Orgoglio e pregiudizio (1945)/Capitolo cinquantacinquesimo

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Capitolo cinquantacinquesimo

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Jane Austen - Orgoglio e pregiudizio (1813)
Traduzione dall'inglese di Itala Castellini, Natalia Rosi (1945)
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Qualche giorno dopo questa visita, Mr. Bingley tornò, ma solo. Il suo amico era partito il mattino per Londra, e doveva tornare dopo dieci giorni. Si fermò con loro circa un’ora ed era di ottimo umore. Mrs. Bennet lo invitò a trattenersi a pranzo, ma egli dichiarò con molto rincrescimento di essere già impegnato.

«La prossima volta che venite», disse lei, «spero che saremo più fortunati».

Sarebbe stato felicissimo qualunque altra volta, ecc., ecc., e, se glielo permetteva, avrebbe colto la prima occasione per venire a trovarli.

«Potete venire domani?».

Sì, per domani non aveva nessun impegno e l’invito venne accettato con piacere.

Arrivò, e così presto, che nessuna delle signore era ancora pronta. Mrs. Bennet si precipitò in camera delle figlie, in vestaglia, con i capelli mezzo disciolti, gridando: «Jane, cara, spicciati a scendere. È arrivato! Mr. Bingley è arrivato! Proprio lui! Fa’ presto. Via, Sara, vieni subito da Miss Bennet e aiutala a vestirsi, lascia stare i capelli di Miss Lizzy».

«Scenderemo appena potremo», disse Jane, «ma credo che Kitty sia più avanti di tutte noi, perché è salita mezz’ora prima».

«Macché Kitty! Che c’entra lei? Su, spicciati, spicciati; dov’è la tua cintura, cara?».

Ma quando la madre se ne fu andata, Jane non si lasciò persuadere a scendere senza una delle sorelle.

Lo stesso tentativo di lasciarli soli si ripeté nel pomeriggio. Dopo il tè, Mr. Bennet si ritirò come al solito nella sua biblioteca, e Mary andò al pianoforte. Due ostacoli erano così rimossi e Mrs. Bennet incominciò a strizzar l’occhio a Elizabeth e a Kitty, ma senza alcun risultato. Elizabeth fece mostra di non vedere, e quando Kitty se ne accorse, disse ingenuamente: «Che c’è mamma? Perché mi fai quei cenni? Che cosa devo fare?»

«Niente, niente, bimba mia; non ti facevo alcun cenno».

Passarono altri cinque minuti, ma non volendo perdere un’occasione simile, la signora si alzò improvvisamente dicendo a Kitty: «Vieni, cara: ho qualche cosa da dirti», e la condusse fuori dalla stanza. Jane lanciò subito un’occhiata a Elizabeth per dirle quanto le seccava questa manovra e per pregarla che lei almeno non cedesse.

Ma pochi minuti dopo Mrs. Bennet socchiuse la porta e la chiamò: «Lizzy, cara, desidero parlarti».

Elizabeth fu costretta ad andare. «È meglio che li lasciamo soli», disse la madre, appena furono nell’atrio. «Kitty e io andiamo di sopra nel mio spogliatoio».

Elizabeth non tentò neppure di discutere con sua madre, ma rimase nell’atrio finché lei e Kitty scomparvero, poi ritornò in salotto.

Così i piani di Mrs. Bennet per quel giorno non ebbero alcun esito. Bingley era sempre quel che ci poteva essere di più simpatico, ma non ancora il fidanzato dichiarato di sua figlia. La sua disinvolta allegria lo rendeva un prezioso acquisto per le loro serate: egli sopportò tutta l’esagerata cortesia della madre e tutte le sue sciocche osservazioni con una pazienza e un contegno impassibili, di cui la figlia gli era particolarmente grata.

Non fu quasi necessario invitarlo perché si fermasse a cena, e, prima che partisse, tra lui e Mrs. Bennet, venne combinato che sarebbe tornato l’indomani per cacciare con suo marito.

Da quel giorno Jane non parlò più della sua indifferenza. Le due sorelle non si scambiarono più una parola a proposito di Bingley, ma Elizabeth si coricò nella felice persuasione che tutto si sarebbe concluso prestissimo, se Mr. Darcy non tornava prima del tempo stabilito. Tuttavia, però, era anche convinta che questo fosse avvenuto proprio per l’intervento dell’amico.

Bingley non mancò all’appuntamento e passò la mattina con Mr. Bennet. Non c’era in Bingley nessuna forma di presunzione o di ridicolaggine che potesse destare l’ironia di Mr. Bennet o farlo rinchiudere in un disgustato silenzio; anzi con lui fu meno originale e più discorsivo di quanto non fosse con altri. Bingley naturalmente ritornò a Longbourn per il pranzo, e nel pomeriggio l’immaginazione di Mrs. Bennet si rimise al lavoro per trovare il modo di lasciarlo solo con Jane. Elizabeth, che aveva una lettera da scrivere, si ritirò subito dopo il tè, e poiché tutti gli altri giocavano a carte non ci sarebbe stato bisogno di lei per funestare i disegni materni.

Ma, tornando in salotto a lettera finita, vide con sua somma sorpresa che le ingegnose trovate di sua madre erano state coronate dal più ampio successo.

Aprendo la porta, scorse sua sorella e Bingley ritti accanto al camino assorti in intimo colloquio; per di più, se questo non fosse bastato, i volti di tutti e due che, volgendosi prontamente, si allontanarono uno dall’altro, avrebbero rivelato ogni cosa. La loro situazione era abbastanza imbarazzante, ma quella di Elizabeth ancora peggiore. Nessuno dei due disse una parola, ed ella stava già per andarsene quando Bingley, che si era seduto con Jane, si alzò di scatto e, mormorando alcune parole a sua sorella, si precipitò fuori dalla stanza.

Jane non poteva avere segreti per Elizabeth in una cosa che le avrebbe procurato tanta gioia, e abbracciandola teneramente, le disse con grande commozione che era la più felice creatura del mondo.

«È troppo», aggiunse, «infinitamente troppo. Non lo merito. Perché non sono tutti felici come me?».

Elizabeth si rallegrò con una sincerità, un calore, una gioia da non potersi quasi esprimere. Ogni frase affettuosa della sorella era una nuova fonte di felicità per Jane. Ma non si volle concedere, nel momento, di fermarsi con sua sorella a raccontarle la metà di quello che aveva da dirle.

«Devo andare subito dalla mamma», esclamò; «non vorrei aver l’aria di trascurare la sua affettuosa premura o che lo sapesse da altri prima che da me. Lui è già andato dal babbo. Oh, Lizzy! Pensare che sarà una tale gioia per tutti i miei cari! Come potrò sopportare tanta felicità?».

Corse allora dalla madre, che aveva interrotto apposta la partita e che era di sopra con Kitty.

Elizabeth, una volta sola, sorrise della rapidità e facilità con cui si era conclusa una vicenda che solo pochi mesi prima aveva dato loro tante preoccupazioni e dolori.

«Ed è questa», disse, «la conclusione di tutte le precauzioni del suo amico; di tutte le falsità di sua sorella! La più felice, la più giusta e la più ragionevole delle conclusioni».

Pochi minuti dopo fu raggiunta da Bingley, il cui colloquio con Mr. Bennet era stato rapido e conclusivo.

«Dov’è vostra sorella?», chiese premurosamente aprendo la porta.

«È di sopra dalla mamma. Credo che tornerà subito».

Allora egli chiuse la porta e, accostandosi, le chiese le sue congratulazioni e il suo affetto di sorella. Elizabeth gli espresse con tutto il cuore la sua gioia per questa parentela. Si strinsero la mano con grande cordialità e fino all’arrivo di Jane Elizabeth ascoltò tutto ciò che lui aveva da dire sulla sua felicità e sulle perfezioni di Jane; e nonostante le esagerazioni di un innamorato, Elizabeth era veramente convinta che tutte le sue speranze di felicità fossero ragionevolmente fondate, perché si basavano sul grande giudizio di Jane e sulla sua indole eccellente, oltre che su quella comunanza di gusti e di idee che esisteva tra di loro.

Fu una serata di vera felicità. La gioia di Jane illuminava di così dolce splendore il suo volto, da renderla ancora più bella. Kitty era tutta sorrisi, sperando che sarebbe giunto presto anche il suo turno. Mrs. Bennet non trovava parole bastanti per dare il suo consenso e per esprimere tutta la sua soddisfazione, benché non parlasse d’altro con Bingley da una buona mezz’ ora; e anche Mr. Bennet, quando li raggiunse a cena, mostrava nella voce e nei modi tutta la sua felicità.

Nondimeno non pronunciò una parola sola che alludesse alla cosa, fino a quando l’ospite si alzò per partire; ma appena questo se ne fu andato, disse alla figlia:

«Jane, mi congratulo con te. Sarai una donna veramente felice».

Jane corse da lui e lo abbracciò ringraziandolo per la sua bontà.

«Sei una buona ragazza», continuò lui, «e sono proprio contento al pensiero che sarai così bene accasata. Non dubito che andrete molto d’accordo. I vostri caratteri si assomigliano. Siete tutti e due così arrendevoli che nessuno dei due prenderà mai una decisione; così indulgenti che tutte le persone di servizio vi imbroglieranno; e così generosi che spenderete più delle vostre rendite».

«Spero di no. Della leggerezza in fatto di denaro sarebbe imperdonabile da parte mia».

«Spendere più delle loro rendite! Ma che dici, mio caro Bennet!», esclamò sua moglie. «Se ha quattro o cinquemila sterline l’anno, se non di più!». Poi, rivolgendosi a sua figlia:

«Oh, mia cara, cara Jane, sono talmente felice che sono certa di non poter chiudere occhio tutta la notte. Lo sapevo che sarebbe finita così. L’ho sempre detto. Non potevi essere così bella per niente! Ricordo che appena lo vidi, quando arrivò l’anno scorso nell’Hertfordshire, pensai subito come doveva essere facile che voi due ve l’intendeste. Oh, è il più bel giovane che abbia mai visto».

Wickham, Lydia, erano completamente dimenticati: Jane era, senza confronto, la figlia prediletta. In quel momento non le importava di nessun’altra.

Le sorelle minori incominciarono a parlare dei vari favori che Jane avrebbe potuto dispensare loro in avvenire.

Mary chiese di poter usufruire della biblioteca di Netherfield, e Kitty la pregò insistentemente di dare alcuni balli ogni inverno.

Da allora Bingley venne quotidianamente a Longbourn: arrivava spesso prima di colazione e si fermava fin dopo cena, a meno che qualche crudele vicino, mai abbastanza detestato, lo invitasse a un pranzo che era obbligato ad accettare.

Elizabeth ormai aveva poco tempo per parlare con sua sorella, perché, quando c’era Bingley, Jane non badava ad altri; ma fu assai utile a tutti e due nelle ore in cui erano separati, cosa che, talvolta, doveva pure avvenire. In assenza di Jane egli si attaccava infatti invariabilmente a Elizabeth per avere la gioia di parlare con lei dell’amata; e quando Bingley era lontano, Jane cercava la stessa fonte di consolazione.

«Mi ha resa così felice», le disse una sera, «dicendomi che aveva completamente ignorato che la primavera scorsa fossi in città! Non lo avevo creduto possibile».

«Io lo avevo sempre sospettato», rispose Elizabeth, «ma come ti ha spiegato la cosa?»

«Deve essere stata colpa delle sorelle. Certo esse non erano contente del suo affetto per me; cosa che non mi stupisce perché avrebbe potuto fare una scelta molto più vantaggiosa per lui, sotto ogni aspetto. Ma quando vedranno, come spero, che il fratello sarà felice con me, finiranno per essere contente e torneremo amiche, anche se non potrà più essere l’amicizia di un tempo».

«Questo è il discorso più severo che ti abbia mai sentito fare!», disse Elizabeth. «Brava! Sarei proprio in collera se vedessi che ti lasci di nuovo ingannare dal preteso affetto di Miss Bingley».

«Vuoi credere, Lizzy, che quando andò a Londra il novembre scorso, mi amava già, e che solo la certezza della mia indifferenza gli ha impedito di tornare?»

«Certo fu un piccolo sbaglio... ma depone in favore della sua modestia».

Questo diede naturalmente lo spunto a Jane per fare il panegirico della modestia di lui e del poco conto in cui teneva le proprie buone qualità.

Elizabeth fu contenta nel constatare che Bingley non aveva accennato all’intervento del suo amico, perché, anche se il cuore di Jane era il più generoso del mondo e il più pronto al perdono, capiva che questa circostanza l’avrebbe mal disposta contro Darcy.

«Sono certamente l’essere più fortunato che esista!», esclamò Jane. «Oh, Elizabeth! Perché devo essere così privilegiata nella mia famiglia? Potessi veder te altrettanto felice! Se ci fosse un altro uomo uguale a lui, per te!».

«Anche se tu potessi offrirmene molti come lui, non potrei mai essere felice quanto te. Dovrei avere il tuo carattere, la tua bontà! No, no, lascia ch’io vada per la mia strada, e, forse, se sarò molto fortunata, potrò incontrare un altro Mr. Collins!».

La cosa non restò a lungo segreta. Mrs. Bennet ebbe la gioia di sussurrarla a Mrs. Philips, e questa, senza chiedere l’autorizzazione, si azzardò a fare lo stesso con tutti i vicini di Meryton.

La famiglia Bennet fu allora proclamata la più fortunata dell’universo, anche se poche settimane prima, quando Lydia era fuggita, era stata segnata a dito per la terribile disgrazia che l’aveva colpita.