Opere minori 2 (Ariosto)/Commedie in versi/La Cassaria/Atto secondo

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Atto secondo

../Atto primo ../Atto terzo IncludiIntestazione 3 agosto 2015 75% Da definire

Commedie in versi - Atto primo Commedie in versi - Atto terzo
[p. 137 modifica]

ATTO SECONDO.




SCENA I.

LUGRAMO, FURBO.


Lucramo.Il Furbo ancor non ritorna. Lasciatolo
Ho in piazza dianzi, ch’un danar mi comperi
Di radici; e credea dovesse giungere
A casa prima di me, che fermatomi
Sono in più lochi venendo. Ma eccolo,
Che pur ritorna. Bisogna sempre, asino,
Ch’io t’abbia dietro il bastone o lo stimulo,
Ch’io non ti posso altrimente far muovere
Di passo mai. Costà ti ferma, et odimi,
Per quanto gli occhi ti sono, per quanto t’è
Cara la lingua; chè so che pochissimo ,
Conto fai delle spalle, e voglio credere
Che l’abbi in odio, ch’ogni dì materia
Truovi, anzi ognora, di fartele battere:
Per quanto il capo t’è caro, chè rompere
Non te lo vegghi, e le cervella spargere
Innanzi a’ piedi; apri l’orecchie, e ascoltami.
Furbo.Aprirò la bocca anco, acciocchè m’entrino
Meglio le tue parole.
Lucramo.                                    Anzi pur chiudila;
Nel resto poi, di sopra e di sotto apriti
Quanto ti par. Ti cavo gli occhi, e taglioti
La lingua, se di questo ch’io comunico
Teco, tu parli.
Furbo.                          Io tacerò.
Lucramo.                                            Ora ascoltami.
Tu sai, che da sei giorni in qua continua-
mente ho detto ch’io voglio ire in Sicilia,
Come questo nocchiero, il quale a Drepano
Vuol ritornar, si parta; e in guisa dettolo
Ho, che tu lo credevi, ed anco il credeno
Le fanciulle, e lo crede ognun che pratica
Meco co’ miei di casa: ma contrario
Dalle parole ho sempre avuto l’animo;

[p. 138 modifica]

Che non mi vô partir, ma così simulo
Acciocchè questi gioveni che vogliono
O mostran di voler le nostre femmine,
Quel c’hanno a far in venti giorni, affrettino
Di fare in uno, o tosto mi chiariscano.
Dove1 io sarò che le fanciulle l’odano,
O altri a cui mi piaccia di far credere
Ch’io mi voglia partir, ti darò un numero
Grande di commissioni. Abbi in memoria,
Ch’io non ho intenzibn che si eseguiscano;
E sopra tutto guarda non mi spendere
Danaro ch’io ti dia. Fa che sollecito
Ti mostri e diligente; ma sia il fingere
Senza mio danno. Intendimi tu?
Furbo.                                                      Intendoti.
Lucramo.Or ritorniamo verso casa. Accóstati
All’uscio un poco; un poco ancora: or férmati.
Tu di’ che ’l nocchier vuol ch’oggi si carchino
Tutte le cose nostre?
Furbo.                                    Così dicovi.
Lucramo.E vuol domani uscir del porto e mettersi
A cammino?
Furbo.                       Così m’ha detto.
Lucramo.                                                    Affrettisi,
Dunque, quel che s’ha a far. Udite, femmine
Di spesa grande e di pochissimo utile;
Che siete tanto belle e sì piacevoli,
Che non potete trovar chi vi liberi
Di servitù. Non son ciechi gli altri uomini,
Nè balordi, come io, che corsi a spendere
Il mio danajo in duo vetri, credendomi
Che fossin belle gioje: ma rendetevi
Certe, ch’io non vô stare in questa perdita.
S’io non potrò, quel c’ho speso riscuotere
Tutto a un tratto, mi sforzerò rimetterlo
Insieme a poco a poco: non puote essere
Che non vi guadagniate due o tre coppie
Di carlini ogni giorno, che soccorrere
Mi potranno a vestirvi, o almeno a pascervi.

[p. 139 modifica]

Tosto ch’io sarò giunto dove ho in animo
Ch’andiamo, vô che le botteghe s’aprano.
Non vô già cominciar qui, non vô ch’abbiano
Questo contento i signori di Sibari;
Signori senza signoría, più gonfii
Di vento che le palle. O brutte femmine,
A chi dico io, ribaldelle, disutili?2
Sfornite tutti li letti, e piegate le
Lenzuola con le coltre, e riponete le
Camicie e li grembiuli o bianchi o sucidi,
E così i vostri torciglioni3 e cuffie,
Pezzette, bambagelli e l’altre tattere;4
Ma gli specchietti, l’ampolle e li bossoli
Mettete fra li panni, ed acconciateli
In modo, che portando non si rompano;
Se non volete forse che le natiche
Vi rompa lo staffil. Furbo, te’, comprami
Parecchi passa5 di fune, ed ammagliami
Casse e forzieri, e matarazzi e coltrici:
Menami poi sei facchini; deh, menane
Otto, ch’a un tratto ogni cosa mi sgombrino.
Che aspetti? chè non voli? Vedete asino
Pigro! Ma tu non odi? Io vô che al dazio
Tu vada, e dica a quei lupi, che mandino
Un di lor qui, che prima che s’imballino,
Vegga le robe, acciò poi non mi facciano
Scaricar ed aprirle, e non mi diano
All’uscir della porta altra molestia.
Odi; costà m’aspetta: odi, la musica
È tutta per amor.

[p. 140 modifica]

Furbo.                                Contro ribeccola.6
Lucramo.Tarda a tornar tanto che verisimile
Paja che sia stato al porto, e rapportami
Che ritrovato t’ha il nocchiero, e dettoti
Che la partita sua, che doveva essere
Domani, è differita, ed anco in dubbio;
Ma dimmelo ove le fanciulle m’odano.
Ecco c’ho fatto uscir di casa Erofilo,
E Caridor con esso lui. Mi debbono
Aver pur troppo udito, e forse vengono
Per accordarmi, chè meglio del solito
Ci denno aver il modo. Ma qui attendere
Non li vô nella strada, acciò non credano
Ch’io m’offerisca lor perchè mi parlino.


SCENA II.

CARIDORO, EROFILO.


Caridoro.Che faremo ora che siam chiari, Erofilo,
Della partita di costui? Parrebbeti
Ch’andassimo a trovarlo, e proponendogli
Varî partiti e migliori, e pregandolo
Quanto si può più pregar, e mostrandogli
E facendo toccar con mano l’utile
Suo, e quando siamo appresso per concludere,
Vedessimo di far che almen sì súbito
Non si partisse?
Erofilo.                           O Caridor, parrebbemi.
Che si provasse ogni cosa possibile
Per ritenerlo; ma s’io non comunico
La cosa prima con Volpino, e piglione
Il suo parer, non mi voglio risolvere.
Del qual non so ch’io creda o ch’io m’immagini,
Che tanto indugi a ritornar.
Caridoro.                                                Se Fulcio
Non lo ritrova, almen non stesse a perdere
Tempo; ritornasse egli!
Erofilo.                                          Non parlandogli

[p. 141 modifica]

Prima, e della partenza ragguagliandolo
Di costui, non saprei che far.
Caridoro.                                                  Or eccoli,
Per dio: vengono insieme amendue; vedili.


SCENA III.

VOLPINO, FULCIO, CARIDORO, EROFILO.


Volpino.Si potría, Fulcio, per salvar duo giovani
Amanti, e gastigar un avarissimo
E ribaldo ruffiano, ordire astuzia
Che fosse più di questa memorabile?
Fulcio.Volpin, per quella fede che grandissima
Ho nelle spalle, mi par che sia simile
Cotesta invenzïone alla carciofola,7
In cui durezza, spine e amaritudine
Molta più trovi, che bontade.
Volpino.                                                  Abbiamoci
Da confortar in questo, che venendoci
Pur mal, puniti non sarem per minimo
Fallo. A che peggio possiamo noi giugnere.
Che alle mazzate?
Fulcio.                                E chi può me’ ricevere
Di te, che ti ritrovi le più idonee
Spalle del mondo?
Volpino.                                  Sol le tue le vincono,
Che stancherían le braccia di dieci uomini,
E cento mazze il giorno lograrebbono.
Caridoro.Par che vengan ridendo.
Erofilo.                                           I pazzi ridono
Di poca cosa.
Volpino.                       Eccoli, che ci aspettano.
Caridoro.Pur mi giova sperar nella letizia
Che mostrano.
Erofilo.                         Gli è vana; chè di Lucramo
Non sanno, che si parta così subito.
Volpino.Dio vi salvi, patroni.

[p. 142 modifica]

Erofilo.                                    Ben abbiamone
Bisogno, e ch’egli e li Santi ci salvino.
Volpino.Anzi non vô che Dio o che Santi piglino
Fatica di salvarvi ora, possendovi
Salvar io sol. Non più Volpin mi nomino,
Ma la salute.
Erofilo.                       Oimè! non sai che Lucramo
È per partirsi domattina?
Volpino.                                             Partasi,
Con tempesta.
Caridoro.                         Deh non, chè porterebbono
Con esso lui le fanciulle pericolo.
Volpino.Io vô che le fanciulle in terra restino,
E ch’egli in mar si affoghi. Io, come prospera
Salute sono a voi, così infortunio
Sono al ruffiano: quel ghiotton distruggere
Ogni modo, e salvar voi mi delibero;
Ma non crediate che si parta.
Erofilo.                                                    Partesi;
Credi a chi ’l sa.
Volpino.                            Per spaventarvi simula
Di partire il ribaldo.
Caridoro.                                   Non vedendoci,
E non sappiendoci essere ove udivasi
Ciò che dicea, comandò alle sue femmine,
Che le lenzuola e le coltri piegassino,
E vesti e fin alle camicie sucide,
E nelle casse il tutto riponessino;
Ed ha mandato il Furbo a quei del dazio,
Che gli espediscan le robe; e commessogli
Ha che meni facchini che le portino
Questa sera alla nave. Volpin, renditi
Certo ch’egli si parte.
Erofilo.                                        Oimè! partendosi
Che fia di me? Dovunque vada Eulalia,
Anderà il mio côr anco.
Caridoro.                                        Anderà simile-
mente il mio con Corisca.
Volpino.                                          Se deliberi
Che ’l tuo côr vada domattina, avvisami,
Ch’io pigli, prima che serrin l’ufizio,
La sua bolletta, chè non lo ritenghino

[p. 143 modifica]

Ai passi.
Fulcio.               Nè serà fuor di proposito
Che facci al tuo una vesta , acciò noi becchino,
Trovandol nudo, li corbacci e l’aquile.
Erofilo.Ve’, Caridoro, come ci dileggiano
questi furfanti gaglioffi!
Caridoro.                                        Deh misero
Chi serve amor!
Volpino.                              Noi che serviamo a miseri,
Servi siam, Fulcio, doppiamente miseri.
Creduto non avrei che fossi, Erofilo,
Di sì poca fiducia, che sentendoti
Volpino appresso, ti dovessi mettere
Tanta paura in cosa così picciola.
Erofilo.Picciola questa? e qual’altra puot’essere
Grande, se questa è picciola?
Volpino.                                                  Guardatemi
In viso: parte il ruffian? vô concedere
Ciò che dite: io rispondo,’ che volendovi
Governar a mio modo, vi vô mettere,
Prima che siamo a domani, a te Eulalia
In braccio, a te Corisca; e questo Lucramo,
Sì arrogante, tosar come una pecora.
Caridoro.O Volpino dabbene!
Erofilo.                                   Dabbenissimo!
Volpino.Ma dimmi hai tu apparecchiate le forbici,
Ch’i’ dissi, da tosar?
Erofilo.                                     Che forbici hammi tu
Detto?
Volpino.             Non ti dissi io che facessi opera
D’aver in man le chiavi della camera
Di tuo padre?
Erofilo.                         L’ho avute.
Volpino.                                               E si mandassino
Fuor tutti i servi di casa, e più il Nebbia
Degli altri?
Erofilo.                      Tutto è fatto.
Volpino.                                           Ecco le forbici
Ch’io domandavo: or attendi ed ascoltami.
Ho ritrovato in questa terra un giovene
Cauto, sufficïente ed al proposito
Nostro, col quale ebbi stretta amicizia

[p. 144 modifica]

Mentre che con tuo padre io stavo a Napoli,
Dove era, ed è d’un di quei gentiluomini
Servo. Ora suo padrone qui mandato lo
Ha per certe faccende, e ritornarsene
Deve domani. Pur jer giunse, e statoci
Mai più non è.
Erofilo.                        Che m’appartiene intendere
Cotesto?
Volpino.               Tel dirò; ascoltami. Vogliolo
Vestir co’ panni di tuo padre; mettergli
Giubbone e calze e berretta e pantoffole,
Ed una veste lunga e tutto l’abito
Di mercatante: egli ha buona presenzia:
Acconceròllo in modo, che vedendolo
Ognun l’avrà per uomo di gran traffico.
Così vestito andrà a trovar Lucramo:
Gli daremo la cassa che in deposito
Quei litiganti fiorentini diedero
A tuo padre, stivata di finissimi
Filati d’oro.
Erofilo.                      E che n’ha a far?
Volpino.                                                     Che a Lucramo
La porti, glila lasci pegno, e facciasi
Dar Eulalia.
Erofilo.                     La lasci in mano a Lucramo?
Volpino.A Lucramo.
Erofilo.                     Al ruffiano!
Volpino.                                          Al ruffiano. Odimi
Un poco. Vò che dia la cassa a Lucramo,
O sia al ruffian, come ti par lo nomina;
E che gli dica, che pegno lasciargli la
Vuol per un giorno o dui, finchè gli numeri
Il prezzo, il qual mostrerà di concludere
Con lui.
Erofilo.              T’ho ben inteso. Come diavolo,
Che la lasci a un ruffiano?
Volpino.                                             E che la femmina
Si faccia dar. Voglio che andiam poi subito...
Erofilo.Parla pur d’altro. In mano a un barro, a un perfido,
Al maggior ladroncel del mondo, mettere
Roba di tanta valuta?
Volpino.                                     A me lasciane

[p. 145 modifica]

La cura: ascolta.
Erofilo.                              È di troppo pericolo.
Volpino.Non è, se ascolti: si potrà poi facile-
mente...
Erofilo.                Che facilmente?
Volpino.                                           Se stai tacito,
Te lo dirò. Gli è di bisogno, Erofilo,
Qualunque vuol...
Erofilo.                                Deh che ciance, che favole
Son queste che avviluppi?
Volpino.                                              Non volendomi
Udir, tuo danno: ben io pazzo...
Caridoro.                                                       Lascialo
Dir.
Erofilo.        Dica.
Volpino.                  A travagliarmi in voler utile
Far a chi non lo vuol. Mi mangi il cancaro
Se più...
Caridoro.                Non ti partir, Volpino: ascoltalo
Un poco, tu.
Erofilo.                       Che vuoi tu dir? Ascoltoti.
Volpino.Quel ch’io vô dir? Tu mi preghi e mi stimuli
E tutto8 il dì consumi, ch’io m’industrii
E trovi modo ch’abbi questa giovane:
Io n’ho trovati cento, e mai trovatone
Uno non ho che ti piaccia. Un difficile
Ti pare, un altro di troppo pericolo;
Quel lungo, quel scoperto: chi può intenderti?
Vorresti e non vorresti; tu desideri,
E non sai che. Non si può far, Erofilo,
Credilo a me, mai cosa memorabile
Senza fatica e senza gran pericolo.
Che pensi tu con tuoi sospiri e lagrime
Poter piegar questo ruffiano a dartila?
Erofilo.Pur mi parrebbe gran sciocchezza a mettere
Cosa di tanta valuta a pericolo
Sì manifesto. Non sai che duo milia
Ducati, e credo più, i filati vagliono
Che sono in quella cassa, e che in deposito
A mio padre fûr dati? Che se fossero

[p. 146 modifica]

Nostri, mi disporrei forse più facile-
mente di porli a rischio. Saríen forbici
Da tosar noi coteste, e non la pecora
Che detto m’hai.
Volpino.                              Mi stimi tu sì, Erofilo,
Di poco ingegno, ch’io volessi perdere
Cosa di tanto prezzo, e apparecchiatomi
Non abbia come riaverla subito?
Lásciane a me la cura: io sto a pericolo
Più di te. Quando i miei disegni avessino
Mal esito, di che poco mi dubito,
Tu non ne sentiresti altra molestia
Che di parole; io tormenti gravissimi
Nella persona, o mi farebbe in carcere
Morir di fame.
Erofilo.                          E che via c’è, ponendola
In mano di costui, poi di levargliela,
Se li denari prima non appajono;
Delli quali sai ben ch’abbiam penuria?
Ma se pria che i filati si riabbiano,
Torna mio padre; o se ’l ruffian, partendosi
Questa notte (chè qui tutto è il pericolo),
Se gli porta con lui; dimmi, a che termine
Ci ritroviamo?
Volpino.                          S’averai pazienzia
D’udirmi, troverai che buono ed ottimo
Disegno è il mio; e che c’è modo facile
Che questa notte ancora si riabbiano.
Erofilo.Orsù, t’ascolto: di’.
Volpino.                                  Tosto che data la
Cassa abbia il nostro mercatante a Lucramo,
E che posta in sua9 man abbia la giovane,
Voglio che al capitano di giustizia,
Al padre di costui, tu vada e faccigli
Querela, che di casa tua rubatati
Sia stata questa cassa, e che t’immagini
Che sia stato un ruffiano il quale t’abita
Vicino.
Erofilo.            Intendo.
Volpino.                          Egli è cosa credibile,

[p. 147 modifica]

Poich’è ruffiano, che ladro possa essere:
E tu lo pregherai che farti grazia
Voglia che ’l suo bargello venga, e cerchigli
La casa. Caridoro favorevole
Ti sarà appresso il padre, e farà muovere
Immantinente il bargello.
Caridoro.                                            Gli è facile
Cosa cotesta: io verrò, bisognandoci,
Anco in persona.
Volpino.                            Gli sarem sì subito
Addosso, che la cassa trovaremovi,
Che non avrà di porla altrove spazio.
Esso dirà ch’un mercatante datagli
L’ha in pegno, sinchè gli paghi una femmina
Che gli ha venduta. Chi gli vorrà credere,
Che per cosa che appena val, mettiamola,
Cento ducati, debba per duo milia
Avergli dati pegni? Or, ritrovandogli
Il furto in casa, sarà senza dubbio
Preso per ladro e strascinato in carcere;
E se dipoi lo impicchino e lo squartino,
Che v’abbiam noi a far? Per le tristizie
Sue, in ogni modo, e questo e peggio merita.
Erofilo.Ben, per dio! Oh bel disegno! e può succedere,
Volpino.Tu, Caridoro, preso che sia Lucramo,
Essendo l’uom che sei, per te medesimo
Potrai fornir tutto il tuo desiderio.
Parla al bargello, e con esso lui ordina
Che ti faccia condur tosto la giovane,
Che sia cacciato quel ghiottone in carcere.
Vada poi come vuol la cosa, o impicchinlo
O lo lascino ancor, se campa Lucramo,
Avrà sempre di grazia di lasciartela
In dono, se te gli mostrerai d’essere
Con tuo padre e con gli altri favorevole.
Caridoro.Per dio, Volpino, una corona meriti.
Fulcio.Anzi una bella mitra.
Volpino.                                    Non può, Fulcio,
Alle tue dignitadi ognuno ascendere.
Erofilo.Or dove è questo tuo, che porre in abito
Vogliam di mercatante?
Volpino.                                           Maravigliomi

[p. 148 modifica]

Che non sia qui, ma non può stare a giugnere.
Erofilo.Vuoi ch’egli stesso la cassa si carichi
In collo?
Volpino.                A questo è preso anco un buon ordine.
Egli ha seco un villano, del medesimo
Patron lavoratore: qui mandatili
Ha il gentiluomo, acciò che gli ritrovino
Due paja o tre di giuvenchi, e li comprino.
Costui sarà il facchino. Ma apparecchia la
Veste e quell’altre cose che bisognano;
Chè giunto qui, non stia a bada.
Caridoro.                                                     Voletevi
Servire in altro di me?
Volpino.                                        Ritornartene
Puoi, Caridoro, a casa: ben faremoti
Tutto il successo intendere.
Caridoro.                                             Anderòmmene.
Addio.
Fulcio.           Se non vi accade altro servizio
Da me, anderò col mio patrone.
Volpino.                                                       Vattene.


SCENA IV.

VOLPINO, TRAPPOLA, BRUSCO.


Volpino.Io dovea pur ricordarmi che ’l Trappola
Solea dir ver rade volte. Ben semplice
Son stato, e mal accorto, che lasciatomi
L’abbia restar addietro. Se ’l suo solito
Avrà fatto qui ancora, che uccellatomi
Abbia, non potrò quel che designatomi
Avevo, oggi far più, nè più rimettere
Altro in suo loco, chè gli è sera. Or eccolo,
Per dio: poichè gli è qui, spero che prospera-
mente ogni cosa mi debbia succedere.
Trappola.Gli è pur gran fatto, Brusco, ch’un servizio
Tu non sappia mai far, ch’uom te n’abbia obbligo.
Brusco.Gli è maggior fatto che non abbi, Trappola,
Mai sì da far per te, che non ti dieno
Le cose d’altri e che non s’appartengono,
Da far ancora.
Trappola.                         Mie le cose reputo

[p. 149 modifica]

Di Volpino, nè men che le mie proprie;
E questa è la mia usanza, ed appartiemmisi
Procacciar sempre mai nuove amicizie.
Brusco.Se tua usanza è acquistar nuove amicizie,
E ti appartien, con tua fatica acquistale,
Nè voler dar a me e a gli altri incomodo,
Che non abbiamo simil desiderio.
Trappola.E che avevamo a far?
Brusco.                                        Per li buoi mettere
Del fieno in nave, e per il nostro vivere
Fornirci delle cose che bisognano.
Trappola.Ci sarà tempo.
Volpino.                           Mi credevo, Trappola,
Che tu m’avessi ingannato.
Trappola.                                                Rincrescemi,
Per dio, Volpin, ch’io t’abbia fatto credere
Il falso, ma non ci ebbi più avvertenzia.
Volpino.Tu vien’ su molta10 gravità.
Trappola.                                               Dovendomi
Oggi far uomo grave, è convenevole
Che ’l passo impari a far grave.
Volpino.                                                       Dovrestilo
Tu saper me’ d’ogn’altro, che sei solito
Spesso d’andar co’ ferri a’ piè, per meriti
Tuoi.
Trappola.            Chi vi suol ir più di te? chè bestia
Non è di trotto sì duro, che apprendere
Non avesse dovuto un soave ambio,
Se ’l patron suo sì lungamente fattole
Portar le bolze avesse; come fattoli11
Ha portar a te il tuo.
Volpino.                                      Vien dentro: lascia le
Ciance, chè non abbiam tempo da perdere.


[p. 150 modifica]

SCENA V.

BRUSCO.


Per dio, son quasi in pensier di tornarmene
All’albergo, e lasciar qui questa bestia
Senza me, che vuol far altrui servizio
Con mia fatica, e vorrà guadagnarsene
Uno duoi scudi. Io so che senza premio
Non ci saría sì pronto e sì sollicito,
E non vorrà però ch’io ne participi.
E per quel ch’io comprendo, giuntar vogliono
Non so chi: la qual cosa discoprendosi,
Sarò non men riputato colpevole
Di lui, e serò a parte, se ci mettono
Le mani addosso, con lui del supplicio;
E forse più che a parte, perchè perdere
Posso più di lui molto. Egli salvandosi
La persona, esce fuor d’ogni pericolo:
Io non così, chè li buoi non si salvano,
Salvandomi io. Il patron rivalersene
Vorrà sopra di me, c’ho vacche e pecore
E capre e porci, e tante masserizie,
Che cento lire non le comprarebbono.
Deh, gli è meglio ch’io torni. Ah no, che avendoli
Promesso, come io gli ho, e non attenendogli,
Fo male, e gli do causa di sempre essermi
Nimico; e so che in mille modi nuocere
Mi potría col patrone, e noceríami,
Ch’egli ha una lingua che potrebbe radere,
Così ben taglia; e il padron gli dà credito:
Come fan quasi tutti, che più ascoltano
Volentier questi che mal riferiscono,
Che quei che bene. Benchè quei che dicono
Bene, son così pochi che li numeri
Col naso;12 ma quest’altri che rapportano
Male, sono infiniti: ed è una regola
Generale, a chi vuole entrare in grazia

[p. 151 modifica]

Di suo patron, che accusi gli altri, e dicane
Ciò che ne sa di male; e le buone opere
Altrui, più che può, asconda o minuiscale,
E dimostri che poco o nulla vagliano
Tutti gli altri, sian pigri e stiano in ozio,
Che non abbiano amore, nè si curino
O male o bene che le cose vadano
Del patrone, e che ruban pur che possano;
Ma ch’egli solo è fedele e amorevole,
Sol diligente, accurato e sollecito.
Pur, sia come si vuol, io mi delibero
Che nè in questo anco possa aver materia
Da dolersi di me. Ben voglio subito
Che sia fatto il bisogno, ritornarmene
All’albergo, che quando alcun disordine
Sopravvenisse, con lui non mi colgano.




Note

  1. È qui data a quest’avverbio la forza di esprimere il tempo insieme ed il luogo: cioè Quando io sarò dove, o in lungo che, le fanciulle ec. Anche verso il fine di questa scena medesima: «Ma dimmelo ove le fanciulle m’odano.»
  2. Ed. Giol.: Desutili.
  3. Forse que’ veli, merletti e pannilini attorcigliati, che servono d’ornamento femminile. — (Pezzana.)
  4. Pezzette e bambagelli diconsi certi pezzi di tela di bambagia, ovver di lana, tinti in rosso, che vengonci di Levante, e servono ad avvivare le guancie scolorile. Tattere è voce lombarda, per bazzecole, coserelle. — (Pezzana.)
    — Si è riferita questa nota, per averne occasione di avvertire, che bambagello pare oggidì voce perduta; a pezzetta corrisponde più ordinariamente (fra gl’istrioni in ispecie) pezza di levante; e che tattera, spiegato alquanto diversamente dalla Crusca, è adoperato in questo senso medesimo dal Caro, Am. past.; e in molti paesi si applica principalmente agli arnesi di casa o masserizie usate, di mediocre talvolta, non mai di molto valore.
  5. Passa nel numero del più, da passo, per misura di corda. — (Molini.) — Di questa significazione manca esempio al Vocabolario.
  6. Sono parole in gergo. Forse vuol far comprendere Lucramo, che quanto egli dice è per sollecitar l’amore nei giovani, e il Furbo gli risponde che ha capito. — (Molini.)
  7. Alla lombarda, per carciofolo. — (Molini.) — Il Barotti ci fe nota questa variante trovata in un manoscritto di quelli che furono in sue mani: «Mi par che sia simile Cotesta invenzione a un campo fertile Mal lavorato, che non minor copia Ha di mal erba che di buona.»
  8. Così , e meglio, le stampe più antiche. Le più recenti: Che tutto.
  9. Ediz. Giol.: in tua.
  10. Le più moderne, cominciando dal Barrotti: Tu vieni in molta.
  11. A render più chiaro questo periodo di non molto pronta intelligenza, abbiamo creduto di far questa correzione, riferendo l’affisso a ferri; dove tutte le stampe hanno, senza possibile riferimento: fattole. Questi versi forniscono la spiegazione, ma non egualmente il modo di correggere il corrispondente passo della Commedia in prosa. Vedi a pag. 21.
  12. Contare (qui numerare, per comodo del verso) col naso, detto di cose di cui sia grande la rarità, è modo universalmente usato in Italia, e non accolto nei Vocabolari.