Opere minori 1 (Ariosto)/Poesie latine/Liber primus/Carmen I

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Carmen I

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Poesie latine - Liber primus Poesie latine - Carmen II
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I.

DE LAUDIBUS PHILOSOPHIÆ,

AD ALPHONSUM PRINCIPEM ESTENSEM.

FRAGMENTA.1


.        .        .        .        .        .        .        .        .
Extollit clamor patrem, pars murmure laudat
Dicta Iovis tacito iam iam labentis ad ægros
Terrigenas: animis adeo cœlestibus hæret
Cura, licet toties recidivæ in crimina gentis!
Orbe iacet medio, superis tunc hospita, tellus,
Cum longo innocuis habitata est gentibus ævo,
Qua pelusiacos aditus, perque ora Canopi
Amne petit gemino sinuosa volumina ponti
Nilus, et in latum cogit succrescere campos,
Aridaque humenti fœcundat iugera limo.
Iuppiter hic claro delapsus ab æthere iussit
Numina cuncta epulis positæ discumbere mensæ,
Lætus ut unigenæ celebret natalia Divæ.

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Conveniunt superi, tenuit mora nulla vocatos:
Inde maris terræque Deos simul impiger omnes
Mercurius monuit phariis accedere mensis;
Quos pater omnipotens hilari inter pocula fronte
Accipit, et meritum cunctis largitur honorem.
O fortunati quorum succedere tectis
Dignata est hæc sancta cohors! Nondum impia tristes
Hauserat implacidi Busyridis ara cruores,
Tum neque polluerat fraternâ cæde Typhaon
Gramina, nec lachrymis fueras quæsitus, Osyri.
Interea eoas volitat vaga fama per urbes
Cœlicolûm visos mortali lumine cœtus
Ducere niliacis pariter convivia terris.
Tum numerum ex omni properantem parte videres,
Hospitis ut præsens veneretur lumina tanti.
Pars aderat Vulcanus huic septemflue proles
Nile tua, haud phariis probitate ignota colonis:
Affluit et Libyâ genitus, qui sydera torquet:
Deseruit claræ urbis opus ter maximus Hermes:
Legifer hinc Moses, illinc pia turba frequentat,
Casta quidem, sed rara tamen; namque inclyta virtus
Negligit infausti fœdata examina vulgi.
Hos habuit Iove nata suis penetralibus (urbes
Ex illo monitu superûm cultura) ministros.
Tum primum a silice antiquum genus exuit ægram
Segnitiem, cœpitque rudes deponere cultus.
Paulatim ignipedum quis cursus frænet equorum
Quærere, quæ mundi fuerit nascentis origo,
Mentibus obrepens deturbet cura quietos,
Utque simul fragiles artus prostrarit Anance,
Nulla perenne sibi formidet funera nomen.
Dexter eris rediens hominum iustissime cœptis.
Namque tuam nunc forte tenet cura altera mentem,2

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Quod procul Insubrum iudex delectus in oris
Concilias, solitâque animi probitate revincis
Pace Deûm populos inimico Marte furentes.
Seu Sophia ulcisci bello, seu pace tueri
Flagitet, herculeam vel opem si poscat utrumque,3
Iusta quis invicto sumet te fortius arma,
Qui tot parta refers propriâ virtute trophæa?
Vel quis pace frui tribuet sapientius alter,
Qui mediam Latii servasse laboribus urbem4
Solus inexhaustâ caneris virtute? Tuum sic
Fortunata diu iactet Ferraria munus,
Quo rediviva suas reparet Tritonia laudes.
.        .        .        .        .        .        .        .        .




Note

  1. Accettiamo la mutazione del titolo, proposta e con assai buone ragioni difesa dal Baruffaldi; dovechè in tutte l’altre edizioni, che dal Pigna lo ricopiarono, leggevasi falsamente: Ad Alphonsum Ferrariæ Ducem tertium. Dimostrò lo stesso biografo, esser questa una delle più giovanili composizioni di Lodovico, e probabilmente un accozzo degli avanzi diversi della orazione che l’Ariosto avea recitata nel duomo di Ferrara per la solenne riapertura degli studi nell’anno 1495. Dopo una tale scoperta, che sembra confermata e dal costume di dettare quelle orazioni anche in versi e dalla testimonianza di Gabriele fratello del poeta, questa poesia non potrebbe in altro modo commentarsi, come faremo nelle note susseguenti, se non colle parole del medesimo Baruffaldi; al cui libro tuttavia rimandiamo il lettore curioso di saperne altri e più minuti particolari.
  2. «Il duca Ercole, costretto contro sua voglia dal papa e dal duca di Milano suo genero ad entrare nella famosa lega difensiva — (formatasi nel 1495 contro il re Carlo VIII di Francia), — volendo pur mantenere quanto poteva la neutralità, permise che due suoi figli militassero in quella guerra nelle due armate contrarie; cioè don Ferrante in quella del re Carlo, e il principe Alfonso in quella de’ collegati. Quest’ultimo partì da Ferrara colla moglie e numerosa compagnia d’uomini d’arme, e recòssi a Milano; dove giunto ai 15 giugno, fu lasciato governatore dello stato dallo Sforza, il quale andò ad incontrare il re Carlo, che stava per entrare in Lombardia: ed ecco perchè il nominato Alfonso dicesi Insubrum iudex delectus in oris.» Baruffaldi, Vita ec., pag. 77-78.
  3. «Accenna la neutralità o mediazione del duca Ercole. Sembra però l’Ariosto recitasse la sua orazione verso la fine di giugno, o al più tardi sul principio di luglio; dappoichè il giorno sei accadde la gran battaglia al Taro, nella quale ebbero la peggio i Collegati, e segnatamente soffrì grandissima perdita la squadra del principe Alfonso, comandata dal capitano Pochintesta. Dopo un tale sinistro, i versi encomiastici di Lodovico sarebbero stati assai male a proposito.» Baruffaldi ec., pag. 78.
  4. «Allude l’Ariosto ad altro anteriore avvenimento, cioè all’andata e dimora dello stesso Alfonso in Roma l’anno 1492, dove con nobilissima ambasceria era stato mandato dal duca suo padre al pontefice Alessandro VI; ed ivi co’ suoi maneggi eragli riuscito di dissipare altro turbine di guerra minacciato a Roma ed allo stato.» Lo stesso, ivi.