Opere minori 1 (Ariosto)/Elegie e Capitoli/Elegia XVI

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Elegia XVI

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ELEGIA DECIMASESTA.




     1Lasso, come potrò chiudere in versi
L’alta beltade, e quel vago disio,
3Ove sì ingordi gli occhi e il côre apersi?
     Che se ben lor valor misuro e ’l mio,
Essendo debil questo e quello immenso,
6Ben debbo esser nel dir lento e restio.
     Ma se ben ugualmente i’ non dispenso
Alla man quei concetti adorni ed alti
9Che per gli occhi nel cuor mi formo e penso;
     Pur suolsi dir che ’n gli amorosi assalti,
Passione occulta e virtù non intesa
12Rado avvien che s’alleggi e che si esalti.
     Però, a rimedio della mente accesa,
Ed a gloria di quella alma beltade,
15La debil penna nella mano ho presa.
     O singolar virtù, vera onestade,
Che mi sospingi là dove, se manca
18Tuo ajuto, la virtù mia morta cade;

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     Déttami con qual modo illustra e imbianca
All’apparire il tuo beato lume
21L’occaso, dove ogn’alma imbruna e sbianca:
     Come il cieco disir mette ale o piume,
Perchè continuo i’ stia là dove ardendo
24Nodrisco gli occhi, ben che ’l côr consume:
     Come ne’ tuoi per gli occhi miei fuggendo
L’alma ardente s’annida, e trova pace
27Nell’amorosa brama, in te vivendo:
     Quanto agli ardenti sensi giova e piace
Un sì leggiadro nodo, dove avvinto,
30L’antica libertade al côr dispiace:
     Qual mi facc’io, quando talor sospinto
Dall'amorosa sferza, mostro aperto
33Nel volto il core dal disir dipinto.
     Del riso non dirò, perch’io so certo
Che a quel, nè al dolce suon delle parole,
36Non pure uman pensiero agguaglia il merto.
     Ma chi descriver puote a pieno il sole,
E ’l suo tanto splendor, sì che comprenda
39L’orecchio ciò che l’occhio apprender suole?
     Non è valore uman che tanto ascenda;
E se vi è pur che a tanta altezza arriva,
42Grazia rado concessa è che ’l commenda.
     Però ritorna il debil legno a riva:
Insana voglia, che ’n tal mar t’esponi,
45La cui profondità di fine è priva!
     Assai fia se ’l disio tuo in parte esponi;
Che sì altera beltà, par che ad oggetto
48Agli occhi il ciel, non alla lingua, il doni.
     Dunque, per te s’intenda che nel petto
Pensier non ho che non corra al bel volto:
51Sì Amor nel dolce nodo il cor m’ha stretto!
     Che ognor la lingua in quegli accenti ho vôlto,
Onde risuona il grazïoso nome,
54Che a ogn’altro m’ha l’entrata e ’l corso tolto:
     Che mi son lievi l’amorose some,
Gravi ad ogn’altro, pel desir che spera
57Che alfin tanta durezza i’ vinca e dome:
     Come sigil non fa sì espressa in cera
Imago, come in me speme e timore
60Forma il bel raggio della luce altera;

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     E come io son sì ingordo al bel splendore,
Che abbandonando tutti gli altri sensi,
63L’alma negli occhi corsa ardendo môre;
     E ch’in me vita il cor più non dispensi,
Quando, quasi stordito, nel bel seno
66Con gli occhi corran tutti i spirti intensi.
     Aimè! dove corr’io sì a lento freno?
Fede non troverà tanta mia brama,
69E so che ’l dirne, a quel ch’io sento, è meno.
     In tutti gli altri, le voci e la fama
Suole aggrandir la verità nel grido,
72Ma non gli effetti della mente ch’ama.
     Occhi leggiadri, dunque, dove ha nido
La stanca vita, e quella pura fede,
75Per cui pace trovare ancor mi fido;
     Date il perdono al stil mio, ch’ei vi chiede,
Per tacer vostra altezza, chè tal pondo
78La mia virtute senza modo eccede.
     E tu, caldo disir, vago e profondo,
Che chiudi fôco e amor tanto fervente,
81Che, inteso, solo ti farebbe al mondo;
     Acqueta i pensier tuoi nel fôco ardente,
Poi che la man non rende forma uguale
84A quella che ritrae l’accesa mente.
     Spera, e vedrai che ’n la piaga d’un strale,
Quel che non mostran voci, inchiostri e carte,
87Mostrerà il tempo; e conosciuto il male,
     Se non ti sana Amor, gli ha perso l’arte.




Note

  1. Questa Elegia, da chi ci ebbe preceduti, fu tolta dalle antiche edizioni dell’Erbolato, fatte in Venezia e in Ferrara, al fine delle quali si trova. Sembra, per lo stile, da annoverarsi tra le cose del nostro più giovanili.