Opere minori 2 (Ariosto)/Commedie in versi/La Cassaria/Atto primo

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Atto primo

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Commedie in versi - Prologo Commedie in versi - Atto secondo

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ATTO PRIMO.




SCENA I.

NEBBIA, CORBO.


Nebbia.Io anderò: non vi bisogna prendere
Nè spada nè bastone per cacciarmene:
Tutti anderemo a un tratto, e sgombreremovi
La casa. Orsù, andiam tutti; lasciamolo
Solo, che possa levare o malmettere,1
Ciò che gli pare, e senza testimonii.
Corbo.La tua per certo, Nebbia, è una mirabile
Pazzía, che fra noi tutti che a un medesimo
Servizio siam, tu sol sempre contrario
Ai disiderii ti opponi di Erofilo.
E se stato ti sia di danno o d’utile
Sin qui, omai pur ti doveresti accorgere.
Col malanno, obbediscegli e compiacelo
Di ciò che vuole. Infatti è figliuol unico
Del padrone, ed abbiam sotto il dominio
Suo da servir molto più lungo termine,
Secondo il natural corso. A che diavolo
Cerchi restare in casa tu, volendoti
Egli mandar con noi fuor? perchè studi tu
Fartelo di nimico inimicissimo?
Nebbia.Se dal patron le commission strettissime

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Avessi avute, c’ho avute io, non dubito
Che faresti il medesimo.
Corbo.                                          Puote essere.
Nebbia.E se mirassi ove io miro, parrebbeti
Ch’ io non facessi a bastanza.
Corbo.                                                 Ove miri tu?
Nebbia.Io tel dirò. Tu dovresti conoscere
Questo rufian, che non è molto ch’abita
In questa nostra contrada.
Corbo.                                             Conoscolo.
Nebbia.Se ’l conosci, credo anco che veduto gli
Abbi in casa due giovani bellissime.
Corbo.L’ho vedute.
Nebbia.                      Dell’una il nostro Erofilo
È sì invaghito, che torría, potendola
Aver, di dar quanto egli ha al mondo, e vendere
Sè stesso; ma il ruffian, che il desiderio
Conosce, e sa ch’è figliuol di Crisobolo,
Dei ricchi mercadanti ch’abbia Sibari,
Gliene chiede più il doppio, e passa i termini
Di quel che pel dover gli dovría chiedere.
Corbo.E che glie ne chiede egli?
Nebbia.                                             Non so dirtelo
A punto: so che più dell’ordinario
Assai gli ne domanda, che nè Erofilo
Da sè, nè con gli amici, eccettüandone
Il padre solamente, potría ascendere
A sì gran somma.
Corbo.                               Che farà?
Nebbia.                                                  Grandissimo
Danno a suo padre, e insieme a sè medesimo.
Credo ch’abbia adocchiato o il grano vendere,
Ch’a questi dì ci venne di Sicilia,
O le sete o le lane o l’altre simili
Merci, che in casa a fatica capiscono.
Il consiglier, come sai, di tal pratica,
È questo ladro di Volpino: immagina
Il resto tu. Quel ch’a punto aspettavano
È venuto, che ’l vecchio per tempissimo
Questa mattina è partito, per irsene
A Procida: essi, acciò che non si veggano
Le trame loro, in casa non ci vogliono:

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Or siam mandati a ritrovar Filostrato,
Con iscusa che quei si vuol dell’opera
Nostra servire in sue faccende.
Corbo.                                                      Faccialo
A che effetto si vuol, c’hai tu a pigliartene
Più cura di noi altri? Se rubassino
E vôtassin la casa, del residuo
Sarà Erofilo erede, e non tu, bestia.
Nebbia.Bestia pur tu, che non hai più di un asino
Discorso. Dimmi, Corbo: se Crisobolo
Torna, che fia di me? Ch’oggi, partendosi,
Mi consegnò le chiavi della camera
Sua, nella qual l’altre chiavi si tengono;
E comandò, per quanto la sua grazia
M’era cara e la vita mia, che a cintola
Tuttavia le tenessi o nella manica,
Nè le déssi a persona, e meno a Erofilo
Che a gli altri, e ch’io non ardissi di mettere
Mai fuor di questa porta il piede. Or vedi se
Ben gli ubbidisco. Non dovea ancor essere
Giunto al porto, che queste chiavi Erofilo
Mi domandò, e le volle infin, dicendomi
Che voleva cercar fra quegli armarii
Di certo corno suo da caccia; ed ebbele;
E forse tu ti ci trovasti.
Corbo.                                           Udivone
Ben il romor, chè da dieci o da dodici
Bastonate sentî...
Nebbia.                             Fûr più di quindici
E più di venti.
Corbo.                         Che ti rassettavano
Il basto, prima che volessi darglile;
Ma non mi ci trovai già alla presenzia.
Nebbia.Non mi ci fussi anch’io trovato! Avrebbemi
Morto, s’io non gli le lasciavo.
Corbo.                                                      Credolo.
Nebbia.E che dovevo io far?
Corbo.                                      Darglile subito
Che te le domandò; così uscir subito
Di casa, che sentisti comandartilo.
Avresti sempre col vecchio legittima
Scusa, che fosti sforzarlo. Lo stimi tu

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Così indiscreto e poco ragionevole.
Che non conosca quanto poco idoneo
Tu sia a voler contrastar con Erofilo,
Giovane, altiero, appetitoso, ed unico
Suo figliuol?
Nebbia.                      Sì, per dio, gli fia difficile
Di pormi tutta la colpa su gli omeri!
Sì perchè gli è padron, sì perchè in genere
Mi avete tutti voi di casa in odio;
E non già in verità per miei demeriti,
Ma sì per mia bontà; perch’io non tollero,
Che ’l padron sia rubato.
Corbo.                                          Per tua pessima
Natura pur, chè alcun farti benevolo
Non sai.
Nebbia.              Qual vedi tu ch’abbia l’ufizio
Mio in qualsivoglia casa, e non sia simile-
mente da tutti gli altri avuto in odio?
Corbo.Perchè voi sete tristi affatto, ed uomini
Ribaldi tutti; che i padroni sogliono
Lo più rio che sia in casa, sempre scegliere,
Se pagatori o dispensieri, ch’abbiano
A provvedere alla famiglia, eleggono;
Acciò d’ogni disagio che patiscono
Li servidori, sopra voi2 si scarichi
La colpa. Ma lasciamo ir questo. Informami
Un poco d’una cosa: chi è quel giovane
Ch’entrò pur dianzi in casa, a cui fa Erofilo
Così onor?
Nebbia.                    Del capitan di giustizia
È figliuol.
Corbo.                Come ha nome?
Nebbia.                                            Egli si nomina
Caridoro. Vorría quell’altra giovane,
Ch’è in casa del ruffian; nè più di Erofilo
Credo che modo si trovi da spendere,
Se rubar similmente non s’industria
Suo padre: e come consiglier di Erofilo
È Volpino, così di questo giovane
È un ghiottoncel suo servidor, che Fulcio

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Ha nome, che sì bene ambi starebbono
Su ’n par di forche, come il vino in tavola.
Ma vedi, Corbo, le fanciulle, ch’escono
Di casa del ruffian.
Corbo.                                Di quale è Erofilo
Innamorato?
Nebbia.                     Di quella più prossima
All’uscio: di quell’altra l’altro giovane.
Corbo.Studiamo il passo, che se uscisse Erofilo
E ci trovasse qui, di negligenzia
C’imputerebbe, e forse adirarebbesi.


SCENA II.

CORISCA, EULALIA.


Corisca.Deh vieni, Eulalia, poichè non c’è Lucramo
In casa; vieni un poco fuor: pigliamoci
Questo spasso.
Eulalia.                           Che spasso possiam, misere!
Pigliar, che ricompensi la millesima
Parte, Corisca, di nostra disgrazia?
Noi siamo serve: la qual dura ed aspera
Condizïon saría pur tollerabile,
Quando d’alcuna persona noi fossimo
Ch’avesse in sè umanitade e modestia;
Ma fra tutti i ruffiani che si trovano
Al mondo, non è un altro dispiacevole,
Avaro, empio, crudele e pien di rabbia,
Come costui, del qual la nostra pessima
Sorte ci ha fatto schiave.
Corisca.                                          Pazïenzia,
Sorella: non abbiam così in perpetuo
A star però. Spero pur che ci levino
Gli amici un giorno di questa miseria.
Eulalia.E quando hanno a far questo, non avendolo
Sin qui mai fatto? E come vuoi, partendoci
All’alba noi domani, che lo facciano?
Corisca.Io so ben quel che Caridor promessomi
Ha tante volte, e tu sai quel che Erofilo
Ha promesso a te ancora; e quanto ci amino
Sapemo parimente.

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Eulalia.                                 Che promessoci
Hanno, so ben; ma che attender ci vogliano
Le promesse, non so; ne so che ci amino,
Nè tu lo sai, che lor non vedi l’animo:
Ben sappiam questo, che amar ci dovrebbono.3
Corisca.Se dovrebbono amarci, essendo giovani
Dabbene, come sono, tu dêi credere
Che ci amino; ed amandoci, che facciano
Quello che già mille volte promessoci
Hanno.
Eulalia.            Io vorrei più tosto che negatoci
Avessin mille e duo milia, e promessoci
Di poi solamente una; chè più credito
Lor presterei. Se l’hanno a far, che tardano?
Non n’hanno voglia, Corisca, e si pigliano
Piacer di darci la baja; e grandissimo
Danno ci han fatto. Se stati non fussino
Eglino, forse venuti sarebbono
Degli altri, che manco parole datoci
Avrebbono, e più fatti. Han fatto Lucramo
Di maniera sdegnar, poichè vedutosi
Ha menar alla lunga e che l’uccellano,
Che a patto alcun non vuol più star a Sibari,
Ed4 ogni modo domani a partircene
Abbiam. Ma ritorniam dentro, assettiamo le
Cose nostre, e facciamo quanto impostoci
Ha il patron: non gli diam, per trascuraggine
Nostra, cagion che la stizza e la collera
Sfoghi sopra di noi.
Corisca.                                Sorella, avendoci
Noi a partir da Sibari, vogliamoci
Senza far motto a gli amici partircene?
Eulalia.Deh, se come tu di’, costor ci fossino
Stati amici, io non credo che ci avessino,
Sorella mia,5 lasciato a questo giungere,
Che far lor motto e pigliarne licenzia
Per partenza dovessimo; ma toltoci
Di servitude avrebbono, e tenuteci
Con esso lor in questa terra.

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Corisca.                                                 Perdere
Non vô la speme, ch’ancor non lo facciano.
Eulalia.Torniamo in casa: poichè essi non vogliono
Mostrarsi fuor, non è già convenevole,
Che andiam noi loro a picchiar l’uscio.
Corisca.                                                                 Stiamoci,
Eulalia, un poco ancora: non dovrebbono
Tardar già però molto. Io sento muovere
Quella porta: saran dessi.
Eulalia.                                          Sono.
Corisca.                                                    Eccoli.


SCENA III.

EROFILO, CARIDORO, EULALIA, CORISCA.


Erofilo.O Caridoro, tutti avranno prospero
Successo li disegni nostri, essendoci
Sì buono incontro, sì felice augurio
Venuto innanzi.
Caridoro.                             Queste sono, Erofilo,
Queste son le serene e salutifere
Stelle, che’l tempestoso e oscuro pelago
De’ pensier nostri all’apparire acchetano.
Eulalia.Noi dir cotesto a voi più veritevole-
mente6 potremmo, che ben potreste essere
Il nostro buon incontro, il nostro augurio
Felice, e le serene e salutifere
Nostre stelle, se a quel che di fuor suonano
Le parole, gli effetti rispondessino.
Larghi promettitori alla presenzia
Voi siete. — Dammi qua la mano, Eulalia; —
Dammi, Corisca, qua la mano. — Diamovi
La mano; e l’uno dice: — Possa io essere
Tagliato in pezzi; — quell’altro: — Poss’ardere
Come le legna, s’io non fo che libera
Tu sii domani, anima mia. — Deh, miseri
Voi, se quei mali, a che, non osservando le

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Promesse, vi condennate, venissero!
Erofilo.Hai torto a dir così.
Eulalia.                                  Se gentiluomini
Voi sete, e ricchi, non però noi povere
Donne schernir dovreste, e di noi prendervi
Giôco; ch’ancor che così la disgrazia
Nostra ci guidi, non però d’ignobile
Casato erâmo nella nostra patria.
Erofilo.Non far, Eulalia, con questi rammarichi
Il mio affanno più acerbo. Deh! non credere
Che con l’intenzïone non si accordino
Le parole, e che tutto il desiderio
Nostro non sia di trarvi dal servizio
Di quest’uomo bestial: ma così facile-
mente non possiam farlo, nè sì subito,
Come saría il nostro disegno e l’animo
Buono. Perchè mi vedi d’onorevoli
Panni vestito, ed odi che ricchissimo
Mercatante è mio padre, tu t’immagini
Che nelli suoi danari io possa mettere
Mano a mia posta, ed a mio senno spendere.
E questo che di me ti dico, dicoti
Ancora di quest’altro: ambi a un medesimo
Segno andiamo. Gli è vero che ci abbondano
Le facultadi, ma non è in arbitrio
Nostro disporne: ambi abbiam padre: pensati
Che tenaci non men che ricchi sieno,
E che non usin minor diligenzia
In conservar la roba, che l’usassino
In acquistar. Non mi è stato possibile
Fin qui, per dio, di por la man su ’n picciolo.
Ma poi ch’oggi mio padre pur scostatosi
È da me un poco, che per ire a Procida
Questa mattina si partì, non dubito
Di non ti far conoscer ch’io non simulo,
Ma ch’io parlo di côr. Vô che mi pubblichi
Pel più scortese, pel più ingrato e perfido
Uom che sia al mondo, se domani...
Eulalia.                                                          Ah Erofilo,
Mal abbia il mio crederti tanto. Passano
E gli oggi e gl’ieri tutti; pur non giungono
Mai questi vostri domani.

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Erofilo.                                    Deh lasciami
Finire; ascolta quel ch’io vô concludere.
Dir non ti posso ogni cosa; ma renditi
Certa e vivi sicura che più termine
Non voglio che domani, a farti libera.
Eulalia.Ancor che tu dicessi il ver (chè credere
Non posso che lo diche, pur concedere
Ti voglio che lo diche, e ch’abbi l’animo,
E che abbi il modo ancor di farlo), ch’utile,
Morta ch’io sia, mi potrai far, porgendomi
La medicina con la qual soccorrere
Non m’hai voluto mentre ho avuto l’anima
Nel corpo? Tu non sai, forse, che Lucramo
Vuol che domani ci partiam da Sibari?
Erofilo.Non credo che sia vero.
Eulalia.                                         Perchè dirti la
Bugía vorrei?
Corisca.                       Noi ci partiam, credeteci.
Erofilo.Ben credo che ve l’abbia detto Lucramo,
Ma che ’l ver detto v’abbia non vô credere.
Caridoro.Erofilo, che può nuocere a credere
Che dica il ver? Veggiam se gli è possibile,
Quel che s’avea domani a far, concludere
Oggi.
Eulalia.         Oh, fate veder in guisa a Lucramo
Questo che voi disegnate, che credere
Vi possa: chè ben credo io, assicurandolo
Voi che domani il danajo abbia a correre,
Si fermerà.
Erofilo.                    Poichè il vecchio levatomi
È d’appresso, e tener gli occhi continua-
mente non mi potrà addosso, io non dubito
Di non fare ogni cosa. Vivi, Eulalia,
Sicura che a partir non ti hai da Sibari,
E che d’altro uomo tu non sei per essere
Mai, se non mia.
Caridoro.                              Ed io dico il medesimo
A te, Corisca mia.
Eulalia.                                Dio v’oda, e facciavi
Perseverare in questa voglia, e mettere
Le parole in effetto. Bene il debito
Vostro saría d’amarci e di farci utile;

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Chè da quel primo giorno che amicizia
Con voi pigliammo, quanto i nostri proprii
Cuori vi amammo sempre, e sempre abbiamovi,
Come Dei nostri, avuti in riverenzia.
Ma or non più, che non tornasse Lucramo
E ci cogliesse qui.
Erofilo.                                Non credo passino
Molte ore, che potrai star meco liberamente.
Eulalia.            Dio il voglia.
Corisca.                                  Ed io?
Caridoro.                                               Non men si pratica
Il tuo ben, vita mia, che quel di Eulalia.
Corisca.Con questa speme andrò.
Caridoro.                                           Va di buon animo.
Eulalia.Addio, Erofilo.
Erofilo.                           Addio, cara mia Eulalia.


SCENA IV.

EROFILO, CARIDORO.


Erofilo.Ch’io non la faccia chiara del grandissimo
Ben ch’io le voglio, e ch’io non la certifichi
Ch’io non amo altra persona, nè voglione7
Mio padre... che mio padre? me medesimo
Non ne vô trar ancor, quanto la minima
Parte di lei! Le voglio questo dubbio
Tôr del capo ogni modo, che s’immagina
Ch’io le dia ciance. Oggi vô che sia l’ultima
Volta che mai più tal cosa m’improveri:
Io son disposto di farla oggi libera,
S’io dovessi restar servo in suo cambio:
Non vô che più le ciance mi avviluppino
Di Volpino, e appo lei parer mi facciano
Quel ch’io non sono, e che mai non voglio essere,
Ingrato, disleal, disamorevole.
Se Volpino non esce oggi di pratica,
Anzi se fino a questo punto altr’opera

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Non ha fatta di quella ch’egli è solito,
Io non voglio più star alle sue chiacchiare,
Con le qual d’oggi in domane già quindici
Giorni mi mena: quando promettendomi
Di far un giunto, che senza avvedersene
Il vecchio, anzi credendo di ben spendere,
Mi darà li danari che bisognano
Di riscattarla: quando muta, e dicemi
Che vuol ordir in tal modo un’astuzia.
Che senza che mio padre mi dia un picciolo,
O ch’altri me gli presti, abbiam la giovane
In nostra potestade; e questo Lucramo,
Ch’or ha tanta arroganza, vuol far umile
E toso rimaner com’una pecora.
Ch’io stia più a questi sogni, a queste favole?
Non vi starò, per dio. Se al desiderio
Mio non potrò segretamente giungere,
Lo farò alla scoperta: non ci mancano
Argenti e robe in casa, da far subito
Le migliaja di scudi. Or, come Tantalo,
Sarò nell’acqua fino al mento e struggere
Mi lascerò di sete?
Caridoro.                                Fuss’io, Erofilo,
Pur nel tuo grado, che tolto da Sibari
Si fosse un poco il mio vecchio, e lasciatomi
La casa avesse piena ed in que’ termini
Ch’a te lasciata ha il tuo! ritroverebbela
Sì sgomberata al ritorno, che credere
Forse potría che gli Spagnuol vi fossino
Stati alloggiati alcun tempo.8 Ma eccolo
Che vien.
Erofilo.                Chi viene?
Caridoro.                                    Il ruffian.
Erofilo.                                                    Così fossilo9
Portato; ma nel modo, ch’egli merita.


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SCENA V.

LUCRAMO.


Quando si sente lodar troppo e mettere,
Come si dice, in ciel beltà di femmina,
O liberalitade d’alcun prencipe,
O santità di frate, o gran pecunia
Di mercatante, o bello o buono vivere
Che sia in una cittade, o cose simili,
Non si potrebbe mai fallir a credere
Poco; e talvolta credere il contrario
Di quel ch’apporta la fama, è stato utile.
Non si potrebbe anco fallir a credere
Più di quel che si sente, se dar biasimo
Odi ad alcuno che di latrocinio
O d’avarizia sia imputato, o dicasi
Che giuntator, che barro, che falsario
O che traditor sia: perchè li vizii
Sempremai, praticando, si ritrovano
Maggiori; e le virtudi e le lodevoli
Cose buone, minor di quel che’l pubblico
Grido ne porta. Non saprei già rendere
Di ciò la causa; ma l’esperïenze
Fatte dell’uno e dell’altro mi môveno
A dir così. Son di presente in pratica
Dell’uno più che dell’altro, e diròvvilo.
A questi giorni, trovandomi a Genova,
E quivi molte e molte volte avendo la
Mia mercanzía (di che la più fallibile
Non è nel mondo) possuta ben vendere,
E sopra tutte le spese pigliarmene
Cento fiorini, sentî dir che a Sibari,
Più ch’in luogo del mondo, si prezzavano
D’ogni sorta piaceri, e questi in spezie
Che nelle lotte amorose si pigliano;
E che i più ricchi e più spendenti giovani
V’eran,10 ch’in altra città che si nomini
Io me ne venni, mosso dalla pubblica
Opinïone, in questa terra; e giuntoci

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Mi rallegrai, ch’udî che gentiluomini
E la più parte conti si chiamavano,
E l’un con l’altro parlando, si davano
Titolo di signor. Fra me medesimo
Dicevo: — Nell’altre città suol esserne
Uno, e nessuno in molte: or, se tal numero
N’è qui, ci debbon senza dubbio correre
Per le strade i danari, e l’oro piovere: —
Ma non ci fui stato tre dì, che d’essere
Venuto mi pentî; che, fuor che titoli
E vanti e fumi, ostentazioni e favole,
Ci so veder poc’altro di magnifico.
Tutto ciò c’hanno, in adornarsi spendono,
Polirsi, profumarsi come femmine,
E pascer mule e paggi, che lor trottino
Tutto dì dietro, mentre essi avvolgendosi
Di qua e di là, le vie e le piazze scorreno,
Più che ignuna civetta dimenandosi,
E facendo più gesti che una scimia.
Par lor, che col vestir di drappo ed abiti
Galanti, foggie e pompe,11 far si debbiano
Stimar dagli altri quel ch’essi si stimano,
E generosi e splendidi e grandi uomini:
E veramente sono come scatole
Nuove, di fuor dipinte e dentro vacue.
Forse crederà alcuno, che se prodighi
Sono in ornar sè stessi, che poi facciano
Alle lor donne usar la parsimonia;
E ch’elle stando in casa e affaticandosi
E industrïando, cerchino rimettere
Quel che i mariti o che i figli consumano
In questa ambizïon sciocca e ridicula.
Anzi, mogli e mariti truovi unanimi,
E figlie e madri, al danno e al precipizio
Delle lor case. Lasciamo ir che vogliano
Le donne nôve veste e nôve cuffie,
Come anco l’altre in altre terre vogliono;
Non troveresti in questa terra femmina,
Della quale il marito non sia artefice.
Che sappia mutar passo. Uscir si sdegnano

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Di casa a piedi, nè passar pur vogliono
La strada, se non hanno al culo il dondolo
Della carretta: e le carrette vogliono
Tutte dorate, e che di drappi sieno
Coperte, e gran corsieri che le tirino;
E due donzelle e una donna da camera,12
E staffieri e ragazzi che accompagnino.
E in tal pazzia, non men de’ ricchi, i poveri
Fan loro isforzi,13 e in guisa l’arco tirano,
Che non avanza un carlino per spendere
In appetito mai strasordinario.
E di qui avvien, se un forestiero capita
In questa terra, che trova rarissimo
Chi a casa sua lo inviti, ed usi i termini
Di cortesía ch’in altre terre s’usano.
Chi vien di fuore, e chi non sa la pratica
Di questo lor sì limitato vivere,
Fa giudizio che sieno avari, e ingannasi:
Più tosto giudicar li dovría prodighi,
Disordinati e di poca prudenzia;
Che se fossino avari, daríano opera
A mercanzíe, all’altre arti che fan gli uomini
Ricchi. Ma questi ogni esercizio stimano
Vile, nè voglion che sia detto nobile
Se non chi senza industria vive in ozio:
Nè questo basta; bisogna che simile
mente suo padre sia stato e suo avolo
A grattarsi la pancia. Vedi erronea
Usanza; vedi opinïon fantastica;14
Vedi che disciplina, che bello ordine
D’una savia città, che voglia accrescere
In istato! A sua posta.15 Che? da metterla
Ho per ragion?16 Viva pur e governisi
Come le par. Se non ci fosse il proprio

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Mio interesse, n’avrei quella medesima
Cura c’hanno li vescovi dell’anime
Che fur da Cristo lor date in custodia.
Io venni in questa terra, oggimai passano
Tre mesi, con speranza di ben venderci
Le mie fanciulle; le qual mi parevano,
Come par tuttavía, che meritassino,
E per bellezza e per età e per grazia,
Che tutti i gentiluomini dovessino
Fare a gara d’averle, nè alcun prezio
Avesse loro a parer troppo. Trovomi
Di gran lunga ingannato. Ben mi vengono
A parlar molti, e più vecchi che giovani,
E chi vuol l’una e chi l’altra, e domandano
Del prezzo: io ’l dico loro; altri si lievano
Da partito, altri stanno un pezzo in pratica:
Mi dicono; io rispondo: al fin si accordano;
Poi quando aspetto che i danari sborsino,
Non ci hanno il modo; mi domandan termine.
Chi lo vuol fin che si tosin le pecore,
Chi fin che l’erbe o che i grani si taglino,
E chi vuol ir di là dalle vendemmie;
Nè altra cauzïone dar mi vogliono,
Che la lor fede, o di man propria farmene
Un scritto. Altrove li contanti appajono
Fatto il mercato, qui son invisibili:
Ma non però li miei. S’io vô pel vivere
Mio, pane o vino o carne, è forza mettere
Mano alla borsa, e far ch’i danar escano
E che veder si faccian. Se mi fossino
Per parole e per scritti e per promettere,
Le cose ad or ad or che mi bisognano,
Date, io sarei contento dar per simile
Prezzo, a chi le volesse, le mie femmine.
Chi credería che qui, dove è sì splendida
Corte, ove sono sì galanti gioveni,
Non si dovesse a due fanciulle, tenere
Più che latte, trovar mille ricapiti?
Io son per dir che pare a questi gioveni
Esser da tanto, che non si ritrovino
Al mondo donne le quai degne sieno
D’esser amate da loro; e vô credere,

[p. 136 modifica]

Che l’un l’altro vagheggi, e insieme facciano
l’amor, e altro ancor ch’io non vô esprimere.
Non ho speranza più ch’uomo di Sibari
Pigli le mie fanciulle. Son due gioveni
Forestieri, nei quai tutto riduttosi
È ’l mio disegno, che voglia ne mostrano,
Ed ogni maggior prezzo par lor picciolo:
E se l’audacia pari al desiderio
Avessino, che a’ padri loro osassino
Di far un fiocco,17 come mi promettono
Di far e facilmente far potrebbono,
Saressimo d’accordo; ma mi menano
Di giorno in giorno in lunga, e non concludono.
L’uno è figliuol d’un mercatante ch’abita
In quella casa, venuto da Procida,
Non è gran tempo, a far qui li suoi traffichi;
L’altro d’un Catelano, il qual ci è giudice,
Che chiaman capitano di giustizia
Sopra li criminali. Io, perchè a muovere
S’abbian di passo, fingo di volermene
Andar altrove, e spero che m’abbia a essere
Util la finzïon. Ma ritornarmene
In casa è meglio, perchè mai nè muovere
Sì poco nè sì poco allontanarmene
Posso, che non mi sia danno. È impossibile
Che senza gridi e senza entrare in collera,
Senza minacce, anzi s’io non adopero
E pugni e calci e bastonate in copia,
Che questi miei gaglioffi, e che queste asine
Puttane, faccian cosa che a far abbiano.




Note

  1. Mandar a male, Dissipare; voce usata anche nell’att. 5, sc. 2. della Lena.
  2. L’ediz. del Giolito (1560), e quella del Bortoli (1755); sopra noi.
  3. Le stampe antiche, contro la misura: doverebbono.
  4. Così l’edizione del Giolito.
  5. Ediz. Giol.: Sorella, mai.
  6. Riponiamo qui la lezione che trovasi nella stampa del Giolito, sì perchè questa parola ci sembra più confacente al senso, e perchè l’addiettivo veritevole trovasi usato dal Castiglione. Vedi Muzzi, Nuovo Spoglio, e il Vocabolario del Manuzzi.
  7. Così tutte le stampe; e giova avvertirlo pel sospetto facile a nascere, che debba piuttosto leggersi toglione; cioè, ne tolgo, ne eccettuo.
  8. Da questo luogo, come dall’altro corrispondente della Commedia in prosa, vollesi argomentare la sinistra impressione che l’Ariosto in sè portava rispetto alla nazione spagnuola; contro la quale avea già sbottoneggiato, nè certo ingiustamente, anche nella Satira I, v. 76 e seg.
  9. Intendi invece di foss’egli, come nella Commedia in prosa. Ed è foggiato a similitudine di eccolo, con licenza non imitata, nè certo imitabile, perchè lo dopo ecco rappresenta il quarto caso (ecce eum video), ma così unito al verbo usurpa la forza del primo.
  10. Ediz. Giol.: C’eran.
  11. Le stampe del Giolito e del Bortoli, ma per errore: poppe.
  12. Donna da camera per Cameriera è modo non registrato, e forse quanto dovrebbesi non osservato.
  13. Nel Giolito e nel Bortoli: lor risforzi.
  14. Sembre che il poeta intenda in questa scena a riprendere i costumi e il progressivo intromettersi delle usanze spagnuole nella stessa sua patria.
  15. Solo qui legge il Barotti: In stato. Ma a sua posta. In qualunque modo, è da sottintendersi: faccia o faccia pure.
  16. Ho da metterla per la via della ragione? Ho da ridurla in buon senno? (Tortoli).
  17. Espressione lombarda, adottata dalla Crusca; e vuol dire Ficcarla ad alcuno, in materia d’interesse. — (Pezzana.)