Opere minori 2 (Ariosto)/Commedie in versi/I Suppositi/Atto secondo

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Atto secondo

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ATTO SECONDO.




SCENA I.

DULIPPO, EROSTRATO.


Dulippo.Io non credo che gli occhi che si dicono
D’Argo, abbastanza oggi stati mi fossero.
Or per la piazza or pel Cortil1 volgendomi
Per ritrovar costui, credo mi siano
Quanti scolari e dottori ha lo Studio
Venuti innanzi, fuor che lui: ma eccolo
Pur finalmente.
Erostrato.                         A tempo, patron, veggiovi;
Appunto io vi volea.
Dulippo.                                 Che patron? Chiamami

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Dulippo, se tu m’ami, e serva il credito
Ch’io t’ho dato col nome.
Erostrato.                                      Ora lasciatemi
Onorarvi e far parte del mio debito,
Chè non c’è alcun che n’oda.
Dulippo.                                                  Il non guardartene
Sempre, ti potría fare errar di facile
In luogo ove notati potremmo essere.
Che nuove apporti?
Erostrato.                                Buone.
Dulippo.                                            Buone?
Erostrato.                                                       Anzi ottime.
Abbiam vinto il partito.
Dulippo.                                       Felicissimo
Me, se cotesto fusse vero!
Erostrato.                                          Uditemi.
Jersera al tardi io ritrovo Pasifilo,
E senza molti inviti a cena menolo
Meco; ove, con quei modi più amorevoli
Ch’io seppi, a un tratto mel feci amicissimo:
Sì, che ciò che disegni lo avversario
M’ha detto, ed anco il pensier di Damonio,
Per quanto può conjetturando intendere;
E m’ha per l’avvenir promesso d’essere
Tutto in nostro favore in questa pratica.
Dulippo.Non so se sai che non è da fidarsene,
E che è bugiardo, adulatore e perfido.
Erostrato.Ben lo conosco anch’io; ma so che nuocere
Non mi può questo suo parlar, trovandolo,
E toccandol con man, tutto verissimo.
Dulippo.E che t’ha detto, in somma?
Erostrato.                                                Che Damonio
Avea di dar la figliuola pur animo
Al dottor, poi ch’offería di duo milia
Ducati sopraddote.
Dulippo.                              Dunque pajono
A te queste novelle buone, anzi ottime?
Erostrato.E che? Credete voi sì tosto intendere,
S’io non v’ho detto il tutto ancora?
Dulippo.                                                            Seguita.
Erostrato.A questo gli risposi, ch’era simile-
mente acconcio da farle la medesima

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Sopraddote.
Dulippo.                    Ben rispondesti.
Erostrato.                                               Uditemi,
Chè non son anco ove è il punto difficile.
Dulippo.Difficile? Ci è peggio dunque?
Erostrato.                                                  Che obbligo,
Fingendomi figliuolo di Filogono,
Posso far io senza mandato in spezie
Del padre in questo?
Dulippo.                                  Sei stato allo studio
Più di me.
Erostrato.                 Nè voi sête stato a perdere
Tempo; ma queste cose su quel codice
Che vi ponete innanzi, non si trattano.
Dulippo.Lascia le ciance, e vieni al fatto.
Erostrato.                                                      Dissigli
Che da mio padre aveva avute lettere.
Per le quai m’avvisava di volersene
Venir qua, ed era per partir di prossimo;
Sì ch’io speravo ch’egli dovess’essere
Venuto in pochi dì: però Damonio
Pregasse da mia parte, che ancor quindeci
Giorni aspettasse la cosa a concludere,
Perchè speravo, anzi tenea certissimo,
Che ferme e rate mio padre Filogono
Avrebbe quante promesse, quanti obblighi
Io avessi fatti in questo sponsalizio.
Dulippo.Util sarà questo indugio, ottenendolo,
Chè ancor quindici dì mi farà vivere:
Ma poi, che fia, chè non verrà Filogono?
E se venisse ancor, chi più avversario
Mi sarebbe di lui? Ah tristo e misero
Me! che sia maledetto...
Erostrato.                                        Confidatevi
In me. Credete che non sia rimedio
A questo ancora?
Dulippo.                              Deh, fratel, ritornami
Vivo, chè poi che entrammo in questa pratica,
Son stato sempre più che morto.
Erostrato.                                                      Or statemi
Un poco a udir. Questa mattina, avendomi
Fatto prestar a vettura una bestia,

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Io me ne uscii dalla porta degli Angeli,2
Con animo d’andar fin sul Polesine
A fornir certo mio pensier: ma fecemi
Questo ch’io vi dirò, mutar proposito.
Giunto ch’io fui per passare a Garofalo,
Io vidi un gentiluom scender dall’argine;
Uomo attempato, il quale ha assai buon’aria.
Ei mi saluta, io ’l saluto; domandogli
E donde viene e dove va; rispondemi
Che da Vinegia viene e poi da Padoa,
E che ritorna a Siena ch’è sua patria.
Io, come so ch’egli è senese, subito
Facendo un viso ammirativo, dicogli:
— Oh! voi sete da Siena, ed avete animo
Di venir a Ferrara? — E perchè, domine.
Non vi debbo venir? — dice, tremandogli
Però la voce. Ed io: — Dunque il pericolo
Voi non sapete a che siate, venendoci,
Qualvolta per senese vi conoschino? —
Ed egli tutto stupefatto e timido
Si ferma allora, e mi prega di grazia,
Che questa cosa tutta a pieno gli esplichi.
Dulippo.Io non intendo questa trama.
Erostrato.                                               Credovi.
Udite pur.
Dulippo.                  Séguita pur.
Erostrato.                                        Soggiungoli:
— Perchè, gentiluom mio, già nella patria
Vostra, in quel tempo ch’io vi stavo a studio,
Son stato molto accarezzato, debita-
mente sono a i Senesi inclinatissimo;
E però, dove io possa il danno e ’l biasimo
Vostro vietar, non piaccia a Dio ch’io ’l tolleri.
Non so perchè non sappiate l’ingiuria
Che a questi dì vostri Senesi feceno
A certi ambasciadori del duca Ercole,
Che da Napoli in qua se ne tornavano. —
Dulippo.Che favole son queste? che appartengono

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Al caso mio?
Erostrato.                      Se m’ascoltate, favole
Non vi parranno; ma che vi appartengono
Molto più ch’ora non credete.
Dulippo.                                                  Séguita.
Erostrato.Io gli soggiunsi: — Questi gentiluomini,
O, come ho detto, ambasciadori, aveano
Parecchi bei poliedri3 e muli carichi
E di selle ferrate e di bellissimi
Guarnimenti, ed appresso buona copia
Di sommacchi e profumi e cose simili,
Che mandava a donare il re di Napoli
Alla figliuola ed al duca suo genero:4
E queste cose, come a Siena giunsero,
Ritenute lor fûr da questi pubblici
Ladroni, che doganieri si chiamano;
Da li quai, nè per patente che avessino,
Nè perchè testimoni producessino
Che le robe eran del duca, possibile
Fu d’espedirle mai, fin che non ebbeno
Pagato intieramente tutto il dazio,
Come se del più vile e del più ignobile
Mercatante del mondo state fosseno. —
Dulippo.Esser può che appartenga questa istoria
A me; ma capo non ci so discernere
Nè coda, nè mi posso indurre a crederlo.
Erostrato.Oh come sête impaziente! statemi
Un poco a udir; lasciatemi concludere.
Dulippo.Di’ pur quant’io t’ascoltarò.
Erostrato.                                             Gli seguito:
— Di ciò si è il duca doluto con lettere,
E più con messi alla vostra repubblica;
E una risposta così temeraria,
Così insolente n’ha avuto, che esprimere
Non la potrei: per questo di tant’odio,
Di tanta rabbia è acceso questo principe
Contra tutti i Senesi, che su l’ostia
Ha giurato, che quanti nel dominio
Suo mai capitaran, vorrà che lascino

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Fino a le brache, e che cacciati vadano
Di qui con vituperio ed ignominia. —
Dulippo.E donde così grande e così subita
Bugía t’immaginasti, e a che proposito?
Erostrato.Saper vi farò il tutto; nè possibile
Era per noi trovar cosa più utile.
Dulippo.Sto pur attento a quel che vuoi concludere.
Erostrato.Vorrei che udite le parole, e visti li
Gesti vo’ aveste, con che affaticavomi
Di persuadergli questa baja.
Dulippo.                                               Credoti,
Chè so pur troppo come sai ben fingere.
Erostrato.Io gli soggiunsi, che pene gravissime
Aveva il duca imposte a quei ch’albergano,
5Ch’alloggiasson Senesi, e non ne dessino
A i soprastanti immantinente indizio.
Dulippo.Ci mancava cotesto.
Erostrato.                                  Costui, ch’essere
Fra gli uomini del mondo de’ più pratichi
Non dee, ch’al viso io lo conobbi subito,
Girava già la briglia per tornarsene
In dietro.
Dulippo.                  Oh come mostra esser mal pratico,
Se non sa quel ch’esser dovría notissimo.
Se fusse vero, in Siena a tutto il populo!
Erostrato.E perchè non potrebbe esser, se passano
Dui mesi o tre ch’egli non fu alla patria,
Che questa ed altre cose d’importanzia
Fusseno occorse, e tutta volta occorrano,
Di ch’egli non potesse aver notizia?
Dulippo.Pur non debbe aver troppa esperïenzia.
Erostrato.Credo che n’ha pochissima; e ben reputo
Buona sorte la nostra, che mandato mi
Abbia uomo innanzi sì al nostro proposito.
State a udir pur.
Dulippo.                              Finisci pur.
Erostrato.                                                  Sentendosi
Dir questo, già si volgéa per tornarsene
In dietro, come io dissi, ed io fingendomi
Sopra di me star pensoso e fantastico

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E tutto intento a fargli beneficio,
Dimoro un poco, e poi quasi scotendomi
D’un gran pensiero: — Or, non abbiate dubbio,
Gli dico, gentiluom, che sicurissima
Via ho di salvarvi, e voglio fare ogni opera,
Per l’affezione c’ho a la vostra patria,
Che per senese non vi ci cognoschino.
Vò che ad ogn’uno voi diciate d’essere
Mio padre; e perchè meglio ve lo credino,
Alloggiarete meco. Io di Sicilia
Sono, d’una città detta Catanea,
Figliuol d’un mercatante che Filogono
È detto: così a quanti vi domandano,
Dite pur voi, che siete di Catanea,
E mercatante, e chiamato Filogono;
Ed io, che nominato sono Erostrato,
Vi farò come a padre i convenevoli.
Dulippo.Deh, come son ben sciocco e poco pratico!
Pur or comincio il tuo disegno a intendere.
Erostrato.Che ve ne par?
Dulippo.                          Assai ben; ma uno scrupulo,
Che non mi piace, ci resta.
Erostrato.                                            E che scrupulo?
Dulippo.Che stando un giorno o dui qui, ed accadendogli
Di ragionar con altri, potrà facile-
mente che tu l’abbi uccellato accorgersi.
Erostrato.Non vi pensate voi ch’io v’abbi a aggiungere
Altro? Io l’ho già sì accarezzato, e vogliolo
Sì ben trattare ed onorar, che un principe
Non potrebbe da me più onor ricevere.
E poi che fatto con tant’amorevoli
Dimostrazion me l’avrò ben dimestico,
Gli conterò tutta la trama libera-
mente; nè credo il troverò difficile
Di compiacermi in cosa dove a mettere
Egli non ha se non parole semplici.
Dulippo.Che vuoi che faccia?
Erostrato.                                  Che faccia il medesimo
Che farebbe Filogono trovandosi
In questa terra, e non fusse contrario
Al voler nostro: che obblighi a Damonio,
Senza suo danno, il nome di Filogono

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Per dua milia ducati, e per tre milia
Di sopraddote, e per quel più che chiedere
Gli saprà a bocca egli stesso: e non dubito
Che me lo nieghi, quando non può nuocere
A lui questo contratto, non essendoci
Scritto il suo nome, ma quel d’uno estraneo.
Dulippo.Pur che succeda!
Erostrato.                              Facciamo il possibile,
E della sorte più tosto dogliamoci,
Che di noi stessi, che per negligenzia
Siamo restati.
Dulippo.                      Orsù, dove lasciato lo
Hai?
Erostrato.        Ad una ostería, perchè tre bestie
Ch’egli ha, non bene in casa capirebbono.
Vô che i cavalli all’ostería si lascino,
E le persone in casa nostra alloggino.
Dulippo.Perchè non l’hai menato teco?
Erostrato.                                                  Parvemi
Meglio avvisarvi prima.
Dulippo.                                        Or torna, e menalo,
E fagli onore, e non guardare a spendere.
Erostrato.Ubbidiròvvi. Eccol, per dio! vedetelo
Che vien in qua.
Dulippo.                         Gli è questo? Or va ed incontralo:
Anch’io lo voglio un po’ squadrar, s’ha l’aria
D’un ser capocchio, come ben debb’essere.


SCENA II.

SENESE, il suo FAMIGLIO, EROSTRATO.


Senese.Chi va pel mondo incorre in gran pericoli.
Famiglio.Gli è ver. Se questa mattína a Garofalo,
Passando il fiume, si fusse pel carico
La nave aperta, tutti affogavamoci;
Chè non abbiam di nôtar molta pratica.
Senese.Di cotesto non dico.
Famiglio.                                 Del terribile
Fango voi dite, che di qua da Padoa
Trovammo, ove più volte ebbi gran dubbio
Che i poveri cavagli rimanessino?

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Senese.Va, tu sei grosso: io dico del pericolo
Nel quali siamo stati per incorrere
In questa terra.
Famiglio.                         Gnaffe, un gran pericolo,
Ritrovar chi vi lasci appena giungere,
E che dall’ostería vi levi subito
E alloggi in casa sua!
Senese.                                   Mercè del giovane
Gentile e grazïoso ch’oggi Domene-
dio ci mandò all’incontro per soccorrerci.
Ma pon da lato, pon coteste favole;
E guárdati, e così anco tu,6 guardativi
Di dir che siam senesi, e raccordevoli
Siate di nominarmi per Filogono
Di Catanea.
Famiglio.                    Cotesto sì eteroclito
Nome, per certo avrò male in memoria!
Ma non già quella castagna, sì facile-
mente mi scorderò.
Senese.                                Dico Catanea,
E non castagna, in tuo mal punto.
Famiglio.                                                       Dicalo
Un altro pur, chè a me non basta l’animo
Ricordarmene mai.
Senese.                                Sta dunque tacito,
E guárdati che Siena mai non nomini.
Famiglio.Che vi parría s’io mi fingessi mutolo,
Come feci anco in casa di Crisobolo?7
Senese.Fa come ti par meglio. Ma ecco il giovene
Tanto cortese.
Erostrato.                        Ben venga Filogono
Mio padre.
Senese.                 E ben sia il mio figliuolo Erostrato
Trovato.
Erostrato.              Abbiate in mente a saper fingere,
Chè questi Ferraresi, c’hanno il diavolo
In corpo tutti, non possano accorgersi
Che voi siate senesi.
Senese.                                  No no; statene

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Pur sicuro, chè ben faremo il debito.
Erostrato.Sareste svaligiati, ed altre ingiurie
E scorni avreste, chè a furore populi8
Vi caccerían come rubaldi subito.
Senese.Io li venivo ammonendo, e non dubito
Che punto punto in questa cosa fallino.
Erostrato.E con li miei di casa avete il simile
Modo a tener; che questi che mi servono
Di questa terra son tutti, nè videro
Mio padre mai, ne mai fûro in Sicilia.
Questa è la stanza; entriamo; voi seguiteci.


SCENA III.

DULIPPO.


Questa cosa non ha tristo principio,
Pur che peggiore il mezzo o il fin non seguiti.
Ma non è questo il dottor temerario
Ch’ardisce domandar sì bella giovane
Per moglie? Oh grande avarizia! oh degli uomini
Gran cecità! Per non dotar Damonio
Sì bella, sì gentil, tanto amorevole
Figliuola, pensava costui farsi genero,
Che per età convenïente suocero
Gli saría; ed ama più ch’abbia abbondanzia
Di roba, che di contento la misera
Figliuola; e empirle la borsa desidera
Di fiorini, e non cura che in perpetuo
Un’altra ch’ella n’ha, rimanga vacua.
Ma forse fa pensier che debba empirgliela
Il dottor di doppioni.9 Io mi delibero
Di dargli un poco di baja, e di prendermi
Alquanto di piacer di questo tisico.


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SCENA IV.

CARIONE famiglio, OLEANDRO e DULIPPO.


Carione.O padron, ch’ora è questa fuora d’ordine
D’andare a cerco?10 Credo che si stuzzichi
Ormai li denti, non vô dir che desini,
Ogni banchiere, ogni ufficiai di camera,11
Che sono a uscir di piazza sempre gli ultimi.
Cleandro.Io son venuto per trovar Pasifilo,
Acciò desini meco.
Carione.                              Come fussimo
Pochi sei bocche che siamo, e aggiungendovi
La gatta, sette, a mangiar quattro piccioli
Luccetti, che una libbra e mezza pesano
Appena tutti insieme; ed una pentola
Di ceci mal conditi, e venti sparagi,
Che, senza più, in cucina s’apparecchiano
Per voi e tutta la famiglia pascere.
Cleandro.Temi, lupaccio, che ti manchi?
Carione.                                                  Temone
Pur troppo.
Dulippo.                    (Non debbo uccellare e prendermi
Piacer di questo vecchio?)
Cleandro.                                          Dee dunque essere
La prima volta.
Dulippo.                         (Che dirò?)
Carione.                                             Rincrescemi
Della famiglia, e non già del mio incomodo;
Chè quel, con che temporeggiar potríano
E con pane e coltello un poco i poveri
Famigli, tutto in duo boccon Pasifilo
Trangugiar debbia, nè rimaner sazio;
Chè voi e con la pelle mangerebbesi,
E con l’osso la mula vostra, ed anco la
Carne, s’avesse pur carne la misera.
Cleandro.Tua colpa che sì ben n’hai cura.
Carione.                                                    Datene

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Pur colpa al fieno e alla biada, che costano.
Dulippo.(Lascia pur fare a me.)
Cleandro.                                      Taci, brutto asino,
E guarda se apparir vedi Pasifilo.
Dulippo.(Quando io non possa far altro, vô spargere
Tra Pasifilo e lui tanta zizzania,
Che non credo che mai più amici tornino.)
Carione.Non bastava, patrone, che venuto ci
Fusse un di noi, senza venir voi proprio?
Cleandro.Sì, perchè12 sête assai diligenti uomini!
Carione.Per dio, voi cercate altri che Pasifilo;
Chè dovete pensar, che se Pasifilo
Non avesse trovato miglior tavola
Della vostra, già un pezzo nella camera
Vi aspetterebbe al fuoco.
Cleandro.                                        Or non mi rompere
Il capo. Ma ecco da chi potrò intendere
Se forse con Damonio costui13 desina.
Non sei tu servitore di Damonio?
Dulippo.Sì, sono, al vostro piacer.
Cleandro.                                          Ti ringrazio.
Tu mi saprai dunque dir se Pasifilo
Gli è stato oggi a parlar.
Dulippo.                                        Ci è stato, e credo ci
Sia forse ancora. Ah, ah!
Cleandro.                                        Ma di che ridi tu?
Dulippo.D’uno ragionamento, da non ridere
Per ognuno però, ch’ebbe Pasifilo
Pur dianzi con mio patrone.
Cleandro.                                             Potrebbesi
Risaper...
Dulippo.              Ah! non saría onesto dirvelo.
Cleandro.Se si appartiene a me?
Dulippo.                                   Basti.
Cleandro.                                             Rispondimi.
Dulippo.Non vi posso dir altro; perdonatemi.
Cleandro.Questo solo, e non altro, vorría intendere,
Se si appartiene a me: dillo, di grazia.
Dulippo.Quando io fussi sicuro che star tacito
Voi ne doveste, vi scoprirei libera-

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mente ogni cosa.
Cleandro.                            Io sarò secretissimo;
Non dubitar. Tu, Carïone, aspettami
Costà. Or di’ su.
Dulippo.                          Se mio patrone a intendere
Venisse mai che per me avuto indizio
Voi n’aveste, mi farebbe il più misero
Uomo che viva.
Cleandro.                          Non è per intenderlo
Mai. Or di’ pur.
Dulippo.                          Chi m’assicura?
Cleandro.                                                     T’obbligo
E ti do in pegno la mia fede.
Dulippo.                                              È debole
Pegno, che sopra gli Ebrei non vi prestano.
Cleandro.Più che l’oro e le gemme val tra gli uomini
Da bene.
Dulippo.              E dove al dì d’oggi si trovano?
Volete pur ch’io vel dica?
Cleandro.                                          Anzi pregoti,
E te ne fo le croci,14 appartenendosi
A me però.
Dulippo.                   Vi s’appartiene, e vogliovi
Dirlo, perchè mi duol che un uomo simile
Sia così dileggiato da una bestia.
Cleandro.Dimmel, di grazia.
Dulippo.                             Io vel dirò, giurandomi
Però voi prima, che mai nè a Pasifilo,
E meno a mio patron, siate per muoverne
Parola.
Carione.            (Qualche ciancetta debbe essere,
Che da parte gli dà di questa giovane,
Forse con speme di trarne alcun utile).
Cleandro.Io credo appunto d’aver qui una lettera.
Carione.(Mal lo conosce: ci bisognerebbono
Tanaglie e non parole; che più facile-
mente cavar li denti lascerebbesi
Della mascella, che scemare un picciolo
Della scarsella).
Cleandro.                          Ecco una carta; pigliala

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Ed aprila tu stesso:15 così giuroti
Di non parlarne con persona. Or dimmelo.
Dulippo.Io vel dirò. M’incresce che Pasifilo
Vi uccelli; che il ghiotton vi dia ad intendere
Che per voi parli, e tuttavía in contrario
Insti col mio padrone, e che lo stimuli
Che dia per moglie la figliuola a un giovene
Scôlar sicilïano, che si nomina
Arosto, Rospo, o Grosco: io nol so esprimere;
Ha un nome indiavolato.
Cleandro.                                        Chi è? Erostrato?
Dulippo.Sì sì, così si chiama: e dice il perfido
Di voi tutti li mali che si possono
Dir d’alcun uomo infame.
Cleandro.                                        A chi?
Dulippo.                                                  A Damonio,
Ed anco a Polinesta.
Cleandro.                                 È egli possibile?
Ah ribaldo! e che dice?
Dulippo.                                        Immaginatevi
Quel che si può dir peggio: che il più misero
E più strett’uom non è di voi.
Cleandro.                                                  Pasifilo
Dice cotesto di me?
Dulippo.                                Che venendovi
A casa, ha da morir, per avarizia
Vostra, di fame.
Cleandro.                         Oh, che sel porti il diavolo!
Dulippo.E che il più fastidioso e più collerico
Uomo del mondo voi siete, e distruggere
La farete d’affanno.
Cleandro.                                 Oh lingua pessima!
Dulippo.E che tossite e sputate continua-
mente dì e notte, con tanta spurcizia,
Che i porci di voi schifi diverrebbono.
Cleandro.Non tosso pur, nè mai sputo.
Dulippo.                                              È chiarissimo.
Or me n’avveggo.
Cleandro.                            È ver, ch’or son gravissima-
mente infreddato: ma chi n’è ben libero
Di questo tempo?

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Dulippo.                            E dice che vi puzzano
Li piedi e le ditella, sì che ammorbano:
E più, che avete un fiato incomportabile.
Cleandro.Non possi aver mai cosa ch’io desideri,
S’io non lo pago.
Dulippo.                            Che vi pende l’ernia.
Cleandro.Oh che gli venga il mal di sant’Antonio!16
Tutto cotesto che dice, è falsissimo.
Dulippo.E che cercate pigliar questa giovene,
Più perchè dei mariti desiderio
Avete, che di moglie.
Cleandro.                                   Che significa
Questo suo dire?
Dulippo.                            Che adescar li gioveni
Così volete, chè a casa vi vengano.
Cleandro.Li gioveni? a che effetto?
Dulippo.                                        Immaginatelo
Voi pur.
Cleandro.               Può esser che dica Pasifilo
Coteste ciance?
Dulippo.                         E molte altre bruttissime
E disoneste.
Cleandro.                    E gli crede Damonio?
Dulippo.Sì, più che al Credo; e già vi avrebbe dato la
Repulsa, se non fosse che Pasifilo
Lo prega che non voglia anco risolvervi;
Chè spera, s’egli tien la cosa in pratica,
Aver da voi danari e mille comodi.
Cleandro.Aver da me? Voglio che, come merita,
Abbi un capestro. E perchè17 non ebbi animo
Di dargli queste calze, come fossino
Un poco più di quel che sono, logore!
Dulippo.Per dio, per dio, avrà fatto gran perdita!
Volete altro da me?
Cleandro.                                Non altro; avuto ne
Ho pur troppo.
Dulippo.                       Io ritornarò, piacendovi,

[p. 245 modifica]

In casa.
Cleandro.             Va. Dimmi anco, se mi è lecito
Saperlo, come è il nome tuo?
Dulippo.                                               Mi dicono
Maltivenga.
Cleandro.                    Nojoso e dispiacevole
Nome hai certo. Sei tu di questa patria?
Dulippo.Messer no: sono d’un Castel che chiamano
Fossuccio, ch’è colà nel territorio
Di Tagliacozzo. Addio.
Cleandro.                                   Addio. Deh misero!
Di chi mi fidav’io? come provvisto mi
Ero d’un messaggiero e d’uno interprete?
Carione.Vogliam, patrone, a posta di Pasifilo,
Oggi morir di fame?
Cleandro.                                Non mi rompere
Il capo: che impiccati insieme fossivo18
Amendui!
Carione.                (Non ha nuove che gli piacciano.)
Cleandro.Hai sì gran fretta di mangiar? Che sazio
Non possi esser tu mai!
Carione.                                        (Sono certissimo
Di non mi saziar mai, fin che al servizio
Suo stia.)
Cleandro.                 Ma andiamo, in malora.
Carione.                                                            (Ma in pessima
Per te, e per quanti avari si ritrovano.)




Note

  1. Il Cortile, è una piazza in Ferrara contigua alla maggiore, e intorno la quale gira una parte del palazzo ducale. — (Molini.)
  2. Porta di Ferrara, così nominata dalla vicina chiesa di Santa Maria degli Angeli; per la quale, prima che si chiudesse, si andava dirittamente al Po di Lombardia; dove più oltre sette miglia, trovasi la villa detta Garofalo, che confina col Polesine di Rovigo. — (Barotti.)
  3. Ed. Giol.: poletri. Pronunzia romanesca.
  4. Ercole I, duca di Ferrara, sposo ad Eleonora d’Aragona, figlia di Ferdinando re di Napoli. — (Barotti.)
  5. Il Pezzana fu primo, come sembra, a mutare questo Che in Se.
  6. Essendosi già detto che il forestiero aveva tre cavalli, queste parole suppongono la presenza di altro servo che non parla.
  7. Cioè, nella Cassaria (in prosa e in versi), atto IV, sc. 7.
  8. Traduce barbaramente, come i notai d’un tempo facevano, il modo di dire italiano: «A furore di popolo.»
  9. È forza il ridere vedendo la Crusca applicar seriamente a questo passo la spiegazione: «Accrescitivo di Doppia, Dobblone.»
  10. Andare attorno. — (Tortoli.)— Forse dai Veronesi mal registrata sotto Cerco, nel significato di Piazza; Circo. Molto più affinità tiene con l’altra, prodotta dal Manuzzi, Andare a caccia per lo cerco.
  11. Ogni impiegato ai servigi del pubblico erario.
  12. Vedi la nota 1 a pag. 68.
  13. Cioè, il parasito.
  14. Te ne scongiuro a braccia o mani incrocicchiate. — (Pezzana).— Può vedersi il Vocabolario del Manuzzi, Fare croce, § II.
  15. Vedi la nota 1 a pag. 80.
  16. Anche nella Lena, atto III, sc. 6, è, colle parole medesime, una siffatta imprecazione. Chiamavasi già male di Sant’Antonio una malattia cutanea di natura inflammatoria, alla quale oggi i medici danno il nome di Zona.
  17. E sì che, Forsechè. Vedi a pag. 38, 68 e 241. Qui pure il Pezzana ebbe alterato il testo, scrivendo: «E non ebbi io già in animo.»
  18. Desinenza di più vernacoli italiani, ed anche del romanesco.