Opere minori 2 (Ariosto)/Commedie in versi/Atto primo

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Commedie in versi - Prologo secondo Commedie in versi - Atto secondo
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ATTO PRIMO.




SCENA I.

BONIFACIO, CLAUDIO.


Bonifacio.1M’incresce che vogliate, messer Claudio,
Così partirvi; non perchè mi manchino
Altri scolari a ch’io possi la camera
Mia2 locar, che n’ho molti che la3 vogliono;

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Ma perchè in questi pochi giorni postovi
Avéa amor; chè mi paréa che proprio
Voi mi fussi4 figliuol.
Claudio.                                   Io vi ringrazio
Di cotesto buon animo, e in perpetuo
Ve n’ho d’aver, dovunque io sia, grand’obbligo.
E veramente, non minor molestia
Sento io di lassar voi, che voi me: e abbiatelo
Per certo, che la dolce ed amorevole
Natura vostra5 m’ha stretto d’un vincolo
Con voi sì forte di benevolenzia,
Che, fin ch’io viva, noi credo disciogliere.
Bonifacio.Onde nasce cotesta così subita
Volontà di partirvi?
Claudio.                                 Dalla solita
Disgrazia mia, ch’ovunque io vo mi seguita.
E perchè non crediate, Bonifazio,
Che a tal partenza leggerezza d’animo
Mi muova, o ch’io la faccia voluntaria,
Io vi dirò quel che però a molti uomini
Io non direi; ma non debbo nascondermi
A voi, ch’in luogo di padre vi reputo.
Or ascoltate.
Bonifacio.                    Io v’ascolto.
Claudio.                                          A principio
Che da mio padre fui mandato a Studio,
Da Verona, la quale è la mia patria,
A Pavía andai, e con un messer Lazzaro,
Che vi leggéa la sera l’Ordinaria,6
Mi messi in casa. Quasi in un medesimo
Tempo ci venne anco messer Eurialo,
Figliuol di questo vicin vostro Bartolo,
Che, come io, pur quell’anno entrava in Studio.
Quivi s’incominciò quell’amicizia,
Quella fraternità fra noi, che dettavi
Ho più volte.
Bonifacio.                       Che forse fu potissima
Cagion di farvi venir qui?7

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Claudio.                                             Confessovi
Che ne fu in parte, ma non già potissima.
Udite pur; che ben vi farò intendere
Il tutto. Avéa il dottore una bellissima
Figliuola, ed ha, nominata8 Flamminia;
La qual non viddi prima, ch’ardentissima-
mente di lei m’accesi, ed ella il simile
Fece di me. Sol non venimmo all’ultime
Conclusïon, chè il padre, con gran studio,
E la madre dì e notte la guardavano;
E mi giovava poco che la balia
Sua m’ajutasse; e m’ajutasse Eurialo
Ancora, ma con qualche più modestia
E più secretamente. E questo uffizio
Parte facéa mosso dall’amicizia,
Parte perchè da me n’avéa buon cambio;
Che col mio mezzo si godéa una giovane
Bella e molto gentil, ancorchè d’umile
Grado fosse, la qual stava ai servizii
Quivi d’una contessa, a cui domestico
Era io molto ed amico, e con cui simile-
mente stava una donna della patria
Mia, che famigliar m’era ed intrinseca,
E ne potéa disporre; e disposine
In guisa, che le fece far tal’opera
Che in pochi giorni al suo disegno Eurialo
Venne. Or tornando al caso mio, brevissimo
Fu il mio piacer. Non potè andar sì tacita
La cosa, che la madre ad avvedersene
Non cominciasse, ed indi messer Lazzaro:
Il qual, come prudente, alcuna collera
Di ciò non dimostrando, trovò idonea
Causa, e diversa da quella, di spingermi
Di casa sua, con onesta licenzia.
Io, pur seguendo l’impresa, e avvolgendomi
Per quella strada con troppa frequenzia,
E molte volte sul canto fermandomi,
E facendo atti e cenni che dar carico

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A tutta quella famiglia potevano,
Feci sì che ’l dottor si pose in animo
Di far ch’io non stessi in Pavía; e successegli:
Ch’indi a pochi dì occorse ch’in le pratiche9
Del rettore, una notte, un uomicidio
Fu fatto. Io mi trovai quella notte essere
Là presso, e al rumor corsi: il dottor subito
Mi fece dar la colpa, indi procedere
Contra; e in un tratto fui per contumacia
Condennato, e fu forza di fuggirmene,
E de’ studenti amici e gentiluomini
Lasciar le compagníe: ma più increscevole
Mi fu perder la vista di Flamminia.
E se non fusse stato che con lettere
Spesso novella me n’ha dato Eurialo,
Non so come sì longa resistenzia
Potuto avessi fare al desiderio
Che notte e dì mi rode, affligge e macera.
Bonifacio.Se l’amavate tanto, domandargliela
Per moglie dovevate. Forse data ve
L’avrebbe: e che nol fêste maravigliomi.
Claudio.Né di domandargliela ne di prenderla10
Avrei avuto ardir senza licenzia
Di mio padre, che vivéa allor; e dubbio
Non è, che ciò mio padre consentitomi
Mai non l’avría:11 del qual sapeva l’animo
Esser, che prima io finissi il mio studio
E che m’addottorassi, indi in la patria
Darmi, a suo modo, una moglie ricchissima.
Bonifacio.Ora che senza padre siete libero,
Perchè coi vostri amici non fat’opera
Ch’egli pur ve la dia?
Claudio.                                     Scrissi ad Eurialo
A’ dì passati, che ne fêsse pratica;
E la risposta sua mi fe da Padova
Levar incontinente, e qui venirmene:
Perch’egli m’avvisò che messer Lazzaro,
Poichè a Pavía levato era il salario

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Alli dottor, nè più si facéa Studio,
Per le guerre che più ogni dì augumentano,12
Avéa tramato, per mezzo di Bartolo
Suo padre, d’esser condotto qui a leggere;
E che l’avéa ottenuto, ed era in ordine
Con tutta la famiglia per venirsene;
E che l’abitazion sua doveva essere
Qui nella casa lor: e confortavami
Che anch’io mi ci trovassi; chè in presenzia
Si fan meglio le cose, che con lettere.
Per questa causa era venuto, e postomi
In casa vostra, per potere...
Bonifacio.                                               Intendovi.
Claudio.Meglio fruir la vista di Flaminia.
Bonifacio.Nè potevate aver luogo più comodo.
Claudio.Poichè son qui, mi par che più non seguiti
Che s’abbia a fare in questa terra Studio.
Poi gionse,13 come voi sapete, Eurialo
L’altrieri, ed apportò che messer Lazzaro
È condotto e che debbe andar a Padova,
E che la via del Po, che va a Vinegia,
Farà, senza altrimenti qui venirsene.
Bonifacio.Oh! questa è, dunque, la cagion che Bartolo,
Che molti giorni era stato espettandolo,
Questa mattina s’è partito, e dicono
Gli14 suoi di casa, che va fin a Napoli?
Claudio.Potete or, senza ch’io ’l dica, comprendere
Che m’induca, mi sforzi e mi necessiti
A partir da Ferrara, ed ir a Padova.
Ma, per non perder tempo, anderò a intendere,
Qua dove i carrattieri15 si riducono,
S’a Francolino è burchio per Vinegia
Che parta oggi o domani; ch’io voglio essere,
S’io potrò,16 prima là di messer Lazzaro.
Bonifacio.Gli è ben ch’io torni in casa, e facci cuocere
Il disnar, sì che possa ir a tavola
Come ritorni. Ecco il figliuol di Bartolo,

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Che vien in qua. Vô intendere se Bartolo
È partito. Buon dì, messer Eurialo.


SCENA II.

EURIALO, BONIFACIO.


Eurialo.Dio ve ne renda cento, Bonifazio.
Bonifacio.Èssi partito?
Eurialo.                      Or ora; non debb’essere
Ancora al ponte.17
Bonifacio.                            Com’ha egli indugiatosi
Tanto, ch’ornai credéa fusse a San Prospero?18
Eurialo.Gli avéa promesso di prestar quell’asino
Di Giannolo un caval, ch’iersera, udendolo,
Era Pegaso; e poi gli voléa mettere
Sotto una mula, che sta come un trespolo
In tre piedi, viziosa più che ’l diavolo.
Bonifacio.Com’ha egli19 fatto?
Eurialo.                                Siamo iti a uno stallatico,
Ch’andando verso il ponte è, credo, l’ultimo;
E quivi ha avuto un ronzino,20 c’ha un ambio
Miglior del mondo, ma sì mal in ordine,
Che più d’un’ora siam stati acconciandogli
Cinghie, staffili, pettorale e redine.
Al fin pur l’ho messo a cavallo, e vassene;
Che Dio il conduca.
Bonifacio.                                 E andarà21 solo?
Eurialo.                                                              Aspettalo
A Bologna un famiglio, ch’al servizio
Nostro stette altre volte, e apparecchiatogli
Ha dui cavalli da vettura, ch’ottimi
Son da vïaggio, secondo il suo scrivere.
Giunto in Bologna, fa pensier fermarvisi
Tre giorni o quattro, tanto che vi capiti
Alcuna compagnia che vada a Napoli.

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Bonifacio.E che buone faccende così il menano?
Eurialo.Già molti anni n’ha voto. Messer Claudio
È in casa?
Bonifacio.                   Non.
Eurialo.                            Com’egli torna, diteli
Ch’io vô che mangi meco alla domestica
Questa mattina.
Bonifacio.                          Gliel dirò. Voletemi
Comandare altro?
Eurialo.                              Non altro.
Bonifacio.                                                (Dovendoli
Dar costui disinar, meglio è non cuocere
Quelle starne. Io vo a dir che non si mettino
Più al fuoco.)
Eurialo.                        Colui là mi pare Accursio.
È egli non? Senza dubbio, egli è Accursio,
Il mio famiglio, che dietro restatomi
Era a Pavia, per far miei libri mettere
E miei forzieri22 in nave. Alcuna lettera
Arrecata m’avrà della mia Ippolita.23
O vita mia, quanto duro e difficile
M’ è il non poter vederti! Fia impossibile
Che senza la tua vista io possa vivere.


SCENA III.

EURIALO, ACCURSIO.


Eurialo.Quando giugnesti?
Accursio.                              Io giungo ora.
Eurialo.                                                    Hai tu lettere?
Accursio.N’ho così poche, che so appena leggere,
Avvenga che con voi sia stato in Studio.
Eurialo.Non motteggiar: m’hai tu portate lettere
Della mia vita?
Accursio.                          Messer no.
Eurialo.                                             Farestime
Ben maledire e rinnegare e rompere
La pazïenzia. Ma tu ridi? Dammile,

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Non mi voler tormentar; chè credibile
Non è che stato tu fussi tant’asino,
Che senza farle motto in qua venutone
Fussi; nè t’avrebbe ella, senza scrivermi,
Lasciato mai così venire.
Accursio.                                          Fecile
Motto pur troppo, e pur senza sue lettere
Io son venuto.
Eurialo.                         Oimè! com’è possibile?
I0 vò ben dir... Ma tu pur ridi?
Accursio.                                                    Or ridere
Non posso e non aver però sue lettere?
Ma s’io avessi di lei meglio che lettere?
Eurialo.E che sarà?24
Accursio.                       Ve lo dirò; ma ditemi
Voi quando il vecchio sia per gire a Napoli.
Eurialo.Si parte or ora per andarvi, ed essere
Non può lontano ancora un miglio.
Accursio.                                                          Ditemi
Il ver?
Eurialo.            Io ’l dico: s’è partito.
Accursio.                                                Díagli
Dio buon viaggio. Ora, messer Eurialo,
Potete dir che siate felicissimo
Per la sua andata.
Eurialo.                              E come?
Accursio.                                             Era pericolo,
Se non si partiva oggi, ch’ove gaudio
V’arò portato, portata molestia
V’avessi e briga.
Eurialo.                              C’hai portato?
Accursio.                                                      Volsivi25
Dir ch’avéa condotto, chè gravatomi
Troppo arebbon le spalle.
Eurialo.Orsù, espediscimi.
Accursio.S’io vi dicessi che venuta Ippolita
Fusse in Ferrara,26 vi parría miracolo?

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Eurialo.Come è venuta?
Accursio.                            In nave.
Eurialo.                                        La mia Ippolita
È in Ferrara?
Accursio.                         È in Ferrara.
Eurialo.                                               Ov’è?
Accursio.                                                         Lasciatala
Ho in San Polo,27 e m’aspetta fin che a rendere
Le vo risposta.
Eurialo.                          Non ti posso credere
S’io non la veggo.
Accursio.                               Venite, e vedretela.
Eurialo.Come è così venuta?
Accursio.                                   In nave, dicovi.
Eurialo.Non ti domando cotesto; dimandoti
Per qual via, e come di casa partitasi
Sia de la sua28 padrona?
Accursio.                                        Per la solita
Via ch’usan gli altri, è venuta, e debb’essere
Uscita per la porta.
Eurialo.                                 Tu mi strazii
E mi dileggi, gaglioffo!
Accursio.                                     Anzi dicovi
La verità, nè mi volete credere.
Eurialo.Ella è venuta certo?
Accursio.                                   Certo.
Eurialo.                                             O anima
Mia cara, o vita mia! Mi sento struggere,
Mi sento il cuor liquefar di letizia.
Ma dimmi un poco la cosa per ordine.
Accursio.Ve la dirò, se m’ascoltate.
Eurialo.                                             Ascoltoti.
Accursio.Io ritrovai la Veronese, e dissile
Ch’io m’era per partir il marti29 prossimo
(Questo fu un venerdì); sì che se Ippolita
Voléa scriver, scrivesse. Ella, con lacrime
Su gli occhi e tutta infiammata di colera,
Si scusò non poter far questo uficio,

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Perchè dalla contessa quel dì proprio
Era stata di casa con suo obrobrio
Cacciata; e questo, perchè alcun’ malevoli
Le avéan scoperto l’amor e il commerzio
Che con voi per suo mezzo tenéa Ippolita,
E che rumore e pugni avéa la giovane
Avuti, ed era per averne in copia:
Ma pur per altra via le faría intendere
Quel che detto io l’avéa. Poi, la medesima
Sera venne a trovarmi con dui piccioli
Forzieri e un sacco pien di massarizie,
E mi pregò ch’io li facessi mettere
In nave con le robbe vostre. Tolsigli,
Non pensando altro. L’altro dì, che sabbato
Fu, sentíi dir per la città, ch’Ippolita
E che la Veronese fuggite erano
Da la contessa, e dove non sapevasi.
Io me ne posi, a dirvi il ver, fastidio,
Ancora ch’io pensassi ch’elle fussino
Venute a questa via; ma dei pericoli
Stava in timor, ch’incontrar lor potevano
Nel cammin.
Eurialo.                      Gli è, per certo, stato l’animo
Lor gagliardo.
Accursio.                        Anzi audace e temerario.
Eurialo.Anzi pur grato, benigno, amorevole.
Accursio.Io feci pôr le robbe in nave, e messimi30
Alla via, e quando si31 fermammo al dazio
Di Piacenza, trovai che m’aspettavano.
Eurialo.Non è già il primo nè il secondo indizio,
Ma sì bene il maggiore che mai datomi
Ha dell’amor che mi porta. Ma seguita.
Accursio.Quindi la feci tôrre in nave, ed hovvela
Condotta; ma al côr sempre avuto un stimolo
Ho, che dalla patrona sua venissemi
Alcun famiglio dietro; o che levatami
Tra via fusse altrimenti; o che, trovandosi
Qui vostro padre, voi darle ricapito
Non potessi; e che in luogo di letizia,

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La sua venuta affanno dovess’esservi.
Eurialo.La sua venuta in ogni tempo, o fussevi
Mio padre o non ci fusse, non puot’essermi
Se non giocunda; e senza fin ringraziola.
Accursio.Meglio m’è tornar dunque, e far che vengano.
Eurialo.Dove?
Accursio.            Qui in casa.
Eurialo.                              In casa non,32 domine.
Non sai come Piston è rincrescevole?
Diría ch’io cominciassi presto.
Accursio.                                                  Oh diavolo!
Mi maraviglio ben di voi! Voletevi
Lasciar a un sciagurato sottomettere?
Non siete ormai più fanciullo: mostrateli
Che voi volete esser padrone; e fategli,33
Se vi vuol sopraffar, parer un asino.
Eurialo.Se ’l vecchio fusse sì lontan, che dubbio
Del suo tornar non avessi pel scrivere
Di costui, la farei secondo l’animo
Tuo: ma sii certo ch’a un’ora34 medesima,
A un tempo, a un punto ch’elle in casa entrassino,
Mandaría dietro al vecchio, e querimonia
Nè faría tal, che lo faría rivolgere.
Meglio è che troviam lor oggi una camera,
In compagnía di qualche buona femmina.
Accursio.Buona? E dov’è?
Eurialo.                              Che ne so io? volsiti
Dire delle men rie che si ritrovino.
Accursio.In questo mezzo, vi par ch’elle debbiano
Star in chiesa digiune, o si riducano
Coi frati alla piatanza in refettorio?
Ma facciamo altrimenti.
Eurialo.                                        Come?
Accursio.                                                  Dicasi
In casa, che le son di messer Lazzaro
La moglie e la figliuola, che doveano
Venire, e scrisson poi che non venivano
Più. Dichiamo or che di nuovo mutate si
Sono, e che pur Ferrara veder vogliono

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Prima che passin per andar a Padoa.
Eurialo.Tu parli ben; ma come verisimile
Potrà parer che senza messer Lazzaro
Siano venute, e che seco non abbino
Almeno una fantesca?
Accursio.                                      Messer Lazzaro,
Con la famiglia e robbe diremo essere
Ito per l’altro Po che va a Vinegia;
Chè com’uom c’ha rispetto ed avvertenzia,
Non ci35 vuol dar molta spesa. Lasciatemi
Pur governar questa cosa.
Eurialo.                                           Governala
Come ti par.
Accursio.                      Dateli voi principio.
Andate a ritrovar Pistone, e ditegli
Che gionta è la moglier di messer Lazzaro,
Con la figliuola, a San Polo, e che vengono;36
E che io son corso innanzi ad annunziarvelo,
E ch’io lor torno incontra. Ed aspettatemi
In casa; e fate intanto che le camere
Si spazzino, e gli letti si rassettino,
E le spalliere ai luoghi lor s’attacchino;37
E voi mostrate gran sollecitudine,
Come se veramente vi venissero
Persone a casa di rispetto; e siavi,
Più ch’altro, a cuor ch’abbiamo bôna tavola.
Eurialo.Tu, che farai?
Accursio.                        C’ho a far, se non tornarmene
Là dove l’ho lasciate, e dir che venghino?
Eurialo.Or va, ma prima avvertisci ed informale.
Accursio.L’avvertirò; ma d’informarle ufizio
Vostro serà.38
Eurialo.                      Non ciarlar; instruiscile,39
Di ciò ch’elle hanno a dir ed a rispondere.
Accursio.Le farò dotte, ed in modo, che credere
Si potrà che allevate sieno in Studio.

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Ma udite: quasi m’era di memoria
Uscito che la Veronese, avendole
Io detto a caso che qui è messer Claudio,
M’ha imposto ch’io vi preghi e che di grazia
Dimandi, che facciate che non sappia
Che sieno in questa terra ella nè Ippolita.
Eurialo.Perchè?
Accursio.              Mi penso che sia perchè, avendola
Posta con la contessa messer Claudio,
La si vergogni, e le paja che carico
A lui ritorni questo, che fuggitasi
La se ne sia, e sviata abbia Ippolita.
Ed appresso m’ha detto, che volendole
La contessa mandar dietro, non dubita
Mandarà a Ferrara; e qui trovandosi
Messer Claudio, farà il messo ricapito
A lui, siccome ad uomo che amicissimo
Sia della sua padrona e molto intrinseco.
Eurialo.Non sa la Veronese, non sa Ippolita
Che se della contessa è messer Claudio,
Che gli è più mio, ne mai sería per môvere
Lingua di cosa ove credesse offendermi?
Accursio.Ma non sapete voi, che messer Claudio
Meglio dirà che non ci son, credendosi
Di dir la verità, che conoscendosi
Bugiardo? e meglio le parole vengono40
Che si parton dal côr, che quelle ch’escono
Sol dalla bocca, a la intenzion contrarie?
Eurialo.Tu pensi ben. Or dille che non dubiti;
Chè, poichè non le par, non son per dirglielo.




Note

  1. Giova ricordare che le lezioni da noi riposte, senz’altra avvertenza, nel testo, sono quelle del manoscritto autografo di messer Lodovico. Le riportate in nota, a guisa di varianti, e precedute dalle lettere G. A., sono le dedotte dall’esemplare corretto dal Barotti sopra un apografo (e sulla fine autografo) di Gabriele Ariosto, Le eccezioni da noi fatte alla regola impostaci, spiegherà via via il contesto delle medesime annotazioni.
  2. G. A.: «possa le camere Mie»
  3. G. A.: «le.»
  4. G. A.: «foste.»
  5. Qui l’autografo, come l’edizione del Grifio, portano, ma contra il senso: nostra.
  6. Parte del Gius. — (Pezzana.)
  7. I manoscritti e la stampa del Grifio, pongono, contro le leggi del metro e della grammatica: quivi. La correzione accettata da noi è anche nella stampa del Giolito.
  8. I manoscritti: «nomata;» e peggio la stampa del Grifio: Figliuola, et era nomata.
  9. Cioè, fra le conoscenze del rettore. — (Molini.)
  10. L’accento, come ognun vede, è trasferito sulla penultima di domandargliela.
  11. G. A.: «non avria.»
  12. G. A.: «augumentavano.»
  13. G. A.: «giunse.»
  14. G. A.: «Li.»
  15. G. A.: «carettieri.»
  16. G. A.: «Se potrò.»
  17. Il ponte su cui, fuori di porta San Paolo, si passava il Po di Ferrara. — (Barotti.)
  18. Villa sulla via per Bologna. — (Barotti.)
  19. Da profferire come se fosse scritto ei, e in una sola sillaba con ha.
  20. L’autografo: «roncin.»
  21. G. A.: «anderà.»
  22. L’autografo, qui ed altrove: «forcieri.»
  23. Avvertì il raccoglitore di queste varianti, che l’Ariosto soleva scrivere costantemente: Hippolÿta.
  24. Nell’autografo e in molte stampe manca sarà, che però leggevasi nella copia di Gabriele Ariosto. Nell’edizione di Londra del 1737 fu supplito, come sembra, d’arbitrio: Che mai.
  25. G. A.: L’autografo: «Volsevi.»
  26. G. A.: «Fosse a Ferrara.»
  27. Cioè alla porta di San Paolo, ove approdavano le barche che venivano dal Po. — (Barotti e Molini.)
  28. Nell’autografo: «di sua;» e nella stampa del Grifio: da sua.
  29. Per martedì. Vocabolo ferrarese. — (Barotti.)
  30. L’autografo: «messemi.»
  31. Per Ci, alla veneto-lombarda.
  32. G. A. «non già.»
  33. Così l’autografo. Il Grifio e gli altri editori «fatelo.»
  34. L’autografo: «ch’in un’ora.»
  35. G. A.: «Non vi.»
  36. L’autografo: «vengano.»
  37. Notabile per la forma dei letti a quel tempo, e pel modo del tenerli disfatti e rifarli.
  38. G. A.: «sarà.»
  39. L’autografo: «instruiscele.»
  40. L’autografo: «vengano;» e al fine del seguente verso: «escano.» Anche la sentenza qui messa in bocca di Accursio, è tra le più sottili e degne di considerazione.