Opere minori 2 (Ariosto)/Commedie in versi/La Scolastica/Atto quinto

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Atto quinto

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Commedie in versi - Atto quarto Erbolato

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ATTO QUINTO.




SCENA I.

LA VERONESE.


Gli è buon pezzo che fummo in una camera
Tratte Ippolita ed io, dove fu impostone
Che mostrassim1 dormir: ma non dissimile
Fu il dimostrar dal ver; che con tal grazia
Ci addormentammo, che, se non ch’un strepito
Grande sentito in casa mi fe muovere,
Ancora dormirei, come fa Ippolita.
A questo sonnolenta corsi subito,
E trovai come due, credo, domestici,2
Con la fantesca, ben stretto teneano
Legato con mal garbo il nostro Accursio;
E così in certo luogo, che comprendere
Non so s’è magazzino o necessario,
Lo vidi porre e molto ben rinchiudere.
Questo per commission, per quanto possomi
Immaginare, è stato di ser Bartolo
(Così messer vecchio di casa chiamano),

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Che deve aver spiato3 di noi misere
Quello che siamo; perchè mai non mancano
Chi i fatti d’altri più che i propri curano,
E non pônno tacer cosa che sappiano.
Di ciò mi nacque spavento grandissimo:
Pur io volli aspettar messer Eurialo,
Che statüisse quel che a fare avéamo;
E poco stette che venne, ma pallido
In viso, come è pallida la cenere.
Io me gli affronto súbito, e ricercolo
Che voglia far di noi, e fogli intendere
Quel c’ho veduto del misero Accursio.
Ei mi risponde come fusse stupido
Divenuto, e più morto assai pareami
Che i morti stessi.4 Pel che fo giudicio5
Che mal sicure sotto il patrocinio
Suo ci6 troviamo. Però mi delibero
Di provveder a’ casi miei, lasciando la
Mal consigliata Ippolita in custodia
A Dio, e a quel sol raccomandandola;
Non già al suo amante, c’ha maggior penuria
D’ajuto e di consiglio, che noi femmine.
E7 ben credo aver fatto, già che toltami
Son fuor di casa; perchè molto dubito,
Che se queill’uom tornava, essendo in collera,
Possibil non saría stato il difendermi,
Che con male parole ingiurïatami
Non avesse, e ruffiana e peggio dettomi.
E se parole sole state fussero,

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Io mi sarei restata; ma il pericolo
Di toccar delle busse, e farsi scorgere
Per tutta la città, m’ha fatto fuggere.
Ma chi sarà che mi presti ricapito,
Ch’io non conosco in questa terra un minimo?
Ma, chi veggio io8 colà, che mi par ch’abbia
La parte mia dell’allegrezza, e giubila
Come se avesse ritrovato un cumulo
Di danar? Ei debbe essere cibatosi,
Ed aver tocco il vitriol9 più comoda-
mente che non ho io, che ancor vedutolo
Non ho da jeri in qua. Mi par conoscerlo.
È egli pur messer Claudio, o pur závario?10
Egli è pur desso: ma che far mi debbia
Non so ben giudicar. Diràmmi un carico
Di villania, ch’io sia senza licenzia
Di casa di madonna dipartitami,
S’io me gli fo veder. Ma i tempi insegnano
Quello che s’abbia a far, e11 accomodarsegli
Siamo necessitati. Dianzi ascondermi
Da lui mi parve;12 ed ora a lui ricorrere
Mi è forza, chè mi salvi da quel Bartolo:
Ch’io nol conosco però tanto rigido,
Che per sì poca occasione vogliami
Per inimica. Ma più ancor confortomi,
Ch’io ’l veggo allegro. Andar a lui delibero.


SCENA II.

CLAUDIO, VERONESE.


Claudio.Io soglio pur per questa strada scorgere
Talor alcun mio amico: onde13 può nascere
Ch’io non ne veggo di presente un minimo,
Nè da man ritta o da man manca, volgami

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Pur ov’io voglia? Non si giostra o corresi
In piazza alla quintana; non bagordasi;
Non14 si fa procession del Corpus Domini;
Non è il venerdì santo che si predichi;
Manco in palazzo ancor si fa giustizia,
Che sian così le strade vôte d’uomini.
O che allegrezza e gaudio inestimabile!
E ch’io non abbia alcun con chi ’l comunichi?
Io vengo dalle braccia di Flaminia
Mia. O fortuna benigna e piacevole!
Veronese.(Sono deliberata d’offerirmigli.)
Claudio.Ma perchè non riscontro il caro Eurialo,
A cui mi chiami in colpa del mal animo
C’ho avuto, e narri questa mia letizia?
Ma chi vedo io venir verso me? paremi
La Veronese.
Veronese.                    O caro messer Claudio,
Vi dia Dio ogni ben: pur ho trovatovi.
Claudio.Veronese, sei qui?
Veronese.                              Sono a’ servizii
Vostri, come son stata del continovo.
Claudio.Tu15 sii la ben venuta. Che accadutomi
Sia tu non sai?
Veronese.                         No, ma ben io mi dubito
Che non sia qualche mal.
Claudio.                                        D’infelicissimo
Stato, nel qual poco anzi ritrovavomi,
Son pervenuto a stato felicissimo.
Veronese.Avvenuto è a me misera il contrario.
Ma andiamo a casa vostra, chè più comoda-
mente ragioneremo.
Claudio.                                  No, no: ascoltami.
Per novelle ch’io aveva d’una pessima
Sorte de’ fatti della mia Flaminia,16

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Diliberato aveva il territorio
Umano abbandonar.
Veronese.                                 Forse partitasi
Era di questa vita?
Claudio.                                   Peggio; e andavami
Al porto, per trovarvi burchio o sandalo,
Che fuor del mondo, s’egli era possibile,
Mi conducesse. Ma così di subito
Che vi son gionto, veggo messer Lazzaro,
Che smonta con la moglie e con Flaminia
Ed una fante; e, perchè non voglio essere
Conosciuto dal vecchio, cerco ascondermi
Più nella cappa che mi sia possibile;
Perchè, non so s’ tu ’l sai, ei m’ha mal animo.
Or quale a un tratto io divenissi, pensalo,
O Veronese. La gelosia avevami
Sì stretto il cor, che mi venía lo spasimo.
Io non stei molto, ch’egli s’avviarono
Diritti ver’ la porta di san Paolo;
E entrati dentro, il lor cammin distesero
A questa parte: ed io sempre gli seguito
Dalla lunga con gli occhi; e in breve veggogli
Entrar in casa qui di Bonifacio;
Là dove appunto meglio non potevano
Per me ridursi: in casa del mio ospite,
Ov’io vivo a dozzina, s’alloggiorono.
Gli è questa casa: vedila tu?
Veronese.                                             Veggola:
Ma di paura mi distruggo: datemi
Ov’io m’asconda: chieggovel di grazia.17
Claudio.Era sull’uscio Eurialo e Bonifacio:
Ma mi volgo sì subito, che scorgere
Non mi pô alcun, qui a destra, ov’è il mio studio,
Ch’entra su lo stradello, ed àprol subito;
Ed entrato, di qui vo nella camera,
Onde per un pertugio si può scernere
Che neill’intrata della casa facciasi.
Mentre m’avvolgo per casa, già egli erano
Saliti sopra, e fêr picciolo indugio,

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Che discesero tutti, e insieme uscirono
Fuori di casa: io parlo sol degli uomini.
Veronese.(Oh! che bisogno ho io di questa favola?)
Claudio.Ma non per questo so quel ch’io deliberi;
Che, se Flaminia è in casa, la custodia
Ci è della madre. Ma in un tratto apparvero
Monna Lucrezia, la fante e Flaminia;
Le due co’ veli in capo, ma Flaminia
Era pur senza. A cui la madre voltasi:
— Acciocchè più non t’offenda quest’aria,
Disse, torna di sopra, e quivi aspettami
Fin tanto, con la fante del nostro ospite,
Ch’io sia tornata d’udir la santissima
Messa di quella Santa devotissima
Agata, della quale oggi si celebra
La festa. — E così detto, se n’uscirono,
E sola ne restò la mia dolcissima
Flaminia. Allor mi parve il tempo comodo
Mostrarmi; e aperto l’uscio, netto balzomi
Fuor della tana; ed ella, a tanto subita
Apparenza, gridar volle: ma subita-
mente il timor suo converse in lagrime.
Che mi conobbe,18 e nel petto lasciòmmisi
Cadere, e parve al mio voler rimettersi.
Felicità inaudita! Nelle braccia
Subito me la reco. Oh, come voglia mi
Viene spiccar19 due salti qui in presenzia,
Se ben vi fosse il popolo col principe.
Or va.
Veronese.          (Deh, vedi, vedi a che buon termine
Con costui mi ritrovo!)
Claudio.                                        E così subito.
Senza perdervi tempo torno in camera,
E pongo il ferro all’uscio: il resto dicalo
Altri che s’è trovato a simil termine.
Deh, se pur quindi non mi partir lecito
Mi fosse stato! Oh Dio, quanto20 più copia

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Son per aver di quelle candidissime
Membra, del dolce spiro sì odorifero!
Veronese.Sapeva ben, sapeva ben io misera,
Che porresti a salvarmi troppo indugio.
Ecco colà duo vecchi: l’un dev’essere,
S’io non fallo, il mal uomo del nostr’ospite.
Claudio.Che ospite?
Veronese.                    Conoscete voi quel Bartolo?
Nol viddi mai, ma credo sia un diavolo.
Claudio.Che vi facevi in casa? Ben conoscolo.
E chi anco v’era? (O dolce mia Flaminia,
Quando più sarò teco!)
Veronese.                                          V’era Ippolita,
Ed èvvi ancora. Così ella non fossevi,21
A benefizio suo!
Claudio.                          Oh, che qui22 nacquero
E’ miei sospetti! (O cara mia Flaminia!)
Veronese.Pregovi mi salviate. Non è Bartolo
Uno de’ due che là oltre si mostrano?
Claudio.Lasciami me’ veder: gli è messer Lazzaro
Con Bonifacio. Vien meco allo studio
Mio, là dove te ne starai tacita-
mente fin tanto ch’altro vedrò sorgere.
Ma io vorrei pur veder ed intendere
Ch’abbia esser questo; e perchè Bonifacio
Abbia quest’uomo alloggiato, e non Bartolo,
Come fra essi avevano già ordine.
To’23 questa chiave, Veronese; e gettati
A man diritta per questo viottolo,
E poi a man diritta ancora torciti,
Fin che darai del capo in certo picciolo
Uscio: quell’uscio è l’uscio del mio studio.
Vattene dunque, e qui24 tacita aspettami.
Di qui potrò bene ascoltare e intendere
Quel che diranno, senza che mi veggano.


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SCENA III.

BONIFACIO, LAZZARO, CLAUDIO.


Bonifacio.Poco eravamo andati, che giudicio
Fei quasi indubitato che questi uomini,
Perch’oggi è festa, non si troveríano
Alla cancellería: poi queste maschere
Par che a darsi buon tempo ognuno invitino;
E questi grandi volentier v’attendono.
Lazzaro.Anzi, di questo meglio non potriano
Fare. Ma questo Riccio molto indugia
A comparir! Avéa a farmi un servizio
Che pur m’importa, ma mi pone in dubbio.
Anzi mi fa pur credere certissima-
mente, che non sarà (sì come a Sermide25
Jeri da sera mi fu dato a credere)
Costui in questa terra. Diligenzia
So ch’avrà fatto; e quando stato fossevi,
L’avría a quest’ora visto, e riferitomi:26
Ma io n’avrò perduto il tempo, veggolo.
Bonifacio.Non so chi costui sia: che se notizia
N’avessi, avete a creder, messer Lazzaro,
Ch’io farei quel per voi, che aperto veggovi
Far voi per noi; e lo farei di grazia.
Lazzaro.La nostra benchè sia nuova amicizia,
(Dico con la presenzia, che con lettere
Aveva già principio e col buon animo,
Son molti mesi) certamente merita
Ch’io vi debba scoprir qualche mio intrinseco
Pensier; e questo ancor, che più mi stimola
Di quanti mai n’avessi o al presente abbia
E ch’io sia forsi per aver.
Bonifacio.                                             Ringraziovi;
E poi vi dico che di somma grazia
Mi sarà che vi vagliate dell’opera
Mia; chè, pur ch’io possa, son prontissimo
Ad ogni voler vostro.

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Lazzaro.                                      Ora ascoltatemi.
Io avéa promesso una figliuola, ch’unica
Mi trovo al mondo, a un gioven d’Alessandria:
E questo venía molto al mio proposito,
Per maritar la figlia nella patria...
Ch’io son Alessandrin, forsi sapetelo.
Bonifacio.Sollo per certo.
Lazzaro.                            Nella qual riducermi
Pur penso in breve; chè sazio di leggere
Io sono veramente, chè scarsissimi
Sono i partiti. Ma in quel tempo essendomi
Cennato, ch’invaghito un messer Claudio
N’era, e di lui non forse men Flaminia
(Chè così questa mia figlia si nomina),
Acciò non mi rompesse questa pratica,
Me lo levai di casa; e perchè avvolgersi
Non cessava qui intorno...
Claudio.                                             (Questa istoria
Incomincio benissimo ad intendere.)
Lazzaro.Oprai con certo modo dispiacevole,
Che fu sforzato a lasciar quel dominio.
Indi volendo stringer questa pratica
Del gioven d’Alessandria, per Lucrezia
A Flaminia il fo intender, che mutatasi
Era già tutta in viso per l’absenzia,
Credo, di questo gioven.
Claudio.                                        (Come piacemi!
Quest’è pur certo amorevole indizio)
Lazzaro.Le condizioni27 del predetto giovane
Le narra ad una ad una, e persüadela
Far la voglia di quei che la governano.
Ella, come le sia proposto un carcere
Perpetüo, per cambio di rispondere,
Par che si debba consumare in lagrime.
Claudio.(Oh benedette lagrime!)
Lazzaro.                                           Delibero
Con la presenza mia far questo officio.
Ma che? non ne traggo altro che ’l silenzio
Suo consüeto, e pianto in abondanzia.

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Io lo dirò pur, Bartolo;28 difficile
Fu ancora a me di ritener le lagrime.
Claudio.(Oh vero padre!)
Lazzaro.                                Giva a peggior termine
La misera ogni dì: del che in grandissimo
Sospetto noi venendo del suo vivere,
Vogliamo che s’adopri la sua balia,
E si faccia chiarir bene il suo animo;
Ma il fatto stava come noi pensávamo:
Non voléa viver senza messer Claudio.
Mi venne allora ogni pratica in odio
Cominciata, e la condizion del giovane
E facultadi e il tutto stimai favole;
E, com’io posso meglio, mi disobbligo.
Claudio.(Questo non può accascar se no a mio utile.)
Lazzaro.Or quel ch’io avéa, e m’ho lasciato fuggere
Di mano, anzi ch’io stesso ho fatto fuggere,
Sono necessitato con discomodo
Andar cercando.
Claudio.                            (Non dubitar, Lazzaro;
Ch’egli t’è più vicin che non t’immagini.)
Lazzaro.Avéa promesso il Riccio ritrovarmelo;
Quel dico c’ha portate quelle lettere.
Bonifacio.Seguite pur, che v’intendo benissimo.
Lazzaro.Ma certo che serà pur ito a Padova,
Come ne sono stato sempre in dubio.
Bonifacio.Gli è in questa terra; lasciate ogni dubio.
Lazzaro.Voi dunque pur lo dovete conoscere?
Bonifacio.Come, s’io lo conosco! come Eurialo.
Lazzaro.Io sono astretto, se mi è caro il vivere
Di Flaminïa mia, tôrlo per genero.
Claudio.(Dio sia laudato! io posso dir d’intendervi.)
Lazzaro.Ma non mi sta molto sicuro l’animo
Che lo consenta, per la grave ingiuria
Ch’io incorsi a fargli.
Claudio.                                    (Ci vorrebbe ingiuria
Maggior di questa a ricusar Flaminia.)
Lazzaro.Or mi farete servizio mirabile,
Poichè si truova in questa terra.
Bonifacio.                                                  Trovasi;

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E intendo tutto il vostro desiderio,
Il qual, non men ch’onesto, è necessario;
E quando vi riesca, anco molto utile
Vi sarà, chè rimasto egli è ricchissimo.
Lazzaro.È morto il padre?
Bonifacio.                              Già due mesi passano.
Or vo a trovarlo, e spero far un’opera...
Claudio.(Or che altro aspetto?)
Bonifacio.                                        Che vi fia gratissima.
Lazzaro.Come ve n’avrei obbligo perpetuo!
Bonifacio.Ma eccol, messer Lazzaro; vedetelo.
Messer Claudio, m’avete fatto credere
Quasi che siate partito. (Guardatevi
Di non mi nominar per Bonifacio.)
Claudio.(Io me ne guarderò: ma che significa
Questo tacer il nome?) Messer Lazzaro
È quello ch’è con noi, o Bonifacio.
Arègli fatto riverenzia...
Bonifacio.                                          (Diavolo!29
Son pur servito.)
Claudio.                           Ma non voglio30 offenderlo.
(L’avéa obbliato.)
Lazzaro.                                 Messer Claudio, piacemi
Vedervi qui: e se mai ingiuria fatta vi
Ho, me ne incresce e dôle. Orsù, lasciatemi31
La mano: questo è fuor di vostro debito.
Così vi vô baciar.
Claudio.                                Ed io domandovi
Perdono se son stato temerario
In casa vostra.
Lazzaro.                         Perdonato siavi.
Bonifacio.Signor dottor, perchè a messer Claudio
Ho bisogno parlare, perdonateci
Se vi lasciamo. Presto spediremoci.
Lazzaro.Parlate pur; non son per interrompere
E’ fatti vostri; e state a vostro comodo.
(Mi vò tirar addietro, acciocchè possano

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Ben ragionar fra loro, e che non abbiano
Sospetto ch’io gl’intenda.)
Claudio.                                             (Ho del mio ospite
Inteso il soprannome. Ei ci debbe essere
Sotto certo qualcosa di piacevole.)
Lazzaro.(Ma così di lontan non voglio muovere
Però da questi la vista; chè bastami
L’animo dagli lor visi comprendere
Quel che di questo fatto abbi a succedere.)
Claudio.Che comanda messer Bartolo? Piacevi
Or questo nome?
Bonifacio.                            Secondo il succedere
Suo.32 Ben vi dirò poi con più comodo
Com’io l’abbia acquistato; perchè attendere
Or mi bisogna ad altro.
Claudio.                                    So ch’attendere
Or vi bisogna ad altro.
Bonifacio.                                       È ver, sapetelo?
Come il sapete?
Claudio.                         Io ’l so; chè da principio
V’ho inteso ragionar per fin all’ultimo;
E tutto ottimamente, perchè prossimo
V’era,33 e non mi vedevate.
Lazzaro.                                           (Il principio
Dev’esser in narrargli come accortomi
Del fatto, allor allor gli diei licenzia
Di casa mia.)
Bonifacio.                      Adunque, necessario
Non mi sarà narrarvi il desiderio
Ch’abbia quest’uomo, che gli siate genero.
Claudio.Ho inteso il tutto; e sapete se piacemi.
Lazzaro.(Ora gli debbe dir come in esilio
Io ’l feci porre. In ver, fu grave ingiuria,
Che potrebbe esser causa che rimettere
Non si vorrà a partito ch’io desideri.
S’io non credessi ch’altri mi vedessero,
Tôrrei gli occhiali per meglio discemere.
Bonifacio.Bastería borbottar come la scimia,

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E come quelli che alla mora34 giuocano
Muover le dita, e con tai modi fingere
Cose che siano da compor difficili,
Se ben noi siamo d’accordo benissimo.
Ma per che causa vogliamo noi perdere
Più tempo? Veggo il vecchio che consumasi
Dall’aspettar.
Lazzaro.                      (Ben sta; ridendo vengono...
Bonifacio.Ma vi sête sgannato, o messer Claudio,
Assai felicemente: eri a mal termine.
Claudio.Sì ben, felicemente: ho da far ridervi.
Lazzaro.Verso me.)
Bonifacio.                    Messer Lazzaro, toccategli
La man di nuovo e da senno baciatelo:
Quest’è vostro figliuol e vostro genero.
Claudio.Tal esser voglio.
Lazzaro.                           Ed io, ch’altro desidero
Che avervi per figliuolo? E voi, toglietevi
Questo picciol presente, messer Bartolo:
Godetel per amor del vostro Lazzaro.
Di più vi son tenuto, al benefizio
Che voi m’avete fatto.
Bonifacio.                                     Questo è un carico
Che voi mi fate. Oh, non lo voglio, domine!
Val più di trenta scudi! ritoglietelo,
Vi dico, messer Lazzaro.
Claudio.                                          (Pur tienselo
Stretto nel pugno.)
Bonifacio.                              Io non voglio contendere;
Ma certo, avete torto.
Lazzaro.                                 Il vostro merito
È molto più, v’ho detto.
Claudio.                                          Or accettatelo,
Quando vel dona con tanto buon animo.
Bonifacio.Vi ringrazio in eterno, messer Lazzaro.
Quest’è presente d’avervi in memoria
Fin ch’io viva, ed avervene sempre obbligo.35


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SCENA IV.

BARTOLO, RICCIO36 e detti.


Bartolo.Io veggo Bonifacio e messer Lazzaro:
S’io posso, voglio andar, che non mi veggano,
Presso lor.37 Infra noi penso abbia ad essere...
Bonifacio.(Oh, potta del malanno! gli è qui Bartolo.)
Bartolo.Un strano e gran zambello,38 col dïavolo.
Mi dice l’avvocato, che s’Eurialo
Per sorte avrà sposata questa femmina,
Ed anco senza aver da me licenzia,
Che sarà pur sposata. Sono stranie
Per certo queste leggi: e pur gran savii
Furon quei che le fecer! così dicono.
Ma come l’altre cose anco si mutano,
E dall’un tempo all’altro a peggio vengono,
Credo, come la fava quando piantasi,
Ch’è bella e grossa, e poi diventa picciola;
O veramente quelli che le chiosano,
Le fan dire a suo modo. — Uom dabben, fermati,
Or che non hai il modo di rivolgerti
Ad altra mano. Io vô teco discorrere
Che ragion t’abbia mosso a farmi ingiuria.
Bonifacio.(Deh, come è mai venuto così tacita-
mente? Mi par comprender che sia in collera.)
Bartolo.Ma prima vô saper come ti nomini.
Claudio.(Qui ha una bella baruffa da nascere.)
Bartolo.Io dico bene a te: come ti nomini?
Bonifacio.Par che non mi conosca! eppur è lucido
Il tempo.
Bartolo.               Non ti dico non conoscerti,
Ma che mi dichi come tu ti nomini.
Bonifacio.Se tu confessi pure di conoscermi,
Tu dei sapere il nome; e quando sannosi

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Le cose, per che cosa s’addimandano?
Claudio.(Questa è acuta risposta! mi par logica.)
Bartolo.Ora, poichè tu non mi vuoi39 rispondere
E dirmi il nome tuo, a questo attendimi:
Sei tu Bartolo pur, o sono io Bartolo?
Bonifacio.Perchè esser non potemo ambidui Bartoli?
Quanti Giovanni, Filippi ed Antonii
In una casa stessa si ritrovano?
Se questo sai, come ti par miracolo
Che in la nostra contrada siam dui Bartoli?
Claudio.Oh, come è stato acuto! Oh Bonifacio
Galante! non ti par che stia in proposito
Senza smarrirsi? Io saperò l’origine
Pur di questo suo nome.
Bartolo.                                          Oh ammirabile
Confidenza d’un tristo! poss’io credere
Che si ritruovi un altro a costui simile?
Bonifacio.Deh! se ti piace, non mi far ingiuria;
Che non la faccio a te. Se ben servitomi
Fussi del nome tuo per tutto un integro
Dì, non ti lamentar, chè non bisognati
Il nome tuo, se ben l’avessi in prestito
Tenuto un mese. Tutto quel40 si lograno
Mio stajo, mio mastello, la mia pidria,41
De’ quai sì spesso i tuoi di casa servonsi.
Tu fai un gran rumor, perc’ho chiamatomi
Bartol per due ore. Ben servirestimi
Di venticinque scudi, bisognandomi,
Per dui mesi o per tre, come si servono
I buoni amici!
Claudio.                         (O Bonifacio, voglioti
Esser amico ancora più del solito.)
Lazzaro.(Che nuova controversia? Il matrimonio
Sarà spirato ch’io trattava? Eurialo
La farà mal con la contessa.)

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Bartolo.                                                Forsi che
Non42 t’hai tolto il mio nome a benefizio
Mio?
Lazzaro.          (Me ne laverò le mani: facciano
Essi.)
Bartolo.          Per farmi danno, e farmi carico
Volevi essere Bartolo; falsario
Che tu sei! Per fermar il matrimonio,
O che forse hai fermato, sì onorevole
Di questa fuggitiva, dimostraviti
Esser padre di Eurialo! E voi, ser Lazzarro,
Ch’io mi voglio ed43 a voi un poco volgere...
Bonifazio.(La passa bene: ci è un altro da radere.)
Bartolo.Ha questo meritato l’osservanzia
La qual vi ha avuto Eurialo, e l’amicizia
Che mostravate per le vostre lettere?
Io so ben che voi siete messer Lazzaro,
Bench’io non vi vedessi, che io mi sappia,
Più mai. Dio sa se voi ancora ascondere
Non pensavate il nome! Che giudicio
Si puote far di voi, quando un discepolo
Vostro onorate di tal sposalizio,
Con util tale?
Lazzaro.                         Bartolo, fermatevi.
Poichè intendo che voi pur siete Bartolo,
Dite, che colpa ho io di queste favole?
V’avete voi di me, o pur d’Eurialo
M’ho a doler io? che m’ha dato ad intendere
D’alloggiarmi con voi; ed ove postomi
Abbia, con la figliuola e moglie, dicalo
Egli, perch’io per me non saprei dirlovi.
Bonifazio.(È meglio ch’io mi levi dalla disputa,
C’ho fatto troppo a star finora in circolo.)
Lazzaro.E se vi par ch’io faccia mal ufizio
A persuader Eurialo a correggere
L’error c’ha fatto e l’ingiuria gravissima
Alla contessa, v’ingannate; e sollovi
Dir chiaramente: ella è d’una potenzia
Grande.
Bartolo.               Perch’è contessa, è sì terribile?

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Debbe ecceder il grado di qui. Sonvene
Fra noi pur anco, e di quelle si trovano
Che non han da mangiar quanto vorrebbono.
Spesse fïate.
Lazzaro.                       Poche non fan regola:
Gaglioffi hanno i mariti forse o miseri.
Questa contessa è ricca e d’una nobile
Stirpe, ed è riverita, ed amicizie
Grandi ha per tutto, in veritade.
Bartolo.                                                       Credolo.
Ma che? Debbo io per questo voler rompere
Il collo a mio figliuol? debbe egli togliere
Una fante per moglie?
Lazzaro.                                        Che! credetevi
Ch’io pigliassi per fante questo carico?
È cittadina di Ferrara.
Bartolo.                                        Quadrami
Politamente questo, che sen vadano
Le nostre cittadine sì domestica-
mente. Sia cittadina, vô concederlo:
Se ben fusse di Roma, debbo toglierla
Senza dote? Cittadine si chiamano
Le ben dotate. Ma quando sia Eurialo
Tanto pazzo, ch’ei tolga questa femmina,
Avrà del mio quel che non potrò togliergli.
Ma credo tutte queste siano favole,
Che sia creata44 di contessa, o nobile
Di questa terra; ma il tutto ordinatosi
È sol per compiacer a questo misero.
Ma te ne pagherò a te,45 Bonifazio:
Voglio a ogni modo che cavalchi l’asino.46
Claudio.Voi gli farete torto, messer Bartolo:
Ei l’ha fatto per essere amorevole
Al figliuol vostro, e non volendo offendervi.
Lazzaro.Ed io ancora non ho fatto il simile?
Ma ben ne voglio ogni buon pegno mettere,
Ch’è cittadina di Ferrara; e dicovi

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Più forte ancor: la contessa avéa animo,
Se non faceva questo error la misera,
Mandar in questa terra agente idoneo,
Che le facesse tutto il patrimonio
Suo rïaver; e n’ha da me consiglio
In scriptis, che ben sa come chiamavasi
Il padre, il qual morissi47 alli servizii
Del duca di Milano.
Bartolo.                                Nominòllovi?
Lazzaro.Nominòllomi; e credo ricordarlomi.
Se vi pensarò alquanto.
Bartolo.                                        (Par che l’animo
Mi tiri a indovinar.)
Lazzaro.                                 Polito... Mentomi48
Per la gola: Polito non dicevasi;
Nè anco Galante: Gentil nominavasi,
Gentil; quasi m’era ito di memoria.
Bartolo.(Pon mente ch’avrò fatto buon giudicio!)
Morto che fu Gentil, venne la giovane
In mano alla contessa così subito?
Lazzaro.Vi fosse ella venuta, a benefizio
Suo, chè meglio i suoi fatti passaríano!
Non la conobbe mai se non a Napoli,
Onde la tolse prima al suo servizio:
Quivi la madre la condusse picciola.
Ma non so molto ben dir questa istoria.
Dovría pur qui apparir49 un che ’l principio
Sa di tutta la cosa sino all’ultimo;
E appunto è quello istesso che, con lettere
Di favor, ha seguito queste femmine:
Dicesi il Riccio.
Bartolo.                         (Ogni cosa ci seguita.
Non fu questo il ragazzo del mio sozio
Gentil? Io l’ho per chiara.) Raccordatevi
Il nome della giovane?
Lazzaro.                                       Ricordolo;
Ippolita era.
Bartolo.                    La cosa è chiarissima.

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Lazzaro.Ecco il Riccio. Com’hai sì longa indugia,50
O Riccio, fatta?
Bartolo.                            (Non so se a memoria
M’avría51 tornato costui così subito.
Già più nol vidi, ch’egli era pur picciolo.
Come lavora il tempo!)
Riccio.                                        Messer Lazzaro,
Io non trovo l’amico.
Lazzaro.                                      No? rivoltati;
Mira se ho miglior naso a trovar gli uomini
Di te.
Riccio.          O messer Claudio, come piacemi
Vedervi sano!
Claudio.                      Dunque, mi cercavi tu,
Riccio? Ed ancor a me vederti piacemi
Sano.
Bartolo.          Guardami, Riccio; mi conosci tu?
Riccio.S’io vi conosco? Mi par di conoscervi.
Io vi conosco; siete messer Bartolo,
Compagno di Gentil, che della giovane
Fu padre, c’ho seguita: e molto allegromi
Avervi ritrovato e conosciutovi;
Chè per amor di quel vostro carissimo
Gentile, spero porrete ogni studio
Acciò possa ricuperarla e renderla
Alla padrona. Questa un certo Accursio...
Bartolo.Non più. Riccio, non più; sono benissimo
Del tutto instrutto. Udite, messer Lazzaro;
Udite ancora voi, o messer Claudio;
E tu, o Riccio. Mio figliuolo Eurialo
Ha fatto alla contessa questa ingiuria:
Io vô ch’ella s’ammendi, ed onestissimo
Mi par che vada innanzi il matrimonio
Che avevano trattato messer Lazzaro
E ’l vicin Bonifacio. Riccio, intendila?
Davan la giovan per moglie ad Eurialo.
Riccio.Seguite pur; io v’intendo benissimo.
Bartolo.Così alla giovan levaremo il biasimo,
E la contessa deporrà il mal animo.

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Credi, Riccio, però, che starà tacita
La contessa a tal fatto?
Riccio.                                        Tacitissima:
Ve lo posso mostrar per le sue lettere.
Bartolo.Ed a Gentil non mancarò del debito,
Chè, quanto d’altro, di questo contentomi.
Ma molto, messer Lazzaro, rincrescemi
Del non avervi avuto riverenzia,
Come voleva il debito, e li meriti
Vostri. Ora, per mostrar voi che rimettermi
Vogliate ogni error mio, con la famiglia
Verrete a casa nostra, come l’ordine
Nostro era dato, ove lo sposalizio
Celebraremo.
Lazzaro.                      Pur la festa doppia
Faremo in casa vostra, messer Bartolo;
Poichè Claudio è degnato esser mio genero.
Claudio.Anzi voi d’esser mio padre e mio suocero.
Bartolo.Oh come m’è questa nuova piacevole!
Gli avete data pur la vostra giovane?
Lazzaro.Quando giugneste, allor allor avévamo
Concluso.
Riccio.               Siete sposo, messer Claudio?
Molto mi piace.
Claudio.                         Riccio, ti ringrazio.
Bartolo.Faremo quasi una commedia duplice.
Or fate, messer Lazzaro, che vengano
Le donne vostre.
Claudio.                           Vô che Bonifacio,
Per amor mio, si chiami, e si pacifichi
Con esso voi, messer Bartol.
Bartolo.                                             Di grazia.
Lazzaro.Andiamo, messer Claudio: facciam comodo
A messer Bartol che possa procedere
A qualche suo disegno; e nel medesimo
Tempo farem le donne porsi all’ordine.
Bartolo.Andate. Riccio, tu meco verráitene,
C’ho bisogno di te. So che in convivii
Cotai sei stato, e vi devi esser pratico.
Riccio.Andate innanzi, ch’or ora vi seguito.
Bartolo.Non mi è paruto che sia necessario
Che ognuno intenda la ragion più valida

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Che mi ha mosso ch’Eurialo abbia la giovane;
Nè volentieri voglio che si sappia.
Ma voglio ir tosto a far disciôrre Accursio,
Chè mi s’è offerto da far per dieci uomini.


SCENA V.

RICCIO, VERONESE.


Riccio.Veggo la Veronese. Onde dïavolo
Vien? Già non esce di casa di Bartolo!
Come un rubino è rossa la vecchia asina.
Veronese.Ho ben potuto aspettar messer Claudio
Quanto ho voluto! Credo che morivami
Della puttana sete, s’uno armario
Non trovava, dove era un certo picciolo
Vasellin c’ho assaggiato: ei sta con ordine,
Con buona malvasía. E le due scatole
E l’albarello non men bisognavami
Io mi partii di casa malinconica:
Ora mi sento ben52 d’un’altra tempera.
Vô tornar a veder che sia d’Ippolita.
Riccio.Tu sei qui, Veronese? Non t’ascondere,
Ch’io t’ho veduta. Non ti voglio offendere;
Non dubitar, le cose son pacifiche.
Vattene in casa; va, ritrova Ippolita;
Già che la sua ventura abbiam trovatale.
(Appena può star ritta: come brancola
Per ritrovar la porta!) — O plebe e nobili,
Non aspettate che le donne vengano
In pubblico altrimente; che la stanzia
Già un pezzo l’una ha preso; e l’altra mettersi
Volendo in punto, non curerà perdere
Di tempo un’ora e più, come costumano
Far queste spose. Onde più tosto girvene
A casa vi conforto: e prima pregovi
Facciate segno che le nostre favole
Vi sian piaciute; chè così desidera
Chi ha posto studio perch’elle vi piacciano.




Note

  1. L’autografo ha mostrammo; e ben potevasi accogliere l’emendazione fatta da Gabriele di questo curioso qui pro quo grammaticale, che trovasi ancora nelle antiche edizioni.
  2. Vedi la nota 3 a pag. 278. Ognuno poi, penso, debba comprendere quanto migliore sia questa lezione dell’autografo, che la seguita comunemente: come due che di casa erano.
  3. La comune delle stampe: Che così il vecchio della casa chiamano, Qual deve aver saputo ec. Ma bella, a dir vero, è la variante offertaci da G. A. «Così il vecchio messer di casa chiamano ec.»
  4. In grazia del metro, si fa qui luogo all’emendazione di Gabriele, avendo l’autografo: «Divenuto, e più morto parea a vederlo Che i stessi morti.»
  5. G. A., ec.: «Onde feci giudizio.»
  6. L’autografo: «si.»
  7. Del nostro preferire, nei seguenti dieci versi, la lezione di Gabriele e delle stampe, renderà buona ragione questa, in più luoghi e in più modi certo difettosa, che riportiamo fedelmente dall’autografo: «Così nascostamente uscitamene Sono di casa, perchè molto dubito, Che se quell’uom torna essendo in colera, Non mi saria possibil a diffendere, Che con male parole ei non m’ingiurii, Della ruffiana per lo capo parlomi Udir darami, ma di questo curomi Poco, le busse peggio fian c’udirannosi Per tutta questa vicinanza. Domine.»
  8. Con errore l’autografo: «Ma ch’io veggio io.» E nelle stampe: Io vedo uno.
  9. Per Bicchiere di vetro, spiegano tutti i commentatori.
  10. Di questa voce vernacola è spiegazione la variante offertaci da G. A., e seguita nelle stampe: o pur fernetico.
  11. Manca «e» nell’autografo.
  12. Non bene pel senso, come a noi sembra, l’autografo: «Da lui poteva.»
  13. L’autografo: «unde.»
  14. Dei ventotto versi, che con questo cominciano, e finiscono colle parole Umano abbandonar, l’autografo ne ha forse soli ventiquattro, e con trasposizioni di risposte e di sentimenti, le quali essendo state per altri riparate, non accade qui metter di nuovo sotto gli occhi dei lettori, sebbene dessero già causa al disordine che può notarsi nelle antiche edizioni.
  15. Nei seguenti due versi e mezzo ha l’autografo: «Tu sei qui, Veronese? Che accadutomi Sia tu non sai forsi? Ver. Quel ch’io dubito Che mi accada tra noi.»
  16. L’autografo, non senza difetto di sillabe: «Sorte che fur date di Flaminia»
  17. A. G., e le stampe: «Questa è la casa: vedila tu? Ver. Veggola. Oh Dio, che di paura tutta struggomi! Entriamo in casa; chieggolvi di grazia.»
  18. G. A., e le stampe: «ed ella, al così subito Apparir mio si sbigottì, e di fuggere Tentò: ma nol concessi; anzi ritennila Tanto, che il suo timor convertì in lagrime, E mi conobbe.»
  19. Lo stesso, ec.: «Vien di spiccar.»
  20. Così , concordemente, i manoscritti e le stampe; ma è forse da correggersi: quando.
  21. L’autografo pone qui un verso di specie insolila: «Et evvi ancor. Così non vi fusse ella.»
  22. G. A., ec.: «Oh da che.»
  23. Contro il metro, l’autografo: «Piglia.»
  24. Per, Ivi. Caso contrario, e tuttavía congenere all’osservato da noi nella nota 2, pag. 261.
  25. Vedi pag. 464, nota 1. Le antiche stampe hanno: Sermeto.
  26. G. A., e gli altri: «L’avería ritrovato, e rifferitolmi.»
  27. Le antiche stampe hanno: La condizione; indizio che l’autore scrivesse: Le condizione.
  28. Giova ricordare che Bonifazio si è finto Bartolo. — (Molini.)
  29. G. A., e le stampe: «A messer Lazzaro, Che è qui con esso voi, o Bonifacio, Io farei riverenzia... Bon. Vah dïavolo.»
  30. Il medesimo e le stesse: «Ma dubito.»
  31. L’autografo, più seccamente, e con più e varii difetti: «Messer Claudio, perdonami Dell’ingiuria v’ho fattavi. Lasciatemi.»
  32. Secondo che lo averlo preso ci tornerà utile o dannoso.
  33. L’autografo stringe in un solo due versi: «A ragionar v’ho inteso, perchè prossimo V’era.»
  34. Alcune e antiche stampe, secondo la pronunzia che pur odesi in più luoghi, pongono: morra.
  35. Qui finisce il manoscritto creduto autografo di Lodovico Ariosto. Nelle scene seguenti riguardar dovremo come tale l’esemplare condotto da Gabriele.
  36. Personaggio indicato qui nel manoscritto del vero autore, e omesso (tranne il Barotti) da tutti gli editori.
  37. Voglio andare lor dietro in guisa che non mi veggano.
  38. Così le antiche stampe; ove segue (con incertezza maggiore), non col, ma . Nè molto chiariscono il senso le moderne che scrivono zimbello, giacchè nè anco questa parola ebbe mai presso i buoni autori il significato che qui è forza attribuirle; cioè di Contrasto, Contesa, Rissa; e, come sembra più innanzi spiegato in persona di Claudio, Baruffa.
  39. Ant. stam.: Ora di poi che non mi vuoi.
  40. Cioè, tutto un mese, tutto lo spazio di un mese. Secondo gli appunti che a noi vennero somministrati, il Barotti non avrebbe altrimenti trovato nell’apografo-autografo da lui posseduto, le varianti che pur piacquegli a questo luogo introdurre: non bisognati, Del nome tuo, se ben l’avessi in prestito Tenuto un mese; tutto il di si lograno ec.
  41. Pevera, strumento da colare il vino nelle botti. I Ferraresi lo dicono Piria. — (Barotti.) — I Marchigiani ed altri pronunziano Pétria.
  42. Con espressione ironica. Il Barotti, però, mutava qui primo: Tu.
  43. Il Barotti, e dopo lui gli altri: anco.
  44. Non nel senso di Generata, ma (spagnolescamente) di Allevata, o Tirata innanzi nella carriera civile.
  45. Così hanno le antiche stampe e ancora quella del Barotti. Il Molini segue il Pezzana, che correggeva, come sembra, d’arbitrio: «Ma te ne pagherò ben, Bonifazio.»
  46. Che sia frustato per falsario e per ruffiano.
  47. Le antiche stampe hanno il plebeismo, che non è solamente lombardo: moritte.
  48. Ant. stam. mentoti.
  49. Le stesse: apparer.
  50. Segno che indugia per indugio (ambedue dal lat. induciæ) fu già voce parlata.
  51. Mi sarebbe. Onde, credo, non bene le antiche stampe: M’avrai.
  52. Nelle edizioni del Grifio e del Giolito: mi sento, so.