Opere minori 1 (Ariosto)/Elegie e Capitoli/Elegia XV

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Elegia XV

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ELEGIA DECIMAQUINTA.




     O lieta piaggia, o solitaria valle,
O culto monticel che mi difendi
3L’ardente sol con le tue ombrose spalle:
     O fresco e chiaro rivo che discendi
Nel bel pratel tra le fiorite sponde,
6E dolce ad ascoltar mormorío rendi:
     O se Driade alcuna si nasconde
Tra queste piante; o s’invisibil nôta
9Leggiadra Ninfa nelle gelide onde;
     O s’alcun Fauno qui s’avventa o rôta,
O contemplando stassi alta beltade
12D’alcuna diva a’ mortali occhi ignota:
     O nudi sassi, o malagevol strade,
O tener’erbe, o ben nodriti fiori
15Da tepide aure e liquide rugiade;
     Faggi, pini, ginepri, olive, allôri,
Virgulti, sterpi, o s’altro qui si trova
18Ch’abbia notizia de’ mie’ antichi amori:
     Parlare, anzi doler con voi mi giova;
Che, come al vecchio gaudio, testimoni
21Mi siate ancora alla mestizia nôva.

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     Ma pria che del mio mal oltra ragioni,
Dirò chi io sia; quantunque de’ mie’ accenti
24Vi devrei esser noto ai primi suoni:
     Ch’io solea i miei pensier lieti e contenti
Narrarvi, e mi risposero più volte
27I cavi sassi alle parole attenti.
     Ma stommi dubbio che l’acerbe e molte
Pene amorose sì m’abbiano afflitto,
30Che le prime sembianze mi sien tolte.
     Io son quel che solea, dovunque dritto
Arbor vedeva, o tufo alcun men duro,
33Della mia dea lasciarvi il nome scritto.
     Io son quel che solea tanto sicuro
Già vantarmi con voi, che felice era,
36Ignaro, aimè! del mio destin futuro.
     S’io porto chiusa la mia doglia fiera,
Morir mi sento; e s’io ne parlo, acquisto
39Nome di donna ingrata a quell’altiera.
     Per non morir, rivelo il mio cor tristo;
Ma solo a voi, che in gli altri casi miei
42Sempre mai fidi secretarî ho visto.
     Quel che a voi dico, ad altri non direi:
Io credo ben che resteran con voi,
45Come già i buoni, or gli accidenti rei.
     Quella, oïmè! quella, oïmè!1 da cui
Con tant’altro principio di mercede
48Tra i più beati al ciel levato fui;
     Che di fervente amor, di pura fede,
Di strettissimo nodo, da non sciôrse
51Se non per morte mai, speme mi diede;
     Or non mi ama nè apprezza, ed odia forse,
E sdegno e duol credo che ’l cor le punga
54Che ad essermi cortese unqua si tôrse.
     Una dilazïon già m’era lunga
D’una notte intermessa; ed ora, ahi lasso!
57Il mio contento a mesi si prolunga.
     Nè si scusa ella, che non m’apra il passo

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Perchè non possa, ma perchè non vuole:
60E qui si ferma, ed io supplico a un sasso;
     Anzi a una crudel’aspide,2 che suole
Atturarsi l’orecchie, acciò placarse
63Non possa per dolcezza di parole.
     Non pure al soavissimo abbracciarse
Dell’amorose lotte, e a’ dolci furti,
66Le dolci notti a ritornar son scarse;
     Ma quelli baci ancora, a’ quai risurti
Miei vital’ spirti son spesso da morte,
69Mi niega, o mi dà a forza secchi e curti.
     Le belle luci (oimè! quest’è il più forte)
Si studian che di lor men fruir possa,
72Poi che si son di più piacermi accorte.
     Così quand’una e quand’un’altra scossa
Dà per sveller la speme di cui vivo,
75Per cui morrò, se fia da me rimossa.
     O di voi ricco, donna, o di voi privo,
Esser non può che più di me non v’ami,
78E me, per voi prezzar, non abbia a schivo.
     Si che pel danno mio, ch’io mi richiami
Di voi, non vi crediate: più mi spiace,
81Che questo troppo il vostro nome infami.
     Ogni lingua di voi sarà mordace,
Se s’ode mai che un sì benigno giogo
84Rotto abbia, o sciolto, il vostro amor fugace.
     O non legarlo, o non sciôr fino al rogo
Dovea; chè in ogni caso, ma più in questo,
87Mal dopo il fatto il consigliarsi ha luogo.
     Il pentir vostro esser dovea più presto:
E, se ben d’ogni tempo non potea
90Se non molto parermi acre e molesto;
     E voi non potevate se non rea
Esser d’ingratitudine, se tanta
93Servitù senza premio si perdea;
     Pur io non sentirei la doglia, quanta
La sento per memoria di quei frutti
96Ch’or mi niega di accôr3 l’altera pianta.

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     L’esserne privo causa maggior lutti,
Poi ch’io n’ho fatto il saggio, che non fôra
99Se avuto ognor n’avessi i denti asciutti.
     D’ingrata e di crudel dar nota allora
Io vi potea: d’ingrata e di crudele,
102Ma di più, dar di perfida posso ora.
     Or queste sieno l’ultime querele
Ch’io ne faccia ad altrui: non men secreto
105Vi sarò, ch’io vi sia stato fedele.
     Voi, colli e rivi e Ninfe, e ciò che a drieto
Ho nominato, per Dio, quanto io dico
108Qui con voi resti. Così sempre lieto
     Stato vi serbi ogni elemento amico.




Note

  1. Avendo altrove seguito in questo componimento, come già fece il Molini, le lezioni addottate dal Barotti e dal Pezzana, ci è piaciuto qui attenerci a quella del Rolli, il quale faceva su di essa la seguente, secondo noi, sensata osservazione: «Con somma finezza il nostro autore rende oimè trisillabo, » sciogliendo il dittongo oi, onde il verso riesce a maraviglia più espressivo della dolente sua passione.»
  2. Di aspide osato al femminile, dànno esempio antico e prosastico le Giunte Veronesi.
  3. Anche il Rolli: «d’accôr.» Il Molini dice da osservarsi il verbo Accôrre invece di Cogliere. Aggiungeremmo, e non imitabile.