Opere minori 1 (Ariosto)/Satire/Satira III

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Satira III

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SATIRA TERZA.




A MESSER ANNIBALE MALEGUCCIO.


     Da tutti gli altri amici, Annibal, odo,
Fuor che da te, che sei per pigliar moglie:
3Mi duol che ’l celi a me; che ’l facci, lodo.
     Forse mel celi perchè alle tue voglie
Pensi che oppor mi debbia, come io danni,
6Non l’avendo tolta io, s’altri la toglie.
     Se pensi di me questo, tu t’inganni:
Ben che senza io ne sia, non però accuso
9Se Piero l’ha, Martin, Polo e Giovanni.
     Mi duol di non l’avere;1 e me ne iscuso
Sopra varî accidenti che l’effetto

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12Sempre dal buon voler tennero escluso.
     Ma fui di parer sempre, e così detto
L’ho più volte, che senza moglie a lato
15Non puote uomo in bontade esser perfetto.2
     Nè senza si può star senza peccato;
Chè chi non ha del suo, fuori accattarne,
18Mendicando o rubandolo, è sforzato.
     E chi s’usa a beccar dell’altrui carne,
Diventa ghiotto, ed oggi tordo o quaglia,
21Diman fagiani, un altro dì vuol starne.
     Non sa quel che sia amor, non sa che vaglia
La caritade; e quindi avvien che i preti
24Sono sì ingorda e sì crudel canaglia.
     Che lupi sieno e che asini indiscreti,
Mel dovreste saper dir voi da Reggio,3
27Se già il timor non vi tenesse cheti;
     Ma senza che ’l diciate, io me ne avveggio.
Della ostinata Modena4 non parlo,
30Che, tutto che stia mal, morta star peggio.
     Pígliala se la vuoi; fa, se dêi farlo;
E non voler come il dottor Buonleo,5
33Alla estrema vecchiezza prolungarlo.
     Quella età più al servizio di Lieo,
Che di Vener conviensi: si dipinge
36Giovane fresco, e non vecchio. Imeneo.
     Il vecchio, allora che ’l desir lo spinge,
Di sè prosume e spera far gran cose;
39Si sganna poi che al paragon si stringe.
     Non voglion rimaner però le spose
Nel danno sempre: ci è mano adiutrice,
42Che sovviene alle pover’ bisognose.
     E, se non fosse ancor, pur ognun dice
Che gli è così: non pôn fuggir la fama,

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45Più che del ver, del falso relatrice;
     La qual patisce mal chi l’onor ama.
Ma questa passïon6 debole e nulla,
48Verso un’altra maggior, ser Jorio chiama.
     Peggio è, dice, vedersi un nella culla,
E per casa giocando ir duo bambini,
51E poco prima nata una fanciulla;
     Ed esser di sua età giunto a’ confini,
E non aver chi dopo sè lor mostri
54La via del bene, e non li fraudi e uncini.7
     Pígliala, e non far come alcuni nostri
Gentiluomini fanno, e molti fêro,
57Ch’or giaccion per le chiese e per li chiostri.
     Di mai non la pigliar fu il lor pensiero
Per non aver figliuoli, che far pezzi
60Debbian di quel che a pena basta intiero.
     Quel che acerbi non fêr, maturi e mézzi
Fan poi con biasmo: trovan nelle ville
63E nelle cucine anco a chi far vezzi.
     Nascono figli, e crescon le faville;
Ed al fin, pusillanimi e bugiardi,
66S’inducono a sposar villane e ancille,
     Perchè i figli non restino bastardi.
Quindi è falsificato di Ferrara
69In gran parte il buon sangue, se ben guardi:
     Quindi la gioventù vedi sì rara,
Che le virtudi e li bei studi, e molta
72Che degli avi materni i stili impara.
     Cugin,8 fai bene a tôr moglier; ma ascolta:
Pensaci prima; non varrà poi dire
75Di no, s’avrai di sì detto una volta.
     In questo il mio consiglio proferire
Ti vuò, e mostrar, se ben non lo richiedi,
78Quel che tu dêi cercar, quel che fuggire.
     Tu ti ridi di me forse, e non vedi
Come io ti possa consigliar, ch’avuto
81Non ho in tal nodo mai collo nè piedi.

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     Non hai, quando dui giocano, veduto
Che quel che sta a vedere ha meglio spesso
84Ciò che s’ha a far, che ’l giocator, saputo?
     Se tu vedi che tocchi, o vada appresso
Il segno il mio parer, dàgli il consenso;
87Se no, réputal sciocco, e me con esso.
     Ma prima ch’io ti mostri altro compenso,
T’avrei da dir,9 che se amorosa face
90Ti fa pigliar moglier, che segui il senso.
     Ogni virtude è in lei, s’ella ti piace:
So ben che nè orator latin nè greco
93Saría a dissuadertilo efficace.
     Io non son per mostrar la strada a un cieco;
Ma se tu il bianco e il rosso e il ner comprendi,
96Esamina il consiglio ch’io ti arreco.
     Tu che vuoi donna, con gran studio intendi
Qual sia stata e qual sia la madre, e quali
99Sien le sorelle, se all’onore attendi.
     S’in cavalli, s’in buoi, s’in bestie tali
Guardiam le razze, che faremo in questi,
102Che son fallaci più ch’altri animali?
     Di vacca nascer cerva non vedesti,
Nè mai colomba d’aquila; nè figlia
105Di madre infame, di costumi onesti.
     Oltre che il ramo al ceppo s’assimiglia,
Il dimestico esempio, che le aggira
108Pel capo sempre, ogni bontà scompiglia.
     Se la madre ha duo amanti, ella ne mira
A quattro, a cinque e spesso a più di sei,
111Ed a quanti più può la rete tira:
     E questo, per mostrar che men di lei
Non è leggiadra, e non le fûr del dono
114Della beltà men liberali i Dei.
     Saper la balia e le compagne è buono;
Se appresso il padre sia nodrita, in corte,
117Al fuso, all’ago, pur in canto e in suono.
     Non cercar chi più dote, chi ti porte
Titoli e fumi, e più nobil parenti,
120Che al tuo aver si convenga e alla tua sorte,
     Che difficil sarà, se non ha venti

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Donne poi dietro e staffieri e un ragazzo
123Che le sciorini il cul,10 tu la contenti.
     Vorrà una nana, un buffoncello, un pazzo,
E compagni da tavola e da giuoco,
126Che tutto il dì la tengano in sollazzo.
     Nè tòr di casa il piè nè mutar loco
Vorrà senza carretta:11 bench’io stimi,
129Fra tante spese, questa spesa poco;
     Che se tu non la fai, che sei de’ primi
E di sangue e d’aver nella tua terra,
132Non la faran già quei che son degl’imi.
     E se mattina e sera ondeggiando erra
Con cavalli a vettura la Giannicca;
135Che farà chi del suo li pasce e ferra?
     Ma se l’altre n’han dui, ne vuol la ricca
Quattro: se le compiaci più che ’l conte
138Rinaldo mio,12 la ti avviluppa e ficca.
     Se le contrasti, pon la pace a monte;
E, come Ulisse al canto, tu l’orecchia
141Chiudi a pianti, a lamenti, a gridi ed onte:
     Ma non le dire oltraggio, t’apparecchia
Cento udirne per uno, e che ti punga
144Più che punger non suol vespe13 nè pecchia.
     Una che ti sia ugual, teco si giunga;
Che pôr non voglia in casa nuove usanze,
147Nè più del grado aver la coda lunga.
     Non la vuò tal che di bellezze avanze
L’altre, e sia in ogni invito, e sempre vada
150Capo di schiera per tutte le danze.
     Fra bruttezza e beltà truovi una strada,

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Dove è gran turba: nè bella nè brutta,
153Che non t’ha da spiacer, se non ti aggrada.
     Chi quindi esce, a man ritta truova tutta
La gente bella, e dal contrario canto
156Quanta bruttezza ha il mondo esser ridutta.
     Quinci più sozze, e poi più sozze quanto
Tu vai più innanzi; e quindi truovi i visi
159Più di bellezza, e più, tenere il vanto.
     S’ove dêi tôr la tua vuoi ch’io t’avvisi,
O nella strada o a man ritta, nei campi
162Dirò, ma non di là troppo divisi.
     Non ti scostar, non ir dove tu inciampi
In troppo bella moglie, sì che ognuno
165Per lei d’amor e di desire avvampi.
     Molti lei tenteranno, e quando ad uno
Repugni, o a dui a tre, non stare in speme
168Che non ne debbia aver vittoria alcuno.
     Non la tôr brutta, chè torresti insieme
Perpetua noja: medïocre forma
171Sempre lodai, sempre dannai le estreme.
     Sia di buon’aria, sia gentil, non dorma
Con gli occhi aperti; chè più l’esser sciocca,
174D’ogni altra ria deformità, deforma.
     Se questa in qualche scandalo trabocca,
Lo fa palese in modo, che dà sopra
177Li fatti suoi faccenda ad ogni bocca.
     L’altra più saggia si conduce all’opra
Secretamente; e studia, come il gatto,
180Che la immondizia sua la terra copra.
     Sia piacevol, cortese; sia d’ogni atto
Di superbia nimica; sia gioconda,
183Non mesta mai, non mai col ciglio attratto.
     Sia vergognosa; ascolti, e non risponda
Per te, dove tu sia; nè cessi mai,
186Nè mai stia in ozio: sia polita e monda.
     Di dieci anni o di dodici, se fai
Per mio consiglio, sia di te minore:
189Di pare o di più età non la tôr mai;
     Perché passando, come fa, il migliore
Tempo e i begli anni in lor prima che in noi,
192Ti parría vecchia, essendo anco tu in fiore.
     Però vorrei che ’l sposo avesse i suoi

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Trent’anni; quella età che ’l furor cessa,
195Presto al voler, presto al pentirsi poi.
     Tema Dio; ma che udir più d’una messa
Voglia il dì, non mi piace; e vuò che basti
198S’una due volte l’anno si confessa.
     Non voglio che con gli asini che basti
Non portano,14 abbia pratica, nè faccia
201Ogni dì tórte al confessore e pasti.
     Voglio che si contenti della faccia
Che Dio le diede, e lassi il rosso e ’l bianco
204Alla signora del signor Ghinaccia.15
     Fuor che lisciarsi, un ornamento manco
D’altra ugual gentildonna ella non abbia:
207Liscio non vuò, nè tu, credo, il vogli anco.
     Se sapesse Erculan dove le labbia
Pon quando bacia Lidia, avría più a schivo,
210Che se baciasse un cul marcio di scabbia.
     Non sa che ’l liscio è fatto col salivo16
Delle Giudee, che ’l vendon; nè con tempre
213Di muschio ancor perde l’odor cattivo.
     Non sa che con la merda si distempre
Di circoncisi lor bambini, il grasso
216D’orride serpi, che in pastura han sempre.17
     Oh quante altre sporcizie addietro lasso,
Di che s’ungono il viso, quando al sonno
219S’acconcia il steso fianco e ’l ciglio basso!
     Sì che quei che le baciano, ben pônno
Con men schivezza e stomachi più saldi
222Baciar lor anco a nuova luna il conno.
     Il solimato e gli altri unti ribaldi,
Di che ad uso del viso empion gli armari,
225Fan che sì tosto il viso lor s’affaldi;18
     O che i bei denti, che già fur sì cari,
Lascian la bocca fetida e corrotta,
228O neri e pochi restano e mal pari.

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     Segua le poche e non la volgar frotta;
Nè sappia far la tua bianco nè rosso,19
231Ma sia del filo e della tela dotta.
     Se tal la truovi, consigliar ti posso
Che tu la prenda: se poi cangia stile,
234E che si tiri alcun galante addosso,
     O faccia altra opra enorme; e che simíle
Il frutto, in tempo di ricôr, non esca
237Ai molti fior che avea mostrato aprile;
     Della tua sorte, e non di te t’incresca,
Che20 per indiligenza e poca cura
240Gusti diverso21 all’appetito l’esca.
     Ma chi va cieco a prenderla a ventura,
O chi fa peggio assai, che la conosce
243E pur la vuol, sia quanto voglia impura;
     Se poi pentito si batte le cosce,
Altro che sè non dê imputar del fallo,
246Nè cercar compassion delle sue angosce.
     Poi ch’io t’ho posto assai bene a cavallo,
Ti voglio anco mostrar come lo guidi,
249Come spinger lo dêi, come fermallo.
     Tolto che moglie avrai, lascia li nidi
Degli altri, e sta sul tuo; chè qualche augello,
252Trovandol senza te, non vi si annidi.
     Falle carezze, ed amala con quello
Amor che vuoi ch’ella ami te; aggradisci,
255E ciò che fa per te pajati bello.
     Se pur talvolta errasse, l’ammonisci
Senz’ira, con amor; e sia assai pena,
258Che la facci arrossir senza por lisci.
     Meglio con la man dolce si raffrena
Che con forza il cavallo, e meglio i cani
261Le lusinghe fan tuoi che la catena.
     Questi animal che son molto più umani,
Corregger non si dên sempre con sdegno,
264Né, al mio parer, mai con menar di mani.
     Ch’ella ti sia compagna abbi disegno;
Non, come comperata per tua serva,

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267Reputa aver in lei dominio e regno.
     Cerca di soddisfarle ove proterva
Non sia la sua domanda; e, compiacendo,
270Quanto più amica puoi te la conserva.
     Che tu la lasci far, non ti commendo,
Senza saputa tua, ciò ch’ella vuole:
273Che mostri non fidarti, anco riprendo.
     Ire a conviti e pubbliche carole
Non le vietar, nè alli suoi tempi a chiese,
276Dove ridur la nobiltà si suole.
     Gli adúlteri nè in piazza nè in palese,
Ma in casa di vicini di commatri,
279Balie e tal genti,22 han le lor reti tese.
     Abbile sempre, ai chiari tempi e agli atri,
Dietro il pensier, nè la lasciar di vista;
282Che ’l bel rubar suol far gli uomini latri.
     Studia che compagnía non abbia trista:
A chi ti vien per casa abbi avvertenza;
285Chè fuor non temi, e dentro il mal consista:
     Ma studia farlo cautamente, senza
Saputa sua; che si dorría a ragione,
288Se in te sentisse questa diffidenza.
     Lévale, quanto puoi, la occasïone
D’esser puttana; e pur se avvien che sia,
291Almen ch’ella non sia per tua cagione.
     Io non so la miglior di questa via
Che già t’ho detta, per schivar che in preda
294Ad altri la tua donna non si dia.
     Ma s’ella n’avrà voglia, alcun non creda
Di ripararci: ella saprà ben come
297Far ch’al suo inganno il tuo consiglio ceda.
     Fu già un pittor, Galasso era di nome,23
Che dipinger il diavolo solea
300Con bel viso, begli occhi e belle chiome;
     Nè piei d’augel nè corna gli facea,
Nè facea sì leggiadro nè sì adorno

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303L’angel da Dio mandato in Galilea.
     Il diavol, riputandosi a gran scorno
Se fosse in cortesía da costui vinto,
306Gli apparve in sogno un poco innanzi il giorno;
     E gli disse in parlar breve e succinto
Chi egli era, e che venía per render merto
309Dell’averlo sì bel sempre dipinto:
     Però lo richiedesse, e fosse certo
Di subito ottener le sue dimande,
312E di aver più che non se gli era offerto.
     Il meschin, ch’avea moglie d’ammirande
Bellezze, e ne vivea geloso, e n’era
315Sempre in sospetto ed in angustia grande;
     Pregò che gli mostrasse la maniera
Che s’avesse a tener perchè il marito
318Potesse star sicur della mogliera.
     Par che ’l diavolo allor gli ponga in dito
Uno anello, e ponendolo gli dica:
321— Fin che cel tenghi, esser non puoi tradito. —
     Lieto che omai la sua senza fatica
Potrà guardar, si sveglia il mastro, e truova
324Che ’l dito alla mogliera ha nella fica.
     Questo anel tenga in dito, e non lo mova
Mai chi non vuol ricevere vergogna
327Dalla sua donna; e a pena anco gli giova,
     Pur ch’ella voglia, e farlo si dispogna.




Note

  1. Vedi la nota 4 a pag. 156. Siccome è però incerto il tempo in cui Lodovico si ammogliasse veramente coll’Alessandra Benucci, così riman dubbio se qui parli da senno, o per coprire di segreto un vincolo che giovavagli di tenere occulto per non perdere le sue rendite ecclesiastiche.
  2. Questa sentenza, e le spiegazioni che seguono, sono assai chiare; nè fa d’uopo d’inculcare ai lettori: «Mirate la dottrina che s’asconde Sotto ’l velame de li versi...,» per intendere come l’Ariosto la pensasse per ciò che riguarda il celibato.
  3. La città di Reggio, che nel 1512 erasi arresa alle armi di Giulio II, nella guerra che questi avea mosso al duca di Ferrara, continuò sotto il dominio ecclesiastico sino al 1523.
  4. Modena si era già data al pontefice, per opera di Gherardo e Francesco Rangoni, sino dal 1510. — (Barotti e Molini.)
  5. Cognome di nobil famiglia ferrarese. — (Molini.)
  6. Questo danno, questa sventura. Ser Jorio, nome, come sembra, di un coetaneo del poeta, rimasto alla posterità sconosciuto.
  7. Derubi, o rubi, giacchè il primo non è dei permessi dalla Crusca!
  8. Chiama cugino Annibale Maleguzzi perchè figliuolo di Valerio, fratello di Daria Maleguzzi, che fa madre del nostro poeta.
  9. Sembra posto per Avvertire, Ammonire. Il che innanzi a segui è pleonasmo.
  10. Sostenendole dietrovía lo strascico, come allora costumavasi. Vedi il verso 147.
  11. Singolare è lo scambio avvenuto coll’andare de’ tempi tra le parole Carrozza e Carretta. Nel cinquecento non chiamavasi altrimenti che carretta quella che oggi dicesi carrozza; e ne sono prove specialmente in molte fra le Novelle del Bandelle. Carrozza, poi, vediamo usato dal Caro per Carretta da portare terra o altri pesi. Vedi il Vocabolario del Manuzzi, voce Carrozza.
  12. Era forse il conte Rinaldo Ariosti cugino dell’Autore. La ti avviluppa e ficca, cioè ti aggira e t’inganna. — (Molini.) — Di Rinaldo Ariosti, che ebbe per moglie una Madonna Contarina e morì nel 1519, parlasi nella Lettera VI delle riprodotte da noi nel volume secondo.
  13. Secondo la pronuncia popolare, in vece di Vespa; come Querce per Quercia.
  14. Ecclesiastici e, specialmente, frati ignoranti.
  15. Nome, secondo il merito verisimilmente, rimasto ignoto. Così intendasi d’altri ove non si fanno annotazioni.
  16. Invece di Saliva; non registrato.
  17. Chi di tali ed altre pessime usanze e superstizioni volesse essere informato, può leggere, per brevità maggiore, l’Amiria di Leon Battista Alberti.
  18. S’increspi, diventi rugoso. — (Tortoli.)
  19. Insiste contro l’uso delle biacche e dei belletti.
  20. Fa che abbia ad increscerti della tua sorte, e non di te stesso, il quale ec.
  21. Così tutte le stampe, e pare usato per Diversamente.
  22. Non sapendo accomodarci a leggere col Molini tal genii, abbiamo fatta una correzione troppo bene indicataci dai più antichi editori; come il Rolli, il Barotti, ec., i quali così leggono questo verso: «E di tal gente, han le lor reti tese.»
  23. Forse fu questi Galasso Galassi, pittor ferrarese, che fiorì dopo il 1400. — (Tortoli.) — Questa novella però si legge tra le Facezie del Poggio, 133, come accaduta al Filelfo. — (Barotti.)