Opere minori 2 (Ariosto)/Commedie in versi/I Suppositi/Atto quarto

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Atto quarto

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Commedie in versi - Atto terzo Commedie in versi - Atto quinto

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ATTO QUARTO.




SCENA I.

EROSTRATO.


Che debb’io fare, ahi lasso? che rimedio,
Che partito, che scusa poss’io prendere,
Per nasconder la fraude che sì prospera,
Sì senza impedimento e senza scrupolo
Sin qui ho condotta? Or si potrà conoscere
S’io son, com’io mi fo nomare. Erostrato
O pur Dulippo; poi che, oltra ogni credere.
Il mio vero patron, il ver Filogono
È sopraggiunto. Cercand’io Pasifilo,
Ed avendomi detto un, che veduto lo
Avea fuor della porta di San Paolo,1
Er’ito per trovarlo ove si carcano
Le navi: ed ecco ch’alla ripa giugnere
Veggo una barca. Lievo gli occhi, e vistovi
Ho su la prora il mio conservo Lizio,
E tutto a un tempo2 il mio padron Filogono,
Che porgéa fuora il capo. In dietro subito
Vengo per avvisarne il vero Erostrato,
Acciò che a sì repentino infortunio
Repentino consiglio potiam prendere.
Ma che si puote in così poco spazio
Investigar? chè, quando anco concessoci,
Più che potiam desiderar, lunghissimo
Fusse, che più far si potrebbe, essendoci

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Conosciuto egli per Dulippo, ignobile
Famiglio di Damonio; io per Erostrato,
Per gentiluomo riputato pubblica-
mente? — Corri, Crapino, a quella femmina,
Prima che metta il piè là dentro: pregala
Che vegga se Dulippo è in casa, e dicagli
Che venga fuor, chè per cose che importano
Gli vô parlar. Ascolta; non vi aggiungere
Altro; e fa sì ch’ella non possa accorgersi
Ch’altri che tu sia che ’l facci richiedere.


SCENA II.

CRAPINO, PSITERIA, EROSTRATO.


Crapino.
O buona donna... o vecchia... o brutta femmina,
Vecchiaccia sorda... non odi, fantasima?
Psiteria.Dio faccia che tu vecchio non possi essere
Mai, sì che alcun non t’abbia a dire il simile.
Crapino.Vedi, se in casa è Dulippo, di grazia.
Psiteria.Così non ci foss’egli.
Crapino.                                  Deh domandalo
Un poco da mia parte, c’ho grandissimo
Bisogno di parlargli.
Psiteria.                                Abbi pazienzia,
Ch’egli è impacciato.
Crapino.                                  Volto mio bello, anima
Mia cara, fagli l’imbasciata.
Psiteria.                                             Dicoti
Che gli è impacciato.
Crapino.                                E tu impazzata, femmina
Poltrona.
Psiteria.              Deh capestro!
Crapino.                                    O indiscreta asina!
Psiteria.O ribaldel, che ti nasca la fistola;
Che tu sarà’ impiccato!
Crapino.                                      E tu malefica
Strega, sarai bruciata, se già il cancaro
Pria non ti mangia. Gran fatto sarebbeti
A dirgli una parola?
Psiteria.                                 Se t’approssimi.
Io ti darò una bastonata.

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Crapino.                                        Guardati,
Vecchia imbriaca, che se piglio un ciottolo,
Io non ti spezzi quel capo di scimia.
Psiteria.Or sia3 in malora: credo tu sia il diavolo
Che mi viene a tentar.
Erostrato.                                    Crapin, non odi tu?
Ritorna a me: che staì così a contendere?
Ahi lasso! ecco che viene in qua Filogono.
Non so che far, nè so in che lato volgermi.
Non voglio già che mi truovi in questo abito;
Nè prima egli a me parli, ch’io ad Erostrato.


SCENA III.

FILOGONO, FERRARESE, LIZIO.


Filogono.Valentuom, siate certo che gli è proprio
Come voi dite, che non è amor simile
A quel del padre. Fu un tempo che credere
Io non avrei potuto che nell’ultima
Mia etade io fossi uscito di Sicilia,
Nè che faccenda, e fusse d’importanzia
Quanto si vuol, m’avesse fatto muovere:
E pur, venuto son, con gran pericolo
E gran fatiche, un viaggio lunghissimo,4
Sol per veder mio figliuolo, e menarmelo
Meco.
Ferrarese.           Mi credo ch’abbiate gravissima-
mente patito, e più che bisognevole
A l’età vostra non era.
Filogono.                                       Credetelo.
Venuto son con certi gentiluomini
Della mia patria, ch’all’Oreto5 avevano
Voto, sino in Ancona: indi portatomi
Ha una barca a Ravenna, la qual simile-
mente di peregrin tornava carica:

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Poi, da Ravenna in qua, sempre a contrario
D’acqua venuto son con grande incomodo.
Ferrarese.E mali alloggiamenti vi si truovano.
Filogono.Pessimi certo; ma questo una favola
Reputo verso il dispetto e ’l fastidio
Che gl’importuni gabellieri v’usano.
Quante fïate credete che m’abbino
Aperto una valigia e un forzier picciolo
C’ho meco in nave, e rifrustato e voltomi
Sozzopra ciò ch’io v’ho dentro, e guardatomi
Han nella tasca e nel seno? Era in dubbio
Qualche volta, che non mi scorticasseno,
Per veder se tra carne e pelle fossino
Mercanzie e robbe che pagasson dazio.
Ferrarese.Ho inteso che cotesti fanno pessime
Cose, e che i mercatanti vi assassinano.
Filogono.Siatene certo; nè se ne può credere
Altro, che chi aver cerca tali ufizii
È ribaldo e ghiotton per consequenzia.
Ferrarese.Vì sarà questa passata molestia
Oggi uno accrescimento di letizia,
Quando in riposo il figliuolo carissimo
Vi vederete appresso. Ma, piacendovi,
Ditemi, perchè non più tosto il giovene
Avete fatto tornare in Sicilia,
Che voi di venir qui pigliarvi incomodo,
Non ci avendo altra cosa d’importanzia,
Come voi dite? Forse più avvertenzia
Arete avuto a non tôr dallo studio
Lui, che a tôr voi questa fatica, e mettere
La vita vostra a non poco pericolo?
Filogono.Cotesta non è stata la potissima
Cagione; anzi il maggior mio desiderio
È che finisca e lasci questo studio,
E che ritorni a casa.
Ferrarese.                                 Non essendovi
A cuor che si facesse uomo di lettere,
Perchè il mandaste a lo studio?
Filogono.                                                  Diròvvelo.
Quando egli stava a casa, tenéa pratiche
Che non mi paréan buone nè lodevoli,
E spendeva e gettava, come i giovani

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Fan le più volte. Io pensai che mandandolo
Fuor di casa, dovesse rimanersene:
Ma non pensai che tanto poi rincrescere
Me ne dovesse. Il confortai che a studio
Andasse, e posi in suo libero arbitrio
Di andar ovunque più gli desse l’animo:
Così venne egli qui. Non credo giuntoci
Fusse anco, che mi prese una molestia,
Un affanno, un dolore intollerabile.
Da indi in qua, credo che stati siano
Poche notti questi occhi senza piangere.
Io l’ho pregato poi per cento lettere,
Che se ne torni a casa, nè mai grazia
Ho avuto d’impetrarlo: anzi rispondemi
Sempre pregando ch’io lasci che seguiti
Lo studio, dove in brieve ha indubitabile
Speranza riuscire eccellentissimo.
Ferrarese.In verità, molti scolari ed uomini
Degni di fede sento che ’l commendano;
Nè studente è di lui di maggior credito.
Filogono.Che bene speso abbia il tempo, n’ho gaudio:
Pur non mi curo di tanta scïenzia.
Star lontano per questo anco dovendomi
Qualche anno. Chè, se in tanto non essendoci
Lui, io venissi a morte, io morrei, credomi,6
Disperato; e per questo mi delibero
Menarlo meco.
Ferrarese.                       L’essere amorevole
Ai figli è cosa umana; ma biasmevole
E femminile è l’esserne sì tenero.
Filogono.Or, io son così fatto. Ancora vogliovi
Dire un’altra cagion di più importanzia,
Che m’ha fatto venir. Quattro o cinque uomini
Son venuti in più volte di Catanea
In questa terra, per varî negocii;
E tutti, chi una e chi due volte, dicono
Essere andati per trovar Erostrato
A casa, e mai non hanno avuto grazia
Di poterlo veder: per questo dubito
Che non si occupi tanto in queste lettere,

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Che non faccia mai altro; e ogni commercio
Schivi, nè pur con quei della sua patria
Egli voglia parlar; nè soffrir debba di7
Mangiar, nè pur di ber, perchè d’un piccolo
Momento non defraudi questo studio.
Penso che vegli tutta notte: è giovene
E delicatamente uso: potrebbesi
O morir o impazzare, o d’altra simile
Disgrazia darsi cagion.
Ferrarese.                                    Riprensibile
È ogni cosa troppo.8 Ecco dove abita
Vostro figliuolo: io busserò, piacendovi.
Filogono.Bussate. Io sento il sangue per letizia,
Che tutto mi si muove.
Ferrarese.                                      Non rispondono.
Filogono.Bussate un’altra volta.
Ferrarese.                                    Credo dormino.
Lizio.Se9 quest’uscio vi avesse dato l’essere,
Con più rispetto non dovreste batterlo.
Lasciate far a me. Venite, apriteci:
Olà, venite, se alcuno è che ci abiti.


SCENA IV.

DALIO, e detti.


Dalio.Che furia è questa? ci volete rompere
Le nostre porte?
Filogono.                          Per dio, credevamoci
Che voi dormissi, e destar volevamovi.
Erostrato che fa?
Dalio.                          Non è in casa.
Filogono.                                                  Aprici.
Dalio.Se pensier fate d’alloggiar, mutatelo;
Ch’abbiamo un altro forestiero, ch’occupa

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Tutte le stanze, e non ci capirebbono
Tanti.
Filogono.            Sufficïente ed onorevole
Servitor certo! E chi ci è?
Dalio.                                             Ci è Filogono.
Filogono.Filogono?
Dalio.                 Filogono, di Erostrato
Padre, giunto pur dianzi di Sicilia.
Filogono.Ci serà poi che aperto avrai l’uscio: aprici,
Se ti piace.
Dalio.                    L’aprirvi mi fia facile;
Ma non ci serà luogo per voi, dicovi;
Che le stanze son piene.
Filogono.                                      Chi ci è?
Dalio.                                                       Avetemi
Inteso? ci è, dico, il padre di Erostrato,
Filogono, venuto di Catania.
Filogono.Quando ci venne, se non ora?
Dalio.                                                Debbono
Esser due ore o più che smontò all’Angelo,10
Dove sono anco i cavalli; ed Erostrato
V’andò, e lo menò qui.
Filogono.                                        Vedi che bestia!
Vuol dileggiarmi.
Dalio.                            Anzi voi me, pigliandovi
Piacer di farmi star quivi11 a rispondervi,
Nè posso far le cose che m’importano.
Filogono.Costui per certo è imbriaco.
Ferrarese.                                               Ne ha l’aria:
Vedete come è rosso?
Filogono.                                  Che Filogono
È cotesto di chi tu parli?
Dalio.                                          Un nobile
Gentiluomo e da ben, padre di Erostrato.
Filogono.E dove è?
Dalio.                  Gli è qui in casa.
Filogono.                                             Non potrebbesi
Veder?
Dalio.             Sì, mi cred’io.
Filogono.                                     Deh va, domandane.

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Dalio.Così farò.
Filogono.                      Non so quel ch’io m’immagini.
Lizio.Patrone, il mondo è grande: debbono essere
Altri Erostrati ancora, altri Filogoni,
Altre Ferrare e Sicilie e Catanee.
Forse non è la Ferrara ove studia
Vostro figliuolo, questa. Un altro Erostrato
Figliuol d’un altro Filogon debbe essere;
Credete a me.
Filogono.                         Non so ch’io m’abbia a credere,
Se non che tu sia pazzo e quell’altro ebrio.
Lizio.Guardate, uomo da ben, un loco in cambio
Voi non togliate d’alcun altro.
Ferrarese.                                                Ajutimi
Domeneddio! non credete ch’Erostrato
Cognoschi, e ch’io non sappi ancora ove abita?
Io ce lo vidi entrar pur jer. Ma eccovi
Chi ve ne ne può chiarir; chè non ha l’aria,
Come quel ch’era alla finestra, d’ebrio.


SCENA V.

SANESE, e detti.


Sanese.Mi domandate, gentiluomo?
Filogono.                                               Intendere
Vorrei donde voi siate?
Sanese.                                        Di Sicilia
Sono.
Filogono.           E di che cittade?
Sanese.                                       Di Catanea.
Filogono.Il nome vostro?
Sanese.                           Mi chiamo Filogono.
Filogono.E che esercizio fate?
Sanese.                                  Il mio esercizio
È mercatante.
Filogono.                        E che mercanzia aveteci
Voi arrecata?
Sanese.                        Nessuna: venutoci
Son per vedere un mio figliuol che studia
In questa terra; che due anni passano
Che più nol vidi.

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Filogono.                              Come è il nome?
Sanese.                                                            Erostrato.
Filogono.Erostrato è vostro figliuolo?
Sanese.                                               Erostrato
È mio figliuolo.
Filogono.                            E voi siete Filogono?
Sanese.Sì, sono.
Filogono.                 E mercatante di Catanea?
Sanese.E che bisogna tanto replicarvelo?
Non vi direi bugía.
Filogono.                                 Anzi espressissima-
mente la dici; e sei un barro e un pessimo
Uomo.
Sanese.           Avete gran torto a dirmi ingiuria.
Filogono.Oltra il dirla, saría più dritto a fartela,
Uomo sfacciato, che vuoi farmi credere
Che tu sia quel che non sei.
Sanese.                                                Son Filogono,
Come ho detto: s’io non fossi, credetemi,
Che non ve lo direi.
Filogono.                                  O Dio, che audacia!
Che viso invetrïato! Tu, Filogono
Sei di Catanea?
Sanese.                            Ormai dovreste intendermi.
Che vi maravigliate?
Filogono.                                    Meravigliomi
Come in un uomo tanta improntitudine
Trovar si possa, e sì nuova insolenzia.
Nè tu nè la natura, la qual nascere
Ti fece al mondo, ti potría far essere
Quel che son io, ribaldo, temerario,
Aggiuntator che sei.
Dalio.                                  Non fia ch’io tolleri
Che al padre del padron tu dica ingiuria.
Se non ti lievi da quest’uscio, bestia
Pazza, ti cacciarò per fino al manico
Questo schidone nella pancia. Misero,
Te, se si ritrovasse ora qui Erostrato!
Tornate in casa, signore, e lasciatelo
Che gracchi quanto vuol, gridi e farnetichi.


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SCENA VI.

FILOGONO, LIZIO, FERRARESE.


Filogono.Lizio, che te ne par?
Lizio.                                    Che può parermene,
Se non mal? Mai non m’è piaciuto, a dirvi la
Verità, questo nome Ferrara: eccovi
Che ben gli effetti secondo il nome escono.
Ferrarese.Hai torto a dir mal della nostra patria.
Che colpa n’ha questa città? Non senti tu
All’idioma, al parlar, che non debb’essere
Ferrarese costui che vi fa ingiuria?
Lizio.Tutti n’avete colpa; ma più debbesi
Dare a li vostri rettori, che simili
Barreríe nella terra lor comportano.
Ferrarese.Che san di questo li rettori? Credi tu
Che intendino ogni cosa?
Lizio.                                             Anzi, che intendino
Poco e mal volentier, credo, e non voglino
Guardar se non dove guadagno veggono;
E le orecchie più aperte aver dovrebbono,
Che le taverne gli usci la domenica.
Filogono.Parla dei pari tuoi, bestia.
Lizio.                                                Una coppia
Sarem, se Dio non ci ajuta, di bestie.
Filogono.Che farem?
Lizio.                      Lodarei che noi cercassimo
Di ritrovare in altra parte Erostrato.
Ferrarese.Io vi farò compagnia di buonissima
Voglia: o alle scuole12 il troveremo, o al circulo
In vescovato.
Filogono.                         Io sono stanco; vogliolo
Più tosto aspettar qui: forza è che capiti
Qui finalmente.

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Lizio.                           Patrone, io mi dubito
Che troverà egli ancora un altro Erostrato.
Ferrarese.Eccovel là. Ma dove va? Aspettatemi,
Ch’io gli vô dir che voi siate qui.13 Erostrato,
Erostrato, o Erostrato, volgetevi.


SCENA VII.

EROSTRATO, DALIO, altri servi e detti.


Erostrato.(Io non mi posso, in somma, più nascondere.
Bisogna far un buon viso, un buon animo;
Altramente...)
Ferrarese.                        O Erostrato, Filogono
Vostro padre è venuto di Sicilia.
Erostrato.Cotesto non m’è nuovo: ben veduto lo
Ho, e son con lui stato un pezzo.
Ferrarese.                                                        È possibile?
Per quel che dice, non par che veduto vi
Abbia già ancora.
Erostrato.                              E voi, dove parlato gli
Avete, e quando?
Ferrarese.                              Eccovelo, vedetelo;
Par che nol conosciate. Ecco, Filogono,
Eccovi il caro figliuol vostro Erostrato.
Filogono.Erostrato cotesto? Non è Erostrato
Mio figliuol così fatto... Mi par essere
Dulippo; egli è Dulippo.
Lizio.                                      Chi ne dubita?
Erostrato.Chi è quest’uomo?
Filogono.                                Oh, tu sei sì onorevole
Di vesti! tu pari un dottor... Che pratica14
È questa?
Erostrato.                  A chi parla quest’uom?
Filogono.                                                            Dio ajutami!
Non mi conosci tu?
Erostrato.                                Non ho in memoria
D’avervi mai più veduto.
Filogono.                                          Odi, Lizio;

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Vedi a che noi siam giunti! questo perfido,
Questo ribaldo finge non cognoscermi!
Erostrato.Gentiluom, voi m’avete preso in cambio.
Lizio.Non vi diss’io ch’éramo in Ferrara? Eccovi
La fè del vostro Dulippo, che simula
Di non vi aver mai veduto. Attaccatogli
Ha il suo mal questa città.
Filogono.                                              Taci, bestia.
Erostrato.Non ho nome Dulippo: domandatene
Chi voi volete, chè dal grande al picciolo
Mi cognoscono tutti: domandatene
Costui che è qui con voi. Come mi nomino?
Ferrarese.V’ho sempre cognosciuto per Erostrato
Di Catanea, ed Erostrato vi nomina
Chi vi cognosce.
Lizio.                            Ormai dovreste accorgervi,
Patron, che siam tra bari. Questo giovene,
Che nostra guida e scôrta dovrebb’essere,
S’accorda con Dulippo, e vuol che Erostrato
Egli sia, e crede farlo anche a noi credere.
Ferrarese.A torto ti lamenti di me, Lizio.
Costui non seppi mai, ch’altro che Erostrato
Fusse, e dal dì che giunse di Sicilia,
Ho sentito che tutti così il chiamano.
Erostrato.E che? potresti altrimente cognoscermi,
Che per quello ch’io sono? E che? mi debbono
Dir altro nome che ’l mio proprio. Erostrato?
Ma ben son stolto, che sto a udir le favole
Di questo vecchio.
Filogono.                                Ah fuggitivo, ah pessimo
Ribaldo! A questo, a questo modo, perfido,
Si raccoglie il padron? C’hai tu di Erostrato
Fatto, assassino, poichè ’l suo nome occupi?
Dalio.Anche qui abbaja questo cane? e io tollero
Che così dica al mio patrone ingiuria?
Erostrato.Ritornai in casa: a chi dico io? Che diavolo
Vuoi far di quel pestel da salsa?
Dalio.                                                       Rompere
Voglio il capo a questo vecchio farnetico.
Erostrato.E tu pon giù quel sasso: ritornatevi
In casa tutti. Abbiasi riverenzia
E rispetto all’età, più che ai suoi meriti.


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SCENA VIII.

FILOGONO, FERRARESE, LIZIO.


Filogono.Chi mi dê15 dare ajuto? a chi ricorrere
Debbo, poi che costui ch’io m’ho da tenero
Fanciullo in casa allevato, e auto l’ho
In loco di figliuol, di non cognoscermi
Si finge? E voi, uomo da ben, che toltomi
Per guida avevo e scôrta, e persuadevomi
D’aver fatto in perpetuo un’amicizia,
Con questo servo ribaldo accordato vi
Sête; e, senza guardare alla miseria
In che io mi truovo, vecchio, solo e povero
Forestiero, o temere Iddio che giudice
Giusto ogni cosa intende, avete subito
Testificato che costui è Erostrato!
E falsamente, chè ne tutti gli uomini
Potríano far, nè tutta la potenzia
Della natura, in centinai di secoli,16
Ch’altri mai che Dulippo potesse essere.
Lizio.Se in questa terra gli altri testimonii
Son così fatti, facilmente debbono
I litiganti provar ciò che vogliono.
Ferrarese.O gentiluomo, poi che questo giovene
Arrivò in questa terra, o di Sicilia
O d’altro luogo, sempre dirgli Erostrato
Ho udito, e ch’è figliuolo d’un Filogono,
Mercatante ricchissimo in Catanea.
Ch’egli sia quello o no, lascio che giudichi
Chi di lui prima abbia avuto notizia,
Che venisse a Ferrara. Chi testifica
Quel che crede esser ver, nè appresso gli uomini
Nè presso Dio condennar per falsario
Si puote. Ho detto quel ch’odo dir pubblicamente, e credevo che fusse verissimo.
Filogono.Dunque, costui ch’io diedi al mio carissimo

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Figliuol per mastro, per guida, per sozio,
Lo avrà venduto o assassinato, o fattone
Alcun contratto, alcun governo pessimo!
Non sol le veste e i libri avrà usurpatone,
E li danari e ciò che pel suo vivere
Avea il meschin portato di Sicilia;
Ma il nome ancora, per poter le lettere
Di cambio, e con li mercatanti il credito
D’essermi figlio usare a benefizio
Suo. Ah infelice, ah misero Filogono!
Ah sfortunato vecchio! Non è giudice,
Capitan, podestade o commissario
In questa terra, a ch’io possa ricorrere?
Ferrarese.Ci abbiamo podestà, ci abbiamo i judici;
E sopra tutti un principe justissimo.
Voi non avete da temer, Filogono,
Che vi si manchi di ragione, avendola.
Filogono.Per vostra fè, venite, andiamo al principe,
Al podestade o sia a qual altro judice;
Che la maggior barería vô che intendino,
E lo più abbominevol maleficio
Che potesse uom pensar, non che commettere.
Lizio.Padron, a chi vuol litigar bisognano
Quattro cose: ragion, prima, bonissima;
E poi chi ben la sappia dire; e terzio,
Chi la faccia; e favor poi.
Filogono.                                           Di quest’ultima
Parte non odo che le leggi facciano
Menzione alcuna. Che cosa è? chiariscilo.
Lizio.Aver amici potenti, ch’al giudice
Raccomandin la causa tua: chè, vincere
Dovendo, brevemente la espedischino;
E se tu hai torto, che la differischino
E giorni e mesi, e tanto in lungo menino,
Che stanco al fm di spese, affanni e strazii,17
Brami accordarsi teco il tuo avversario.
Ferrarese.Di questa parte quantunque, Filogono,
Non s’usi in questa terra, pur avendone
Voi bisogno, ho speranza di fornirvene.
Io vi farò parlare a un valentissimo

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Avvocato, che buono a sufficienzia
Per tutte queste cose vi puote essere.
Filogono.Dunque, a questi che avvocano o procurano
Mi darò in preda; alla cui insaziabile
Avarizia supplir non saría idoneo,
Non che qui un forastier, ma nè a la patria?
So pur troppo i costumi lor. Dirannomi,
Come lor parli, c’ho ragion da vendere;
E, senza dubbio alcun, prometterannomi
La causa vinta, pur che m’avviluppino:
Ma poi ch’io sarò entrato, nè in mio arbitrio
Fia più comodamente di levarmene,
Cominceranno a ritrovare i dubii;
Che ritrovar? anzi a farveli nascere;
E mi vorran dar la colpa che instruttoli
Ben della causa non gli abbia a principio:
E cercheran con questi mezzi svellermi,
Non che i danar de la borsa, ma l’anima
Del corpo.
Ferrarese.               Questo avvocato, Filogono,
Ch’io vi propongo, non è a gli altri simile:
È mezzo santo.
Lizio.                         L’altro mezzo è diavolo,
Forse?
Filogono.            Ben dice Lizio. Anch’io pochissima
Fede ho in questi che torto il capo portano,
E con parole mansuete ed umili
Si van coprendo fin che te l’attaccano.
Ferrarese.Costui ch’io vi propongo non vô credere
Che sia di questa sorte: ma mettiamo che
Ne fosse ancor, l’odio e la nimicizia
Che tien con questo, o sia Dulippo o Erostrato,
Farà che, senza guardare al proprio utile,
Vi darà ajuto e ogni favor possibile.
Filogono.Che inimicizia è la loro?
Ferrarese.                                          Diròvvelo:
Ambi per moglie una figlia domandano
D’un nostro gentiluomo, e concorrenzia
Hanno d’amore.
Filogono.                          È dunque di tal credito,
A mio costo, in Ferrara questo perfido,
Ch’ardisce domandare a’ gentiluomini

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Le figliuole?
Ferrarese.                        Tant’è.
Filogono.                                     Come si nomina
Questo dottor?
Ferrarese.                           Messer Cleandro il dicono;
Delli primi che leggan nello Studio.
Filogono.Andiamo, dunque, a ritrovarlo.
Ferrarese.                                                   Andiamone.




Note

  1. Porta a mezzogiorno sul Po di Ferrara, detta così perchè in vicinanza della chiesa di San Paolo. — (Barotti.)
  2. Ed. Giol.: E tutto un tempo.
  3. Così tutte le più antiche, sino a quella del Barotti. Il Pezzana, e gli altri che il seguirono: va.
  4. Venire una via, un viaggio ec., invece di Venire per uno spazio di via, per la durata di un viaggio ec., è bello scorcio di lingua, non infrequente nei classici, e non registrato (ch’io sappia) dai fraseologi.
  5. Il Molini fu primo a rammodernare: ch’a Loreto.
  6. Il Barotti, il Pezzana ed altri: credimi.
  7. Zoppica questo verso nelle stampe del Giolito e del Bortoli: Voglia parlar; nè soffrir debba di.
  8. Che sia troppo, o troppa. Al nome ogni cosa sogliono spesse volte i buoni scrittori dar l’addiettivo del genere maschile.
  9. Nelle antiche stampe, seguíte male a proposito dal Pezzana e da altri moderni, questo e il seguente verso (sconciando ancora taluni rispetto in dispetto) furono messi in bocca di Dalio al principio della scena quarta. Vedasi il luogo corrispondente della Commedia in prosa.
  10. Ostería già della posta, vicina alla porta di San Paolo. — (Barotti.)
  11. Buono per gli studiosi ed accrescitori del Torto e diritto del non si può.
  12. Il Barotti non seppe dirci con esattezza dove allora fossero le pubbliche scuole, delle quali qui parla il poeta. Per circolo in vescovato intese «qualche pubblica disputa, perchè si solesse a que’ tempi tener colà le conclusioni, come in luogo più comodo o più capace; o qualche funzione di dottorato, perchè allora, come anche di poi, si costumasse di farle nel palazzo del vescovo.»
  13. Così la stampa del Giolito. In quella del Bortoli e in tutte le posteriori fu tolto voi.
  14. Come oggi direbbbesi: Che affare è questo? quando affare adoperasi a significare cosa qualsiasi.
  15. Ant. stamp.: die.
  16. Così l’edizione del Giolito. Diversifica il Barotti soltanto nello scrivere centinaia. Sembra, pertanto, arbitrio l’alterare che fe il Pezzana non che il suono ma la grammatica, ponendo: Di natura in centinaia di secoli.
  17. Ed. Giol.: stracii.