Orgoglio e pregiudizio (1945)/Capitolo quarantottesimo

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Capitolo quarantottesimo

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Jane Austen - Orgoglio e pregiudizio (1813)
Traduzione dall'inglese di Itala Castellini, Natalia Rosi (1945)
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Tutti speravano in una lettera di Mr. Bennet per il mattino seguente, ma la posta non portò nemmeno una riga di lui. In famiglia lo conoscevano come il più negligente e lento dei corrispondenti, ma questa volta almeno speravano che sarebbe stato capace di uno sforzo. Finirono col concludere che non aveva nessuna buona notizia da dare, ma anche se era così, avrebbero preferito averne la conferma. Mr. Gardiner, che aveva aspettato anche lui qualche notizia, partì.

Partito lui, ebbero almeno la certezza che per mezzo suo avrebbero avuto continue informazioni di quello che accadeva, ed egli, lasciandole, promise che avrebbe indotto Mr. Bennet a tornare a Longbourn appena possibile, con grande sollievo di sua sorella che vedeva in questo l’unico modo sicuro perché egli non venisse ucciso in dello.

Mrs. Gardiner con i bambini si sarebbe fermata nell’Hertfordshire ancora per alcuni giorni, perché la sua presenza sarebbe stata veramente utile alle nipoti. Ella divideva con loro l’assistenza a Mrs. Bennet, ed era loro di grande conforto nelle ore di libertà. Anche l’altra zia veniva spesso a trovarle, sempre, come diceva, con l’intenzione di sollevarle e di distrarle; ma poiché ogni volta portava nuove prove della prodigalità o delle sregolatezze di Wickham, era raro che non partisse senza lasciarle più scoraggiate di come le aveva trovate.

Tutta Meryton sembrava ormai decisa a diffamare l’uomo che soltanto tre mesi prima passava addirittura per un angelo. Si diceva che avesse lasciato debiti presso ogni negoziante e venne fuori che aveva cercato di abbindolare tutte le ragazze, o, come dicevano, di sedurle. Fu dichiarato il più perfido giovane di questo mondo, e tutti si fecero un vanto di avere sempre diffidato di quell’apparenza di bontà.

Elizabeth, pur non credendo che alla metà di quanto si diceva, si sentiva tuttavia sempre più persuasa della rovina di sua sorella; e perfino Jane, meno disposta a giudicar male, stava perdendo ogni speranza: anche lei pensava che se i giovani, secondo le sue più vive speranze, fossero andati realmente in Scozia, era tempo ormai che dessero notizie.

Mr. Gardiner lasciò Longbourn la domenica, e il martedì sua moglie ebbe da lui una lettera nella quale diceva come, appena arrivato, aveva raggiunto suo cognato persuadendolo di venire da lui a Gracechurch Street; che Mr. Bennet era stato a Epsom e a Clapham, ma senza ottenere nessuna informazione importante; e che adesso era deciso a compiere ricerche in tutti gli alberghi della città, credendo probabile che si fossero fermati in uno di questi, prima di cercarsi un alloggio.

Mr. Gardiner non si aspettava nessun risultato da questo passo, ma, visto che suo cognato ci teneva, lo avrebbe assecondato. Aggiungeva che Mr. Bennet non aveva per ora intenzione di lasciar Londra, e prometteva di scrivere ancora presto. Nel poscritto, poi, diceva:

Ho scritto al colonnello Forster, pregandolo di scoprire, se gli è possibile, da qualcuno degli amici più intimi di Wickham, al reggimento, se costui ha qualche parente o conoscente che possa sapere in qual parte di Londra si nasconda. Se ce ne fosse anche uno solo che potesse dare un’indicazione di tal genere, sarebbe importantissimo. Per ora siamo senza nessuna traccia. Sono sicuro che il colonnello Forster farà tutto il possibile per aiutarci; ma, ripensandoci meglio, forse Lizzy, più di chiunque altro, può dirci quali parenti di Wickham siano ancora vivi.

Elizabeth comprese senza fatica perché le venisse riconosciuta tanta autorità in proposito, ma non era in grado di dare le informazioni sperate. Non lo aveva mai sentito parlare di altri parenti all’infuori dei suoi genitori morti ormai da molti anni. Pure era probabile che qualche compagno di reggimento potesse saperne di più, e benché non ci sperasse molto, valeva sempre la pena di tentare.

Ogni nuova giornata a Longbourn era un giorno di ansie, ma l’ora più penosa era l’attesa della posta. L’arrivo delle lettere era il pensiero predominante della mattina. Buone o cattive che fossero, le notizie non potevano arrivare che per lettera, e ogni giorno poteva portare qualche nuova informazione.

Ma, prima di riceverne delle altre da Mr. Gardiner, arrivò per Mr. Bennet una lettera proveniente da tutt’altra parte: era di Mr. Collins; Jane, che aveva avuto l’incarico di aprire tutto quello che arrivava per Mr. Bennet in sua assenza, la lesse, ed Elizabeth, sapendo le stramberie che c’era da aspettarsi, guardò di sopra le sue spalle leggendo quanto segue:

Mio caro signore,

mi sento in dovere, data la nostra parentela, di porgervi le mie condoglianze per la grave afflizione che vi colpisce, e che apprendemmo ieri per lettera dall’Hertfordshire. Potete essere sicuro, caro signore, che la signora Collins e io dividiamo il dolore vostro e della vostra famiglia, dolore che deve essere ancora più amaro perché dovuto a una causa che nemmeno il tempo potrà mai attenuare. Non so trovare argomenti per sollevarvi da una così grave sciagura, o per consolarvi in una circostanza che, più di ogni altra, deve ferire il cuore di un padre. La morte di vostra figlia sarebbe stata, in confronto, una benedizione. Ed è ancora più triste pensare, secondo quanto mi dice la mia cara Charlotte, che la condotta leggera di vostra figlia è dovuta a una colpevole indulgenza verso di lei, sebbene nello stesso tempo, a consolazione vostra e di Mrs. Bennet, io sia propenso a credere che la ragazza fosse già portata dalla sua natura a questa scostumatezza, altrimenti non avrebbe, così giovane, potuto rendersi colpevole di una tale enormità.

In ogni modo siete veramente da compiangere; e questa non è solo l’opinione mia e di Mrs. Collins, ma anche di Lady Catherine e di sua figlia, alle quali ho raccontato tutta la cosa. Esse sono d’accordo con me nel temere che questo passo falso di una delle vostre figlie possa essere di grave danno per l’avvenire delle altre, perché chi più, ormai, come si degnò di osservare Lady Catherine, vorrà imparentarsi con una famiglia simile? E questa considerazione mi porta a riflettere, con sempre maggior soddisfazione, a un avvenimento del passato novembre, perché, se fosse andata diversamente, sarei io pure coinvolto in tutti i vostri dispiaceri e in questa vostra vergogna. Permettetemi di esortarvi, caro signore, a consolarvi come potete, escludendo per sempre la vostra indegna figliola dal vostro affetto, lasciandole raccogliere i frutti della sua orribile colpa. Sono, caro signore, ecc. ecc.

Mr. Gardiner non scrisse più finché non ricevette la risposta del colonnello Forster, e anche allora non ebbe niente di buono da riferire. Non risultava che Wickham avesse nessun parente a Londra. Le sue conoscenze erano state numerose, ma da quando era entrato al reggimento, non sembrava aver coltivato alcuna amicizia in particolare. Per questo il colonnello non poteva indicare nessuno capace di dare sue notizie. Oltre al timore di essere rintracciato dai parenti di Lydia, si poteva trovare un’altra ragione del suo nascondersi nel cattivissimo stato delle sue finanze, perché si era venuti a sapere che aveva lasciato grossi debiti di gioco. Il colonnello Forster credeva che ci volesse almeno un migliaio di sterline per coprire le sue spese a Brighton. Doveva molto denaro a diversi fornitori in città, ma i debiti d’onore erano ancora più gravi.

Mr. Gardiner non cercò di nascondere questi particolari alla famiglia di Longbourn. Jane ne era inorridita:

«Anche giocatore!», esclamò. «Questo poi non me lo sarei aspettato davvero! Non l’avrei mai creduto».

Mr. Gardiner aggiungeva che il padre sarebbe tornato a casa il giorno seguente, sabato. Abbattuto dal poco successo delle sue ricerche, aveva ceduto alle insistenze di suo cognato che lo esortava a ritornarsene a casa, lasciando lui a occuparsi nel miglior modo possibile della faccenda. Quando lo dissero a Mrs. Bennet, questa non mostrò tutta la soddisfazione che si aspettavano le sue figlie, data l’inquietudine che aveva dimostrato fino allora per la vita del marito.

«Come! Torna a casa, e senza la povera Lydia?», disse. «Certo non vorrà lasciare Londra senza averli trovati. Chi si batterà con Wickham e lo obbligherà a sposarla, se lui viene via?».

Siccome Mrs. Gardiner desiderava tornare a casa, fu deciso che sarebbe andata a Londra con i bambini lo stesso giorno del ritorno di Mr. Bennet. Così la vettura accompagnò loro fino alla prima tappa e riportò il suo padrone a Longbourn.

Mrs. Gardiner partì assai perplessa a proposito di Elizabeth e del suo amico del Derbyshire. Sua nipote non lo aveva mai nominato spontaneamente, e la mezza speranza che Mrs. Gardiner aveva nutrito di vedere arrivare una lettera da parte sua non fu esaudita. Elizabeth non ne aveva ricevuta nessuna da Pemberley.

Lo stato di desolazione in cui era l’intera famiglia, bastava a spiegare la depressione di Elizabeth, per cui non si poteva arguire nulla da quello; ma Elizabeth, che ormai si era resa abbastanza conto dei propri sentimenti, sapeva benissimo che, se non avesse mai conosciuto Darcy, avrebbe sopportato meglio la vergogna di Lydia. Le avrebbe risparmiato – pensava – almeno una notte su due di insonnia.

Mr. Bennet arrivò con il suo solito aspetto di filosofica impassibilità. Parlò poco, come d’abitudine, non disse nulla della faccenda che lo aveva condotto a Londra, e ci volle un po’ di tempo prima che le sue figlie avessero il coraggio di parlargliene. Fu soltanto nel pomeriggio, quando raggiunse la famiglia per il tè, che Elizabeth si azzardò a toccare l’argomento, e, quando espresse il suo rincrescimento per quello che aveva dovuto soffrire, egli rispose: «Non parlarne. Chi dovrebbe soffrire, se non io? È stata colpa mia, ed è giusto che la sconti».

«Non siate così severo con voi stesso», replicò Elizabeth.

«Non darti troppa pena per questo. La natura umana è così incline a trovarsi delle scuse! No, Lizzy, lascia che almeno una volta in vita mia senta tutto il mio torto. Non ho paura di essere sopraffatto dai rimorsi. Passeranno anche troppo presto».

«Credete che siano a Londra?»

«Sì, certo; in quale altro posto potrebbero nascondersi così bene?»

«E Lydia desiderava tanto vedere Londra!», aggiunse Kitty.

«Così sarà contenta», disse suo padre asciutto, «e probabilmente ci starà un pezzo».

Poi, dopo una pausa, continuò: «Lizzy, non ti insuperbire per aver visto così giusto nel maggio scorso quando mi desti quei consigli che io non ritenni opportuno di prendere in considerazione. A cose avvenute, si vede come avevi ragione».

Furono interrotti da Jane che veniva a prendere il tè per sua madre. Egli osservò: «La sua segregazione le dona, le fa bene e conferisce molta più distinzione al dolore! Uno di questi giorni farò lo stesso anch’io: mi chiuderò nella mia biblioteca col berretto da notte e la vestaglia, dando più disturbo che potrò... Forse, posso rimandare tutto questo a quando scapperà Kitty...».

«Ma io non scapperò, papà», disse Kitty impermalita. «Se mi capiterà di andare a Brighton, mi comporterò meglio di Lydia».

«Tu a Brighton! Non mi fiderei nemmeno di lasciarti andare a East Bourne! No, Kitty, almeno avrò imparato a essere prudente, e tu ne risentirai gli effetti. Nessun ufficiale entrerà mai più in casa mia né passerà per il paese. Proibirò i balli, a meno che tu voglia danzare con una delle tue sorelle. E non ti lascerò uscire fino a quando non mi avrai dimostrato di saper passare almeno dieci minuti della tua giornata in maniera ragionevole».

Kitty, che prese sul serio tutte queste minacce, incominciò a piangere. «Via, via», disse lui, «non disperarti. Se sarei brava per i prossimi dieci anni, alla fine del decimo ti porterò a teatro».