per non compromettere un tardus78; ne ivi32, ms. ut ne, assurdo: si noti che ut è in fin di rigo, ciò che facilitò l’errore nel senso che, cominciato il nuovo rigo con ne, il Bocc. potè piú agevolmente dimenticarsi di espungere l’ut (cfr. poco prima «ne forte me sentias» ).

Nell’ep. IV: eliconidum 11818, ms. eliconum, corretto dal Parodi79; intrasse ivi19, ms. intrasti, ma il costrutto vuole l’infinito («audivisse me recolo te intrasse» ); octupliciter ivi22, ms. [p. 319 modifica]actupliciter: si allude, come ben vide il Sabbadini, «alle otto parti del discorso»80; modos ivi, ms. modus; per plexum passumque ivi25, ms. perpessumque (!), luogo certamente guasto, ma non «per omissione di parole o anche di righe intere», secondo che parve al Traversari81: che il per sia da doversi riconoscere separato da pessumque fu giá ammesso dal Sabbadini82, dopo di che trovai logico arguire dal que la caduta di un altro termine tra per ed il resto, e desunsi il termine stesso da «incomplexa querendo» che precede (il suono ple della voce plexum, trattenuta dall’orecchio ma non segnata dalla penna, avrebbe poi influito a far tramutare passumque in pessumque); recthorice ivi26, ms. rechorice; eliconici 1196, ms. elyconi, che va corretto come poco sopra s’è fatto di eliconum (per la grafia senza y, cfr. p. 332); animal ivi31, il ms. mostra un taglio sulla l, cosí che a rigore verrebbe fuori animalis; respicis ivi82, ms. respic con una lineetta di compendio sulla c, onde si avrebbe respicit (ma cfr. respicis tre righe più sotto); Amalthea ivi33, ms. Almathea; Titi Livii 1209, ms. titulivii, ma con la seconda gamba dell’u che sembra espunta; phylosophicos ivi10, ms. phylophycos; incomparabiliter ivi12, ms. incoparabiliter; repletum ivi18, ms. repletus, ma l’aggettivo deve riferirsi a cor meum83; an ivi24, aggiunto da me per la sintassi (cfr. an. vigilarem 11129); fundibulariis ivi85, ms. fundibalariis; inclinatum 12118, ms. inclitum, correzione del Traversari; pax ivi28, ms. pacem, impossibile perché si tratta del soggetto di perquiritur: d’altra parte, all’osservazione diretta sembra che s’intravveda un pax originario, che sarebbe stato ridotto a pacem forse col proposito di mutare la sintassi; impediente ivi35, ms. impediete; placita 12219, ms. placida: l’emendamento è imposto dal riscontro col testo da cui il Bocc. desunse la citazione84; involuto 1232, [p. 320 modifica]ms. involutum, che senza dubbio doveva concordarsi col dat. unicuique, ma al Bocc. persisteva nell’orecchio il bonum che precede; quod ivi9, ms. quam, non accettabile perché ne risulterebbe logicamente un’espressione assurda «facere prolem»: si pensi alla stretta somiglianza paleografica dei compendi di quam e di quod; aqua ivi10, suppl. da me (e non si capisce come altri non ci abbia pensato!); autoritatem ivi14, ms. autoritem; fortuito ivi21, ms. fortuitu; et 12411, suppl. da me; animus ivi14, ms. animi (riferito questo animi a valetudinem, il sogg. di suspirat sarebbe da vedere in anxius eger, come fece infatti il Traversari, il quale fu tuttavia costretto a riconoscere che mancava qualche cosa, onde il Torraca propose di mutare suspirat in suspiro85: ma lo stesso risultato sintattico e logico, con maggior parallelismo nei riguardi dell’altro termine della similitudine, si può ottenere lasciando suspirat e facendo sogg. animus); vix ivi15, ms. vis86, huiuscemodi ivi16, ms. huiusscesmodi; violentia ivi23, ms. violentiam; unde ivi, ms. unde angariat unde: le parole angariat unde furono evidentemente il risultato di una doppia sbadataggine, nel duplicarle prima e nel non espungerle poi87; distinguam ivi25, ms. distingam.

Di contro a quest’imponente serie di errori, che costituisce la lampante testimonianza della poca diligenza con cui il Bocc. trascrisse in ZL le sue epistole napoletane, stanno pochissime lezioni corrette durante la copia, ossia le quattro seguenti. Nell’ep. II un turpiter 11321 fu scritto originariamente pariter, poi le prime tre lettere furon soppresse con un tratto di penna e sopra sostituito turp. Nell’ep. III endromaden 11531 ebbe l’a espunta e surrogata da e; reboando 11625 fu ridotto cosí da roboando88; iniquus 11713 fu primamente scritto amicus (con la finale us rappresentata dal noto compendio), ma poi l’a fu eliminata con una barretta ed alla c fu appoggiata un’asticella lunga sin sotto il rigo, cosí da farne una q: ne risultò iniqus, che con tutta facilitá, aiutati dal senso del passo e dal cursus (iníquus hábet è un planus irreg.), ricondurremo alla forma certamente voluta raggiungere dallo scrittore89. [p. 321 modifica]

Il testo, purgato anche da insidiosi sbagli di lettura che s’inserirono nelle stampe90 e salvaguardato contro inopportune proposte emendative messe innanzi dai critici91, diventa qui finalmente in tutto chiaro, logico, afferrabile dalla prima all’ultima linea: dato per altro il tipo di questo latino ancora medievale nella durezza e assillato dalla ricerca del vocabolo peregrino sui modelli di Apuleio e di Fulgenzio, ricerca specialmente intensificata a bella posta nell’ep. III92, l’intelligibilitá vorrebbe appoggiarsi per lo meno ad un volgarizzamento o ad un glossario, che non possono tuttavia trovar posto in queste pagine.

Grandi cure ha richiesto per sé l’ortografia delle quattro epistole, dato che quella di ZL si rivela quanto mai incerta, incostante ed inconsapevole, cosí che la sua riproduzione fedelissima sarebbe stata di un’utilitá e di un’opportunitá piú che discutibili. Naturalmente, non volli rammodernare: anzi, procedendo con i piedi di piombo, cercai solo di ricondurre ad un tipo unico ed al [p. 322 modifica]piú giustificato possibile tutte le oscillazioni. Nella rappresentazione grafica dei suoni, per esempio, ñ è quasi sempre resa con ngn, spessissimo rinforzata dall’i davanti a o u (quindi doppie forme come congnovi 11232 e congniovi 11936, rengnum 11919 e rengnium 12424, ecc.); la nasale innanzi a labiale, a dentale, a sibilante è espressa ora con n ora con m senza un preciso criterio (cfr. amxie 11219 accanto ad anxior 11514 e ad amsietatibus amsia 12212, amfractibus 11114, sensim 11529 ed emsis 12116, adinplere 11518 ed inbutus 11610, ecc.); l’x è talvolta rafforzata con una c (porecxisti 11716, coniuncxisti 1233), talora surrogata da s (orthodosum 1167, ma orthodoxiam poco piú oltre) o da ss (rissas 1219 e 12316). In questi casi è miglior partito attenersi, di regola, alle grafie normali; invece nelle frequenti oscillazioni circa l’uso di y e di h il criterio della scelta si fa meno sicuro. Se c’è un tipo che abbia per sé il suffragio del maggior numero dei casi, questo fu preferito; in condizioni diverse, altri elementi le cui giustificazioni singole richiederebbero troppo spazio e però debbono ommettersi, influirono sugli scarti. Comunque, i casi assoggettati a modificazione sono tutti compresi nell’elenco che segue93: nidus 11510 (ms. nydus, contro nidus 11924), eliconici 1196 (ms. elyconici, ma cfr. elicon[id]um 11818), Cythereie 11918 (ms. Cithereie, contro Cythereia 1132 e 1206), phylosophico 11231 (ms. phylosophyco, contro phylosophicos 12016), Raynusia 12331 (ms. Raynusya, contro Raynusie 1099), Cirram 1209 (ms. Cyrram); actrahentia 11936 (ms. actraentia, ma cfr. pertraho 10917, trahentibus 11510, trahens 12024), cathamitum 11615 e cathagrafavi 11731 (se il ms. reca catamitum e catagrafavi, per l’h stanno in contrario, nella sola ep. III, questi altri composti con lo stesso prefisso: cathacreto 11512, cathagorando 11615 e cathafronitus ivi14), nichilominus 12223 (ms. nicilhominus94), gramatica 1135 e margarita 1194 (ms. gramaticha e margharita), tonitrui 11129 (ms. thonitrui, ma poi subito tonitrua), arcana 11234 (ms. archana, contro arcana 1163), iners 11111 e inertia 11924 (ms. inhers inhertia, ma cfr. inertem 11317 e inertiam ivi30), anelitu 12421 (ms. anhelitu, contro anelando 11722 [p. 323 modifica]e 12010). Curiosa, e da spiegare come un riflesso di pronunzia del latino in bocca toscana, la fognazione di una consonante in mezzo ad altre, come contemsisti 11614 e reassuntus 1244, asque 11927 e posquam 11512 12126: ma si tratta di un adattamento fonico che non merita d’essere conservato nella grafia (e poi cfr. assumpta 12024, absque 12333); lo stesso dicasi per le forme con assimilazione ammirationis 11810 sgg. e ammisit 12221 (ma per contrario admirat- 12016-18 12231, admisisti 11714). Incerte tra la consonante semplice e la doppia ondeggiano alcune scrizioni che importava stabilizzare: commodum 11119 (ms. comodum, contro commodans 10921), assummebat 1212 (ms. assumebat), oportuna 11522 (ms. opportuna), suppliciis 11223 (ms. supliciis, ma cfr. 11515), porrexisti 11716 (ms. porecxisti), ymo 11126 1162 11714 (ms. ymmo, ma cfr. 12411); notevole l’oscillazione -errimus -erimus nella desinenza dei superlativi (pulcerimus 12321, miserima miserime 10918 e 1192, ma miserrime 11524 11619 1215): anche qui aderii all’uso normale95. Finalmente registrerò alcune forme speciali: invenctus 12222 e viceversa cuntis ivi18 (quest’ultima in una citazione), da me ricondotte a inventus e cunctis; gutturi 1197, ma normalmente (e spesso) guctur-, a cui dunque anche il caso presente andava adeguato; caput 1156 e velud 11232 12412, fatte rispettivamente capud (cfr. 11323 12118) e veluti (cfr.1161. 13. 33).

V. — Dal ms. Laurenziano XLII 38, trecentesco, contenente Dicerie pistole e favole di diverse maniere compilate per piú auctori96, venne stampata la prima volta dal Doni nel 154797, poi riprodotta via via; solo il Corazzini si ricordò del testo a penna per attingervi alcune varianti. Fu giá sin dal Settecento sospettato che l’ep. non sia l’originale ma un volgarizzamento dell’originale latino98; anche di fresco il Wilkins la giudicò probabilmente «a [p. 324 modifica]translation of a lost Latin original»99. Tale opinione risponde senza dubbio alla veritá: l’ignoto raccoglitore delle Dicerie del ms. Laur. avrá tradotto dal latino l’ep. del Bocc. cosí come tradusse quella di Dante ad Arrigo VII o altre comprese nella medesima silloge100.

Non occorre dar conto di certi lievissimi ritocchi ortografici da me introdotti nella lezione del ms.; le modificazioni che toccano il senso sono appena tre: affetto 12518, ms. effetto101; allora ivi29, ms. ora (ma l’avverbio temporale dev’essere parallelo al precedente allora); del pirata 1266, ms. dal pirata102. Nessuna presunzione di apocrifitá può investire l’ep., né sospetto d’errore la data103. [p. 325 modifica]

VI. — Ancora in ZL, dove figura (c. 50 v) con un’intitolazione nella quale piú tardi furono, al solito, abrasi gli elementi del nome dello scrittore104. Ultima nella serie dei tempi e prima in ordine di trascrizione105, ebbe comuni le fortune con le sue quattro sorelle: fu dunque data in luce dal Ciampi, relegata tra le dubbie dal Corazzini, riprodotta abbastanza bene dal Traversari106. Il testo di essa non richiede grandi cure, come quello cui bastano appena due emendamenti: expiratos 12712 suona nel ms. expirati (ma deve concordare con spiritus acc. plur.107), e sedes 12825 fu suppl. da me, perché questo termine, o magari domos o anche res108, è imperiosamente chiamato dal superstite aggettivo proprias ed è indispensabile al contesto109. Modificazioni ortografiche: ymitetur 12820 128 20, ms. imitetur (ma cfr. ymitabas 11824); Nysum 12719, ms. Nisum (cfr. 11523); sollicitudine 12724, ms. solicitudine (cfr. sollicito 11222); ymo 1286, ms. ymmo (contro ymo 12721, e cfr. p. 323).

La lettera è del 1348, non solamente dei primi mesi, ma addirittura del gennaio110.

VII. — Questo frammento si trova in un altro celebre zibaldone boccaccesco, il ms. giá Magliabechiano ora II ii 327 della [p. 326 modifica]Nazionale Centrale di Firenze (ZM), la cui autografia è ormai indubitabilmente accertata111. Sta alla c. 118 r, ed incominciava nella precedente, ch’è oggi perduta; rimase poi in tronco sulla fine, mancando senza dubbio la chiusa dell’ep., che il Bocc., per una qualsivoglia ragione, tralasciò di ricopiare112.

Fu il Macrí-Leone a riconoscere in questo lacerto un frammento di missiva diretta «verso il 1353» a Zanobi da Strada allora dimorante a Napoli113; sará tuttavia da anticipare alquanto la data. Infatti, l’accenno alle recenti fortune del destinatario vuol che si avvicini la lettera al tempo del primo soggiorno napoletano di Zanobi, che cadde tra la seconda metá del 1349 e la prima del ’51114; di piú, l’ossequio ancora pieno al cursus ritmico mostra che un intervallo di tempo abbastanza lungo separa questa dall’ep. VIII, ch’è certamente del 1353. Che poi sia dubbia l’autenticitá del frammento, come vedo ch’è per il Wilkins115, non si può ammettere: quelle reminiscenze vergiliane sono materia che reca inconfondibile il marchio della fabbrica boccaccesca116.

Due lievi trascorsi della copiatura emendò il Bocc. medesimo (pusillanimis fu ridotto a pusillanimi 12917, sunt ante mutato in sunt olim ivi21: ante era qui un’anticipazione del fuerit ante che segue); due gli sfuggirono, e sono stati corretti da me: arcisque ivi5 da arcigne e Mesenus ivi14 da mesecius.

VIII. — Conservata anch’essa in ZM (c. 104), fu «scoperta» e tratta in luce dal Ciampi117, messa poi in quarantena da vari critici come sospetta118, quindi riabilitata dall’Hortis e dal [p. 327 modifica]Macrí-Leone119; oggi definitivamente la consacra per autentica l’accertatissima autografia della fonte120. La data è parimente sicura, come quella che rampolla dal contesto, dove si parla dei solenni funerali di messer Lorenzo Acciaiuoli in Firenze (7 aprile 1353) celebrati pochi giorni prima121.

Il testo del ms. è accuratissimo: non c’è da rilevare che la minuscola ommissione di un segno di compendio sopra un ut 13030, che doveva essere utinam122, e due lievissimi errori: omnes per omnis 13428 (nella citazione vergiliana) e felicum per felicium 1359123. Per l’ortografia i ritocchi necessari sono pure assai pochi: di tirampnicum 13220 in tyrampn- (cfr. tyrampnos e tyrampnis immediatamente prima e dopo), di subtrao 1344 in subtraho (cfr. trahamur 13513, di divicias 13216 in divitias (e cosí la parola è scritta poco oltre), di opportuerit 13019 in oportuerit (cfr. oportunam 13217, di inopinatos 13024 in inoppinatos sulla conformitá della grafia boccaccesca quasi costante, che dá ad opinio (e ad opinione ital.) la doppia p124.

IX. — Nella seconda parte del ms. H VI 23 della Comunale di Siena (S), scritto al principio del secolo XV, quest’ep. è la terza delle otto boccaccesche che occupano le cc. 115 r-124 r (le altre sono le XV-XXI); di qui tutte furono ricopiate in quella che oggi è la prima parte del medesimo ms., alle cc. 36 v-46 v. Alla loro volta, poi, da S le epistole passarono direttamente nel Ricc. 805, della prima metá del Quattrocento (cc. 29 v-43 r); questo rapporto genealogico, di cui qui non posso fornire le prove ma che mi risulta positivo, mi consente di trascurare la lezione degli ultimi due apografi e di concentrare tutta l’attenzione sulla prima trascrizione, giá per altro notevolmente corrotta125. [p. 328 modifica]

Da una copia recente di S l’ep. IX fu pubblicata nel 1819, non senza gravi errori, per cura di A. Meneghelli126; non meglio la ristampò per conto proprio il Corazzini, il quale si giovò e di S e del Ricc. 805. Nella lezione da me assunta a base del testo (S, cc. 117 v-118 v) dovettero essere introdotti gli emendamenti che seguono: Silvani 1367, ms. silvam (!), e cosí piú oltre 1369-11 e 1386; verba hec ivi11, ms. verba hoc (!); Die... in vesperum ivi23, [p. 329 modifica]ms. dic... in vesperam; coniugum 1372, ms. coniugium; uxoris ivi5, ms. uxorius (il gen. uxoris è retto da inmemor sottinteso, facilmente desumibile dal contesto); sudesque preuste ivi6, ms. sudisque preusti; mosios ivi, ms. mosies (il menante non seppe riconoscere il derivativo mosius «della Mosa»); nostris... pastoribus ivi, ms. martis... pastorij (!); ytalica ivi7, ms. ytalia; obmiserim ivi10, ms. omiserum (!); exercuisse ivi18, ms. exereuisse (lo scambio avvenne per il semplice spostamento di un segno di compendio dall’x alla c); tempusculum ivi20, ms. tempuscum; eum ivi22, ms. cum; omina ivi23, ms. omnia; Daphnim ivi25, ms. damphin con un segno di compendio sulle ultime due lettere; deiectionem tam ivi27, ms. deitetionem tantam (!), dove il tantam senza dubbio è dovuto ad un’erronea duplicazione di ; Livii ivi13, ms. linii (!); audiens obrigui 1383, ms. audieris abrigui; Simonides ivi5, ms. Pimonides (!); dammas ivi9, ms. damās; adversus ivi9, ms. adversum (cfr. 13914); respuisse ivi18, ms. respicuisse; ornatam... decoram... insignitam ivi19, ms. ornata... decora... insignita; audissem ivi27, ms. audisse; Sorgia ivi ms. Sorga che non è forma dell’uso boccaccesco127; Parma ivi29, ms. perma; aridam ivi30, ms. arinda (!); sua ivi, ms. se, impossibile perché usato poco prima; Absit 1399, il ms. premette et, che ha tutta l’aria di essere l’effetto di una svista; quamcunque ivi14, ms. quacunque; Egone ivi13, ms. vgone (!); desolationes ivi20, ms. desolutiones (!); circumseptus ivi22, ms. circumspectus (!); effectus decantabit ulterius ivi26, ms. affectus decantabat ulterus; secus ivi28, ms. secum; spectabant mirabantur ivi35, ms. spectabat mirabatur128. A far coincidere l’ortografia di S con quella genuina [p. 330 modifica]del Bocc., la quale per lo stesso anno 1353 è rappresentata dalla trascrizione autografa dell’ep. VIII in ZM, non sono stati richiesti che lievi adattamenti129.

Sembra avere alluso alla nostra ep. il Nelli quando si confidava col Petrarca intorno ai giudizi che su lui, messosi alle dipendenze dell’arcivescovo Visconti, facevano gli amici «qui ad te scribunt satirice satis»130. Il medesimo Nelli dovrebb’essere il Simonides incontrato dal Bocc. a Ravenna e che gli diede la conferma della risoluzione del Petrarca; tolto quest’unico punto ancora non pienamente accertato131, ogni allusione della lettera è chiarissima, e cosí pure non lasciano adito a dubbi le circostanze e la data (18 luglio 1353).

X. — Si trova unicamente nel ms. Estense α R 6, 7 (lat. 630), della seconda metá del Quattrocento, e vi è premessa alla Vita di san Pier Damiano ch’è stampata qui oltre (p. 245 sgg.). Intorno all’uno e all’altro scritto C. Cavedoni lesse nel 1822 una memoria presso la R. Accademia di Modena, memoria riprodotta insieme con l’ep. dal Ciampi nella seconda edizione della sua opera boccaccesca132; piú tardi la ripubblicò il Corazzini, il quale dubitò [p. 331 modifica]dell’autenticitá dell’ep.133, ciò che non gl’impedí di accoglierla tra le altre del Nostro. Naturalmente, l’opinione è sprovveduta di fondamento.

Nella lezione del testo a penna dovetti supplire vel (dopo Maronem) 14119 e tempore 1426; e furono introdotti gli emendamenti qui appresso elencati: mavis 14119, ms. maius; de hoc 1429, ms. ad hoc; Lucianum ivi33, ms. Lucerianum134; exterum ivi34, ms. externum; alterius 14312, ms. altius; abfuit piú erui ivi13, ms. abteruit che non dá senso135; digne ivi24, ms. digno136. L’ortografia è stata adattata all’uso boccaccesco del tempo a cui appartiene questo scritto137.

La datazione dell’ep. è ancora controversa. Dai primi ondeggiamenti del Cavedoni e del Ciampi138 si passò alla relativa sicurezza dell’Hortis, che mise avanti il 1366139, poi del Torraca, che stiè per il 1354140, e dell’Hauvette, che si pronunziò per il 1367141. Io trovo, come trovai giá142, che la piú antica di queste date è veramente preferibile alle altre; vorrei tuttavia allontanarmi alquanto dal 1354, perché i rapporti tra il Petrarca e il Bocc., dopo l’ep. satirica del 18 luglio ’53, non dovettero tornare cordiali cosí [p. 332 modifica]presto. Ora, la dimora ravennate del Nostro durante una parte del 1357 calzerebbe perfettamente con le condizioni prospettate143.

XI. — Dalle cc. 161 v- 162 r del ms. Vaticano Borgiano lat. 329, miscellaneo del secolo XIV, fu edita per cura di M. Vattasso venticinque anni fa144. L’invio nel codice fu scritto ab initio com’è nella mia stampa, ma subito dopo il compilatore mutò Iohannes in Iohannis ed aggiunse Responsio145, infatti antecede immediatamente la missiva di Barbato, che stimo prezzo dell’opera riportare qui sotto, e non questa solamente, ma anche la replica del Sulmontino (cc. 161 r-v e 162 r).

Domino Iohanni de Certaldo Barbatus de Sulmone.

Magna, vir doctiloque, tecum fidutia loquor, maxime super his in quorum votis sumus, ut arbitror, ex toto concordes. Iamdudum clari viri dominus magnus senescalius, comes Manuppelli logotheta et comes nolanus convenerunt apud Sulmonem in ortulo meo, ubi quandam ex epistolis domini nostri Laureati legimus; post cuius lectionem, ut omictam cetera, decreverunt dicti domini pro communi omnium parte dicto domino Laureato de puplicanda Africa scribere, dictusque magnus senescalius promisit faciendas inde licteras de Neapoli, quo tunc accessurus erat, transmictere. Que lictere facte fuerunt, sed non iuxta promissionem extemplo transmisse. Prius flebilis evenit obitus predicabilis viri domini Zenobii laureati: quapropter dictus dominus Magnus non ad puplicationem Africe, sed [p. 333 modifica]ad dicti domini Laureati adventum in Regnum animum suum vertit, super quo efficacissimas regias magnis promissionibus plenas fecit fieri scriptiones, quibus, prout reor et alias animum suum novi, non movebitur dictus dominus Laureatus. Interim autem solicitationem puplicationis Africe fieri cuperem, ad quam fortassis apud talem virum non minus efficatia verborum proficiet quam dignitas personarum. Micto igitur ecce tibi alligatam presentibus predictarum formam et copiam licterarum, ut curi tuis idem expetentibus, siquidem et prout saniori tue provisioni videbitur, dicto domino Laureato placeat destinare, qui lectis eis, spero, si Deus faverit, quod vel nos voti compotes faciet vel notabilem prorsus epistolam de negatione transmictet. Illud autem quod de spongia leges tractum est de Saturnalibus Macrobii, eo loco quo legitur quod Augustus Cesar, cum Aiacem traiediam quam ipse texuerat, quia minus exiverat placida, delevisset, interrogatus a Lutio Graio quid ageret Aiax suus, — In spongiam — inquit — incubuit. — Quapropter verendum est ne simile patiatur nostri Scipio Laureati, vel quod fere passus est Eneas dum nescio quid sibi Maro conscius Eneydem comburi iussisset, nisi fuisset vetitum Augusti sententia saniori. Sed nos, pro dolor! Augustum alterum non habemus, estque preterea dubitandum ac verisimiliter presumendum ne Laureatus ipse noster sua in dies excrescente scientia sit nimium sui poematis asper iudex. Illi quoque duo versiculi ex industria claudunt epistolam, ut sue principium Africe intelligeret iam vulgatum, quod venerabilis dominus Franciscus prior Sanctorum Apostolorum de Florentia michi retulit esse tale: «Et michi conspicuum meritis belloque tremendum, | Musa, virum referas», unde moveri poterit ad sequentia puplicanda. In quo quidem principio duo notavi: primum, quod invocationem suam tanquam poeta novissimus per dictionem copulativam et ab invocatione poete veteris Homeri dependentem facere et exaudibiliorem sperare videtur, qui Homerus secundum referentem Horatium sic incipit: «Dic michi, Musa, virum, capte post tempora Troye | qui mores hominum multorum vidit et urbes, etc.» secundum, quod humilitatis sue magne virtute, non imperativo verbo «refer» utitur, sed «referas» optativo. Nescio tamen in hoc exili iuditio meo fallor. Vale feliciter, et coneris ac studeas ut hoc in spongiam non incumbat146. [p. 334 modifica]

Domino Iohanni de Certaldo Barbatus sulmontinus147.

Cum tuas viderem licteras antequam solverem, credidit animus, qui multa sibi spoponderat, tela votorum suorum nova percipere. Sed, o fallaces hominum spes! lectis licteris illud doloris infandi vulnus pertulit quod premetuere nescivissem. Hoc nempe miserande deerat Italie, ut que imperium virtutesque mavortias in germanos sua culpa transmiserat, eam unico clarissimi sideris eloquentie lumine, quo toto sola gloriabatur orbe, barbari spoliarent, a quibus invadi fines, vastari agros, incendi colonias, obsideri urbes, ipsum olim Capitolium capi et Petrarcam auferri in equo malorum pondere iuste posuerim: et hoc non solum malum, sed portentum est profecto magis quam lapides pluere, insuetos animalia fetus edere et fulmina celo iaci. Inter has sane sauciati spiritus angustias hec queritanti animo succurrere levamina: primum, dispositione divina fieri, que laudanda semper in omnibus incognitis nobis malis maioribus obviat; secundum, preceptoris nostri tamdiu desiderata et forte sibi ipsi procurata libertas; et tertium, quod longe citius ex remotissimis oris liber quam de vicinis servus in patriam poterit remeare. Ceterum oblatum tua michi caritate Buccolicum carmen integrum libens et cupidus cum gratiarum actione suscipio, illudque dari sincero illi viro Francisco Iohannis amico communi per eum michi mictendum devotissime postulo. Amplius aut cum magna sed vereconda fidutia importunus exoro ut libellos illos Invectivarum in medicos concedere michi, si libet, pro munere magno digneris.
Vale.

Sulmone.

[p. 335 modifica]

L’ep. del Bocc. richiese alcuni pochi e facili emendamenti: Petrarce 1446, ms. Petracce non conforme all’uso boccaccesco148; expectassem ivi22, ms. expectasse: emendamento del primo editore; Patavum ivi23, e cosí 14529 1463, ms. Pactanum (nell’ultimo luogo, Patanum); immanes 14523, ms. immanos; ire ivi29, ms. me che non dá senso, a meno che non si consideri il passo come difettivo e non si supplisca, p. es., ferre: preferisco il supposto di uno scambio, paleograficamente facilissimo, nella trascrizione149; ut 14610, ms. cum ut, ma al cum non risponde alcun verbo, e perciò o fu scritto fuori di posto (e doveva essere espunto) o reggeva una parola che fu sbadatamente ommessa150: anche qui mi attengo alla prima alternativa; maiis ivi13, ms. mais151.

La lettera è certo del 1362152; la prima di Barbato sará stata scritta qualche settimana avanti il 13 maggio, la replica sará di qualche settimana posteriore153.

XII. — E veniamo a questa conosciutissima e tanto discussa tra le lettere boccaccesche. Della sua redazione originale non è sopravvissuto (o almeno per ora non si conosce) che un miserrimo lacerto, corrispondente alle ultime righe del testo e conservatosi in un foglio membranaceo scritto da un’unica facciata e per sole quattordici righe (che son quelle, appunto, salvatesi) presumibilmente sulla fine del Trecento. Il lacerto, piú tardi piegato in due per costituire con esso le guardie di un libro a stampa, appartiene al prof. F. Patetta, che lo fece conoscere agli studiosi nel 1920154. [p. 336 modifica]

Un altro apografo, dove il testo dell’ep. giá si era corrotto, serví ad un ignoto dei primi anni del secolo XV per ricavarne un volgarizzamento che per lungo tempo fu creduto l’originale. A dir vero, il sospetto che si trattasse di una traduzione dal latino si era giá affacciato a parecchie riprese sin dal Settecento155, poco dopo la sua prima pubblicazione ch’ebbe luogo per cura del Biscioni nel 1723156. Ma un secolo dopo cominciò un altro genere di dubbi, quelli sull’autenticitá dello scritto, contro la quale si schierarono il Ciampi, il Todeschini, il Landao, l’Hortis ed altri, mentre la sostennero il Gamba, il Körting, il Corazzini, il Gaspary, il Macrí-Leone ed il Traversari157. Il ricupero del frammento Patetta ha dato il colpo di grazia anche agli ultimi superstiti sospetti che per caso si fossero potuti conservare in proposito.

Il volgarizzamento ci è stato tramandato da una raccolta di epistole, dicerie ed altre minori composizioni volgari, messa insieme non si sa da chi, nel quinto decennio del secolo XV; è possibile che l’autore della versione sia stato lo stesso compilatore della collana. Di questa si conosce una decina di esemplari158, tra i quali non è compreso l’archetipo; d’altra parte, l’importanza dei risultati eventualmente raggiungibili non è tale da giustificare la fatica che richiederebbe uno studio inteso alla [p. 337 modifica]classificazione dei diversi apografi159. Un’indagine approfondita quanto basta mi permette di stabilire che il Ricc. 1080 è oggi il piú autorevole rappresentante della raccolta, sia per il numero dei testi ivi compresi, sia per la bontá intrinseca della lezione di ciascuno, ed in modo particolare (il che è ciò che a noi interessa) del nostro volgarizzamento (cc. 113 r - 127 v). Inoltre una seconda famiglia, indipendente dal ms. ora nominato, può essere raggruppata intorno, e in parte dietro, al Ricc. 1090, che, meno apprezzabile nella lezione (cc. 102 r - 117 v), offre per altro il vantaggio di una veste idiomatica piú pura e regolare, non soltanto morfologicamente ma anche nei rispetti dell’ortografia.

L’autonomia reciproca delle due branche rappresentate dal Ricc. 1080 (R1) e dal Ricc. 1090 (R2) è documentata dal fatto che essi, oltre ad un certo numero di mancanze e guasti comuni, presentano anche qua e lá lacune diverse. Queste ultime possono per conseguenza essere sanate mercé il confronto dei due apografi160, il che non avviene per le altre, che non si possono purtroppo eliminare; in questi luoghi161 il difetto deve risalire al capostipite dalla famiglia, ovvero ad un ascendente comune, il cui menante non seppe decifrare la scrittura delle pagine donde attingeva l’ep. volgarizzata: e non si esclude che anche le cattive condizioni in cui la tradizione manoscritta ridusse il testo latino [p. 338 modifica]originale162 abbiano contribuito ad aggravare gli errori. Per tutto ciò una larga parte dev’essere demandata alla critica congetturale nella ricostituzione di un testo che sufficientemente esprima le sembianze dell’archetipo della traduzione, e sotto queste lasci scorgere i lineamenti almeno della dettatura latina boccaccesca. Negl’indispensabili chiarimenti che soggiungo, a spiegazione e giustificazione delle correzioni da me apportate ai mss., sará naturalmente anche tenuto conto, dove occorra, delle proposte avanzate nelle stampe precedenti163.

Premetto che l’intitolazione dei mss. riflette certamente l’invio originario, ma nello stesso tempo lo áltera164, e però non giova conservarla. Dopo di che, ecco i passi da me toccati o ritoccati:

senno 14829: R1 reca solamente se, mentre R2 ha sēno ma in compenso tralascia il non che segue; sue ivi40, mss. tue (ma si parla di lettere dell’Acciaiuoli); ricoprissono 1492, mss. ricoprisse, ma R2 dá poi al plur. il verbo seguente inducessono (in R1 manca il tratto, cfr. p. 337, n. 2); vera ivi, manca nei mss. e fu suppl. dal Gamba e dal Corazzini; non ivi17, suppl. da me perché il contesto lo richiede (cfr. subito dopo il contrapposto introdotto da anzi); nebbia di tele ivi31, mss. nebbia e di tele; stigia 1508, mss. stige, emend. del Gamba; Perseo ivi27, mss. Perse o (allo scrittore di R1; quest’o cosí isolata parve superflua, onde l’espunse; quello di R2 la conservò, ma mutò Perse in Perses); tiburti ivii13 mss. tiburi; chiarissimi ivi, mss. chiarissimo; sterquilini ivi25, mss. serquilini; con un solo ivi35; il con mancante nei mss. fu suppl. dalle stampe; [p. 339 modifica]spurcido ivi37, mss. spurido165; non pienamente ivi38, mss. e non pienamente, ma la copula non c’entra; accordantesi il riposo 1512, dei mss. il solo R1 riflette nella lezione accordante sul riposo quella da me ristabilita (si staccatosi da accordante e fusosi con il seguente avrebbe dato luogo a sul), mentre in R2 l’errore fu aggravato con l’inserzione di in (in sul riposo), riempievano ivi12, mss. ciempievano; mentre ivi13, mss. era mentre, ma quell’era è una zeppa sintattica; di quinci ivi14, di manca nei mss. (e in R2 fu soppresso anche davanti a quindi seguente); e dinanzi ivi20: e suppl. da me per la sintassi; li ivi36, mss. le (va riferito a vasi); te ivi37, mss. ti; quelli che pieni... suti imbolati 1521 sgg., mss. quelle che piene... sute imbolate (va ancora riferito a vasi); o di fatica ivi14, mss. e di fatica (ma poi: o d’infermitá); arsi o mezzi cotti ivi13: dei mss. R1 ha arse o mezzo cotte, R2 anche peggio (arsi e mezze cotte); interapentiche ivi24, mss. inte rapentiche, emend. del Corazzini sopra una proposta del Gamba166; lasciati ivi26, mss. lasciate: e similmente, de’ quali che segue è correzione di delle quali (fu fatto concordare con quisquilie, ma poi subito dopo i mss. ritornano con cotti al concetto piccolissimi pesciolini167); èramo ivi23, mss. erano, giá corr. delle stampe; Crasso ivi31, mss. Crasino, conservato dal Biscioni e dal Ciampi, mutato in Cassino dagli altri due (!); adunque 1536, i mss. non dunque, con quel non ch’è di piú (il solo Corazzini l’eliminò); Pontico ivi11, i mss. pontiro, corr. dalle stampe; a succiare ivi13: a suppl. da me (R2 legge succiate, ma il senso non soddisfa lo stesso); Ortigia ivi, mss. ontigra, emend. delle stampe (giá in R1 sull’n fu fatta anticamente una r); Esperida ivi17, mss. espordia o esporda, che le stampe mutarono in Esperia; Didone ivi19, mss. Iunone o Giunone (!), emend. del Corazzini; con ivi26, suppl. dalle stampe (in R1 fu scritto, ma poi espunto); conservati ivi27, mss. conservato; sentina 15411, mss. santina (e cosí a 15538, 1564.27, 15720); vacassimo 15421, mss. vagassimo (l’emend. è giá in R1 per man del Salvini e passò alle stampe, esclusa quella del Gamba che adottò divagassimo); ambito ivi37, mss. habito (e abito le stampe, benché il Corazzini proponesse in n. adito); da Cesare 1551, mss. di Cesare; Questi ivi40, mss. Questo; da cane ivi11, mss. di cane; capo tuo ivi, mss. tuo capo, conservato dalle stampe (ma l’inversione sembra richiesta dal contesto); nol ivi25, mss. non; ed è 1569: è manca nei mss. ma è indispensabile; paruta ivi11, mss. paruto; greculi ivi27, [p. 340 modifica]suggeritomi dal confronto con 16112 di su grecciuoli di R2 (piú guasta la lezione di R1, dove acciuoli sará stato forse suggerito al menante dal cognome Acciaiuoli); riputato ivi31, suppl. giá dalle stampe; attenute ivi35, mss. obtenute; per grazia 1573, per suppl. da me; suto ivi23, suppl. dalle stampe; meno di te ivi32, suppl. dal Gamba e dal Corazzini; e dinnanzi a portando ivi38, suppl. da me; teglia ivi, mss. taglia (e cosí le stampe!); colombi ivi40, mss. corbi (e cosí le stampe!168); comperata ivi, mss. comperate; pastorali 1583, mss. pastori, emend. delle stampe, e cosí propositure che segue, mss. propositiue; non a me... fa ivi6 sg., mss. non è a me... fra, che non dá senso; Atlante ivi7, mss. Atalante, emend. del Gamba e Corazzini; scultore ivi13, mss. scriptore: emend. del Corazzini, che riposa su un dato di fatto169; Dici ivi31, mss. Dirai: ma il futuro è escluso dall’aversi qui correlazione col fai che segue; cagione 1591, da R2 e sul precedente di 15833, contro ragione di R1; aggiugnevi ivi9, R1 da solo adempievi170, che non è accettabile per il senso; dette ivi15, mss. detto, e similmente le serba, mss. el o il serba (da riferire a cose); ad aiuto ivi31, mss. daiuto, dove la d non può che rappresentare l’avanzo della prep. ad (richiesta da «era mosso»); segnale ivi35, mss. e segnale (le stampe è segnale); siragusani 1607, mss. saracusani o saragusani; quelli ivi17, suppl. dal Corazzini; o da Ligurgo ivi18: o manca nei mss., e cosí da innanzi Lelii ivi24; fu detto ivi39, suppl. da me; che 1614, mss. et, ma non si ha qui una prop. coordinata alla precedente, bensí una subordinata a quella «io creda piuttosto»; e dinnanzi astando ivi5, suppl. da me; prefetture ivi10, mss. profetture; a Carlo20, a suppl.; crede ivi26, mss. crede che; fatta ivi39, mss. fatto; da ogni 16212, mss. dogni; debbansi ivi19, mss. debbasi; Mecenate ivi23, suppl. dal Gamba e dal Corazzini; Samo ivi30, mss. Scennia (e cosí Biscioni e Ciampi!), emend. del Corazzini171; collo ivi31, mss. colle172; Mindalense ivi32, mss. Midalense173, e cosí le stampe; da Oronte prefetto ivi, mss. doriente perfetto (!): prefetto è emend. delle stampe, che invece conservarono d’Oriente (ma Corazzini Orete174); putrire ivi33, mss. putire, emend. del Gamba175; Prusia ivi, suppl. dal Corazzini; ne’ [p. 341 modifica]covaccioli ivi31, ricavato combinando R1; (non chovacciolo) con R2 (ne cavacciuoli), niuna 16314, mss. e niuna; non si potesse ivi29, non suppl. da me176; Ma che è? ivi32, è suppl. da me; se i fatti ivi34, mss. e se i fatti; me 1643, mss. ad me (ma ad in R1 fu espunto); il principe ivi14, mss. al principe, emend. del Gamba e Corazzini; cittadi nimiche ivi31, lezione di R2 (R1 invece cittá di nimici); piramide 16511, mss. filamide e filamede; mausoleo d’Alicarnasso ivi, mss. mausculo di olicarnasi; consigli ivi15, mss. figliuoli (!), emend. delle stampe177; perdonino e permettano ivi26, mss. perdonano e premettano; elli ivi27, mss. elle; samia ivi31, mss. sannia; Stanno ivi37, mss. Stando; ritti 1665, mss. ritte; le nobili ivi47, mss. li nobili (in R2 propriamente manca l’art. masch., ma esso si nasconde nella forma «intra’ nobili»); o il francioso ivi40, o suppl. da me178; si come 1676, suppl. da me; aggregati ivi14, il solo R1 reca aggregare (nell’altro ms. il passo è difettivo, cfr. p. 337, n. 2); alcuno ivi16, mss. alcuni; se ivi16, suppl. dalle stampe; litteratura ivi20, mss. lettera; non solamente ivi24, mss. che non solamente; fanno... levano ivi24 sg., mss. fa... leva; i nomi ivi26, mss. el nome, ma fanno seguente richiede il plur.; risplendano ivi27, mss. risplenda e risplende; dí Museo, di Platone ivi29, mss. di Muse o di Platone (anzi in R1 tra Muse e il séguito fu interposto d’Orfeo); le quali 1683, mss. e ed i quali, ma il contesto vuole che il pron. rel. si riferisca a cose vulgari; Santo Spirito ivi24, mss. sancto spedito, emend. del Traversari179; diventassono ivi37, lezione di R2 (quella di R1 è dementicassono!); rimasa 1697, egualmente lezione di R2 (quella di R1 è ruinosa!); vogliono ivi14, mss. vollono (ma cfr. piú oltre: «Vogliono ancora... altri vogliono»); lui ivi17 mss. lui avere, anticipando a torto quell’avere che ricorre appresso; Pulvillo ivi21, mss. Pulvio, emend. del Gamba e Corazzini (cfr. Val. Max., V x); stanno... con felice ivi22, mss. stando... conferisce (!); Mecenate 1706, suppl. da me; questi ivi17, mss. questo; cosí di fanti ivi20, suppl. da me perché desumibile dal contesto; pregio ivi35, mss. prezzo (ma cfr. 17431); in essere 1714, in suppl. dal Gamba; vengono ivi10, mss. vengano; dicano ivi26 il solo R1 reca dichono (qui R2 fraintende: dico che!); temuto ivi33, mss. tenuto (in R1 l’n fu espunta e sopra fu scritta una m); fabbricati 1727, mss. fabbricato; tutti ivi40, mss. tutte; e da’ moti del [p. 342 modifica]cielo e delle stelle ivi23, mss. a molti dal cielo (ma R2 legge del cielo) e dalle stelle, emend. voluto dal senso del passo; e meno ivi27, R1 ommette e ed R2 porta o; artefici ivi28, mss. artifici; constituzione 1732, mss. consuetudine, emend. delle stampe; i nobili ivi3, mss. a nobili; Memi ivi12, mss. Menii (ma cfr. Verg., Aen. V 117): all’emend. pensò dubitando il Gamba; i Corneli, i Claudi ivi13, mss. ommettono l’art.; chiamò ivi19, mss. chiama; attribuita ivi29, mss. attribuito; Aglao ivi31, mss. Aglauro, emend. del Gamba180; di subito ivi38, mss. subito (cfr. 1745); saluta 1746, mss. salutati; è ivi7, suppl. da me; Aversa ivi16, mss. Adversa; Barbato ivi19, il solo R1 con curiosa storpiatura Barbero (e peggio R2, che ha Ruberto!), emend. del Gamba e del Corazzini; e di quindi ivi21, e suppl. da me; la fuga ivi29, suppl. da me; le ricchezze ivi33, mss. le sue ricchezze; giú ivi38, suppl. da me; Castrizio 1752, mss. Casentio181; sconvenevolezza ivi35, mss. svenevolezza, emend. del Corazzini; a te ivi32, suppl. da me; scritte 1764, mss. scripta (cfr. scriptas 14710).

È possibile che la lettera non sia mai stata inviata a destinazione182, ma è certo ch’essa fu divulgata. La morte del Nelli, avvenuta nel corso dell’estate medesima (1363) in cui l’ep. era stata scritta183, impedí forse l’invio, ma non potè dirimere la ragione principale che aveva presieduto alla composizione del mordace scritto: il desiderio di sfogare la bile concepita contro l’Acciaiuoli, verso il quale sono dirette le punte piú aspre dell’invettiva184.

XIII. — Sopravvive in tre mss. fiorentini: lo Strozziano 92 della Laurenziana (cc. 20 v-21 r), il II iv 108 della Nazionale Centrale (c. 164) ed il Laur. XC inf. 14 (cc. 166 v-167 v); il primo è della fine del Trecento, il secondo della prima metá del secolo XV185, [p. 343 modifica]il terzo ancora quattrocentesco186. Una certa affinitá di lezione si riscontra tra il primo (LS) e il secondo (N): tuttavia la somiglianza non implica interdipendenza, visto che ognuno dei due testi ha qualche cosa che manca al compagno; e d’altra parte, anche il Laur. presenta errori comuni ai due primi, cosí che possiamo insomma conchiudere che i tre apografi risalgono per vie diverse ad una fonte unica, che non era la missiva originale ma una copia giá inquinata d’errori187.

L’ep. fu stampata la prima volta per intero dal Ciampi188 e poi riprodotta con peggioramenti dal Corazzini. Il mio testo è condotto principalmente su LS e poi sulla lezione comune ad esso e ad N, pur senza aver io rinunziato a giovarmi anche del terzo ms., e specialmente di certi suoi errori. Ecco le osservazioni a cui la ricostruzione critica dá luogo: hoc 1776, da LS e dal Laur. XC (N legge hec); obloquentium ivi8, mss. eloquentium189; venetos ivi9, LS ed N hanno venatos, giá emend. delle stampe; melius ivi16, suppl. sul Laur. XC; exoptari ivi17, dal medesimo (LS ed N rispettivamente exportari ed expotari); alteri ivi22, da LS (gli altri due, alter); ut ivi, da N (manca negli altri); nomen ivi23, suppl. da me; est ivi, dal solo LS; possit ivi30, dal Laur. XC (LS ed N risp. posset e potest); hec ivi31, da LS; cum mansuetus, tum 1781, mss. mansuetus cum (N, anzi, et mans. c.); le stampe corressero solo cum in tum; ut ivi2, suppl. da me190; meus amicus ivi, da LS (gli altri due amicus meus); quod bonum ei ivi3, da LS (gli altri due quod illi boni); intuear ivi6 omesso, da LS, suppl. sul Laur. XC191; liberalitate ivi6, da N e dal Laur. XC (LS ha libertate); vi ab accipitre ivi10, lezione di N e del Laur. XC (LS ha in accipitre); scolas gramaticalium ivi11, lezione di N (LS reca invece scolis gramaticalibus, e scolis anche l’altro Laur.); etsi parum adhuc ivi12, da N [p. 344 modifica]e dal Laur. XC (LS invece et adhuc si parum); detector effectus ivi14, mio emend. della lezione detector affectus di LS (Laur. XC detector affectus, N poi delectatur affectus, donde le stampe delectatione effectus!); quod ivi, mss. quid; veniens ivi15, mss. venientem, paternos ivi16, da N e Laur. XC: patrios di LS sará certo una risoluzione paleografica errata192; sibi ivi19, omesso da LS, è restituito da N; et in filium ivi21, et suppl. dal Laur. XC; summito ivi, lezione del medesimo ms. (LS ed N risp. submitto e submicto, donde la lezione delle stampe); obiurgationibus frena ivi22, da N e dal Laur. XC (LS inverte frena obiurg.); Patavum ivi26, LS ed N contro l’uso boccaccesco Patavium (ma Laur. XC Pactavum); sim ivi, lezione di N e del Laur. XC (LS invece sum); te visitabo, dai medesimi due mss. (anche qui LS inverte); vir dilectissime ivi28, del solo LS193. La firma manca in LS e nel Laur. XC.

All’ep. furono assegnate date diverse da diversi: l’Hortis l’attribuí all’inverno 1362-’63194, il Novati e poi l’Hauvette al ’68195, il Foresti al bimestre marzo-aprile 1367196. Che la lettera sia stata diretta a Padova e non a Bologna, risulta evidente dal contenuto197: perciò essa è anteriore alla fine del ’67, in cui Pietro da Muglio ritornò ad insegnare a Bologna198; è poi certo da ritenere scritta in corrispondenza del principio di un anno scolastico (e però nell’ottobre o novembre), e piú propriamente di un anno giá abbastanza lontano dall’inizio della dimora padovana del grammatico, di guisa che lo scrivente potesse sapere e dire che la fama di lui s’era giá diffusa nel Veneto. D’altra parte, l’intrinsichezza col [p. 345 modifica]priore di Certaldo Agnolo Giandonati fa pensare al 1366, nel quale anno è accertato che il Bocc. soggiornò in questo paese199.

XIV. — Dal celebre ms. della Bibliothèque Nationale di Parigi f. lat. 8631, che può essere considerato come uno dei codici originari della libreria del Petrarca200; ivi all’ep. (cc. 45 r-48 v) è premesso questo titolo: Iohannis Boccaccii de Certaldo ad Franciscum Petrarcham laureatum familiaris epistola, una ex mille. Primo a stamparla fu nel 1767 l’abate G. De Sade201; indipendentemente da lui, su una copia fornita dal D’Ancona, la ripubblicò il Corazzini.

Lo scrivano che la trascrisse per il Petrarca, con addestratissima mano, non risparmiò qualche erroruzzo: placidum per placidam 17923, explcicatiori (sic) 18026, prosepe in luogo di persepe 1816, incomodis ivi27, diffusse 1823202. Corrette queste forme, mi permisi lievi variazioni ortografiche, sí raddoppiando le consonanti scempie di opinantium 18013 (cfr. inoppinate 17919) e di sucipleno 1825, e sí sostituendo ci a ti in suspitione 18013 e ti a ci in noticiarum 18024 e leticia ivi35. Bisognosi di emendamento mi apparvero finalmente tre luoghi: quelli in cui accolsi le lezioni quin 1805 (ms. cum), deduxit 1817 (ms. deduxi) e tui ivi25 (ms. sui); il secondo emendamento è cosí sicuro, che giá le stampe precedenti l’introdussero, ed il terzo, voluto dal senso, non mi pare che sia meno. Quanto al quin, è possibile che nell’originale del Bocc. la parola potesse sembrare piuttosto qum203.

L’ep. appartiene senza dubbio al 1367204. [p. 346 modifica]

XV-XXI. — Insieme con l’ep. IX recensita qui addietro, queste sette importantissime lettere senili del Bocc. ci sono state conservate nel ms. S e nei suoi derivati, che noi giá conosciamo205. Il loro ordine di successione è il seguente: XX, XIX, IX, XXI, XVI, XVII, XV e XVIII. Quest’ultima fu la prima a passare sotto il torchio per cura del Baldelli nel 1802206; alle due dirette a Mainardo Cavalcanti, XX e XXI, provvide in un raro opuscolo del 1876 il biografo russo del Bocc.207; le quattro restanti ebbero, e ciò fu giá avvertito, la non invidiabile sorte di dovere la luce al Corazzini.

La lezione del ms. tolto a fondamento della mia stampa è qua e lá alterata, talvolta anche assai gravemente, come s’è potuto vedere nell’apparato critico dell’ep. IX; numerosi emendamenti sono stati perciò necessari per ritornare in tutto, o quasi, alla primitiva bontá e correttezza i preziosi testi. Eccone la serie corredata delle opportune giustificazioni.

Nell’ep. XV (S, cc. 121 v-122 r) è anzitutto una lacuna tra ultro 18313 e saxeas, lacuna non indicata nel ms. ma chiaramente denunziata dal senso; idem16, ms. iam; incommodum ed exitium ivi24, ms. comodum ed exitum che non dánno significato; benignitatem ivi31, ms. benignitate; si necessitas 1841, ms. si solum necessitas (solum è un’erronea ripetizione); more ivi8, ms. mores (anzi, congiunto con me che precede, memores!); inspicerem ivi13, ms. inspicerer; amicis ivi16, ms. amicitiis) ma sembra meno opportuno l’astratto; Quaternum 1852, ms. Quaternuum; frustraveris ivi3, ms. frustaveris; deformitatem ivi, ms. deformitante208.

Nell’ep. XVI (S, c. 120): omnino 1866, ms. omnis che non può stare per legge grammaticale (avrei potuto fors’anche pensare ad omnem, ma come genesi paleografica dell’errore mi par piú probabile il passaggio da un oĩo «omnino» originario ad oĩs); putem ivi10, suppl. da me come indispensabile integrazione sintattica di «adeo ut»; pervigil ivi12, ms. pervigile; vales ivi21, ms. vases (!), emend. [p. 347 modifica]proposto dubitativamente dal Corazzini; affectibus ivi24, ms. effectibus; es ivi30, ms. est; errore ivi, ms. errori; omnino ivi31, ms. aĩo che sará certo una svista per oĩo: emend. del Corazzini; gnatonicorum 1879, ms. gna tomicorum; insignem ivi17, ms. insiē, emend. del Corazzini; meque ivi20, ms. neque; decebat ivi23, ms. dicebat; quod ivi25, ms. quid209.

Nell’ep. XVII (S, cc. 120 v-121 v): nolano4, ms. nolario che il Corazzini emendò in notario dando origine ad uno spiacevole errore di fatto210; crebro ivi9, ms. crebo; repagulo ivi13, ms. repaculo; elegantiam ivi19, ms. elegantia; quia viderem ivi24, ms. videre quia, dove videre potrebbe considerarsi dipendente direttamente da «letatus sum» ma allora il quia rimarrebbe senza impiego con quei due infiniti che seguono «stare» e «deperisse»; videtur ivi26, ms. vir (l’amanuense doveva scrivere vir); mee fortune 1893, ms. meo fortuite (!); forte ivi4, ms. fonte offeras: questo secondo offeras si elimina facilmente, fonte potrebb’essere buona lezione ma accogliendolo conveniva far dipendere l’abl. da un ex o un de da restituire («de liberalitatis tue fonte» ) cosí che mi parve meglio il ritocco; semisopitam ivi6, ms. semiposopitam (!); videris ivi11, ms. videas; laboriosam ivi, ms. laboriosa; magnificentie ivi26, ms. munificentie forse influito dal suono di muneribus che precede; bonorum ivi32, ms. locorum (ma il contesto esclude che si tratti qui di «loca»); que ivi, suppl. da me e l’aveva giá messo innanzi il Corazzini; proresiis 1907, ms. prolesiis211; postremus ivi9, ms. prostremus; Habes ivi21, ms. Hes per ommissione del segno di compendio; euganeos ivi26, ms. origaneos, emend. dal Corazzini che per altro stampò euganeas; nationes ivi27, ms. rationes; civis ivi30, ms. ciuus con l’-us rappresentato dal noto segno di compendio, onde fu facile la lettura cuius, che passò infatti nei discendenti di S212. [p. 348 modifica]

Nell’ep. XVIII (S, cc. 122 r- 124 r), oltre a riconoscersi la presenza di due lacune, una dopo ostendere 19719 ed una (comprendente la chiusa e le frasi officiose della missiva) dopo sepulcro ivi37, si noti: serenissimi 1914, ms. senerissimi; perplexitate ivi16, ms. proplexitate, e cosí perlita 1921 ms. prolita; progrediebantur ivi2, ms. progrediebatur; vero ivi6, ms. vera; aliqualem ivi12, ms. aliquale; perfunctorie ivi26, ms. perfuentorie; supellectilis ivi29, ms. superlectilis; his 1933, ms. Is; Capitolium ivi5, ms. Capitolii, che mi sembrò preferibile affrancare da ogni dipendenza da «limen» per farne l’ogg. diretto di «scandere»; abiecta ivi12, ms. abiectam; innumeri ivi16, ms. īnuiri (!); brundusinum ivi22, ms. brudusinum; Lucium ivi24, ms. L.; pisaurensem ivi27, ms. pinsaurensem; functos 1942 ms. funetos; Nicostrate ivi7, ms. nicosirate; cetera ivi12, ms. tra con un segno di compendio a destra della t (a rigore sarebbe da leggere terra, ma si tratterá di tera ossia della voce cetera decapitata213); deditorum ivi16, ms. debitorum; credulitatem ivi21, ms. crebulilante (!), scritto prima con m finale poi espunta; erum ivi26, ms. avum (!); restituatur ivi29, ms. restituuntur; pigebit 1954, ms. pigebat; cupientem ivi7, ms. cupigitem (!); traxisse ivi11, ms. caxisse (!); maternum ivi12, ms. mĩnum che darebbe minimum (anche qui si tratta della risoluzione errata d’un segno di compendio); decori ivi16, ms. deceri; quirent ivi21, ms. quiierent; impervia ivi, ms. superbia che non dá senso; et post eum ivi23, ms. post eum et; helyconico ivi28, ms. eliconio (cfr. 19336); ego 1969, ms. ergo (nella forma compendiata go) ch’è qui escluso dal senso; incunabulis ivi12, ms. incunabilis; omni ivi14, ms. āi (=animi) che sará certo da ricondurre ad un originario ōi; boemi ivi, ms. boemii; ipsam 1978, ms. ipsa; cetera ivi12, ms. reliqua, ma la medesima parola ricorre subito dopo ed in uno dei due luoghi è da espungere: a me è parso miglior partito surrogarla dopo «omiserim»; eiusque ivi16, ms. eisque; veteris ivi18, ms. veteres; ostensores ivi33, ms. ostensuros214. [p. 349 modifica]

Nell’ep. XIX (S, cc. 116 r-117 v): refertam 19811, ms. repertam; expediam ivi15, ms. expendia (!); nullum ivi19, ms. nullam; insignes 19913, ms. insignos; permaximum ivi, ms. promaximum; edepol ivi36, ms. edipol; ut te 2004, ms. ut ute (!); incognitus ivi7, ms. incognitis; verticibus ivi8, ms. virtutibus, emend. del Corazzini: ut ivi14, suppl. da me; quam ivi23, ms. quod ossia la sigla paleografica corrispondente (che con l’aggiunta di un segno di compendio, evidentemente dimenticato qui dal menante, si rende atta a significare «quam»); liberius ivi26, ms. liberos (il Corazzini stampò «libros», e in nota propose dubitando «litteris»!); venerit 2014, ms. venitur; crimine ivi16, ms. crimen; ingrediatur ivi22, ms. ingrediar (il sogg. è «a me separatus liber»); eorundem ivi24, ms. earundem; percipi ivi27, ms. percepi, iuris ivi34, ms. nūc che non dá senso; liberali ivi36, ms. libali, per tralasciamento del taglio della b indicante il compendio di er; nisu 2026, ms. uisu; quodammodo ivi9, ms. quodam modum; servare ivi11, ms. servari; qui ivi24, ms. quin; et de iure 20315, et suppl. dal Corazzini (che tuttavia scartò «de»); studiis vel potius ivi18, ms. velle potius, ma il concetto di «velle» non s’accozza con «desiderat», e quanto a vel potius, la locuzione implica un termine che risponda al dat. plur. seguente: «studiis» è, naturalmente, solo congetturale; meditationibus ivi, ms. medicationibus (!); obicere ivi20, ms. obicere gelidum, con ripetizione meccanica di gelidum; fateri ivi25, ms. facere, emend. del Corazzini; ad me ivi31, ms. a me; la correzione è data qui dal fatto in sé215; austeritatis ivi 32, ms. hausteritas; videor ivi36, ms. videar; eum scripsisse dicis 20411, ms. cum scripsisse che non dá senso; la restituzione di «dicis» per reggere [p. 350 modifica]«scripsisse» è congetturale; eum ivi13, ms. cum; summos ivi14, ms. summo; adversus ivi25, ms. adversum (ma adversus poche parole prima); Patavum ivi30, ms. patanum; in finem ivi32, ms. in fine; ut ivi32, suppl. dal Corazzini (ma poteva anche essere tralasciato216).

Nell’ep. XX (S, c. 115): marescallo 2055, ms. marescalco (ma marescallo 2095); que michi ivi13, ms. que michi causa (ma quest’ultima parola, che non ha che fare con la tessitura del concetto, sembra una glossa incorporata nel testo); e faucibus ivi15, ms. e faucis con un segno di chiamata a cui risponde nel margine la nota «alias e faucibus»; orci ivi, ms. orei (!); amatissimi ivi28, ms. amantissimi; tangentibus 2062, ms. tangenti; effectum ivi13, ms. effetum; minime ivi20, ms. mi, evidentemente da ricondurre a mime (nell’altra copia, c. 37 r, fu risolta in mei217; die27, ms. diem; discensurum ivi32, ms. descensurus; ignea ivi34, ms. igneas (riferito a «suspiria»); illuc ivi36, ms. illud con la d ridotta poi a c; queritans ivi, ms. queritatis con la sill. ti ridotta poi a n; corpore 2076, ms. corpora; severamque censuram ivi9 sg.; ms. severamque (con a ridotto poi ad u) cor suram218; tremerem ivi8, ms. tremorem; usus ivi10, ms. usum con l’m ridotta ad s; lacrimarem ivi11, ms. lacrimabatur (il contesto mostra che si parla di lacrime del Bocc., non dell’«ancillula»); mentibus ivi16, ms. inetibus; extrorsum ivi21, ms. extorsum; eluxit ivi28, ms. eluxiit; in diem ivi32, ms. indem; permittere ivi33, ms. promictere; ob sinistram ivi34, ms. ob simetram (!); epydaurium Esculapium ivi36, ms. epydarium Exculapium; hominem 2081, ms. homonem; mittentis ivi4, ms. mictetis; [p. 351 modifica]crebris ivi11, ms. crebis; cute ivi12, ms. cutis; destitere ivi13, ms. descitere; id iniisse ivi24, ms. in id esse che non dá senso; bonum ivi26, ms. sit bonum (sit è subito appresso); amore ivi30, ms. amo, emend. del Corazzini219.

Nell’ep. XXI (S, cc. 118 v-120 r): suave 20928, ms. sane (l’«atque» seguente denunzia che doveva precedere un aggettivo da far la coppia con «delectabile»); sensus ivi29, ms. sengus (!); tam ivi30, ms. tamen, ma la correlazione con «quam» che segue indica l’emendamento; passionem 2103, ms. passione; pio ivi8, ms. pro, emend. del Corazzini; Dario ivi11, ms. mario (!); extulerat ivi36, ms. expulerat che non dá senso; permiseris 21111, ms. promiseris; agendum ivi19, ms. agendus, e cosí imputandum ivi20, ms. imputandus; spurcidum ivi27, ms. spargidum220; magnanimam 2121, ms. magnanimem; pusillanimitatis ivi2, ms. pusillaminitatis; expectatis ivi10, ms. expectatur; laudandum ivi12, ms. laudandus; benignitate ivi27, ms. benignitatem; secundum 2131, ms. sdum, con cui certo lo scrittore volle rappresentare «secundum», ma che poteva anche lasciarsi intendere come «supradictum»221; sub ivi7, ms. sunt (!); non aurum ivi13, non suppl. da me; separata ivi14, ms. separa; esse ivi15, ms. est; daviticum ivi22, ms. davidticum; defecerit ivi23, ms. deficerit; gratum ivi33, ms. gratiam; a gregibus ivi35, ms. aggregibus; nimis 21414, ms. minus, emend. del Corazzini222. La lacuna dopo reverentia ivi12 non fu avvertita dalla stampa; potrebbe forse sanarsi supponendo caduto «ordinis» o «dignitatis», ma in tal caso converrebbe anche trasportare all’abl. «beneplacitum tuum», il che non mi parve opportuno nell’eventualitá che il tralasciamento sia di maggiore entitá.

L’ortografia delle sette epistole, che cadono tutte nello stesso [p. 352 modifica]biennio (1371-’73), fu da me adattata su quella che il Bocc. usò nella redazione definitiva del Bucc. carmen e che seguí costantemente nell’ultimo periodo della sua vita; essa presenta considerevoli discrepanze dalle consuetudini dello scrittore di S, cosí che i ritocchi non poterono essere pochi223.

Talune indagini del Guerri sfiorarono ultimamente d’un sospetto di falso due di queste epistole (XX e XXI): nessuna ragione fu addotta, ché ciò non era possibile, anzi nella sua probitá lo studioso si dichiarò dolente di non poter cambiare l’impressione in giudizio per non aver fatto «studi particolari sull’epistolario»224. Quanto al tempo della composizione di ciascuna, numerosi tentativi in vario senso non mi hanno permesso di spostarmi dalle conchiusioni ch’ebbi giá a riassumere confrontando insieme i sistemi cronologici proposti dal Torraca e dall’Hauvette e costruiti sopra rilievi ed argomentazioni di volta in volta saldi ed illusori225.

XXII. — Ancora inedito e sin qui sconosciuto ai boccaccisti, questo mozzicone è stato da me rinvenuto nel ms. della [p. 353 modifica]Nationale di Parigi segnato nouv. acq. lat. 1745, ch’è una specie di formulario cancelleresco della fine del Trecento. Vi reca (c. iv r) il titolo Brevis epistola missa domino Iohanni Bochacio de Certalto: quel «domino» non si deve prendere per un dativo ma integrare con la prep. del complemento d’agente in «a domino», ciò ch’è lecitamente ammissibile in sé, per la corruzione fantastica del testo, e si può poi mostrare probabile sino a rasentar la certezza, con argomentazioni di carattere stilistico e col rilievo che lo scrivente dichiara egli stesso di chiamarsi Giovanni.

Gli emendamenti apportati sono i seguenti: causa 2156, suppl.; obsitam ivi8, ms. obsistam; iniungit ivi, ms. iungit; et ivi9, suppl.; qui ivi11, suppl.; scripte ivi15, ms. septem (!), dove se- proviene dalla falsa lettura del compendio di scri-; aperte ivi17, ms. apte, dimenticato di segnare o di interpretare il compendio di per; ut ivi18, suppl.; aperiendi ivi, ms. operiendi; Legant ivi19, ms. ligant; Sciant ivi, ms. reca l’abbreviazione paleografica corrispondente a sicut; esset ivi20, ms. essent; legeris ivi22, ms. legere (si potrebbe anche conservare l’infinito ammettendo che sia caduto «debes»); aliena ivi, ms. alienam; eger ivi24, ms. egere; alius ivi, ms. aliam; pervicaciam ivi23, ms. pernicantiam. Non v’è traccia della lacuna dopo vobiscum ivi19, benché il contesto la denunzi chiaramente; quanto alla chiusa del frammento, il ms. si ferma a quel valde defraudandoci del resto226.

La data di queste poche righe non è precisabile, ma lo scrittore si rappresenta come malato e vecchio.

XXIII. — Fu la prima a vedere la luce tra le epistole conservatesi in veste latina: infatti il frate agostiniano D. A. Gandolfi la stampò nel 1704 sopra una copia tratta in suo servizio dal Laur. [p. 354 modifica]XXXIV 49227; piú tardi la riprodusse il Corazzini, che ne collazionò la lezione su quel codice e sul Laur. XXXIX 26 da noi ben conosciuto qui addietro228. Il ms. L assegna all’ep. la data del 10 ottobre, contro l’altro che reca invece quella del 5 maggio; inoltre il primo dei due tralascia il tratto da Sancti Geminiani 2215 in poi, sostituendolo con un «etc.», mentre il Laur. XXXIV dá la lettera per intero sino alla fine. Ora, le differenze in questione (ed altre di minor conto sparse nel testo) non sono accidentali e individuali, ma rispondono alle caratteristiche di due sottofamiglie della tradizione manoscritta, le quali risalgono per altro ad un capostipite unico giá contaminato da qualche errore229. Gioverá pertanto tener sotto mano un rappresentante di ciascuna: e a tale ufficio, dopo maturo esame, vengono assunti S, che va in ischiera con L230, ed il Laur. XXXIV, che s’affianca al noto O231; la lezione comune non dá luogo a discussione, le divergenze sí, e di queste passo ad intrattenermi brevemente.

Premesso che l’invio è stato per necessitá cercato fuori di S, [p. 355 modifica]poiché in questo manca affatto232, ecco la serie dei passi critici: deveniens 21623, ms. devenies (anche in L); sunt 21710, ms. sint, ma la proposizione coordinata seguente ha il verbo di modo indicativo «susceptus est»233, quodammodo ivi17, ms. quodadmodum (e cosí gli altri testi a penna); aliquando ivi21, ms. et aliquando; voco ivi31, ms. volo, corretto in L234; duo sunt ivi34, sunt duo (e cosí L), ma cfr. tutte le locuzioni consimili a proposito delle egloghe V e VII-XV, dove sempre il numerale è premesso235; habeatur 2188, ms. habetur (e cosí gli altri); et eglogam ivi, et suppl. da L; accepi ivi20, ms. accipi potest, lezione di L; nominis ivi, ms. nomini, corr. da L: in ea de ivi22, ms. in eadem (!); plebeius ivi30, ms. prebeius (anche in L); habeat ivi36, ms. habet; autem 2194, suppl. dal Laur. XXXIV; marinos annumeratus est ivi7, ms. maris unus factus est, ch’è anche in L e nell’altro Laur.: ma «unus» sembra latino troppo grosso, e d’altra parte la lezione marinos di O fornisce la spiegazione del come sarebbe venuto fuori maris unus (la correzione conduce poi di necessitá a sostituire il verbo «fieri» con «annumerari» egualmente di O); ultro ivi9, ms. se ultro; il se è stato giá espresso; evo ivi14, ms. in evo, corr. dal Laur. XXXIV; avido ivi19, ms. avidum (e cosí gli altri testi a penna): ma deve concordare con «me» abl.; ad adolescentiam ivi20, ad suppl. da L; hec ivi24, ms. hoc (e cosí tutti gli altri): va riferito ad «egloga»; quondam ivi31, ms. quodam; dicitur Olympus 2202, suppl. da O, e cosí hoc nomen Olympia subito dopo: in ambedue i casi il contesto mostra l’opportunitá dell’integrazione; revisam ivi, ms. revisum, corr. da L; olim, ivi13, suppl. da O; in etate ivi, in suppl. da L; Olympiam ivi15, corr. dal Laur. XXXIV; Phylostropo ivi20, ms. Phylostropos; typhlus ivi26, ms. tiphlo; altus ivi34, ms. alitus; quod tui... mei memor 2216, suppl. dai mss. dell’altra sottofamiglia e specialmente di su O236: in S ed L questo passo è surrogato, come s’è detto da un etc.237. [p. 356 modifica]

Ardua è per quest’ep. la questione cronologica, e l’imbarazzo incomincia, come s’è visto, dalla data del giorno e del mese: accertata questa nel 10 ottobre238, l’anno è determinabile solo congetturalmente partendo dal 1370 in cui possiamo collocare la pubblicazione delle sedici egloghe239; il 1374 messo innanzi dal Torraca240 ha per sé un certo numero di probabilitá.

XXIV. — Dal ms. Ambrosiano S 81 sup., miscellanea proveniente dalla libreria di G. V. Pinelli; il testo dell’ep. (cc. 28 r-30 v) si mostra di mano della fine del secolo XVI o del principio del XVII, ed è una copia fatta eseguire probabilmente dal Pinelli stesso ad un qualche suo amanuense. Nessuna indicazione sull’antigrafo, che verisimilmente si trovava in Padova, e può anche essere stato la missiva originale spedita dal Bocc. al genero del Petrarca. Dalla copia ambrosiana241 l’ep. fu stampata integralmente nel 1759 per opera di L. Mehus242, e di qui riprodotta nel volume del Corazzini.

Di poco rilievo sono gli emendamenti richiesti dalla lezione a penna e dei quali parecchi furono giá escogitati dal Mehus243: quid 22316, ms. quod; nosti ivi, ms. nostri; mortem ivi17, ms. morte; dices ivi27 suppl. da me come elemento indispensabile alla sintassi; [p. 357 modifica]Arquatis ivi30, ms. Arquadae, ma piú oltre è usata per ben quattro volte la forma Arquas -atis (cfr. 22335 2246, 32 2255); facundiam 2245, ms. fecundiam; Euxini ivi10, ms. Euxinii; honorabitur ivi12, ms. honoraberis, ma la seconda pers. è esclusa dal contesto; aliquando ivi14, ms. aliter o, per meglio dire, l’abbreviazione corrispondente (ma qui la parola, conservata dalle stampe, non ha luogo; per aliquando si veda invece qualche linea piú oltre); Adriaticum ivi15, ms. Hadriacum; venerabundus ivi16, ms. venerabundas; fame ivi21, ms. fama; cui ivi27, ms. tui (cfr. un altro cui subito oltre); ut ivi33, ms. at; sole 22510, ms. solem; senis ivi15, ms. semis (!); ostendisse ivi22, ms. ēndisse, evidente svista per ōndisse; hunc ivi, ms. hinc; singulare ivi23, ms. singulari; lucanum ivi27, ms. lucanus; parius ivi, ms. paruus; preeminentia ivi32, ms. proeminentia; Mausolo ivi31, ms. Mausoleo; possem ivi36, ms. posse; servarit 2269, ms. servavit: il modo congiunt. è richiesto dall’ut che precede (si può anche pensare ad un originario servaverit scritto seruauit col compendio di er sull’ultima u, compendio che nella copia sarebbe stato trascurato); extremum ivi17, ms. extremam; dispositum ivi21, ms. depositum; varia alii ivi22, ms. alii varia; consultum24, ms. consumptum (!); innotuit ivi26, ms. innouit et inn. ad ignaviam ivi30, suppl. dal Mehus; considerate 22713, ms. considerati; suam ivi17, ms. tuam; quam ivi19, ms. quum; periere ivi21, ms. perire244.

Sarebbe degna dell’epiteto di lapalissiana la sentenza di chi affermasse che le ventiquattro epistole sin qui enumerate non sono se non una minima parte di tutte quelle scritte in circa otto lustri dal Bocc. e poscia andate perdute; piú positivo proposito è di chi voglia tessere un breve catalogo delle lettere determinatamente individuate da qualche specifica testimonianza. Di due, una al Nelli ed una al vescovo di Firenze Agnolo Ricasoli, è conservato il [p. 358 modifica]ricordo rispettivamente nella XII e nella XXIII245; per alcune la traccia dell’esistenza si desume da altri epistolari contemporanei: intendo dire di quelli di Barbato da Sulmona e del Salutati246, ed in modo particolarissimo di quel del Petrarca. Quanto nutrita sia stata la corrispondenza tra i due grandi ingegni dal loro primo incontro nel 1350 alla morte del piú vecchio ventiquattr’anni dopo, si scorge da questi dati: nel 1367 il Bocc. si era messo a copiare insieme in serie le lettere direttegli dall’amico, però che a lui stesso «plurime videantur»247; dal Petrarca poteva esser chiamata «una tra le mille» l’ep. XIV del Nostro, ch’egli faceva trascrivere in un prezioso libretto248. Eppure non sono sopravvissute piú di tre lettere al Petrarca249, mentre quelle del Petrarca superano la trentina250! Per chiudere i miei rapidi appunti, darò qui le [p. 359 modifica]indicazioni relative alle epistole boccaccesche delle quali il tempo e la sorte c’invidiarono la conoscenza testuale ma non un qualche preciso ricordo; esse sono: le «molte»251 a cui risponde in una volta la Fam. XVIII 15 (20 dicembre 1355), dando certi ragguagli sul loro contenuto; quella «excusatoria» di argomento dantesco che si riflette abbastanza nitidamente nella risposta del Petrarca, Fam. XXI 15 (settembre 1359): essa accompagnò al poeta la seconda e definitiva redazione del carme Ytalie iam certus (III); quella di cui è riportato un passo nella Var. 25, ch’è la responsiva (17 agosto 1360); quella con cui ricambiò una lettera del Petrarca ricevuta il 16 aprile 1362252 e a cui fu replicato a sua volta con la Sen. I 5, del 28 maggio; quella a cui si allude nella Sen. XV 8, ch’è del 1369; l’estrema, finalmente, del lungo carteggio, che dovette essere la lettera di cui parla il Bocc. stesso nella sua ep. XXIV253 e nella quale lo scrivente aveva consigliato il suo grande amico «ut tam assiduis laboribus suis admodo parceret». Anche la lettera scritta in nome di Omero al Petrarca, che rispose con la Fam. XXIV 12, sarebbe stata dettata, secondo una supposizione recentemente ripresa254, dal Nostro.

Note

  1. Qui, p. 287, n. 1.
  2. Cfr. Baluze-Mansi, Miscellanea novo ordine digesta, IV, p. 126. Al sospetto circa l’autore non può sostituirsi la certezza, perché il ms. di cui si serví l’editore è irreperibile e la stampa non indica se i notamenti siano tutti d’una stessa mano oppur no: certo alcuni son del Manzini.
  3. Qui, p. 149.
  4. Qui, p. 182.
  5. Cfr. p. 345.
  6. Cfr. p. 332.
  7. Le giustificazioni di quanto son venuto affermando in queste righe si troveranno qui avanti, dove si parlerá delle lettere singole.
  8. Di nessuna è rimasto, non che il testo, il piú tenue ricordo, ove si eccettuino quelle lettere di ragguaglio scritte nel 1365 da Avignone alla Signoria di Firenze, le quali furon citate dai compilatori della terza impressione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, 1691, nella tavola degli autori (I, p. 36: «Lettere di M. Gio. Boccaccio scritte alla Repubblica Fiorentina da Avignone. Testo originale nell’Archivio delle Riformagioni»), ed andarono poi smarrite meno di mezzo secolo piú tardi (cfr. la quarta impressione del Vocabolario, a p. 19 del vol. VI, ch’è del 1738; Manni, Ist. del Decam., pp. 39-40; Baldelli, Vita cit., p. xlv).
  9. Fu edita primamente dal Doni nelle Prose antiche, di cui dirò nella n. seguente, e quindi passò in varie stampe delle lettere sino all’ultima del Corazzini, che sará citata tra breve: qui sta tra le «attribuite» al Bocc., ossia tra le giudicate false (pp. 437-8), e giá la sua apocrifitá era stata ammessa dal Manni (p. 21), come poi fu via via dai piú moderni senza eccezione. Che il falso non possa ascriversi al Doni fu affermato dal Della Torre (nella Miscellanea di studi crit. pubbl. in onore di G. Mazzoni, Firenze, 1907, I, p. 218, n. 2) in séguito all’osservazione che una «assai bona» epistola del Bocc. a Cino era stata antecedentemente rammentata dallo Squarzafico nella sua biografia boccaccesca data in luce nel 1472 (Solerti, Le Vite cit., p. 696). Ora, per quanto sia scarso il credito del plagiario alessandrino (cfr. Quarta, nel Bull. storico pistoiese, XI [1909], p. 49 sgg.), sta il fatto che la menzione dello Squarzafico non riconduce punto all’epistola doniana, poiché in un ristretto della lettera veduta dal biografo quattrocentesco figurano concetti che non sono in quella a stampa: si che l’identificazione dei due scritti non è possibile. Diremo dunque che il cenno dello Squarzafico potè suggerire ad un lettore fantasioso e superficiale lo spunto generico della falsificazione; ma che a sua volta il biografo alluse ad un’epistola a Cino che noi non conosciamo, a meno che non si tratti, come sembra possibile, di una contaminazione da lui fatta, in buona o mala fede, con altro materiale piú o meno autentico, ma petrarchesco (cfr., per ora, Quarta, pp. 59-60).
  10. Prose antiche di Dante, Petrarcha, et Bocc., ecc., Firenze, 1547, pp. 13-4. Il volume contiene ancora sparsamente la lettera al Bardi senza il pezzo dialettale, la dedica della Fiammetta e quella del De claris mulier. volgarizzata.
  11. Per la quale cfr. Bacchi della Lega, Serie cit., pp. 29, 124-5; Zambrini, Le opere volg. a stampa4, coll. 171-73; Hortis, pp. 788-91 (limitatamente alle epistole latine). Qualche indicazione presso Narducci, Di un Catal. cit., p. 13.
  12. Prose di D. Alighieri e di messer G. Bocc., Firenze, 1723: alle pp. 289-317 l’ep. XII, preceduta da quella a messer Pino e seguita da quella a Cino, dalla V, dalla dedica volgarizzata del De Claris mulier. e dalla lettera al Bardi.
  13. Opere volgari di G. Bocc., XVII, Firenze, 1834.
  14. Le indicazioni bibliografiche saranno esibite qui avanti.
  15. S. Ciampi, Monumenti d’un manoscritto autografo di messer G. Bocc. da Certaldo trovati ed illustrati, Firenze, 1827; Monum. di un ms. autogr. e lettere inedite di messer G. Bocc., il tutto nuovamente trovato ed illustr., sec. ediz., Milano, 1830. In quest’ultima è anche ristampato]] il testo volg. della XII (qui p. 338, n. 2).
  16. Io. Bocc. Ad Maghinardum de Cavalcantibus epislolae tres, Pietroburgo, 1876 (fa da terza la lettera dedicatoria del De casibus).
  17. Le lettere edite e ined. di messer G. Bocc. tradotte e commentate con nuovi documenti, Firenze, 1877. Era stato annunziato sin dal 1875 e doveva constare di due volumi, che furono poi ridotti ad uno (cfr. Bacchi della Lega, Serie cit., p. 125).
  18. Cfr. qui, p. 307, n. 4.
  19. XV, XVI, XVII e XIX.
  20. Op. cit., p. 791.
  21. Op. cit., p. 167, n. 2.
  22. Le lettere autogr. cit., p. 2, n. 1 (e cfr. anche Giorn. stor., XLVI, p. 113, ii.).
  23. P. lxxix.
  24. Il Corazzini accennò ad una lettera «che si conservava in Padova» e che «è pure andata in perdizione» (p. lxxx); la notizia deriva senz’altro dal Baldelli, il quale alla sua volta l’aveva tratta dal Mazzuchelli. Notò il Baldelli: «vane furono le nostre ricerche per rinvenirla» (Vita cit., p. xliv). Ora, il Tomasini, a cui mette capo l’informazione, citò appunto nelle sue Bibliothecæ Patavinæ manuscriptæ (pp. 23-4) un cod. della libreria di S. Giovanni di Verdara, dove, tra un’epistola del Petrarca e una di Ciriaco d’Ancona, sarebbe stata contenuta una «Boccacii Epistola». Ebbene, il ms. padovano è sicuramente identificabile con l’odierno Marciano lat. XIV 12, ma la creduta lettera boccaccesca (cc. 115 v-116 r) è semplicemente un passo del principio del libro III De casibus.
  25. ZM (cfr. p. 325 sg.).
  26. Al secondo tipo si riduce invece, press’a poco, la grafia primitiva e originaria di questo codice.
  27. L’analisi minuziosa rivela che le leggi del cursus sono tuttora fedelmente osservate nell’ep. (o, meglio, frammento) VII; con l’VIII, ch’è del 1353, esse si allentano sino a cessar d’agire: tuttavia una certa predilezione per le finali di periodo ritmiche restò pur sempre nell’orecchio del Bocc., per la loro sonoritá che doveva essergli assai gradita.
  28. Cfr. L. Mascetta-Caracci, nella riv. La Biblioteca degli Studiosi, II [1910], pp. 220-21; E. G. Parodi, Osservazioni sul ‛cursus’ nelle opere lat. e volg. del Bocc., nel vol. Studii su G. Bocc., Castelfiorentino, 1913, p. 232 sgg.; R. Sabbadini, Sul testo delle lett. autogr. del Bocc., nei Rendiconti del R. Ist. Lombardo di scienze e lettere, serie seconda, XLVIII [1915], p. 322 sgg.; id., Intorno allo Zib. boccacc. cit., nel Giorn. stor., LXVI, p. 406 sgg.
  29. Da ora innanzi i rinvii sono fatti alla pagina ed alla linea del testo.
  30. Si tenga presente che laudis conta per tre sillabe, essendo normale presso il Bocc. l’impiego di au come bisillabo. Ciò fu avvertito dal Parodi (art. cit., p. 237 e n. 1) e dal Sabbadini (Rendic., cit, p. 325), i quali tuttavia nel caso in questione non seppero riconoscere il piede, sospettando l’uno ed affermando l’altro che qui sia da leggere adéram. Un analogo mancato riconoscimento ebbe luogo a proposito del piede meéque salútis áderit 11318, dove per essi le ultime due parole avrebbero formato un planus con l’inammissibile spostamento d’accento adérit; similmente il Par. non riconobbe i piedi fráctis sic cèpi dicere 12118 e quòd in procèssu témporis ivi33. Ai quattro esempi recati da lui nella n. 2 a p. 237 potrei aggiungere piú d’una dozzina, ed un’altra mezza ricorrendo al I degli Scripta breviora; notevole specialmente Òpto ut béne váleas 12431 , perché in fine di periodo, come sérviat cito sérviens 12330 rilevato giá dal Parodi.
  31. Quest’ultimo è il solo che resiste degli esempi offerti dal Parodi (p. 237, n. 2), perché reseratis postibus 11120, che a lui lasciava «qualche dubbio», non ha infatti ritmo; e quanto a bárdus áderam e procéssu tèmporis, si osservi la n. precedente.
  32. Gli esempi son del Parodi (l. cit.), e di lui anche l’osservazione. Per il planus irregolare egli rassegna come «molto dubbio» il piede super lítora úda 11121, che sarebbe in fine di periodo: non per tale posizione (cfr. infatti íra quam mítis 1217, egualmente in fine), ma per quello spiacevole iato ho creduto di dover emendare invertendo, in modo da dar luogo ad un velox (qui, p. 316). Anche l’altro tipo ricorre in fine di periodo: p. es., laudabílior quéritur 1102, ultérius prótelor 1229, ecc.
  33. Esempi di vel. piú dattilo: ánimam èt vecórdem póterunt 1119, còmmodum sèmel ántelúcio ivi19, sacratíssimum nómen véstrum íncidit 11227, Várronem quidem nóndum hábui 12817 (per l’accento Várronem cfr. qui, p. 313, n. 2); di vel. piú spondeo: tértium célum glóriósum 11233, séquitur Àmalthéa máter 11933.
  34. Il Parodi, nel luogo piú volte cit., comprese il penultimo esempio dei riferiti nella n. precedente tra le «serie di parecchi spondei», che non esistono affatto, tant’è vero, che nessuno dei casi da lui raccolti sotto quest’etichetta sussiste (nel primo dei cinque, obganniri reminiscor 11515, la sua congettura obgannirier, da me adottata (cfr. p. 317), ristabilisce il vel.; il terzo, creatióne octávi céli 11810, è un vel. normale; il quarto non ha ritmo; il quinto è egualmente esente da ritmo perché compreso in una citazione patristica.
  35. Per questa ragione in alcuni vocativi la virgola che dovrebbe precedere o quella che dovrebbe seguire è stata ommessa, considerando che la sua presenza avrebbe potuto ingenerare equivoco intorno al cursus; cosí una virg. dopo inclite princeps 10917 avrebbe sconvolto il tardus (princeps non pèrtraho), una virg. dopo o superi 11629 avrebbe distrutto il velox (súperi crèdidisset). In simili casi la pausa logica alla fine del vocativo è stata rappresentata con il punto esclamativo. Analogamente certi brevi incisi, che normalmente vorrebbero esser chiusi tra due virgole, hanno dovuto rinunziare all’una o all’altra, e viceversa qualche virg. è stata introdotta a segnare la finale di un piede dove non c’era bisogno dell’interpunzione, p. es. innanzi ad una congiunzione copulativa (cosí dopo il velox che termina con principatus 1091 fu posta la virg. benché segua ac).
  36. Tali: Épyri 1091, interlígat 11520 e pernècant 1131 (Parodi, p. 235 e n.; Sabbadini, Rendic., p. 325), cathafrónitus 11614 (pròsequens cáthafrònitus è un vel. col dattilo in luogo del secondo spondeo, cfr. qui, p. 312, n. 2; il Par. invece, accentuando cathafronitus, diede luogo ad un planus del tutto eccezionale), cathámitum 11615 (Par., p. 236), Damónem 12718, eufèmiam 11711 (Par., p. 238), Várronem 12817 (cfr. p. prec., n. 5; non è certissimo, ma d’altra parte il Par., p. 239, si piegò ad uno Stílbonis, di cui non c’è invero bisogno), retúlit 1234, Lycostráten 11325, ecc. È senza base, oltre ai giá sfatati adéram adérit, il deposuéris 12313 del Sabbadini (Rendic., p. 325).
  37. Cfr. Traversari, Le lett. autogr. cit., pp. 8-9 (esprime l’opinione che le epistole «ci si presentino nell’ordine cronologico con cui furono inviate, trascritte colá dall’autore, come in un copialettere, subito dopo averle composte»), e, meglio ancora, Sabbadini, Rendic., p. 322.
  38. Che l’espressione, affine alle altre «parvus et exoticus sermo, etc10910 e «brevi caliopeo sermone» 1125, designi un sonetto, fu visto dal Novati (Giorn. stor., XXV, p. 423, n. 3); cfr. anche Della Torre, La giovinezza di G. Bocc., pp. 206, 327, 337).
  39. Il Sabbadini ravvisò inoltre nelle parole «fuit iste» 11014 (locuzione parallela offre invece «est iste» 1146) una conferma che «la copiatura fu posteriore all’invio»: mentre la missiva originale richiede il presente est, quel fuit storico si denunzia come una mutazione del copista nell’atto del copiare.
  40. Ciò fu giá supposto dal Traversari contro l’Hauvette (op. cit., pp. 8-9); adesso il Sabbadini ammette che le lettere siano state trascritte «in quel medesimo anno o tutt’al più nel successivo».
  41. Cfr. Traversari, pp. 8-9, 14-5, con un tal quale ondeggiamento rispetto alla data dell’ep. IV, che nei luoghi citati è detta «certamente», «sicuramente» del 1339, mentre piú avanti (pp. 68, n. 9, e 74) è portata con qualche esitazione al 1340; ciò dipese dai dubbi sollevati in proposito dal Della Torre (op. cit., pp. 339-42), ma definitivamente confutati dal Torraca (Per la biogr. cit., pp. 93-4). Sulle contese in Barletta tra le famiglie Della Marra e Della Gatta cfr. ora l’art. di R. Caggese, Giov. Pipino conte d’Altamura, nel vol. Studi di storia napol. in onore di M. Schipa (Napoli, 1926), pp. 150-52; il C. non conobbe la lettera boccaccesca né il libro del Torraca, dove avrebbe trovato stampati (p. 227 sgg.) i documenti a cui rinvia.
  42. Op. cit., p. 15.
  43. Il solo I di Iohannes fu riconosciutto dall’Hauvette (Notes cit., p. 106); Io......ldo fu visto col reagente dallo Hecker (op. cit., p. 37).
  44. Dell’iscrizione non resta che parte di un’I, e con ragione l’Hauvette affermò che «on reconstitue idem plutôt que Iohannes, d’après la lettre précédente» (l. cit.).
  45. L’identificazione risale al Della Torre (op. cit., pp. 331-38) ed è uno dei risultati positivi dei suoi studi boccacceschi. L’avversarono piú o meno recisamente il Traversari (p. 63, 11. 4), il Torraca (Per la biogr., pp. 88-9) e l’Hauvette (Boccace, p. 100, n. 1), ma senza riescire a demolirla. Una conferma, che mi piace di addurre, dell’avere essa colpito nel segno è data dal confronto dell’ep. in questione con l’elogio del Petrarca dettato dal Nostro otto o nove anni piú tardi (qui, p. 238 sgg.). Tra i due scritti corre la piú evidente affinitá: non solamente di frasi e di concetti staccati (p. es., «placabilis» 11236 e 24135, «quem fama pennata gerulonum ore notificat» 11234 e «famam per orbem gerulonum oribus reportare» 24231, ecc.), ma d’atteggiamento spirituale e quasi direi d’ispirazione.
  46. Op. cit., p. 37.
  47. Lo Hecker (l. cit.) lesse Io......s de certaldo, ma nella riproduzione fototipica mi sembra d’intravvedere anche il resto.
  48. Per l’opinione dell’Hortis cfr. qui, p. 290, n. 1.
  49. Non può ridursi a miretur (Traversari, p. 53, n. 3), perché, oltre a tutto, andrebbe all’aria un velox.
  50. P. 53, n. 5.
  51. La correzione fu proposta dal Torraca, Per la biogr., p. 92, n. 1; piú tardi il Sabbadini, senza sapere del precedente, dichiarò di considerare cabi = cavi, da cavum «grotta» (Rendic. cit., p. 326).
  52. La lettura esatta del ms. fu ristabilita dal Traversari (p. 61, n. 2) contro l’erroneo cidcota del Vandelli (Bull. d. Soc. Dant., n. s., VII, p. 64).
  53. Rilevò il Vandelli (l. cit., in n.) che nel ms. il primo dei due me sta in fin di riga, ma senza trarne la conseguenza che la ripetizione fosse fortuita.
  54. Bull. d. Soc. Dant., n. s., XVII [1910], pp. 138-40; ma cfr. Torraca, Per la biogr., p. 89, n. 3.
  55. Parodi, Osservazioni cit, p. 239; Sabbadini, Rendic., p. 325, e Giorn. stor., LXVI, p. 413 (per il significato da prima pensò a bruma = «edacitas», poi aderí all’interpretazione del Cian).
  56. Cfr. qui, p. 312, n. 4. La proposta è del Parodi (Osserv. cit., p. 239), che per costituire un altro vel. avrebbe voluto invertire anche reseratis postibus nella l. prec.: ma qui non c’è bisogno di presupporre il cursus.
  57. Rendic. cit., p. 325 (questo inquies è aggettivo).
  58. Op. cit., p. 63, n. 2.
  59. Ivi, n. 7.
  60. Cfr. Parodi, Osservaz. cit, p. 239.
  61. Op. cit., p. 64, n. 1.
  62. Il Traversari ponendo un punt’e virg. dopo Plutonem mutò malamente il ritmo distruggendo il vel., senza contare che mostrò di non aver compreso il passo; e non meglio fece il Torraca allorché a in diti Plutonem propose di sostituire incliti Platonis (op. cit., p. 89, n. 3).
  63. Giorn. stor., LXVI, p. 409, n. 1.
  64. Si noti che ad noi puo, visto dal Sabbadini e da me, può accogliersi per sicuro; il Quanto è, in certo modo, chiarissimo; di dare, accerta la prima e le ultime lettere il loro essere state riconosciute egualmente nelle due decifrazioni: soltanto di bene e natura resterebbero dunque congetturali.
  65. Osservaz. cit., p. 235 (e cfr. p. 240, n. 1). Il Sabbadini (Rendic., p. 324) propose invece obgannii, ma non è vero che il passivo sia «grammaticalmente errato».
  66. Giorn. stor., LXVI, p. 412.
  67. Le lett. cit., p. 57, n. 2.
  68. Osservaz., p. 236; Rendic., p. 326.
  69. Rendic. p. 326. L’emendamento è del Parodi (Bull. d. Soc. Dant. it. n. 8., XV, p. 282); cfr. qui l’errata-corrige.
  70. Rendic., pp. 324-5. Va letto farmàciis, come si propone qui, ma inteso come forma di farmacius «salutare», non giá da farmacia con ci abbreviato per il cursus (cfr. Giorn. stor., LXVI, p. 412).
  71. Il Traversari aveva pensato alla caduta di un aggettivo in abl. assoluto, come relicta e simili (p. 57, n. 13).
  72. Rendic., p. 326. Il Traversari (p. 58, n. 11) e il Parodi (Osservaz., p. 237) si erano confessati impotenti, benché il primo scorgesse l’affinitá con anaboladium dei lessici.
  73. Osservaz., pp. 237-8.
  74. Si tratterá di uno scambio di parole per effetto di distrazione; non è da pensare invece ad ommissione del compendio della nasale, cosí da risalire ad un volumptati, come parve al Sabbadini (Rendic., p. 325): cfr. infatti voluntates 11519.
  75. Rendic., p. 327.
  76. Traversari, p. 60, n. 1.
  77. Cfr. p. 60, n. 2; habetur si appoggiava al dat. amicis, ma questo risulta invece originato da un errore di lettura (qui, p. 320, n. 5).
  78. Parodi, Osservaz. cit., p. 238.
  79. Ivi, p. 239.
  80. Rendic., p. 325.
  81. Cfr. p. 66, n. 3.
  82. Rendic., p. 326. Per il S. «non manca nulla», e grammaticalmente pessum sarebbe da connettere con labentium «sull’analogia di pessum ire». Ma, salva la grammatica, dove va a finire il senso del passo?
  83. Il Traversari segnò a torto punt’e virg. dopo prescripta, e quindi staccò nettamente il membro dov’è cor meum dal seguente che la sintassi invece gli fa aderire; lasciò pertanto repletus, ma fu costretto ad un cambiamento piú arbitrario (di fuit in fui, p. 68, n. 7), respinto dal Sabbadini, Rendic., p. 326.
  84. Si tratta del passo di uno scritto falsamente attribuito ad Agostino, com’ebbe a rilevare il Torraca (G. Bocc. a Napoli cit., p. 189, n. 4); cfr. Sabbadini, Giorn. stor., LXVI, p. 413.
  85. Per la biogr. cit., p. 377, n. 1.
  86. Cfr. Traversari, p. 74, n. 1.
  87. Ma il Traversari non osò disfarsi degli intrusi, e fu obbligato alla fantasiosa parentesi che può vedersi nel suo testo (p. 74).
  88. Il Traversari lasciò roboando, ma cfr. Sabbadini, Giorn. stor., LXVI, p. 411.
  89. Nella stampa del Traversari non fu tenuto conto della trasformazione subita dalla parola e di piú fu risolto male il compendio finale, sí che venne fuori amicis, che portò conseguentemente a mutare habet in habetur (cfr. qui, p. 318); il Sabbadini si avvide della soppressione dell’a e dell’aggiunta alla c, ma arrivò ad una lettura minus inammissibile (Giorn. stor., LXV 1, p. 411).
  90. Di quelli del Ciampi, passati o aggravatisi nel volume del Corazzini, non giova occuparci, perché giá ne fece giustizia il Traversari; quelli della stampa Trav., a loro volta, furono rettificati dal Sabbadini, Giorn. stor., LXVI, p. 410 sgg. (si aggiunga un esse fidebam, che non darebbe senso e non si giustificherebbe paleograficamente, in luogo del genuino confidebam 11513, avvertendo inoltre che la punteggiatura del ms. porta la pausa dopo non inspecto e non giá prima).
  91. Eccone un saggio. In luogo di cristibia «maga» 10916 il Torraca propose (Per la biogr., p. 92, n. 1) crustibia «tormentum»; al Sabbadini quempiam 11235 parve errore per quepiam, e solo piú tardi fu forza riconoscerlo giusto (Rendic., p. 325; Giorn. stor., LXVI, p. 412); il medesimo studioso non ravvisò il ben noto significato dell’indeclin. saligia 1167, la parola-acrostico formata con le iniziali dei nomi dei peccati capitali, onde mise avanti un’inesistente saligias «strepiti, clamori di disapprovazione» (Rendic., p. 326; ma giá al Parodi, Bull. d. Soc. Dant., n. s., XV, p. 282, era parso «un po’ singolare» che il Traversari non avesse saputo spiegarla); agente 11936 parve errore al Traversari, che stampò invece agente[m], ma qui il Sabb. ebbe buon giuoco a riconoscere un abl. ass. correttamente usato (l. cit.); male fu corretto posset 1271 in posse dal medesimo Trav. (p. 70, n. 5); infine cupio desiderare 12420 non parve dar senso al Torraca, che pensò (op. cit., p. 93, n. 1) al biblico «cupio dissolvi»: anche qui il Sabb. fu il vindice della buona lezione, ch’è quella del ms. (Rendic., p. 327). Inutili inversioni furono invocate, per pretese necessitá del cursus, nei nessi monitis aures 11612 e sepe singultibus 12112 (Parodi, Osservaz. cit., pp. 236 e 240).
  92. «Cathagrafavi enim obscure», con quel che segue (qui, p. 117).
  93. Non vi si troveranno lymphys 1154 e Perithoy ivi23, dove l’y in desinenza era insostenibile assolutamente (un altro caso di lymphys ricorre altrove in ZL: cfr. qui, p. 293, n. 6); e nemmeno cohoperior 11720 per cooperior, di cui giá il cursus imponeva la riduzione a coperior (qui, p. 318).
  94. Per il c di nicil con valore di gutturale cfr. anche monarciam 11316 e Racetis 11828.
  95. Un solo caso di raddoppiamento sintattico non fu, naturalmente, accolto (affallacia 12428).
  96. Cosí il titolo originale, in rubrica (dell’ultima parola non resta che la prima lettera per lacerazione del foglio). L’ep. del Bocc. sta alla c. 110 dell’antica num. (13 dell’attuale) e reca la didascalia Pistola di messer Giovanni di Boccaccio da Certaldo a Nichola Acciauoli. Sul ms. cfr. Bandini, Catal, cit., V, col. 198 sgg.
  97. Qui, p. 308 e n. 1.
  98. Cfr. il Vocabolario degli Accad. della Crusca, quarta impress. cit., VI, p. 18, n. 34, dove si ricorda l’ep. a Cino, quella in questione ed una terza (la dedica del De Claris mulier.). «Questa Lettera e le due seguenti tengono gli eruditi, che dal Boccaccio fossero scritte in Latino, e da altri poi volgarizzate». Cfr. anche Manni, Ist. del Decam., p. 79; Ciampi, Monumenti2 cit., pp. 588-9 (non si trattenne dall’esprimere qualche sospetto).
  99. An introd. Bocc. bibliogr. cit., p. 114, e cfr. anche p. 119.
  100. Per eliminare ogni dubbio circa l’impossibilitá che il testo laurenziano sia direttamente boccaccesco non accade invocare ragioni stilistiche, spesso fallaci; bensí l’intonazione generale dello scritto, ch’è affatto letteraria, porta a scartare risolutamente l’idea che il Bocc. si attenesse qui al volgare, mentre giá due anni prima aveva adottato il latino nelle lettere napoletane. Scorgo una spia della dettatura latina nel voc. Niccola con cui l’ep. incomincia: scrivendo in volgare il Nostro non avrebbe mancato di chiamar messere l’Acciaiuoli, milite sin dal 1337, mentre sotto il paludamento classicheggiante il titolo cavalleresco diventava inopportuno.
  101. Emendamento della stampa Corazzini.
  102. Emendamento della stampa Biscioni (1723). Nel ms. Laur., poi, invece di viverci 12516 si legge viverei, e invece di manifesta ivi22, manista. C’è anche un et davanti alle parole al popolo ivi17, che nel mio testo stimai a torto di dover sopprimere; una noticina del Biscioni (Prose di Dante cit., p. 387), richiamandomi al luogo d’Isaia al quale il Bocc. si riferisce (ix 2), mi additò troppo tardi la lezione giusta del passo: si veda in fondo al vol. l’errata-corrige.
  103. Primo il Manni notò che questa può essere stata «alterata» (op. cit., p. 76), poi il Baldelli si provò a spostare l’ep. dal 1341 al ’42 (Vita cit., p. 374): ma dopo le osservazioni in contrario del Tanfani (Nicc. Acciaiuoli, Firenze, 1863, p. 44, n. 1) i dubbi dovettero dileguare. Quanto all’accenno a maestro Dionigi da Sansepolcro, conviene spiegarlo come allusivo non alla morte di lui, ma semplicemente alla separazione del Bocc. dal dotto agostiniano per l’allontanamento dell’uno dalla residenza dell’altro; ciò fu messo in sodo di recente (cfr. E. Aggarbati, Fr. Dionisio Roberti da Borgo S. Sepolcro e la canz. del Petr. «O aspettata in ciel...», Bologna, 1915, pp. 54-55). Prima di questa spiegazione e dopo che i critici ebbero rinunziato a trovar erronea la data dell’ep., si tentò da parte del Crescini (Contributo cit., pp. 90-1), del Della Torre (La giovinezza cit., pp. 323-5) e del Traversari (op. cit., p. 31, n. 3) di anticipare di qualche mese il giorno obituario di Dionigi; anche il Torraca affermava che il Bocc. «accennò malinconicamente alla morte di lui, scrivendo il 28 agosto 1341 a Niccolò Acciaiuoli» (G. Bocc. a Napoli cit., p. 53, e cfr. anche la n. 4 a p. 56). Ma sta di fatto che quel dotto vescovo non morí prima del 14 gennaio 1342, ch’è la data tradizionalmente accettata (solo il 31 maggio seguente fu nominato il suo successore nella diocesi di Monopoli).
  104. Delle prime tre parole non resta nulla; con l’impiego di un reagente lo Hecker (op. cit., p. 37) scorse Io... decer... do.
  105. Fu trascritta anch’essa evidentemente per conservarne la copia, e però poco tempo dopo la sua composizione, come le prime quattro (qui, p. 313), ma parecchi anni piú tardi. Per allogarla il Bocc. usufruí di una facciata che ZL gli offriva ancora disponibile; di qui la fortuita precedenza.
  106. Le lett. cit., pp. 49-52. Un errore di lettura, giá rilevato dal Sabbadini (Rendic., p. 326; Giorn. stor., LXVI, p. 410), fu in ore per more 12713, ch’è certissimo.
  107. expirati, benché errata, è lezione paleograficamente certa (cfr. invece Traversari, p. 50, n. 1).
  108. A res pensò il Traversari (p. 52, n. 3), senza per altro introdurlo nel testo.
  109. Il Sabbadini trovò che non manca niente, a patto che «s’integri il pensiero con domos» (Rendic. cit., p. 326): ma non basta l’integrazione con un semplice atto mentale. Con le parole «proprias revisuri» il Parodi, per ciò che riguarda il cursus, volle congiunto anche «dignissime», ossia gli piacque di far finire la clausola precedente con un planus (cfr. Osservaz. cit., p. 240); è invece preferibile per il senso l’interpunzione data dal Traversari (e triúmpho digníssime è un tardus regolare).
  110. Per la data cfr. Hortis, Studj cit., p. 8, n. 3; Traversari, p. 37 e n. 1 (prima dice l’ep. «della fine del ’47», poi in nota la fa «dei primi mesi del 1348», e questo stesso millesimo appone al testo, p. 52). I preparativi militari dell’Ordelaffi per raggiungere il re Lodovico d’Ungheria, ai quali accenna il Bocc., debbono necessariamente aver avuto luogo tra il 16 dicembre 1347 e il 5 febbraio ’48, ossia tra la partenza del re da Forlí e quella dell’Ordelaffi da Cesena: di qui la determinazione del gennaio come data della lettera.
  111. Cfr. F. Macrí-Leone, Il Zib. bocccicc. della Magliab., nel Giorn. stor., X [1888], p. 1 sgg.; G. Vandelli, Lo Zib. Magliab. è veramente autogr. del Bocc., negli Studi di filol. ital., I [1927], p. 69 sgg.
  112. La c. 117, dove la lett. incominciava (non si può stabilire se nel recto o nel verso), è scomparsa; essa era preceduta da una, la 116 superstite, rimasta totalmente vuota (bianca è anche la c. 118 v).
  113. Giorn. stor., X, pp. 39-40. La sua stampa è bruttata da alcuni errori (p. es., invece di tecum 1296, cubet ivi14, naturalia ivi18, tamen ivi20 fu letto locum, iacet, nec alia, tibi).
  114. Cfr. Giorn. Dant., XXX, p. 372, n.
  115. An introd. Bocc. bibliogr. cit., p. 120.
  116. Un persuasivo riscontro può farsi infatti con un lungo passo del proemio al libro XII della Genologia (Hecker, op. cit., p. 186, 1. 22 sgg.).
  117. Cfr. qui, p. 308 sg.
  118. Il primo ad avanzare dubbi fu il Tanfani, op. cit., p. 93 sg.; cfr. anche Corazzini, p. lxxvii sg.
  119. Studj cit., pp. 269-72; Giorn. stor., X, pp. 28-32.
  120. Qui, p. 325. sg.
  121. Cfr. M. Villani, III lxiii (nell’ediz. muratoriana, XIV, col. 198 sg., il millesimo è erroneamente mutato in 1354, ma la correzione balza dalla serie degli avvenimenti). Che la nostra ep. sia proprio del 13 aprile, si può dubitare per quella lezione ydus 13537, che lascia una lieve perplessitá: voleva forse il Bocc. scrivere ydibus o manca qualche indicazione come «pridie», «III» e simili? Nell’impossibilitá di risolvere il dubbio, lascio correre, come giá il Ciampi, la lezione di ZM.
  122. Cfr. l’errata-corrige. L’emendamento è del Ciampi.
  123. Arbitrariamente qui il primo editore sostituí felicitatum.
  124. Noto anche queste altre forme: amxius 13124 e amxior 13527, pomtificis 13422, essistere 1321.
  125. Di S c’è la tavola a stampa, con una descrizione abbastanza esatta, per cura di F. Iacometti, nel vol. Dante e Siena, Siena, 1921, p. 223 sgg.; esso risulta costituito di due elementi ben differenziati, di cui l’uno comprende le cc. 1-84 (con le tre ultime facciate bianche) e l’altro le cc. 85-130. Di una mano è la prima parte, di un’altra diversa la seconda: tuttavia, in questa, le cc. 128 v-130 r furono riempite ancora dalla mano che scrisse la prima, il che mostra che una sola mente direttiva soprintese alla composizione del cod. (e ciò, probabilmente, durante il pontificato di Gregorio XII, 1406-’15, al quale si riferiscono le piú recenti tra le scritture lí ricopiate). Una sezione della seconda parte, formata dalla Sen. XV 3 del Petrarca a Lombardo della Seta e dalle otto del Bocc., fu replicata nella prima (c. 34 r sgg.), in modo che venne a trovarsi subito dopo il Bucc. carmen del Nostro preceduto dall’ep. XXIII a fra Martino (cc. 1 r-33 v); in questa replica fu per altro omesso il carme Quando erit, petrarchesco ma per errore ascritto al Bocc. (qui, p. 287 sg.), che si era inserito, non si sa come, tra l’ep. XV e la XVIII. Quanto al Ricc., vi fu trascritto tutto di séguito ciò che in S si trova nelle cc. 85 r- 105 r, 112 v-124 r, 125 r-128 r, 130 r; furono cosí riempiti i primi cinque quinterni del ms. fiorentino (oggi cc. 1-49, perché il primo foglio andò perduto), dopo di che fu dato luogo all’epistolario di L. Bruni e quindi ad un’ulteriore derivazione da S, lo scritto anonimo intitolato Figure deorum moraliter et naturaliter exposite. Tornando ad S, basterá ricordare che nel 1747 fu acquistato in Montaione dall’abate G. G. Carli colligiano (cfr. Baldelli, Rime di mess. G. Bocc., Livorno, 1802, p. 167, n. 2) e che dopo la morte del Carli pervenne alla Biblioteca pubblica di Siena; era giá identificato, adunque, e non da ricercare tra i dispersi, come pensò il Rostagno (Studii su G. Bocc. cit., p. 21, n. 1), il quale non s’accorse che il ms. «I VI 25», di cui aveva detto poco prima, era tutt’uno col nostro S. L’erronea segnatura era stata cosí indicata dal Corazzini (p. cxviii); anche dall’Hortis fu non piú propriamente designata nella forma «VI 23» (p. 926). Che il ms. del Carli contenesse «circa dieci Lettere Latine» del Bocc., tra cui in veste latina quella a messer Pino (!), fu favoleggiato dal Lami nelle Novelle letterarie del 1748, IX, col. 221 sg. num. 14 (di qui il cenno del Corazzini, pp. lxxxi e cxxi). Finalmente va ricordato che nel 1800 B. Tanini comunicò al Baldelli una lunga descrizione di S e vi aggiunse la copia dell’epistola del Petrarca e delle otto del Nostro; questo materiale si conserva oggi nel ms. 19676 della R. Biblioteca Universitaria di Padova, alle pp. 49-118 (e cfr. anche un’altra notizia di S alle pp. 123-34). L’apografo padovano fu rammentato dall’Hortis (op. cit., p. 926); il Narducci (Di un Catal. cit., p. 11) gli assegnò nove lettere boccaccesche, mentre una, come sappiamo, è del Petrarca.
  126. Jo. Bocc. Ad Franc. Petrarcham nunc primum edita epistola, Padova, 1819 (per nozze Mutinelli-Cromer). Dalla n. 1 a p. 18 l’ep. apparirebbe tratta direttamente da S, ma in realtá deriva dalla copia che il Baldelli si era procurata e che oggi fa parte del ms. padovano 1967 ricordato nella mia n. precedente; questo ms. (in cinque volumi) era stato appunto donato dal raccoglitore al Meneghelli.
  127. Cfr. Hecker, op. cit., p. 251, l. 3.
  128. Molti di questi emendamenti sono ovvii, e basta il contesto a suggerirli per virtú di concordanze logiche o grammaticali; di altri va reso il merito allo scrittore del Ricc. 805, che si rivela persona sagace e giudiziosa: a lui spettano coniugum 1372, exercuisse ivi18, tempusculum ivi20, deiectionem ivi25, respuisse 13818, aridam ivi30, Absit (senza et) 1399, desolationes ivi20, ecc. Alcuni pochi sono del Corazzini (p. es., omina 13723, audiens 1383), altri comuni al Meneghelli e a lui (p. es., respuisse 13818, circumseptus 13922, effectus decantabit ulterius ivi28): dico cosí, perché non mi sembra che il secondo editore, per quanto abbia avuto notizia del primo, tenesse dinnanzi l’opuscolo del 1819. A prova dell’indipendenza delle due stampe mi piace di addurre la lezione rispettiva del passo piú guasto dello scritto, 1375 sgg., che ci dará un buon saggio del come sinora si sia potuta leggere questa importantissima tra le epistole boccaccesche: Meneghelli «Sic et Daphnis uxorius, curae cui arcus et tela sunt, sudisque perustus, mosies terebrans montes, Martis oblitus, pastores, armenta parvificat Italiae, etc.»; Corazzini «Sic et Daphnis uxorius factus Francus, cui arcus et tela sunt sudesque perusti; Moyses terebrans montes, Martis conditus pastor, armenta parvificat Italiae, etc.». Si aggiunga che il Corazzini lasciò indietro curat 1375, sublata 1396 ed il tratto Quod hoc malum? que furia? quis deus illi mentem induit novam? 13822, e si avrá di che restare edificati.
  129. Riguardano qualche i da mutare in y (Pierias 1382, tigres ivi8, tirannidem ivi15, imo ivi35), o viceversa (ethyopum 13720); qualche consonante scempia o doppia da correggere (comentariis 13811, Appenini 13714, consumere ivi21, literas 1385, coruscam 1391, penneiam 1382); qualche grafia da modificare: surripere (cfr. 13714 e 1397) in subripere, omiserim omissis 13710 in obmiserim obmissis, damnare (damnabit 13810 e altre forme verbali, damnosam ivi19) in dampnare, tirannidem 13816 in tyrampnidem, pro 13811 in proth. Noto anche Francischo 1364, aput 13719, silviculis 1395; per posquam 13613 13811, cfr. qui, p. 323.
  130. Cfr. Foresti, nel Giorn. stor., LXXIV, p. 256, n. 1; ivi è l’importante rilievo che la citazione petrarchesca («in eiusdem Silvani commentariis») riferita per disteso sul principio dell’ep., 13611 sgg., appartiene alla Fam. VII 16 diretta a Lapo da Castiglionchio e scritta da Padova il 6 aprile 1351, come stabilisce poi il Foresti medesimo (pp. 256-7). Il biglietto del Nelli è il X nella stampa del Cochin (Un amico di F. Petrarca: le lettere del Nelli al Petr., Firenze, 1901, pp. 62-3).
  131. Il Cochin aveva ammesso l’identitá di Simonide col Nelli (op. cit., p. 14), l’Hauvette la negò (Boccace, p. 322, n. 4).
  132. Cavedoni, Indicaz. di un ms. ined. contenente la Vita di S. Pier Damiano scritta da G. Bocc., nelle Mem. della R. Acc. di scienze, lett. e d’arti di Modena, I, iii-iv [1858], p. 113 sgg., 148 sgg. La comunicazione dovett’essere data alle stampe sino dal 1822, perché il Ciampi potè inserirla testualmente nei Monumenti cit.2, separando i testi (pp. 493-510) dalle illustrazioni (pp. 595-600).
  133. P. lxxviii.
  134. Evidentemente fu dal copista interpretato come compendio di er un qualche segno visto nell’antigrafo sulla c; nel caso di altius registrato appresso avvenne invece il contrario: il compendio di er, che nella fonte dové trovarsi tra la t e l’i, fu tralasciato.
  135. Le stampe si limitarono a riprodurre questa forma con un lieve cambiamento (abterruit) e denunziarono la loro impotenza con un «sic». Nel mio emendamento fui guidato dal concetto che quel mostro di lezione sia il risultato di una contaminazione mentale del copista tra abfuit ed erui.
  136. mavis e digne furono introdotti dal Cavedoni, il cui testo non restò per altro immune da errori di lettura; particolarmente noto l’ommissione di un satis 14117 e l’interpolazione di un et prima di cum quaterno 14316. Lucianum è un emendamento del Torraca (Per la biogr. cit., p. 392, n.).
  137. Fu tolta o aggiunta qualche h (Petrarche 1415, exhiberi ivi16, inhertem ivi18, habundantia 14325; Ioannes 1415 14317 ecc.); furono scritti con ct i composti di mittere (cfr. 14112 14328 ecc.), con pt il vb. perscrutemur 1433, dampnans 14236 invece di damnans, oppinaris 1416 e non opinaris, imo 14324 e imitatus ivi29 con una sola m, hiis 14127 14321 e non his.
  138. Cfr. Monum.2 cit., n. b a p. 504.
  139. Studj cit., p. 280, n. 2.
  140. Per la biogr. cit., pp. 189-90.
  141. Boccace, p. 441, n. 1.
  142. Giorn. stor., LXV, p. 409 e n. 3.
  143. Per questo soggiorno estivo del 1357, cfr. Foresti, Giorn. stor., LXXVIII, pp. 330-31; l’Hauvette (Boccace, p. 328) aveva dovuto lasciarlo imprecisato tra il 1356 e il ’59. Nessuna obiezione fondata potrebb’essere mossa alla data da me proposta. Che il Petrarca non si sia servito delle notizie su Pier Damiano nel De vita solitaria, composto giá prima ma pubblicato solo nel 1366, non vuol dir nulla: potrebbe non aver mai ricevuto l’ep. del Bocc., anche ammesso, il che non si può stabilire, che questa fu realmente inviata. Si osservi poi l’accenno all’Albanzani che leggiamo nell’ep., 1416 sgg.; se ne rileva che Donato era in Ravenna, se poteva comunicare verbalmente qualche cosa all’amico («ut nuper cum fide retulit»); ed infatti, contro l’affermazione di chi lo fece stabilirsi «definitivamente» a Venezia tra il febbraio e l’aprile 1356 (Foresti, p. 330 e n. 1), stanno i documenti a mostrare che nell’estate ’57 egli era «habitator Ravenne» (cfr. S. Bernicoli, in Felix Ravenna, fasc. 32 [1927], p. 64).
  144. Del Petr. e di alcuni suoi amici, Roma, 1904, pp. 26-8 (per la descrizione del ms., pp. 9-11; la prima sezione, cc. 149-165, non può essere della «prima metá del quattrocento», ma è certo trecentesca).
  145. Il Vattasso risolse sulmoñ del ms. in sulmonensi: ma si osservi sulmontini in tutte lettere a c. 162 r.
  146. Non riproduco grafie come massime, loghotheta, extimplo, cospicuum; in due casi il ms. dá indebitamente il compendio di quid per quello di quod, il che non fu rilevato dal primo editore. Questi sostituí poi di suo arbitrio Lucio Vario del testo genuino di Macrobio alla lezione, sia pure erronea, Lutio Graio; risolse men bene veñ (33324) in venerandus; scambiò addirittura il compendio di inde (33219) con quello di mihi, cosí che fece saltar fuori dal contesto un’affermazione che certo Barbato non si sognò mai di fare. Un’altra imperizia paleografica fu l’aver due volte sostituito hec al legittimo hoc (33335 sg.): nel primo caso nacque una sconcordanza grammaticale, «in hec exili iudicio»; nel secondo fu forzata a farsi plur. l’ultima parola della lettera (ms. incūbat, ch’era la lezione giusta prima che sbadatamente l’amanuense la trasformasse in incubāt). Per la lettera che andò al Bocc. come allegata a quella di Barbato, voglio dire della solenne richiesta dei tre grandi del regno di Napoli, la quale ci fu egualmente conservata dal ms. Borgiano, cfr. Vattasso, pp. 20-22 (e le osservazioni del Festa nella sua cit. ediz. dell’Africa, p. xxxv sgg.).
  147. Il ms. Iohanni de Certaldo Barbati sulmontini responsales.
  148. E Petraccam, forma egualmente da me non accolta, ha il ms. anche nella replica di Barbato (33410). Ivi pure le grafie trasmiserat e incongnitis.
  149. Il Vattasso stampò me senz’altro.
  150. P. es., scriberem. Ma il primo editore lasciò andare cum ut e non avvertí nulla.
  151. Il Vattasso emendò malamente Pridie 14512 in Die, e lasciò correre quibusnam per quibusdam ivi13. Delle grafie del ms. non accettai porressisset 14514 e contrasserat ivi27 (che però non sono del tutto alieni dalle consuetudini del Nostro: cfr. essistere qui, p. 327, n. 6), trasmiserat 1461, immo 1451 (ma imo ivi16), dapno ivi24. Heu ivi3 fu da me sostituito a Hei, perché questa forma non mi risulta documentata dagli autografi boccacceschi.
  152. Cfr. Vattasso, p. 24.
  153. Troppo corto mi sembra il termine lasciato nei due casi dal Vattasso, per il quale la prima è «dell’Aprile o dei primi di Maggio del 1362» (p. 18) e la seconda sarebbe stata scritta «verso la fine di Maggio o sui primi di Giugno» (p. 29). La corrispondenza epistolare non poteva essere tanto sollecita nel secolo XIV.
  154. Frammento del testo lat. dell’Ep. del Bocc. a Franc. Nelli, nella Miscellanea di studi stor. in onore di G. Sforza, Lucca, 1920 (Torino, 1923), pp. 727-30. Il testo è abbastanza scorretto, segno che l’ep. «doveva giá esser stata copiata e ricopiata piú volte». Quel nisi 1475, con cui principia l’avanzo, è supplemento dell’editore, e lo stesso dicasi di non ivi7; urentis e tactu ivi14 sono emendamenti del medesimo Patetta (ms. utentis e tractu). La lacuna tra poierat e puerile non è indicata dalla stampa. Per la grafia, noto la forma acerime ivi7.
  155. Nel dire «evidentemente tradotta dal latino» l’ep., il Corazzini rinviò (p. 131, n.) a certe annotazioni di A. M. Salvini scritte sui margini del Ricc. 1080, per mettere locuzioni e parole latine a riscontro con le corrispondenti del testo volgare; indizio che il postillatore effettivamente aveva riconosciuto la vera natura di quest’ultimo (p. es., «L[atino] aedepol» con riferimento alle parole «per la casa di Polluce 16923, «manente adhuc me isthic» in rapporto alla frase «stando ancora me costá» 17134, ecc.): per una constatazione piú esplicita, cfr. p. 341, n. 2. Anche l’Hauvette aveva espresso il medesimo sospetto (Boccace, pp. 371-2).
  156. Cfr. p. 308 e n. 3.
  157. Si veda lo scritto di quest’ultimo Per l’autenticitá dell’Ep. del Bocc. a Franc. Nelli, nel Giorn. stor., XLVI [1905], p. 100 sgg.; nelle pp. 104-8 si legge un ottimo ristretto della storia critica della questione.
  158. Cfr. Traversari, Le lett. autog. cit., p. 2, n. 2. Giá sei ne aveva additati il Narducci, Di un Catal. cit., p. 13.
  159. Tale studio sembra essere stato abbozzato dal Traversari, ma quelle risultanze ch’egli ne anticipa nel suo scritto sull’ep. (pp. 112-3) non resistono al controllo da me praticato. Per esempio, il ms. E V 10 dell’Universitaria di Genova non è derivato dal Ricc. 2278, benché abbia con esso una strettissima somiglianza, né questo Ricc. si può dire «indipendente alla sua volta dagli altri», visto che con molta probabilitá il suo ascendente diretto si deve ravvisare nel Ricc. 1090, piú antico e certamente piú corretto di quello.
  160. Qui do l’elenco delle lacune di R1 rispetto a R2, recensendo prima quelle di maggiore entitá e trascurando le minime: che per sua colpa mi sia partito 1489, che vera, o vero inducessono scorno 1492 sg. (indicata nel ms. da uno spazio bianco), acciò che la carne innanzi posta, pigliando il sapore del legno, non diventasse sciocca 1526 sgg:. Donde m’avevi tu ricotto? del loto o della feccia? 15614 sg., io dannava: e molte cose le quali 1598; del grasso 1524, concedute 1552, per pietá ivi3, il vero 15717 sg., suto 15824, de’ quali 16125, Prusia 16231 (indicata da un vuoto), a tutte 16330 loda e 1655, aggregati 16714 (indicata da un vuoto), per cagione 1707. Molto men numerose le lacune di R2 rispetto ad R1: non le mele 15317, paruto 15610, adempievi 1599 (lezione erronea, da me emendata: cfr. p. 340), poi 16433, figliuolo 16918.
  161. Vale a dire, dopo: desiderato 15024, d’Asia 16229, a Tigrane 17118, è magnifico ivi26, senno 17437.
  162. Di che abbiamo una prova nella lacuna tra poterat e puerile 14712 esistente nel ms. Patetta.
  163. Ossia, quella princeps del Biscioni, che giá conosciamo; quella curata da B. Gamba (Pistola di G. Bocc. a messer Franc. priore di Sant’Apostolo, Milano, 1829); quella del Ciampi (Monum. cit.2, p. 153 sgg.); quella del Corazzini (p. 131 sgg.). Il Ciampi diede il testo dell’ep., pur essendosi pronunziato apertamente contro l’autenticitá d’essa in due scritti pubblicati nel 1827 e nel ’30, poi riprodotti nei Monum.2, pp. 533 sgg. e 546 sgg.
  164. In R1 suona: Messere Giovanni Bocchacci a messere Franciescho priore di Sancto Appostolo, spenditore a Napoli del gram sinischalcho del Reame chiamato messere Nichola Acciaiuoli; in R2 analogamente: Epistola mandata per messer Giovanni Bocchacci ad messer Francesco priore di Sancto Adpostolo di Firenze, spenditore ad Napoli del gran siniscalco degli Acciaiuoli di Firenze. Certamente quella forma «Santo Apostolo» non può riflettere un genitivo sing. dell’invio latino, ché l’uso trecentesco dotto e popolare voleva infallantemente il plurale (per il secolo XV s’incontra qualche deroga: cfr. Traversari, art. cit., p. 101, n.); è possibile, a mio credere, che un «Sanctorum Apostolorum» scritto con i consueti compendi paleografici, e quindi con le desinenze -rum rappresentate dal segno 4, si sia, per imperizia o per sciatteria, trasformato agli occhi del volgarizzatore in «Sancto Apostolo».
  165. Il solo Biscioni emendò bene (Gamba putido, Ciampi sporcido, Corazzini spurido!); spurcidus è boccaccesco (cfr. qui 21127; Hecker, op. cit., indice lessic., p. 317, ad voc.).
  166. Dopo aver accolto terapeutiche nel testo, affacciò in n. con un «forse» la lezione giusta.
  167. In R1 il postillatore (il Salvini: cfr. p. 336, n. 1) notò accanto a queste parole: «sará chiosa», ma in realtá «quisquilie» da solo non vale a esprimere l’idea.
  168. I corvi non s’allevavano in casa nemmeno nel Trecento! Paleograficamente il passaggio si può spiegare cosí: un colōbi si ridusse per qualche accidente a cōbi, e questo fu interpretato alla meglio da un amanuense.
  169. Su Bonaccorso di Cino da Firenze, scultore, cfr. Traversari, Giorn. stor., XLVI, p. 116, n.
  170. Il passo corrispondente manca in R2 (cfr. p. 337, n. 2). Degli editori, il solo Gamba si accorse del guasto e stampò mi proponevi (gli altri adempievi).
  171. E giá il Gamba aveva stampato Samia.
  172. collo fu proposto dubitativamente dal Corazzini.
  173. Anzi R2 reca Miladense, e in margine «o Midalense».
  174. Oronte trovava il Bocc. nella fonte classica della notizia (Val. Max., VI ix).
  175. Le altre stampe patire!
  176. Cfr. non mai 15011, né mai 15540.
  177. Eccetto Gamba, che sostituisce segreti. Il primo emendatore fu il Salvini, il quale in R1 (c. 122 r) postillò: «suorum consiliorum. Il Volgarizzatore invece di leggere consiliorum, lesse filiorum. Di qui raccolgo, che questa lettera fosse scritta dal Bocc. in Latino, siccome da molte maniere Latine che vi sono sparse per entro in questa Volgare si può raccogliere».
  178. Le stampe hanno e ’l francioso, che viene dall’arbitraria risoluzione di el articolo (lezione dei mss.).
  179. Art. cit., pp. 110-2. Le stampe leggono Santo (e santo) spedito, meno quella del Gamba che porta Santo Esercito!
  180. Cfr. Val. Max., VII i; di qui anche la menzione «Aglai sofidii, parvi possessoris agelli» nella Genologia (cfr. Hecker, op. cit., p. 200, l. 30).
  181. E cosí le stampe. Cfr. Val. Max., VI ii.
  182. Cfr. Traversari, art. cit., p. 104; Hauvette, Boccace, p. 372.
  183. La data è stabilita incontestabilmente dal sapersi ormai con certezza che il soggiorno napoletano a cui l’ep. si riferisce durò dal novembre 1362 all’aprile ’63 (cfr. Hecker, op. cit., p. 81, n. 2; Traversari, pp. 113-7 1 Vattasso, pp. 23-5; Giorn. stor., LXV, p. 408). Senza fondamento, come avvertí del resto lo stesso editore, è la data 1367 apposta in calce allo scritto nel tardo e scorretto ms. Marciano seguito dal Gamba (ediz. cit., p. 62, e cfr. p. 72).
  184. Ma «la plus forte déception lui vint de Nelli» (Hauvette, p. 378), e contro di lui è possibile che il Bocc. si sfogasse anche altrove: cfr. Giorn. stor., LXI, pp. 357-60.
  185. Consta di due parti estranee l’una all’altra: la prima (cc. 1-105 della numerazione complessiva) fu scritta negli anni 1464-’65 a Matelica, la seconda (cc. 106-169, mutila in fine) sembra an ch’essa di provenienza marchigiana e si direbbe d’una cinquantina d’anni piú antica; qui è l’ep. del Nostro.
  186. L’ep. reca rispettivamente queste intitolazioni: Insigno (sic) viro magistro Petro de Rethorica per Bocatium, Magistro Petro de Rectoricha per Io. Boccaccio (sic) e Iohannis Bochaccii magistro Petro bononiensi grammatica profexori.
  187. Il Laur. XC inf. 14 ha in particolare, di suo, qualche velleitá di emendamenti lessicali e grammaticali (p. es., se meliorem effici (!) invece di melior effici 17717, eidem inv. di sibi 17819, affectio inv. di affectus ivi24).
  188. Monum.2 cit., pp. 511-4.
  189. In LS prima fu scritto invidentium per effetto di ripetizione, poi surrogato in margine eloquentium.
  190. Le stampe mutarono invece in ut il tu che segue.
  191. La lezione di N non si può conoscere, perché qui la scrittura è distrutta da una macchia d’umiditá.
  192. Da una scrizione patnos con il compendio di er accanto alla parte superiore della t (il passaggio inverso, da un patrios orig. a paternos, è meno probabile).
  193. Il Corazzini pretende che il ms. rechi mi invece di vir.
  194. Studj cit., p. 281.
  195. Novati, La giovinezza di Col. Salutati, Torino, 1888, p. 36 e n. 2; Hauvette, Boccace, p. 443.
  196. Nel period. L’Archiginnasio, XV [1920], p. 165, n. 2.
  197. Cfr. la frase «nunquid de proximo Patavum venturus sim» 17826; contro l’opinione dell’Hauvette, essa mostra che Pietro non era altrove che a Padova, come fu stabilito da me (Giorn. stor., LXV, p. 409 e n. 4) e poi dal Foresti (loc. cit., p. 167, n. 2).
  198. Il Foresti stabilí come probabile inizio della dimora padovana dell’insigne maestro il principio di novembre 1362 (p. 165) e pubblicò un breve da cui risulta ch’egli pattuí di fermarsi per un quinquennio. Dunque il patto scadeva alla fine dell’anno scolastico 1366-’67, ossia nell’autunno del 1367. Il far prolungare d’un anno il soggiorno di Pietro, tacendo in proposito ogni attestazione documentaria, non manca d’essere arbitrario; tuttavia il For. (p. 169), seguito dal Sabbadini (Giov. da Ravenna, Como, 1924, p. 28), assegnò al 1368 il ritorno a Bologna.
  199. Cfr. Giorn. stor., LXV, p. 409 e n. 2.
  200. Cfr. Cochin, Un amico di F. Petr. cit., p. 144 sgg.; De Nolhac, Pétrarque et l’humanisme2 I, p. 114, n. 1.
  201. Mémoires pour la vie de F. Pétrarque, III, Pièces justif., pp. 100-2. Il testo del De Sade contiene numerose omissioni di parole e frasi (p. es., arduum 17912, duos ivi14, ut arbitror ivi13, de te plurima ivi21, mira 1804, et sic me meque 18122, omnem ivi26, «Memoratu dignis» ivi30, ecc.) e parecchie sostituzioni arbitrarie, senza contare quelli che son veri e propri errori di lettura (ricorderò: maxima invece di dignissima 17910, tua per mea e posceret per nosceret 18030, videre per novere ivi34, ingestis per iniectis 18120; carissimum per gratissimum ivi36)
  202. Una volta l’errore fu corretto: di a Bononia 1797, scritto di primo acchito, quell’a fu espunta.
  203. Qualche altro emendamento proposto dal Mascetta-Caracci (Dante e il ‛Dedalo’ petrarchesco, pp. 9 e 111) non mi sembra indispensabile; il solo che abbia una certa consistenza è in secessum invece di in secessu 18118: ma io conservai l’abl. considerando il complemento come indipendente dal «traxit».
  204. Cfr. Cochin, Boccaccio, Firenze, 1901, pp. 105-9; Mascetta-Caracci, op. cit., p. 9, n. 3; Hauvette, Boccace, p. 441, n. 3.
  205. Cfr. p. 327 sg.
  206. Rime di mess. G. Bocc. cit., pp. xxxv-xlv.
  207. Qui. p. 309 e n. 2.
  208. Di questi emendamenti si trovano giá introdotti nel Ricc. 805, per merito del suo scrittore (cfr. qui, p. 348, n. 2), i seguenti: idem 18318, benignitatem ivi31, amicis 18418, Quaternum 1852, frustraveris e deformitatem ivi3; anche in mores per more 1848, la s, scritta in un primo tempo, fu espunta. Dal Ricc. furono poi accolti quasi tutti nel testo Corazzini, che anche corresse di sua mente inspiceres.
  209. Il Ricc. 805 reca giá es 18630 e decebat 18723, e di lí tolse la prima lezione l’editore.
  210. Niccolò era conte di Nola, e al «comiti nolano» è indirizzata un’ep. del Salutati (II, ii): illustrandola il Novati rammentò «il titolo di notaio che gli vediamo attribuito dal Boccaccio» (Epist. di C. Sal., I, p. 58, n. 1). Anche nella prima lettera di Barbato al Nostro abbiamo visto nominarsi «comes nolanus» (qui, p. 332, l. 15).
  211. Nella Genol. il Bocc. usò da prima la forma «ploresiis», che poi emendò «proresiis» (cfr. Hecker, op. cit., pp. 189 e n. 7, 262 e n. 2, 297 e n. 6).
  212. Nel Ricc. 805 videtur 18826 è correttamente rappresentato da vir, manca il secondo offeras 1894 e si legge magnificentie ivi26; l’amanuense e critico tentò anche di correggere Hes per Habes 19021 ma aggravò lo sbaglio (hos), e cosí di ciuus per ciuis ivi30 fece cuius. Il Corazzini segnò alcuni puntini tra inutiles e senio 18910 ed annotò: «Pare che qui vi sia una lacuna in tutti e due i codici [S e Ricc.]»; ma non manca nulla e non v’è traccia di lacuna.
  213. Non soddisfatto, l’amanuense di S appose in margine la nota «alias tria», riferendola a tra con un segno di richiamo.
  214. Lezioni corrette nel Ricc. 805: perlita 1921, progrediebantur ivi2, vero ivi6, abiecta 19312, innumeri16, functos 1942, cetera ivi12, maternum 19512, incunabulis 19612, veteris 19718. Alcuni di questi emendamenti furono accolti dal Baldelli (donde la lezione del Corazzini), altri furono escogitati da lui (p. es., deditorum 19416, credulilatem ivi21, evum ivi26, restituatur ivi29, pigebit 1954, traxisse ivi11, decori ivi16, ego 1962, ipsam 1978); naturalmente, in qualche caso il primo editore accolse quello che andava respinto (come a variis invece del semplice variis 19118, preso dal Ricc.; oratores in luogo di orationes 19336, che, nato da un’errata risoluzione di compendio, fu andato a pescare nell’apografo piú recente dei due contenuti in S, refertam invece di confertam 19214 è una variante marginale — di S, c. 122 v — senza alcun valore, ecc.) o modificò dove non doveva (veni per venit 19124, sententiis sul fondamento di contentiis ch’è a sua volta scorsa di copia del Ricc. per contentus 19225, ecc.). Un’aggiunta arbitraria del Baldelli è Poetae dopo fuere 19320; una surrogazione arbitraria, quel bibisse in luogo di cupientem 1957, che la storpiatura della lezione manoscritta non gli lasciò riconoscere.
  215. Il Bocc. si richiama alla Sen. del Petrarca a lui stesso.
  216. Emendamenti del Ricc.: permaximum 19919, ut te 2004, incognitus ivi7, quam ivi23, liberali 20136, nisu 2028, quodammodo ivi9, eum 20411.13, Patavum ivi30; in qualche caso l’emendatore non seppe raccapezzarsi (p. es., con quel nūc che in S sta a rappresentare iuris 20134 e che nel Ricc. è omesso senz’altro) o storpiò addirittura (nenio 20323 fu letto nemo, e la lezione, che cambia il senso della frase, passò nel Corazzini) ovvero aggiunse quel che non era richiesto (cosí meo dopo preceptori 2044, accolto esso pure dal Corazzini). Nella stampa fu saltata via la clausola quam grandis tibi esset industria 26021 sg.; e ciò basti aver notato, senza attardarmi su altri inconvenienti meno gravi: tra questi debbo per altro ricordare due madornali errori d’interpretazione paleografica (etc. 20330 diventò una semplice et, e la sigla corrispondente a secundo ivi35 fu presa per un hoc!).
  217. E il Corazzini credè di leggere nūc nel Ricc., e per suo conto emendò in «non» nel testo.
  218. Anche l’amanuense del Ricc., dopo avere scritto severamque, ne fece severumque per concordare con cor seguente, e di suram fece, attraverso un tentativo di emendamento, futuram (onde la lezione del Corazzini severumque cor futurum!).
  219. Il menante del Ricc. corresse: faucibus 20511, effectum 20613, corpore 2076, mentibus ivi16, eluxit ivi28, in diem ivi32, permittere ivi33, destitere 20813, tralasciò poi in certissimam 2086, che il Corazzini omise sulla sua autoritá, solo aggiungendo «diem» dopo «infra quartam» (da lui ridotto a «quartam»).
  220. Per questa forma cfr. p. 339, n. 1.
  221. Cosí fu interpretato infatti nell’altra copia di S (c. 42 r), e di lí lo desunse il Corazzini. Invece nel Ricc. passò «secundum».
  222. Emendamenti del Ricc.: sensus 20929, permiseris 21111, pusillanimitatis 2122, daviticum 21322 e defecerit ivi23; un altro, ma grammaticalmente errato, si ha in passionis in luogo di passionem 2103 (e cosí il Corazzini). Suoi trascorsi particolari furono Iudices in luogo di Indices 20918 (e cosí il Cor.) e poculorum in luogo di pio oculorum 2108, che in S appariva scritto in una sola parola prooculorum con la prima sillaba espressa dal noto compendio di pro.
  223. In generale si osserva che le abitudini ortografiche di S hanno una tal quale propensione verso forme arcaiche, che il Bocc. aveva certamente superato. A parte varie grafie rozze ed incongrue che non meritano discussione, le altre si ripartiscono nelle solite serie: 1) mutamento di i in y; 2) uso dell’h, ora da eliminare, ora da inserire; 3) uso dell’x (prossimo 20511, contestum 18819 ed estat 20231); 4) incontri di consonanti (la tendenza generale di S è di semplificare); 5) raddoppiamenti da introdurre (-erimus e -ilimus nelle desinenze del superlativo, comoda 18330, suplicibus 20718, toleret 2023) o da espellere (Appollo, Babillonem 19618, ma soprattutto opportuit 2039 con opportunus e derivati); 6) uso della grafia -ct per -tt; 7) Forme del tipo otium-ocium: meno qualche oscillazione appunto su questa voce e suoi derivati, S ha normalmente offitium, spatium, pretium, sotium 18934, artifitioso 19512, ed invece il Bocc. nell’ortografia degli ultimi anni segue la scrittura con ci; 8) grafie speciali isolate: quidquid di regola, assit 21110, sequutus 19724 e prosequutus 18927, reprensiones 2024, cotidianum 2737-21; coniungium 20827 sará un lapsus calami. Contro l’usuale nil c’è un solo nichil 20023, ridotto alla forma comune. Per la morfologia rilevo due volte hiis 20516 e 2067, accanto a parecchi his.
  224. D. Guerri, Il Commento del Bocc. a Dante, Bari, 1926, p. 19, n. 1 (e cfr. p. 200). Il solo elemento positivo del dubbio sembra rampollare dal fatto che nell’ep. XX si parla di scabbia che avrebbe infestato lo scrittore, mentre nella XXIV, «sicuramente boccaccesca di forma, di dati, di sentimenti», la malattia è descritta con caratteri diversi. Ma basta por mente alle date delle due lettere: due anni e tre mesi corsero dall’una all’altra. Altri rilievi contro queste affermazioni del Guerri furono esposti dall’Hauvette, Giorn. stor., LXXXIX, pp. 150-1.
  225. Cfr. Giorn. stor., LXV, p. 410, dove sono indicati gli opportuni rinvíi alle pagine del Torraca (Per la biogr. cit.) e dell’Hauvette (Boccace); la disposizione assegnata dal primo alle sette epistole (p. 202 sg.) è quella stessa seguita qui, eccetto che per le due XX e XXI, che vanno ritardate di un anno, come fu osservato da me (Giorn. stor., LXI, p. 362, n. 3) e dall’Hauvette (op. cit., p. 449, n. 1). Per compiere la storia di queste discussioni cronologiche, ricorderò che l’ep. XIX fu voluta trasportare dallo Hecker all’autunno del 1371, ciò che imporrebbe un’arbitraria modificazione della data «nonis aprilis» (op. cit., p. 134, n. 2); e che il Mascetta-Caracci con eccessiva disinvoltura critica non trovò ostacolo a crederla del 1368 (cfr. Dante e il ‛Dedalo’ cit., p. 499, n. 2).
  226. Per l’ortografia ho raddoppiato la r a aborentes 2156 e occurente ivi15, dato l’h alla prima di queste due voci e toltola a henim ivi21, scritto conforme all’uso tardivo del Nostro iuditio ivi12, nuptio ivi21 (per numptio) e remictant ivi17. Tipica nell’amanuense la trascuranza del segno di compendio della nasale: continebat, tuc, reassupsi ecc.
  227. Dissertatio historica de ducentis celeberrimis Augustinianis scriptoribus, Roma, 1704, p. 262 sgg. (il ms. vi è erroneamente indicato con la segnatura «Plut. 34, n. 29»).
  228. Op. cit., p. 267, n. 1; sul Laur. XXXIV cfr. qui, p. 265, e sull’altro (dal Cor. malamente designato come «Codice 26, Pluteo 38»), p. 262 sg.
  229. In esso, per riferirmi a lezioni che tra poco avrò a ricordare, marinos 2197 appariva storpiato in maris unus, terrores ivi9 era germogliato in terrore se con la conseguente iterazione del rifless. se, hec ivi24 si era mutato in hoc.
  230. L’ep. è nella prima sezione di S (cfr. qui, p. 327 e n. 7), alle cc. 1 r- 3 r; precede il titolo seguente: Viri preclarissimi atque poete insignis Iohannis Bochaccii de Certaldo epistola explanatoria eglogarum in carmine suo buccolico ad honorandum virum ac sacre theologie doctorem magistrum Martinum de Signa ordinis Heremitarum sancti Augustini (identicamente in L, c. 51 r, solo che qui il cognome del Nostro è Boccaccii e dopo de Signa segue de Florentia).
  231. Su O cfr. qui, p. 300; l’ep. non reca l’incipit, ma si chiude (c. 63 r) con la nota seguente: «Suprascripta epistola per ipsum dominum Iohannem poetam eximium transmissa fuit reverendo viro fratri Martino de Signa ordinis Heremitarum sacre theologie magistro egregio». Del ms. Laur. è assai rozza la patina ortografica; il testo di O presenta qualche omissione e aggiunta di parole per effetto di sbadataggine del Silvestri che lo scrisse, e soprattutto una curiosa illecita intromissione nel pensiero del Bocc. per far cambiare il giudizio ch’egli dá dei fiorentini. Invece di «verum in bellicis nil valemus» 21817, O (dopo aver sostituito «ytalicorum» a «florentinorum» e «sunt» a «sumus», e dopo aver postillato in margine: «alias florentinorum et melius») scrive: «quamquam et re, cum res urget, effectuosissimi»! Si noti anche l’inserzione arbitraria di una longa chiosa sull’Acciaiuoli dopo le parole «ubi de amicitia» 21716.
  232. È nel Laur. XXXIV a guisa d’intitolazione in rubrica (c. 36 r).
  233. sint è, naturalmente, anche in L; invece nel Laur. XXXIV fu scritto sunt poi ridotto a sint.
  234. Ma è di nuovo nel Laur. XXXIV.
  235. E cosí nel Laur. XXXIV.
  236. In luogo di Frater ille Iohannes mendax multum panis il Laur. XXXIV reca Multum panis frater ille Iohannes mendax.
  237. L’ortografia è quella di S, ch’è nel complesso conforme al tipo senile usato dal Nostro (modifico solo le forme asummi 2179, eclesiam 21835 e viceversa opportunum 2172, appostolum 2195, siracusanus 2167, hordelaffis ivi8 ed erba 2196, escogitavit 2168, ansietate 21813 ma subito dopo anx-, demostrentur 2209, obmissa ivi17, nunctia nunctius etc. 22018 sgg., micto 22030 sgg., e licteras 2212, Lodoici 2174.18, adoloscentia 21920, octubris 2219; quanto ai numerosi nomi bucolici, ho costantemente usato le grafie del Bucc. carmen, dalle quali in pochi casi S invece si scosta).
  238. Tra le due clausole «Certaldi VI ydus octobris» di SL e «Certaldi die V mai festinanter» del Laur. XXXIV e di O la sola che sembri da accogliere è quella conforme al calendario latino. Con ciò non posso escludere che risalga al Bocc. anche l’altra, specialmente per quel personale «festinanter»; resta però sempre a spiegare come il divario abbia potuto prodursi. Forse il 5 maggio l’ep. fu buttata giú in fretta, il 10 ottobre trascritta ed inviata a destinazione? In tal caso la datazione corrente o volgare sarebbe legittimata col fatto dell’abbozzo o cattiva copia.
  239. Cfr. qui, p. 264.
  240. Per la biogr. cit., p. 202, n. 1.
  241. Intitola lo scritto cosí: Epistola domini Iohannis Boccaccii de Cerlaldo de Florentia vatis celeberrimi ad Franciscolum generimi domini Francisci Petrarce poete conspicui super eiusdem morte complorativa et laudativa.
  242. A. Traversarii... latinae Epistolae... Adcedit eiusdem Ambrosii Vita, etc., Firenze, 1759, pp. cciii-vi.
  243. Senza enumerare tutte le pecche di questa stampa, rammenterò un enim 22212 letto eius, un alter ivi28 mutato in aliter, un tracti 22423 che diventò tacti, due quoniam 2264.8 malamente interpretati dal compendio in quantum, un lucrando sostituito di fantasia a querendo ivi25, ecc.
  244. L’ortografia del ms. è su per giú quella usata dal Nostro negli ultimi anni, tolta naturalmente la rappresentazione dei digrammi æ œ, che l’amanuense esprime conforme all’uso invalso nel tempo suo. Per il resto non ho avuto che a raddoppiare qualche consonante (terestri, Apennini, assumendam 22326 e sumam 22610 perché il Bocc. scriveva «summere», toleratu, oceani, Africa, auferetur), a togliere o ad inserire qualche h o y (lachrymas, Halicarnassum, hierosolymitanis, bibliotheca, e viceversa arcadum e Ioannes; indus, Heliconis, italorum, e viceversa Posilypi, Smyrnas, inclytus 22631: si cfr. invece incliti 2228), e a modificare lictoribus 22415 lictoris 22524 in litoribus, litoris.
  245. Cfr. qui, pp. 149 e 221. L’ep. al Nelli fu scritta nel 1362, dopo la XI e poco innanzi al disavventurato viaggio a Napoli della fine d’ottobre; quella al Ricasoli fu allegata alla lettera a fra Martino da Signa (a rigore, dall’accenno dell’ep. XXIII non risulta senz’altro che di quest’ultima il Bocc. fosse lo scrivente).
  246. Barbato nella sua ep. In die nativitatis responsiva alla Fam. XXII 4 del Petrarca (Vattasso, Del Petrarca cit., pp. 12-5) fa sapere che fu il Bocc. colui il quale da Firenze gli fece avere quello scritto, «ipsas michi tuas direxit amabiliter licteras»: in tale occasione, senza dubbio, il Nostro scrisse all’amico sulmontino, il che fu tra il 20 aprile del 1360, data della lettera petrarchesca, ed il natale successivo, in cui Barbato la ricevette (per la cronologia qui accolta cfr. Foresti, Per la storia del carteggio tra il Petr. e Barbato di Sulmona, nell’Arch. stor. per le prov. napolet., XLIX). Al Salutati furono indirizzate almeno due lettere del Bocc.: una da Roma, a cui ser Coluccio rispose da Todi il 20 dicembre 1367, ed una a cui fu dato riscontro parecchio tempo dopo da Lucca in data 21 gennaio 1372 (cfr. Novati, Epist. di C. Salutati, I, pp. 47-8 e 156-7).
  247. Qui, p. 182.
  248. Qui, p. 345.
  249. IX, X e XIV; anche l’ep. II è diretta al Petrarca (qui, p. 315, n. 3), ma è probabile che non sia mai stata inviata.
  250. Un elenco di ventotto fu dato dal Corazzini (op. cit., p. xlviii, n. 1); altrettante furono tradotte in francese e stampate insieme in un volume da V. Develay nel 1891 (Lettres de F. Pétrarque á J. Boccace trad. du latin pour la prem. fois, Paris, MDCCCCXI (sic). In questo libro è inclusa nella serie l’ep. metrica III 17, che fu spedita insieme con la Fam. XI 2 (cfr. Foresti, Giorn. stor., LXXIV, pp. 251-3), ed è lasciata indietro, invece, la Fam. XXII 2, debitamente compresa nella lista del Corazzini. Una ventesimanona è quella che comincia Ursit amor tui, dal Fracassetti congiunta arbitrariamente alla Sen. XVII 2, ma separata nell’edizione veneta del 1503, e che deve quindi considerarsi come l’ultima lettera dell’epistolario petrarchesco (cfr. Zardo, Il Petr. e i Carraresi, pp. 216-7; Avena, negli Atti d. Accad. d’agric., scienze, lett., arti e comm. di Verona, serie quarta, V [1904]). Di una trentesima, infine, si può parlare considerando che la Sen. V 1, nel suo testo definitivo, risulta una contaminatio, cioè «la fusione in una di due lettere, scritte a breve distanza di tempo l’una dall’altra, tutte e due nel dicembre 1365, e che il Boccaccio ricevette a suo tempo separatamente», come fu dimostrato dal Foresti (ne’ Rendiconti del R. Ist. Lombardo di scienze e lettere, LVII [1924], p. 469 sgg.). A lettere petrarchesche, non identificabili con alcune di quelle sopra ricordate, si allude nelle Fam. XVIII 15 e XXII 2; perdute sono anche quelle che il Bocc. ricevé a Firenze il 16 aprile 1362 e l’altra che fu scritta da Pavia il 29 maggio ’67: di esse si parla rispettivamente nella XI e nella XIV del Nostro (qui, pp. 145 e 181).
  251. «Ex multis epistolis quas his temporibus tuas legi».
  252. Cfr. qui, p. 349, n. 1.
  253. Qui, p. 227.
  254. Cfr. Foresti, nel period. L’Archiginnasio, XV, p. 163 e n. 3.