Opere minori 2 (Ariosto)/Commedie in versi/La Lena/Atto quarto

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Atto quarto

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Commedie in versi - Atto terzo Commedie in versi - Atto quinto

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ATTO QUARTO.




SCENA I.

CREMONINO.


Or vedo ben ch’io son stato mal pratico;
E me n’ha gravemente da riprendere
Il mio padron, come lo sa, ch’a Ilario
Abbia scoperti gli agguati che Corbolo
Posti gli aveva, perchè avesse Flavio
Da lui danari; e per inavvertenzia
Solo ho fallito, e non già per malizia.
Ma che potev’io saper, non essendomi
Stato detto altro? Da doler s’avrebbono
Di mio patron, che dovéa avvertirmene.
Pur è stata la mia grande ignoranzia,
Chè dello error non mi sapessi accorgere,
Se non poi quando non c’era rimedio.
Ma dove van questi sbirri? Andar debbono
A dar mala ventura a qualche povero
Cittadin. Mala razza! feccia d’uomini!


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SCENA II.

BARTOLO, MAGAGNINO.


Bartolo.Io gli ho mandato dieci volte o dodici
I messi, acciò che li pegni li tolgano;
Ma questi manigoldi, purchè siano
Pagati del vïaggio, poco curano
Di far esecuzione alcuna. El1 credito
Mio primo era quaranta lire e quindici
Soldi; e di questo tenuto in litigio
M’ha quattro anni, e ci son ben due sentenzie
Date conformi; ed ho speso in salarii
D’avvocati, procuratori e giudici,
Duo tanti; e poco men le citatorie,2
Le copie di scritture e de’ capituli
Mi costan. Metti appresso intollerabile
Fatica, e gravi spese delle esamine,
Del levar dei processi e di sentenzie.
Le berrette, che a questo e a quel traendomi,
Le scarpe, c’ho su pel palazzo logromi3
Dietro a’ procurator, che sempre corrono,
Più di quaranta lire credo vagliano.
Poi, doppo le fatiche e spese, i giudici
Solo in quaranta lire lo condannano;
E chi ha speso si può grattar le natiche.
Ve’ le ragion che in Ferrara si rendono!
Quelle quaranta lire almen s’avesseno!
Ma quando sopra a certe massarizie
Poi rivaler mi penso, che non vagliono
Quaranta lire quante son tutte, eccoti
La moglie comparir con l’inventario
Della sua dote, che tutte me l’occupa.
Non voglio nè per certo posso credere,
Che nella povertà che riferiscono,
Si truovi. Magagnin, va, fa il tuo ufficio;
Batti quell’uscio.

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Magagn.                              Perchè debbo batterlo,
Se non m’ha offeso?
Bartolo.                                   Offende me, vietandomi,
Per gli statuti, che costui che ci abita
Non posso far pigliar.
Magagn.                                   Tu te ne vendica,
E poi ch’averne altro non puoi, disfogati
Sopra di lui; con mani e con piè battilo.
Bartolo.Spero pur d’averne altro ancora. Entriamoci.
Ma sento ch’egli s’apre.
Magagn.                                        Ha fatto savia-
mente a ubbidire, e non lasciarsi battere.
Bartolo.Molta gente mi par qua su: tiriamoci
Da parte un poco. Credo che fuor portino
Le massarizie , ed ogni cosa sgombrino.


SCENA III.

GIULIANO, PACIFICO e detti.


Giuliano.E se la botte è mia, perchè vietarmela
Vuoi tu, ch’io non la pigli?
Pacifico.                                            Perchè, avendola
Lasciata qui sei mesi, ora di tôrmela
Ti nasce questa voglia così subito?
Giuliano.Perchè, lasciandola oggi, sto a pericolo,
Per la cagion che t’ho detto, di perderla.
Bartolo.(Esser doveano avvisati, nè giungere
Ci potevam più a tempo.)
Giuliano.                                               Nè comprendere
Posso, se non mel narri, il danno o l’utile
Che far ti possa tôrtela o lasciartela.
Pacifico.Tôllendola ora, tu mi fai grandissimo
Danno.
Giuliano.            Tu pure a me.
Pacifico.                                    Mezz’ora piacciati
Di lasciarmela ancora.
Giuliano.                                    E s’ora vengono
Per votarti la casa i sbirri? Ed eccoli,
Eccoli certo. Non senza contendere
Ora l’avrò: ve’ s’io dovea lasciartela!


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SCENA IV.

BARTOLO, MAGAGNINO e SPAGNUOLO sbirri,

e GIULIANO.


Bartolo.Cotesta vô per parte del mio credito.
Fascione4 e tu Magagnino, pigliatela
In spalla, e tu Spagnuolo.
Magagn.                                          Io non soglio essere
Facchino.
Spagnuolo.               Ed io tampoco.
Bartolo.                                        Un bel servizio
C’ho da voi!
Giuliano.                       Non sia alcuno che di tôrmela5
Ardisca, se non vuol...
Bartolo.                                       Dunque, vietarmi tu
Vuoi che non si eseguisca la licenzia
C’ho di levargli i pegni?
Giuliano.                                           Li suoi togliere
Non vi divieto; ma la botte dicovi
Ch’ell’è mia.
Bartolo.                       Come tua?
Giuliano.                                          L’è mia verissima-
mente, chè unguanno fa da me prestatagli.
Bartolo.Deh, che ciance son queste? Ritrovandola
Uscir di casa sua, come sua tolgola.
Giuliano.La togli? si, s’io tei comporto. Lasciala:
Se non, ch’io te...
Bartolo.                                Siatemi testimonii.
Che costui vieta...
Giuliano.                                  Che vieta? Lasciatela.


SCENA V.

FAZIO, GIULIANO, PACIFICO, BARTOLO,

CORBOLO.


Fazio.Oh, che romor fate voi qui? che strepito
È questo?
Giuliano.                 È mia la botte, e riportarmela

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Voglio a casa; e costui crede vietarmelo.
Pacifico.Dice il ver; sua è per certo.
Bartolo.                                                Anzi, non dicono
Il vero.
Giuliano.             Tu pur mènti.
Fazio.                                    Senza ingiuria
Dirvi, parlate.
Bartolo.                        Tu mi mènti?6
Giuliano.                                                Mentoti,
Che tu di’ ch’io non dico il vero.
Bartolo.                                                        Fazio,
Vi par, se di casa esce di Pacifico,
Ch’io mi debba lasciar dare ad intendere
Che la sia se non sua?
Giuliano.                                      Se di Pacifico
Fosse, fuor nella strada non trarrebbesi.
Bartolo.Anzi la traevate per nasconderla.
Pacifico.Non già, per dio: la traevo per rendere
A lui, che unguanno me ne fe servizio.
Fazio.Aspettate un pochetto: contentatevi
Ch’io dica il mio parer.
Bartolo.                                      Sì ben; rimettere
Mi voglio in voi.
Giuliano.                            Io ancora.
Fazio.                                             Lascia, Bartolo,
Che questa botte io mi chiami7 in diposito;
E se Giulian fra due dì mi certifica
Che sia sua, l’averà: ma non facendomi
Buona prova, vorrò ch’abbi pazienzia.
Giuliano.Son ben contento.
Bartolo.                            Ed io contento.
Giuliano.                                                       Possovi,
Ch’ella è mia, facilmente far conoscere.
Bartolo.Se prova gliene fai vera e legittima,
Sia tua, e tu dove e quando vuoi via portala.
Pacifico.Tu mi par’ poco savio a compromettere,
E lasciar torbidar8 la chiara e liquida

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Ragion che v’hai.
Corbolo.                              Dice il vero; lasciatela
Più tosto ov’era, in casa di Pacifico.
Bartolo.Questo consiglio non mi sarebbe utile.
Fazio.Che tocca a te? che v’hai tu da intrometterti,
O tu, se non è tua?
Corbolo.                                Per me rispondere
Voglio, chè forse ci ho parte.
Giuliano.                                                Concederti
Non voglio già cotesto.
Corbolo.                                      Ed appartiémmisi
Vie più che non ti pare.
Fazio.                                        Ed appartengasi.
Giuliano.Come appartien? Non è vero.
Fazio.                                                  Appartengagli.
E’ non ti par che in casa mia debbia essere
Sicura dunque? come sol con Bartolo,
E non con Giulian anco, abbia amicizia!
Giuliano.Ci siamo un tratto compromessi in Fazio:
Sia il dipositario egli, egli sia il giudice.
Bartolo.9E così dico anch’io.
Fazio.                                 Dunque spingetela
Qua dentro in casa; e non abbiate dubbio,
Che in fin ch’io non son ben chiaro e certissimo
Di chi sia di ragion, la lasci muovere.

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Pacifico.(Flavio c’è dentro: or ve’ s’ogni disgrazia,
Or ve’ s’ogni sciagura mi perseguita!)
Fazio.Pacifico, faresti meglio attendere
A casa, che gli sbirri non ti tolghino
Altro, e ti faccin peggio.
Pacifico.                                        E che mi possono
Tôrre? Il poco che ci è, sanno tutto essere
Di mógliema: ben altre volte stati ci
Sono per ciò.10 Ma ecco che fuor escono.



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SCENA VI.

SBIRRI, TORBIDO, GIMIGNANO,

GIULIANO, FAZIO.


Magagn.Altro in somma non ci è, che quel che soliti
Siamo trovare, e ch’è su l’inventario.
Torbido.Ah ladri, rubaldoni, che imbolatomi
Avete il mio mantello!
Sbirro.                                        Fai grandissimo
Male accusarci a torto e dirci ingiuria.
Torbido.Brutto impiccato, che ti venga il cancaro!
Ch’è questo che tu hai sotto?
Sbirro.                                                  Tolto avevolo
Per le mie spese, e non per imbolartelo.
Torbido.Io ti darò ben spese, se la pertica
Non mi vien meno.
Gimign.                                 Io vô prestarti un’opera.
Giuliano.Non mi vô anch’io tener le mani a cintola.
Torbido.Ve’ lì quel sasso, Gimignano? piglialo,
Spezzali il capo. Tu sei pur da Modena.
Sbirro.Gli ufficial del signor così si trattano?
Torbido.Il signor non tien ladri al suo servizio.
Via, ladri, via, poltroni; via, col diavolo.
Poco più ch’io indugiavo ad avvedermene,
Era fornito: bisognava andarmene
In bel farsetto; e mi venía a proposito
L’aver meco portato questa pertica,
Che in spalla, ad uso d’una picca, avendola,
Sarei paruto Lanzchinech11 o Svizzaro.
Fazio.Resta a misurar altro?
Torbido.                                      Fin all’ultimo
Mattone è misurato, e fin all’ultimo
Legno che ci è, l’ho scritto, e meco portolo:
Poi ne levarò il conto, e farò intendere
Ad ambi, a quanto prezzo possa ascendere.
Giuliano.Quando?
Torbido.                Oggi ancora. Comandi altro, Fazio?
Fazio.Non, ora.
Torbido.              Addio.

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Fazio.                         Son vostro. Olà, Licinia,
S’alcun mi viene a domandar, rimettilo
Alla bottega qui di mastro Onofrio:
Fino ad ora di cena potrà avermici.


SCENA VII.

LENA.


Nel male è grande avventura che Fazio
Uscito sia di casa; che difficile-
mente, se non si partiva, potevasi
Oggi più trar di quella botte Flavio.
Com’io lo vidi in quella casa spingere,
M’assalse al cuore una paura, un tremito,
Che non so come io non mi morî subito.
Potuto non s’avría sì poco muovere,
Che di sè non avesse fatto accorgere:
Un sospirar, un starnutire, un tossere
Ne rovinava. Or, poichè senza nuocerne
Questa sciagura è passata, provveggasi
Ch’altro non venga. Ora non s’ha da attendere
Ad altra cosa, che di tosto metterlo
Di fuor, ch’alcun nol vegga. Vada Corbolo
A provveder di veste: ma fuor mandisi
Però prima la fante; chè pericolo
Saría, stand’ella qui, che fosse il giovine
Da lei veduto o sentito. Odi, Menica:
A chi dich’io? Licinia, di’ alla Menica,
Che tolga il velo ed a me venga. Or eccola.


SCENA VIII.

MENICA, LENA, CORBOLO, poi PACIFICO.


Menica.Lena, che vuoi?
Lena.                              Piacciati, cara Menica,
Di farmi un gran servizio, da dovertene
Esser sempre tenuta.
Menica.                                      Che vuoi?
Lena.                                                         Vuo’ mi tu
Farlo?

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Menica.          Io ’l farò, purchè far sia possibile.
Lena.Va, madre mia, se m’ami, fino agli Angeli.
Menica.Ora?
Lena.          Ora sì.
Menica.                       Lasciami prima mettere
La cena al fuoco.
Lena.                              No, va pur; che mettere
Io saprò senza te al fuoco una pentola.
Va. Come sei dritto la chiesa, piegati
Tra l’orto delli Mosti e il monasterio,
E va su al dritto, finche giunga al volgerti
A man sinistra: alla contrada dicono
Mirasol,12 credo. Or va.
Menica.                                      Che voi tu, domine,
Ch’io vada a far?
Lena.                              Vedi cervello! Informati
Quivi (credo sia il terzo uscio) dove abita
La moglie di Pasquin, che insegna a leggere
Alle fanciulle: Dorotéa si nomina.
Va quivi, e digli:13 — A te, Dorotéa, mandami
La Lena a tôr li ferri suoi da volgere
La seta sopra li rocchetti; — e pregala
Che me li mandi, perchè mi bisognano.
Or va, Menica cara: donar voglioti
Poi tanta tela, che facci una cuffia.
Menica.La carne è nel catin lavata e in ordine;
Non resta se non porla nella pentola.
Lena.Troppo cred’io ch’ella sia ben in ordine;
Dico quella di Flavio: ma in la pentola
Non la porrà prima egli di Licinia,14
Se venticinque fiorin non mi numera.
Conosco io ben l’amor di questi giovani,
Che dura solamente fin che bramano
Aver la cosa amata, e spenderebbeno,

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Mentre che stanno in questo desiderio,
Non che l’aver, ma il cuor. Fa che possegghino;
Fa l’amor come il fuoco, che spargendovi
Dell’acqua sopra, suol súbito spegnersi;
E mancato l’ardor, non ti darebbono
Di mille l’uno, che già ti promesseno.
Per questo voglio ir dentro, ed interrompere
Se alcuna cosa senza me disegnano.
Corbolo, or su, spácciati; tosto arrecagli
Alcuna veste, chè lo possiam mettere
Fuor, mentre l’agio ci abbiamo.
Corbolo.                                                      Anzi pregoti,
Mentre abbiamo agio, fa ch’ei possa mettere
Dentro; e dategli luogo tu e Pacifico.
Lena.In fè di Dio, non farà; ne ti credere
Ch’io gli lassi aver cosa che desideri,
Se prima li danari non mi annovera;
Ed esser guardïana io stessa voglione.
Corbolo.Guardala sì che gli occhi vi rimanghino.
Debb’io patir che Flavio da Licinia
Così si debba partir, senza prenderne
Piacere; ed abbia avuto questo incomodo
Di levarsi che dieci ore non erano;
Di star qui dentro chiuso come in carcere;
D’esser portato con tanto pericolo
Serrato in una botte, come proprio
Fansi l’anguille di Comacchio e i muggini?
Ma che farò, vedendomi contraria
Col becco suo questa puttana femmina,
Con la quale li preghi nulla vagliono,
Nè luogo han le minacce, nè potrebbesi
Usar forza? chè pur troppo è il pericolo
Stando cosi, senza levar più strepito.
Venticinque fiorini, infin, bisognano,
Nelli qual siamo condennati; e grazia
Non se n’ha a aver, nè voglion darci credito.
Dove trovar li potrò? Far prestarmeli
Sulla fede, é provato, ed é stato opera
Vana: su i pegni non si può, chè Ilario
Nè gli ha intercetti. A lui di nuovo tendere
Un’altra rete, saría temeraria
Impresa: non si lascería più cogliere.

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E pur, talor degli augelli si coglieno
Che caduti alla rete altre volte erano,
E n’erano altre volte usciti liberi.
Forse sarà lo ingannarlo più facile
Or che gli par che, mal successo essendomi
Le prime, rinfrancar sì tosto l’animo
Non debba a porgli le seconde insidie.
Ma che farò? che farò infin? Delibera
Tosto, chè di pensar ci è poco termine.
Io farò... che? Io dirò... sì bene; e credere
Mi potrà? crederàmmi. Ma Pacifico
Vien fuora.
Pacifico.                    Ov’è la veste?
Corbolo.                                              Che? forse hammi tu
Scôrto per sarto? Oh! par che ’l mio esercizio
Non sappi. Io tengo la zecca, e vô battere
Venticinque fiorini ora per darteli.
Pacifico.Foss’egli il vero!
Corbolo.                              A mio senno governati.
Hai tu alcun’arma in casa?
Pacifico.                                               Nella camera
Dipinte ho nel cammin l’arme di Fazio.
Corbolo.Dico da offesa.
Pacifico.                        Assai n’ho che m’offendono:
La povertà, li pensieri, la rabbia di
Mia moglier, e ’l suo sempre dirmi ingiuria.
Corbolo.Dico s’hai spiedo o ronca o spada o simile
Cosa.
Pacifico.        Ci è un spiedo antico e tutto ruggine.
Ve’ se gli è tristo, se gli è male in ordine,
Che i sbirri mai non curan di levarmelo.
Corbolo.Basta, viemmelo15 mostra. Or, bella archimia
Non ti parrà, s’io fo di questa ruggine
Venticinque fiorini d’oro fondere?




Note

  1. Le antiche stampe, ed anche il Barotti: e ’l. Il Pezzana e gli altri: Il.
  2. Parola gradita all’Ariosto, che l’usò anche nel Negromante e nel Furioso: nè i vocabolari poterono fin qui recarne altro esempio.
  3. Il Barotti e gli altri: logore.
  4. Così le stampe antiche; e le più recpnti: Falcione.
  5. Il Barotti, coi posteriori ad esso: Non sia (o fia) alcun che di toccarmela.
  6. Mentire, coll’accusativo di persona, per Dare altrui una mentita, non fu registrato nei vocabolari.
  7. Chiami a me (l’avocare dei forensi) come in deposito, o a titolo di deposito.
  8. Ediz. Giol.: turbidar.
  9. Del nostro variare, in questo luogo, da tutti i moderni editori renderà ragione la nota, che riportiamo intera, di Giovan Andrea Barotti, il cui esempio, dopo maturo esame, ci è parso di dover preferire. « In questa e nella seguente scena sì è tenuta la lezione di un’antica copia della Lena appresso di me, e della stampa del Bindoni del 1538. Le tante edizioni del Giolito, seguite poi da quella di Firenze, o sia di Napoli, 1724, da quella dell’Oriandini e da molte altre, finiscono la scena quinta col verso della nostra Sia il depositario egli, egli sia il giudice. Vi succede la sesta co’ personaggi Magagnino e Spagnuolo, Sbirri, Lena, Fazio, Bartolo, Pacifico; e incomincia con ventotto versi, che nella copia e nella stampa Bindoni non si leggono; e poi si attacca colla nostra edizione a quel verso E così dico anch’io ec., che quanto sta bene in bocca di Bartolo, come nella nostra, tanto sta male e nulla significa in bocca di Magagnino, come in quelle del Giolito. Assolutamente que’ ventotto versi non convengono al luogo dove le suddette stampe gli hanno collocati; e quando l’Ariosto abbia avuto in animo di riporli in qualche sito, pare a me che possa aver pensato al principio della nostra scena sesta, o a farne una tra la sesta e la quinta, come detti parte da’ birri nell’uscir di casa della Lena, e parte dalla Lena in casa sua, vicino alla porta. Al volgersi poi dello Spagnuolo verso il Teatro, gli viene veduto Bartolo, e lo accenna a Magagnino; e costui immantinente a Bartolo si volta con quelle parole Altro in somma non v’é ec. colle quali principia la nostra sesta. Ma perchè s’intenda più facilmente quant’ho divisato, riporterò distesamente que’ ventotto versi che mancano in questa ristampa.»

       Magagnino.   S’io non avessi a guardar altro, incarico
                                  Pur mi sarebbe a pôr contra una femmina,...
                                  Al dispetto...
       Fazio.                                        Non bestemmiar, chè ’l diavolo
                                  Ci fia, se t’ode, e chiami testimonii.
       Magagnino.   Le avrei tutto cacciato fino al manico
                                  Questo nel corpo. Ch’abbia avuto audacia
                                  Di dirci tanta villania!
       Spagnuolo.                                                   E di farcela,
                                  Ch’è stato peggio, s’io non corréa subito
                                  A ripararti il colpo! che certissima-
                                  mente con quella stanga fracassato ti
                                  Avrebbe il capo.
       Magagnino.                                        È impossibil ch’io tolleri
                                  Ch’una puttana abbia animo di battere
                                  Un soldato par mio.
       Lena.                                                            Che mi dicevi tu?
                                  Un capitan? Sbirro poltron, daròttene
                                  Anche dell’altre, se ci torni. Vengono
                                  Quasi ogni dì questi ghiottoni a mettermi
                                  Sottosopra la casa, e rovistandoci
                                  Vanno ogni cosa. Io non ci potre’ ascondere
                                  Un ago pur, che non lo ritrovassino:
                                  Mi cercan fin nel seno, e cercheríanmi,
                                  S’io ’l comportassi lor, fin nelle viscere:
                                  Nè mai, s’io non ne uccido o non ne storpio
                                  Un daddovero, saran per desistere.
                                  Che venga il morbo a quanti se ne trovano,
                                  E al podestade che li manda e a’ giudici.
       Spagnuolo.   Lasciala pur gridar; non le rispondere:
                                   Che poco onor ci sarebbe a contendere
                                  Con puttane sue pari. Or ecco Bartolo.
  10. Il Giolito e il Bortoli, tra parentesi: Sono (pur vo); che non ci sembra aver senso.
  11. Lanzo, o soldato tedesco a piedi. — (Pezzana.)
  12. I luoghi qui radicati dalla Lena alla Menica serbano tuttavía i medesimi nomi. Mirasole chiamasi la strada ove abitava l’Ariosto. Vedesi tuttavía la casa che fece edificar egli stesso, e vi si legge la seguente iscrizione postavi, come alcuni credono, da Virginio suo figlio, che seguitò ad abitarla dopo la morte del padre, della cui memoria era tenerissimo: Domus hæc Areosta propitios habeat Deos, ut olim Pindarica. — (Barotti e Pezzana.)
  13. I più moderni forse emendarono: dille.
  14. Nelle edizioni del Giolito e del Bortoli, in vece di questi due versi Dico ec., fu vanamente ripetuto l’antecedente Non resta se non porla ec.
  15. Sopprime l’a, che l’uso vivo tra il popolo suole per lo più aggiungere in questi modi della lingua parlata; come in Vatt’a impicca, Vien’a dormi, e simili. Onde in me nasce, nè cessa, per autorità di editori, il sospetto, che l’Ariosto volesse scrivere, e scrivesse realmente: viemmela (cioè, viemmel’ a) mostra.