Opere minori 2 (Ariosto)/Commedie in versi/La Lena/Atto primo

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Atto primo

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Commedie in versi - Prologo secondo Commedie in versi - Atto secondo
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ATTO PRIMO.




SCENA I.

CORBOLO E FLAVIO.


Corbolo.Flavio, se la domanda è però lecita,
Dimmi: ove vai sì per tempo? chè suonano
Pur ora i mattutini; nè debb’essere
Senza cagion, che ti sei con tal studio
Vestito e ben ornato, e come bossola1
Di spezie, tutto ti sento odorifero.
Flavio.Io vo qui, dove amor mi mena, a pascere
Gli occhi d’una bellezza incomparabile.
Corbolo.E che bellezza vuoi tu in queste tenebre
Veder? Se forse veder non desideri
La stella amata da Martin d’Amelia:2
Ma nè quella anco di levarsi è solita
Così per tempo.
Flavio.                           Nè cotesta, Corbolo,
Nè stella altra del cielo, nè il sol proprio,
Luce quanto i begli occhi di Licinia.
Corbolo.Nè gli occhi della gatta; questo aggiungere
Dovevi ancora, che saría più simile
Comparazion, perchè son occhi, e lucono.
Flavio.Il malanno che Dio ti dia, che compari
Gli occhi d’animal bruto a3 lumi angelici!
Corbolo.Gli occhi di Cucchiulin4 più confarebbonsi,
Di Sabbatino, Marïano e simili,
Quando di Gorgadello5 ubbriachi escono.

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Flavio.Deh, va in malora.
Corbolo.                              Anzi in buon’ora a stendermi
Nel letto, ed a fornire un soavissimo
Sonno che tu m’hai rotto.
Flavio.                                          Or vien qua ed odimi,
E pon da lato queste sciocche arguzie.
Corbol, che sempre abbia avuta grandissima
Fede in te, te ne sei potuto accorgere
A molti segni; ma maggiore indizio
Ch’io te n’abbia ancor dato, son per dartene
Ora, volendo farti consapevole
D’un mio segreto, di tale importanzia,
Che la roba vorrei, l’onore e l’anima
Perder prima, che udir che fosse pubblico.
E perchè credo aver della tua opera
Bisogno in questo, ti vô far intendere
Che a patto alcun non te ne vô richiedere,
Se prima di tacerlo non mi t’obblighi.
Corbolo.Non accade usar meco questo prologo;
Chè tu sai ben per qualche esperïenzia,
Ch’ove sia di bisogno so star tacito.
Flavio.Or odi. Io so che sai senza ch’io replichi,
Ch’amo Licinia, figliuola di Fazio
Nostro vicino, e che da lei rendutomi
È il cambio; chè più volte testimonio
Alle parole, ai sospiri, alle lacrime
Sei stato, quando abbiamo avuto comodo
Di parlarci, stando ella a quella piccola
Finestra, io nella strada. Nè mancatoci
È mai se non il luogo, a dar rimedio
A i nostri affanni: il quale ella mostratomi
Ha finalmente, chè fare amicizia
M’ha fatto con la moglie di Pacifico,
La Lena; questa che qui a lato ci abita,
Che le ha insegnato da fanciulla a leggere
Ed a cucire; e séguita insegnandole
Far trapunti, ricami e cose simili;
E tutto il dì Licinia, fin che suonino
Ventiquattr’ore, è seco: sì che facile-
mente, e senza ch’alcun possa avvedersene,
La Lena mi potrà pôr con la giovane:
E lo vuol fare, e darci oggi principio

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Intende; e perchè li vicin, vedendomi
Entrar, potríano alcun sospetto prendere,
Vuol ch’io v’entri di notte.
Corbolo.                                                È convenevole.
Flavio.Verrà a suo acconcio, e tornarà la giovane,
Come andarvi e tornarne ogni dì è solita.
Ma non me ne son oggi più per muovere
Infino a notte. Questa notte tacita-
mente usciremo.
Corbolo.                            Con che modo volgere
Hai potuto la moglie di Pacifico,
Che ruffiana ti sia della discepola?
Flavio.Disposta l’ho con quel mezzo medesimo
Con che più salde menti si dispongono
A dar le rôcche, le città, gli eserciti
E talor le persone de’ lor prencipi;
Con denari: del qual mezzo il più facile
Non si potrebbe trovare. Ho promessole
Vinticinque fiorini, ed arrecarglieli
Ora meco dovéa, perchè riceverli
Anch’io credéa da Giulio, che promessomi
Li avéa dar jeri, e m’ha tenuto all’ultimo.6
Jersera poi ben tardi mi fe intendere
Che non me li dava egli, ma servirmene
Facéa da un suo, senza pagarglien’utile
Per quattro mesi; ma dovendo darmeli
Quel suo, voleva il pegno. Il qual sì subito
Non sapend’io trovare, e già avend’ordine
Di venir qui, non ho voluto romperlo,7
E son venuto; ancor ch’io stia con animo
Molto dubbioso, se mi vorrà credere
La Lena; pur mi sforzarò, dicendole
Come ita sia la cosa, che stia tacita
Fino a doman.
Corbolo.                          Se ti crede, fia un’opera
Santa che tu l’inganni. Porca, ch’ardere
La possa il fuoco! Non ha coscïenzia
Di chi si fida in lei la figlia vendere.
Flavio.E che sai tu, che ragione non abbia?8

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Acciò tu intenda, questo vecchio misero
Le ha voluto già bene, e il desiderio
Suo molte volte n’ha avuto.
Corbolo.                                                Miracolo!
Gli è forse il primo?
Flavio.                                   Ben credo patendolo
Il marito, o fingendo non accorgersi:
Imperocchè più e più volte Fazio
Gli ha promesso pagar tutti i suoi debiti;
Perchè il meschin non ardisce di mettere
Piè fuor di casa, acciò che non lo facciano
Li creditori suoi marcire in carcere:
E quando attener debbe, nega il perfido
D’aver promesso, e dice: — Dovrebbe esservi
Assai d’aver la casa, e non pagarmene
Pigione alcuna; — come nulla meriti
Ella dell’insegnar che fa a Licinia.
Corbolo.Veramente, se fin qui nulla merita,
Meriterà per l’avvenir, volendole
Insegnar un lavoro il più piacevole
Che far si possa, di menar le calcole
E batter fisso. Ella ha ragion da vendere.
Flavio.Abbia torto o ragion, c’ho da curarmene?
Poichè mi fa piacer, le ho d’aver obbligo.
Or quel che da te voglio, è che mi comperi
Fin a tre paja o di quaglie o di tortore;
E quando aver tu non ne possa, pigliami
Due paja di piccioni, e falli cuocere
Arrosto, e fammi un cappon grasso mettere
Lesso; e gli arreca ad ora convenevole,
E con buon pane e miglior vino; e siati
A cuor9 ch’abbiam da bere in abbondanzia.
Questo è un fiorino, te’: non me ne rendere
Danajo in dietro.
Corbolo.                            Il ricordo è superfluo.
Flavio.Io vô far segno alla Lena.
Corbolo.                                             Sì, faglielo;
Ma su la faccia; chè, per dio, lo merita.
Flavio.Perchè, se mi fa bene, ho io da offenderla?

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Corbolo.Il farti ella suonar,10 come un bel cembalo,
Di venticinque fiorini, tu nomini
Bene? Ma dimmi: ove sarà,11 pigliandoli
Tu in presto, poi provvisïon di renderli?
Flavio.Ho quattro mesi da pensarci termine:
Che sai che possa in questo mezzo nascere?
Non potrebbe morir, prima che fossero
Li tre, mio padre?
Corbolo.                                Sì; ma potría vivere
Ancor: se vive, come è più credibile,
Che modo avrai di pagar questo debito?
Flavio.Non verrai tu sempre a prestarmi un’opera,
Che gli vorrò fare un fiocco?12
Corbolo.                                                  Te n’offero
Più di dieci.
Flavio.                      Ma sento che l’uscio aprono.
Corbolo.E tu aprir loro il borsello apparecchiati.


SCENA II.

LENA e detti.


Flavio.Buondì, Lena, buondì.
Lena.                                   Saría più proprio
Dir buona notte. Oh molto sei sollecito!
Corbolo.Risalutar ben lo dovevi, ed essere
Più cortese.
Lena.                    Con buoni effetti vogliolo
Risalutar, non con parole inutili.
Flavio.So ben che ’l mio buondì sta nel tuo arbitrio.
Lena.E ’l mio nel tuo.
Corbolo.                           Anch’io il mio nel tuo mettere
Vorrei.
Lena.             Oh che guadagno! Dimmi, Flavio,
Hai tu quella faccenda?
Corbolo.                                        Ben puoi credere
Che non saría venuto non avendola.

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Vi so dir che l’ha bella e bene in ordine.
Lena.Non gli dico di quella; ma domandogli
S’egli arreca danar.
Flavio.                                 Credéa arrecarteli
Per certo.
Lena.                 Tu credevi? mal principio
Cotesto.
Flavio.             Chè un amico mio servirmene
Dovea fin jeri, e poi mi fece intendere
Jersera (ch’era già notte) che darmeli
Farebbe oggi o doman senza alcun dubbio.
Ma sta sopra di me: doman non fieno
Vent’ore, che gli avrai.
Lena.                                        Domane, avendoli,
Farò che l’altro dì, a questa medesima
Ora, entrarai qua dentro. In tanto renditi
Certo di star di fuora.
Flavio.                                    Lena, reputa
d’averli.
Lena.                Pur parole, Flavio: reputa
Ch’io non son, senza danari, per crederti.
Flavio.Ti do la fede mia.
Lena.                              Saría mal cambio
Tôr per danari la fede, chè spendere
Non si può; e questi che i dazî rescuotono,
Fra le triste monete la bandiscono.
Corbolo.Tu cianci, Lena, sì?
Lena.                                   Non ciancio; dicogli
Del miglior senno ch’io m’abbia.
Corbolo.                                                       Può essere
Che essendo bella, tu non sia piacevole
Ancora?
Lena.               O bella o brutta, il danno e l’utile
È mio: non sarò almen sciocca, che volgere
Mi lassi a ciance.
Flavio.                              Mi sia testimonio
Dio.
Lena.       Testimonio non vô che all’esamine
Io non possa condur.
Corbolo.                                 Sì poco credito
Abbiamo teco noi?
Lena.                               Non stia qui a perdere

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Tempo; ch’io gli conchiudo, ch’egli a mettere
Non ha qua dentro il piede, se non vengono
Prima questi danari e l’uscio gli aprano.
Flavio.Tu temi ch’io te la freghi?
Corbolo.                                                Sì, fregala.
Patron, chè poi ti sarà più piacevole.
Lena.Io non ho scesa.13
Corbolo.                                (Un randello di frassino
Di due braccia ti freghi le spalle, asina!)
Lena.Io voglio, dico, danari e non frottole.
Sa ben che ’l patto è così, ne dolersene
Può.
Flavio.         Tu di’ il ver, Lena; ma può essere
Che sii sì cruda, che mi vogli escludere
Di casa tua?
Lena.                      Può esser che sì semplice
Mi stimi, Flavio, che ti debba credere
Che, in tanti dì che siamo in questa pratica,
Tu non avessi trovato, volendoli,
Venticinque fiorini? Mai non mancano
Danari a li par tuoi. Se non ne vogliono
Prestar gli amici, alli sensali volgiti,
Che sempre hanno tra man cento usurarii.
Cotesta vesta di velluto spogliati,
Lévati la berretta, e all’Ebréo mandali;
Chè ben dell’altre robe hai da rimetterti.14
Flavio.Facciam, Lena, così: piglia in deposito
Fino doman questa robba; ed impegnala
Se, prima che doman venti ore suonino,
Non ti do li denari, o fo arrecarteli
Per costui.
Lena.                    Tu pur te ne spoglia, e mandala
Ad impegnar tu stesso.
Flavio.                                        Mi delibero
Di compiacerti, e di farti conoscere
Che gabbar non ti voglio. Piglia, Corbolo,
Questa berretta e questa robba: ajutami,
Chè la non vada in terra.

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Corbolo.                                          Vuoi tu trartela?
Flavio.La vô a ogni modo satisfar: che diavolo
Fia?
Corbolo.        Or vadan tutti li beccai e impicchinsi,
Chè nessun ben come la Lena scortica.
Flavio.Voglio che fra le quindici e le sedici
Ore, da parte mia tu vada a Giulio,
E che lo preghi che mi trovi subito
Chi sopra questi miei panni m’accomodi
Delli denar che sa che mi bisognano.
E se ti desse una lunga,15 rivolgiti
Al banco de’ Sabbioni,16 e quivi impegnali
Venticinque fiorini; e come avuto li
Abbi o da un luogo o da un altro, qui arrecali.
Corbolo.E tu starai spogliato?
Flavio.                                   Che più? Portami
Un cappino e un saion17 di panno.
Lena.                                                       Spacciala;
Chè ancor ch’egli entri qui, non ha da credere
Ch’io voglia che di qua passi la giovane,
Prima che li contanti non mi annoveri.
Flavio.Entrerò dunque in casa.
Lena.                                      Sì ben, entraci;
Ma con la condizion ch’io ti specifico.


SCENA III.

CORBOLO solo.


Potta!18 chè quasi son per attaccargliela!
Ho ben avuto a’ miei di mille pratiche
Di ruffiane, bagascie e cotai femmine
Che di guadagni disonesti vivono;
Ma non ne vidi a costei mai la simile.

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Che con sì poca vergogna e tanto avida-
mente facesse il suo ribaldo officio.
Ma si fa giorno: per certo non erano
Li mattutini quelli che suonavano;
Esser dovea l’ave maria o la predica;
O forse i preti iersera19 troppo aveano
Beuto, e questa mattina erant oculi
Gravati eorum. Credo che anco Giulio
Non potrò aver, che la mattina è solito
Di dormir fino a quindici ore o sedici.
In questo mezzo sarà buono andarmene
Fin in piazza, a veder se quaglie o tortore
Vi posso ritrovare; e ch’io le comperi.




Note

  1. Così le antiche stampe; e vale il medesimo che Bossolo.
  2. La luna. Proverbio usato ancora dal Bibbiena, nel Prologo alla Calandra. — (Barotti.) — Altri dissero essere la stella Diana, o mattutina: il che meglio sembra accordarsi al concetto de’ due seguenti versi.
  3. Men bene le antiche stampe: a i.
  4. Nella scena quarta dell’atto quinto della Cassaria sono nominati come celebri bevitori a quel tempo in Ferrara Moschino e suoi compagni. Da questo luogo i commentatori arguirono, che Cucchiulino, Sabbatino e Mariano sieno per l’appunto quei compagni di Moschino, i cui nomi altrove si tacciono.
  5. Vedi la nota 3 alla pag. 155 del Tom. I.
  6. M’ha tenuto in sospeso fino all’ultimo.
  7. L’ordine, o (come oggi dicesi) il fissato.
  8. Il Barotti, il Pezzana e gli altri: che gran ragion non abbia.
  9. Abbi bene a memoria. Esempio da valersene.
  10. Modo proverbiale lombardo, che vale, d’ordinario: Spendere con poca o niuna ragione. — (Pezzana.)
  11. Così leggono le edizioni antiche; quella del Molini, non so con quale autorità, legge farai. — (Tortoli.)
  12. Vedi a pag. 136, verso 10 e nota 1.
  13. Intendasi: Non ho reuma, sicchè mi bisognino fregagioni. Il che spiega le prime due parole dette di sopra, benchè equivocamente, da Corbolo.
  14. Rimettere, d’abiti parlando, per Mettere in vece di un altro, comune nell’uso, non fu osservato dai vocabolisti.
  15. Vedi a pag. 67, lin. 18; e la nostra nota alla pag. 224.
  16. Banco degli Ebrei, sulla via detta dei Sabbioni, dove presentemente è il Ghetto. — (Barotti.)
  17. Le antiche stampe hanno, male a proposito (come a noi pare): saccon. E così pure ha la Crusca, riferendo questo passo all’art. Cappino; senza tuttavía replicarlo o spiegarlo, come di lezione sincera farebbesi, sotto Saccone.
  18. Vedi alcuna delle forme intere di questa sorta di giuramento sconcissimo, nel Vocabolario della Crusca.
  19. Scriviamo jersera, non colla semivocale, ma colla vocale pretta, dovendo profferirsi: i pret’iersera. Il caso medesimo vedesi rinnovato al terzultimo verso della pag. 311.