Opere minori 2 (Ariosto)/Commedie in versi/Il Negromante/Atto terzo

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Atto terzo

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Commedie in versi - Atto secondo Commedie in versi - Atto quarto
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ATTO TERZO.




SCENA I.

ASTROLOGO, CINTIO, NIBBIO.


Astrologo.Cintio, siate pur certo che narratomi
Voi non avete cosa che benissimo
Io non sapessi prima: e se i rimedii
Ben mostravo di farvi ch’esser sogliono
Salutiferi e buoni a chi sia all’opera
Delle donne impotente, perciò a credere
Che vi fussin bisogno non m’avevano
Indotto vostre finzïoni; e avevovi
Compassïone; e perciò ai desiderii
Vostri mi avete sempre favorevole
Ritrovato, più tosto che contrario.
Cintio.S’io da voi per addietro, non sapendolo
Nè ve ne richiedendo, ebbi alcun utile,
Ve ne sono obbligato, ed in perpetuo
Ve ne sarò: ma poichè , non pregandovi,
M’avete fatto quel che dite, e credovi;
Quant’ora più, ch’io ve ne prego e supplico,
E riconoscer posso il benefizio,
Di bene in meglio dovete procedere?
Il che potete far molto più facile-
mente, che non potreste quel che Massimo
Vorría. Qui non accade altro che libera-
mente al mio vecchio ed agli altri rispondere,
Che l’impotenzia mia non è curabile.
Astrologo.Se al vecchio e agli altri io volessi rispondere
Che l’impotenzia non fosse curabile,
Credete voi che ’l vecchio avesse a credermi
Sì facilmente, e che mandasse subito
La sposa a casa? Cintio, non si credono
Cosi tosto le cose che dispiacciono:
E potrei dar sospetto, che ad istanzia
L’avessi detto di qualcun che invidia
Vi portasse, che avesse desiderio
Di ritirar a casa sua questo utile.

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Ma vi veggo altra via più riuscibile
E più breve di questa, da far subito
Levar costei di casa vostra, e andarsene
Là donde venne.
Cintio.                          S’el vi piace, ditela.
Astrologo.(Non vô che costui m’oda.) Va, tu, scostati,
Dàcci un po’ luogo; non volere intendere
Sempre ciò che si dice.
Nibbio.                                        (Come dettomi
Non abbia il suo disegno e ciò c’ha in animo
Di far.)
Astrologo.             Non son da dir cose che importano
Alla presenzia de’ famigli.
Nibbio.                                           (Un simile
Segretario non ha il mondo. Se i prencipi
Lo conoscessin, com’io, lo vorrebbono;
Per impiccarlo, dico.)
Astrologo.                                     Ora, a proposito
Nostro, io vô far che costei vi sia subito
Tolta di casa.
Cintio.                      S’el vi piace, ditemi
Il modo.
Astrologo.              Pria ch’io vel dica, voglio mi
Promettiate di non parlarne ad anima
Viva; nè a questi vostri segretarii,
De’ quai l’un v’è famiglio e l’altro suocero;
Nè a vostra moglie ancora: che, parlandone
A chi si voglia, porreste a pericolo
Me di morte, ambidui voi d’ignominia.
E se, senza saperlo voi, far l’opera
Potessi, io la farei di miglior animo.
Cintio.S’io v’obbligo la fede di star tacito,
Temete ch’io non ve la servi?
Astrologo.                                                  Credovi,
Ch’abbiate or questa intenzïon; ma subito
Che colei sia con voi, senza avvedervene,
Ciò ch’avrò detto, pur che voglia intenderlo,
Direte; e tutto un dì non è possibile
Che cosa occulta stia che sappia femmina.
Cintio.Nè con lei nè con altri son per muovere
Parola.
Astrologo.            E così promettete?

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Cintio.                                           V’obbligo
La fede mia.
Astrologo.                      Vel dirò dunque; uditemi.
Io voglio far che ritroviate un giovene
Questa notte nel letto con Emilia.
Cintio.Che avete detto?
Astrologo.                            Che troviate un giovene
Questa notte nel letto con Emilia.
Non m’intendete?
Cintio.                                Forse me medesimo
Ci trovarò.
Astrologo.                  Dícovi un altro giovene,
Che le darà di quello in abbondanzia,
Che le negate voi.
Cintio.                              Dunque ella è adultera?
Astrologo.Cotesto no, ma casta e pudicissima:
Ma sarà tosto giudicata adultera
Dal vecchio; onde vi fia cagion legittima
Seco, e con tutto il mondo, di ripudio:
E quando ancor voi non voleste, Massimo
So non la terrà in casa, e vorrà subito
Che torni a casa il padre.
Cintio.                                          Ah, sarà scandalo
Ed infamia perpetua della giovane!
Astrologo.E che noja vi dà, purchè la lievino
Di casa vostra, e che mai più non abbiano
A rimandarla? Non guardate, Cintio,
Mai di far danno altrui, se torna in utile
Vostro. Siamo a una età, che son rarissimi
Che non lo faccian, purchè far lo possano;
E più lo fan, quanto più son grandi uomini;1
Nè si può dir che colui falli ch’ímita
La maggior parte.
Cintio.                              Fate voi; guidatemi
Come vi par. Gli è ver, se gli è possibile
Far altramente che con tanto scandolo
E tanto disonor di questa giovane,
Io ci verrò di molto miglior animo.
Astrologo.Verrete solo a trovarmi alla camera...
Nibbio.(Se vi vai, te l’attacca.)
Astrologo.                                          Chè per ordine

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Vi mostrerò che non ci fia lo scandolo
Nè il disonor che vi date ad intendere.
Nibbio.(Il mio padron ara col bue e con l’asino.)2
Astrologo.Sollecitate voi pur questo suocero
Vostro, che questa sera i danar sieno
Apparecchiati, sì ch’io possa prenderli
Tosto ch’abbiate avuto il desiderio
Vostro voi; ch’io non vô più lungo termine
Di questa notte, a far che tutto seguiti
Ciò ch’io prometto.
Cintio.                              Io vo a trovarlo.
Astrologo.                                                          Síavi
A mente che fra noi le cose stiano
Secrete.
Camillo.               Saran più che secretissime.


SCENA II.

ASTROLOGO, NIBBIO.


Astrologo.Poich’io trovo fortuna tanto prospera
A tutti i miei disegni, egli è impossibile
Che questi argenti di Camil mi fugghino
Oggi di mano. Verso lor mi pajono
Tutti quest’altri guadagnucci favole.
Pensavo dianzi, s’io potevo in termine
Di dieci giorni averli, o al più di quindici,
Chè avrei fatto una delle prove d’Ercole:
Ma poichè m’ha parlato questo Cintio,
E déttomi in che grado si ritrovano
Le cose, mi parrà, s’io tardo a farmene
Signor fino a domani, ch’io possa essere
D’ignoranzia imputato e dappocaggine.
Ma gli è stato bisogno di prevertere3
E sozzopra voltar tutto il primo ordine.
Avevo disegnato che la lettera
Credenzïal, c’ho da parte d’Emilia
Data a Camil, m’avesse a far servizio
In una cosa: or bisogna servirmene
In un’altra più degna e più proficua.

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Nibbio.Delle tre starne che in piè avete,4 ditemi
Quel mangiarete?
Astrologo.                                Vedráimi ir beccandole
Ad una ad una, ed attaccarmi in ultimo
Alla più grassa, e tutta divorarmela.
Nibbio.Eccoven’una, e la miglior: mettetevi,
Se avete fame, a piacer vostro a tavola.
Astrologo.Chi è? Camillo?
Nibbio.                            Sì.
Astrologo.                                 Sì ben, mangiarmelo
Voglio, che l’ossa non credo ci restino.


SCENA III.

CAMILLO e detti.


Camillo.Io son tornato.
Astrologo.                         Io il veggo.
Camillo.                                              Ora chiaritemi
Che vuol da me la mia padrona.
Astrologo.                                                       Vuolevi
Seco nel letto questa notte, e stringervi
Nelle sue braccia, e più di cento milia
Volte baciarvi, e del resto rimettersi
Alla discrezïon vostra.
Camillo.                                      Deh! ditemi
Quel ch’ella vuol, ch’io non ho sì propizie
Le stelle, che sì tosto debba giungere
A tanto bene.
Astrologo.                        Io dico il vero, e credere
Non mi volete? Vuol che nella camera
Con lei vi ponga questa notte.
Camillo.                                                  E Cintio
Dove sarà?
Astrologo.                    Vô ch’al mio albergo Cintio
Alloggi questa notte sotto spezie
Di fargli certi bagni, li quali utili
Debbian essere a questa sua impotenzia.
Or che pensate?
Camillo.                            Penso che difficile

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Cosa mi pare e di molto pericolo.
Astrologo.Pericolo, eh?
Camillo.                       Siccome avessi a scendere
Nel lago de’ leon di Babilonia.5
Astrologo.E mi soggiunse poi, che ritraendovi
Voi d’ire a lei, vuol ella a voi venirsene.
Credete ch’io motteggi? Vi certifico
Ch’ella è in tal voglia; che voglia? è in tal rabbia
D’esser con voi, che quando questa grazia
D’ire a lei le neghiate, ella fuggirsene
Vuol dal marito sta notte, e venirsene
A ritrovarvi a casa.
Camillo.                                 Ah no; levatela
Di tal pensier, che fôra il maggior scandolo,
Il maggior scorno, il maggior vituperio
Che al mondo accader mai potesse a femmina.
Astrologo.Pensate pur, c’ho usato la rettorica;
Nè ci seppi trovar altro rimedio,
Che di darle la fede mia, di mettervi
Questa notte con lei.
Camillo.                                  Voi consigliatemi
D’andarvi?
Astrologo.                    Senza dubbio; perchè andandovi,
La potrete dispor che dieci o dodici
Giorni anco aspetti, affinchè con licenzia
Del padre, e satisfazïone e grazia
De’ parenti e degli amici, legittima-
mente e con onor possa a voi venirsene.
Nibbio.(Vi par che ’l ciurmator sappia attaccargliela?)
Camillo.E come potrebbe essere che, andandovi.
Io non pericolassi?
Astrologo.                               Non ne dubito
Qualvolta voi v’andaste, non sapendolo
Io; ma con mia saputa, sicurissimo.
Come vo’ andaste in casa vostra propria.
Camillo.Come v’andrò?
Astrologo.                          Son cento modi facili
Da mandarvi sicur. Vi farò prendere
Forma, s’io voglio, d’un cane domestico

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O di gatto. Or che direste, vedendovi
Trasformare in un topo, che è sì picciolo?
Camillo.Forse anco in pulce o in ragno cangerestemi?
Nibbio.(Io mi vô discostar, per non intendere
Questi ragionamenti, che impossibile
Mi saría udirli e non scoppiar di ridere.)
Astrologo.Cangiar vi posso in quante varie spezie
Son d’animali, e farvi indi rassumere
La propria forma: vi posso invisibile
Mandar. Ma udite: potreste, volendovi
Mutar in cane o in gatto, guadagnarvene
Qualche mazzata, e nel tempo più comodo
Voi sareste cacciato della camera.
Camillo.Dunque, fia meglio mandarmi invisibile.
Astrologo.Invisibil, per certo; ma dissimile-
mente da quel che pensate. Volendovi
Mandar al modo che dite invisibile,
Trovar bisognarebbe una elitropia;6
Ed a sagrarla ed a metterla in ordine
Come si debbe non abbiamo spazio.
Ma serbando gl’incanti quando sieno
Più di bisogno, ho pensato che chiudere
Vi farò in una cassa, e nella camera
Di lei portar; e a tutti darò a intendere,
Che quella cassa sia piena di spiriti;
Sì che non sarà alcun che d’appressarsele
Ardisca a quattro braccia, fuorchè Emilia
Che sa il tutto. Ella poi ne verrà tacita-
mente, e trarràvvi della cassa.
Camillo.                                                  Intendovi;
Ma mi par che ci sia molto pericolo.
Astrologo.Volevate testè, solo accennandovi
Lei, cacciarvi nel fuoco e il petto fendervi;
Ed ora ella vi prega di sì facile
Cosa, e con piacer vostro, e state attonito,
E vi par che ci sia tanto pericolo?
Camillo.Di lei, non di me temo.
Astrologo.                                    Ah diffidenzia!
Dove son io, potete voi, sentendomi

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Ch’io vi sia presso, temer di pericolo?
Camillo.Non potresti altramente che chiudendomi
In una cassa, con lei pôr?
Astrologo.                                          Facillima-
mente; ma non già s’io non ho più spazio.
Camillo.Dunque, tre giorni o quattro differiscasi.
Astrologo.Io, per me, differir son contentissimo
Sei giorni o dieci e un anno, pur che Emilia
Differir voglia. Ma non vuol: rendetevi
Certo che questa notte è per fuggirsene,
Come v’ho detto. Io non vi posso esprimere
L’ardore, il desiderio, il furor, l’impeto,
In che si truova. Ogni modo, aspettatela
Sta notte.
Camillo.                Prima che patirlo, vogliomi
Non solo in una cassa, ma rinchiudermi
Nella fornace ove il vetro si liquida.7
Astrologo.Non dubitate. Ditemi; la camera
Vostra guarda a levante?
Camillo.                                        Sì.
Astrologo.                                              Sarà ottima
Pel mio bisogno. Stanotte serrarmivi
Dentro voglio...
Camillo.                      A che effetto?
Astrologo.                                                Nè mai chiudere
Gli occhi, ma dire orazïoni e leggere
Certe scongiurazioni potentissime,
Da far che tutti qui in casa di Massimo,
Insino ai topi, eccetto Emilia, dormano.
Camillo.Come potete star nella mia camera
Questa notte, volendo tener Cintio
Alla vostra con voi?
Nibbio.                                  (Abbia memoria
Chi bugiardo esser vuol.)
Astrologo.                                          Così non dormono
I ghiri, come vô che dorma Cintio
Tosto che giunga. Ho già fatto il sonnifero.
Dite alli vostri di casa, che m’aprino
La porta questa notte, e m’ubbidischino
Come voi proprio; che voglio che veglino

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Meco, e, secondo dirò lor, m’ajutino.
Camillo.Così farò.
Astrologo.                Ma non abbiam da perdere
Tempo. Trovate una cassa, che comoda-
mente capirvi potiate, e aspettatemi
In casa.
Camillo.             Volete altro?
Astrologo.                                    Non altro.
Nibbio.                                                     Eccovi
Che levata una vivanda di tavola,
L’altra ne vien.
Astrologo.                            Venga pur, c’ho buon stomaco
Da mangiarmela. Or pon da bere, e ascoltami.


SCENA IV.

MASSIMO, ASTROLOGO, NIBBIO.


Massimo.O maestro,8 a tempo vi veggo; venivovi
Appunto a ritrovar.
Astrologo.                                 Ed io voi simile-
mente volevo.
Massimo.                         Io venía a farvi intendere
C’ho ritrovato un bacino assai simile
Al mio, e son quasi d’un peso medesimo.
Astrologo.Mi piace: or che son due, potrò far l’opera
Utile e fruttüosa. Ma ascoltatemi.
Prima ch’io séguiti altro, provar, Massimo,
Vô cosa che pochi altri maghi o astrologhi
Vorrebbon fare o, volendo, saprebbeno.
Massimo.Che cosa?
Astrologo.                Vô veder, prima che a crescere
Più cominci la spesa, se sanabile
È questo male o no; chè conoscendolo
Senza rimedio pure (quod præsumere
Nolo), più onore a me, ed a voi più utile
Saría, se chiaro vel facessi intendere.
Massimo.So che non fia incurabile: mettetevi
Pur alla cura sua con sicuro animo.
Non è se non malía che uomo o femmina

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Gli ha fatto per invidia, e che disciogliere
Facil vi fia.
Astrologo.                      Così credo debb’essere;
Ma potría questa ancora esser stata opera
D’alcuno incantator sì dotto e pratico,
Che la cura saría lunga o impossibile.
Massimo.Non vô creder che sia di questa pessima
Sorte.
Astrologo.          E se fusse?
Massimo.                                Se fusse, pazienzia.
Astrologo.Se fusse, non saría meglio a conoscerlo.
Prima che più le spese augumentassino?
Massimo.Sì.
Astrologo.      Vô per questo pôrre in un cadavere
Uno spirto che, con intelligibile
Voce, la causa di questa impotenzia
Di Cintio dica; e poi saprò o promettervi
Di risanarlo, o di speranza tôrvene.
Or dove potrem noi trovare un camice
Nuovo, che mai non sia più stato in opera?
Massimo.Non so.
Astrologo.              Con ventidue braccia farebbesi
Di tela, ma sottile e candidissima.
Nibbio.(Di camicie ha bisogno, e non di camice.)
Astrologo.Bisogna far la stola e dua manipuli
Di drappo nero, e pôrne a piè del camice
Due quadri, e due nel petto, e in fronte all’amito9
Un terzo, come i sacerdoti gli usano
Quando alle feste solenni s’apparano.
Con quattro braccia il tutto fornirebbesi.
Nibbio.(Sì, d’un capestro: il suo farsetto è logro; ne
Vorrebbe un nuovo.)
Astrologo.                                 Ah! quasi che ’l pentacolo10
M’era scordato.
Massimo.                         Ho in casa delle pentole
Assai.
Astrologo.          Pentole no; dico pentacoli.
Nibbio.(Per far nascer le calze il terren semina.)
Massimo.Vedrem di tôrne in presto.

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Astrologo.                                              Non si prestano
Tal cose.
Massimo.               E come farem dunque?
Astrologo.                                                    Pensoci.
Mi sovviene che a questi giorni un monaco
Mi parlò che n’aveva uno da vendere,
Nè il prezzo mi paréa disconvenevole:
So ben che non fu fatto da principio
Per men di sei fiorini; ma per dodici
Lire di queste vostre avría lasciatolo.
Nibbio.(Di qui farà non sol le calze nascere,
Ma la berretta e sino alle pantofole.)
Massimo.Tanto cotesti pennacchi si vendono?
Astrologo. Io non dico pennacchi, ma pentacoli.
Massimo.C’ho a far del nome? io miro a quel che costano.
Astrologo.S’io posso far che ve lo dia per undici
Lire e mezza, a chiusi occhi11 comperatelo,
Che sempremai ve ne farò aver undici:
E della tela e di quest’altre favole
Sempre n’avrete il danajo con perdita
Di poco. Fate che i bacini s’abbiano
Per consagrarli a tempo, sì che possino
Fare il bisogno.
Massimo.                         I bacin sono in ordine.
Nibbio.(Altro che calze e giubbon n’ha a riescere!)12
Massimo.Ho da provveder altro?
Astrologo.                                        Ci bisognano
Due torchi, assai candele ed erbe varie
E varî gummi13 per li suffumigii;

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Chè ’l tutto costerà quindici o sedeci
Carlini. O fate voi ch’oggi si comprino,
O a me ne date li danari e il carico.
Nibbio.(La mignatta è alla pelle, nè levarsene
Vorrà finchè di sangue vi sia gocciola.)
Massimo.Andate in tanto a veder voi, se il monaco
Ha più quel suo spantacchio.
Astrologo.                                             No; pentacolo.
Massimo.Tant’è: saldate il prezzo; che poi Cintio
Mandarò a voi con li danari, subito
Che torni a casa, perchè tutte comperi
Con esso voi le cose che bisognano.
Astrologo.Fate che venga tosto, che far vogliovi
Udir con le vostre orecchie uno spirito
Con favella chiarissima rispondere;
Che cosa vi parrà bella e mirabile.
Massimo.Io n’avrò gran piacer.
Astrologo.                                     Voglio il cadavere
Mandarvi in una cassa: ma non sappino
Gli altri che cosa sia. Fatelo mettere
A canto il letto ove gli sposi dormono;
Che sua maggior virtude è, che14 accostandosi
Al letto lor, di far che insieme s’amino,
S’ora ci fosse ben capitale odio.
Domattina, fornito che sia il camice,
Verrò nell’alba a scongiurar gli spiriti.
Massimo.Come vi pare.
Astrologo.                       Ma abbiate avvertenzia,
E li vostri di casa si avvertiscano
Ancora, che, per quanto la vita amano,
Non aprano la cassa, nè la muovano
Dal luogo dove io l’avrò fatta mettere.
Un pazzo già, che non mi voléa credere,
Ardì toccare una mia cassa simile:
Costui vi dica che gli avvenne.
Massimo.                                                  Dicalo.
Nibbio.Immantinente si vide tutto ardere.
Astrologo.Ed arse in guisa, che non pur la cenere

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Ne restò.
Nibbio.               Ma quegli altri che vi volsero,
Per trovar s’avevam roba da dazio,
Guardar nelle valigie?
Astrologo.                                      Deh, raccontali
Che avvenne lor.
Nibbio.                                In rane trasformaronsi,
E tuttavía alla porta dietro gracchiano
Ai forastier che innanzi e indietro passano.
Massimo.E dove fu cotesto?
Nibbio.                                In Andrenopoli.
Voi trovareste in Vinegia un par d’uomini
Che san la cosa appunto, e così in Genova.
Massimo.Come vorrei volentier che vi desseno
Questi nostri un dì noja, per vederveli
Castigare. Io non credo che ne siano
De’ più molesti al mondo.
Nibbio.                                           Conciaríali
Così ben per un tratto, che in perpetuo
Per lor Cremona avría di lui memoria.
Massimo.Oh come fate bene ad avvertirmene!
Chi toccasse la cassa non sappiendolo?
Astrologo.Il toccarla, o sapendo o non sapendolo,
Nïente può giovare e molto nuocere:
Ma chi l’aprisse o la toccasse a studio,
Non solo sè, ma voi, con quanti fossino
In casa vostra, porría in gran pericolo.
Massimo.Oh, saría molto audace e temerario
Chi ardisse aprirla, o la toccasse a studio!
Ma ben noto farò questo pericolo
A tutti i miei di casa.
Astrologo.                                    Manderòvvela
Per questo mio. Voi, come ho detto, fatela
Pôr nella stanza ove li sposi dormono,
A canto il letto, e fate poi la camera
Serrar.
Massimo.            Non mancherò di diligenzia.
Astrologo.Io vo a farla arrecar.
Massimo.                                  Io a farlo intendere
Or ora a tutti i miei, che non facessino,
Per non saperlo a tempo, qualche scandolo.
Nibbio.Cotesta è una gran tresca: che n’ha a essere

[p. 394 modifica]

Al fin?
Astrologo.            Tosar vô ad una ad una e mungere
Quelle pecore, c’hanno chi il vello aureo,
Chi d’argento. Tôrrò i bacini a Massimo:
Io non so ancor come farò con Cintio:
Camil so ben che netto, come bambola
Di specchio,15 o come un bel bacin da radere,
Ha da restar. Mi vô nella sua camera
Serrar, tosto ch’avrò fuor inviatolo
Rinchiuso nella cassa; e posti in opera
Li suoi famigli, sì che non mi guatino
Mentre casse, forzieri, scrigni e armarii
Gli andrò aprendo e rompendo, e fuor traendone
Gli argenti, e appresso ciò che dentro serrano
Di buono: e nella strada, dove guardano
Quelle finestre, vô che stia16 aspettandomi,
Che acconciamente ad un spago attaccando le
Robe, e a parte a parte giù calandole
Pian piano, te le facci in grembo scendere.
Fatto questo, che resta se non irsene
Per Graffignana in Levante17 ben carichi?
Camillo intanto nella cassa, tacito,
Emilia indarno aspettando che a trarnelo
Venga, al sgombrar ne darà spazio comodo:
Nè Massimo potrà ne potrà Cintio
Della nostra levata prima accorgersi,
Che a Francolin18 saremo.
Nibbio.                                            C’ha a succedere
Poi di Camillo?
Astrologo.                          Io lo dono al gran diavolo.19

[p. 395 modifica]

Egli sarà ritrovato certissima-
mente, e preso o per ladro o per adultero.
Poich’aspettato avrà gran pezzo Emilia
Che venga a trarlo della cassa, all’ultimo
Converrà pur che sbuchi,20 se morirsene
Di fame non vorrà: e quanto lo scandalo
Sarà maggior, la confusion, lo strepito,
Tanto la fuga nostra fia più facile.
Ma andiamo a ritrovarlo, ed a rinchiuderlo
Nella cassa.
Nibbio.                    Andate oltre, ch’io vi seguito.
Mio padrone è ben ghiotto e pien d’astuzia,
Ma non già de’ più cauti e più saggi uomini
Del mondo; ch’ove gli appaja una piccola
Speranza di guadagno, non considera
Se l’impresa è sicura o di pericolo.
Ai rischi a ch’egli si espone, è un miracolo
Che cento volte impiccato non l’abbiano.
Ma non potrà fuggir che non ci capiti
Un giorno; e ben fors’io seco, s’io seguito
Più troppo lungamente la sua pratica.


SCENA V.

FAZIO.


Temo ch’avrò mal consigliato Cintio
A fargli i suoi pensier dire all’astrologo.
Nol dico già ch’io voglia o possa credere
Che, tolto sotto la sua fede avendoli
Con tanti giuramenti, mai li pubblichi;
Ma ben lo dico perchè assai mi dubito
Che ’l ribaldo s’adopri pel contrario.
Veggo certi andamenti che mi piacciono
Poco. Non vô restar però di mettere
Questi danari insieme: e mi fia agevole
Farlo, perchè la madre di Lavinia,
Alla sua morte, mi lasciò una scatola
Con certe anella, collanucce e simili

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Cose d’oro, che tutte insieme vagliono
Cento scudi. Io non ho voluto venderle
Mai, sperando ch’un dì Lavinia facciano
Riconoscer dal padre. Ora, accadendoci
Questo bisogno, muterò proposito,
E venderònne tante che mi bastino
A questa somma. Non avrà lo astrologo
Prima danajo, che levar Emilia
Vegga di casa e sciôr lo sponsalizio.




Note

  1. Censura acerrima de’ tempi, come ognun vede.
  2. Fa servire ogni mezzo al suo fine. — (Pezzana.)
  3. Il Barotti solo ha pervertere.
  4. Vedi sopra, pag. 371, verso 7 e nota 2.
  5. È noto questo periglioso lago, o sia parco, per la storia del profeta Daniele. — (Barotti.)
  6. Per ciò che spetta a questa volgare credenza, basti ricordare il Boccaccio, nella novella terza della giornata ottava. Pur sono qui notabili le altre superstiziose usanze, alle quali si accenna.
  7. Invece di liquefa. Esempio notabile.
  8. Così , a questo e in altri luoghi, le antiche; che pur talvolta, come le moderne, hanno: mastro. Vedi a pag. 418.
  9. Amito è qui usato per comodo del verso in vece di ammitto. — (Torloli.)
  10. Figura a cinque lati, usata dai maghi. Vedi Orlando Furioso, c. III, st. 21, ver. 6. — (Molini.)
  11. Cioè, senza pensarvi sopra, senza stare in dubbio se comprandolo per un tal prezzo farete bene o male. Fare una cosa a occhi chiusi, vale farla senza neanche pensarci, non già per difetto di considerazione (come in alcuni casi nei quali un tal modo equivale all’altro farla alla cieca) , ma perchè (come nel caso nostro) abbiamo anticipatamente quasi la certezza che, facendola, facciamo bene, nè è mai per venircene danno. — (Tortoli.) — Quest’esempio del modo avverbiale, A chiusi occhi , può bene accompagnarsi con quello del Salviati prodotto nelle Giunte Veronesi, dove non può certo convenire la dichiarazione di Alla cieca.
  12. Questa desinenza può essere annoverata tra i lombardismi di che l’autore stesso fa confessione nel prologo primo di questa Commedia.
  13. Così (cioè, con la vecchia grafía: a varij ghumi) ha l’edizione del Giolito; e noi la seguiamo tanto più volentieri, in quanto ci ricorda il tante sorte di gummi, che già facemmo osservare nell’Erbolato. Non è da chiedere se i meno antichi editori si facessero solleciti di correggere: E varie gomme.
  14. Questo che è un pleonasmo che non ajuta il senso, ma è piuttosto comune nel parlar familiare; al che non pensando i moderni editori — (tra cui primo, al solito, il Pezzana, giacchè il Barotti legge come noi facciamo),— credendo il passo errato, cambiarono il di far in farà. — (Tortoli.)
  15. Altro esempio da potersi aggiungere a quello che trovasi a pag. 84, lin.24.
  16. Il Pezzana, e gli altri più moderni: vuò tu stia.
  17. È Graffignana paese degli Apennini soggetto al ducato di Modena. Qui è scherzo sul nome, com’è ancora su quel di Levante, per esprimere il furto che meditava l’astrologo, dicendosi bassamente in Lombardia — (e in altre parti d’Italia) — sgraffignare per rubare, e così pure fare il levate, o il leva eius. E per usar questo scherzo, si è servito il poeta del nome di Graffignana, come il volgo suol chiamar quel paese, in cambio di Garfagnana, che n’è il nome più colto, e dagli scrittori più volentieri adoperato. — (Barotti.)
  18. Villa del Ferrarese, come dicemmo nella Cassaria — (Vedi a pag. 154, nota 2). Qui pure è scherzo sul nome, e significa luogo franco e sicuro. — (Barotti.)
  19. I gallofili e i gallofobi noteranno egualmente come questo modo tenga alcun che del francese. Di maniere formate con questa sì versatile parola diavolo, scarseggia il nostro Vocabolario.
  20. Erroneamente, le slampe del Giolito e del Bortoli: abuchi.