Orgoglio e pregiudizio (1945)/Capitolo sedicesimo

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Capitolo sedicesimo

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Jane Austen - Orgoglio e pregiudizio (1813)
Traduzione dall'inglese di Itala Castellini, Natalia Rosi (1945)
Capitolo sedicesimo
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Nessuno si oppose all’impegno preso dalle ragazze con la zia, ed essendo stati respinti energicamente gli scrupoli di Mr. Collins a lasciare soli per una sera i signori Bennet, la carrozza accompagnò lui e le cinque cugine per l’ora fissata a Meryton. Le ragazze, entrando nel salotto, ebbero il piacere di sentire che Mr. Wickham aveva accettato l’invito di loro zio ed era già arrivato. Avuta questa informazione, quando furono tutti seduti, Mr. Collins poté guardarsi intorno a suo agio ammirando la casa dei suoi ospiti, e fu così favorevolmente impressionato dalla vastità e dalla mobilia della sala, da dichiarare che gli pareva di essere nel salottino estivo di Rosings, quello dove prendevano la prima colazione. Il paragone non parve dapprima dar troppa soddisfazione a Mrs. Philips, ma, quando essa seppe che casa era Rosings e chi ne fosse la proprietaria, quando ebbe ascoltato la descrizione di una soltanto delle sale di Lady Catherine, e saputo che un semplice camino era costato ottocento sterline, comprese tutta la portata del complimento e non si sarebbe offesa neppure di un paragone con la stanza della governante.

Mr. Collins fu piacevolmente occupato nel descrivere tutte le grandezze di Lady Catherine e della sua sontuosa abitazione con eventuali digressioni in lode della propria umile dimora e dei miglioramenti che vi andava facendo, fino a quando furono raggiunti dai due gentiluomini: Mrs. Philips era un’ascoltatrice attenta, che, attraverso quanto udiva, si andava formando un’opinione sempre più favorevole di lui e della sua importanza, ripromettendosi già in cuor suo di raccontare alla prima occasione ogni cosa alle sue amiche. Ma alle ragazze, alle quali le verbosità del cugino non importavano affatto, e che non avevano nulla da fare se non desiderare un pianoforte o contemplare le porcellane allineate sul camino, l’attesa sembrò molto lunga. Finalmente ebbe fine. I signori si avvicinarono e quando Mr. Wickham entrò, Elizabeth sentì che l’ammirazione con la quale lo aveva osservato la prima volta non era affatto esagerata. Gli ufficiali di quel reggimento erano tutti assai distinti, e i migliori erano presenti al ricevimento degli zii, eppure Wickham li superava tutti nella persona, nel contegno e nel comportamento, quanto gli altri potevano essere superiori al rubicondo e pesante zio Philips, dall’alito greve di Porto, che li seguiva in sala.

Tutti gli sguardi femminili si appuntarono verso Mr. Wickham, ed Elizabeth fu la donna fortunata presso la quale venne finalmente a sedersi: discorreva con tale garbo e piacevolezza, parlava con fare così brillante, anche soltanto per dire che era una sera umida e che si annunciava facilmente una stagione piovosa, da far sembrare interessanti gli argomenti più comuni e banali.

Di fronte a simili rivali, che attiravano l’attenzione del bel sesso, Mr. Collins ricadde nell’ombra; per le signorine non rappresentava assolutamente nulla, ma di quando in quando trovava in Mrs. Philips una cortese ascoltatrice e, grazie alle sue attenzioni, fu largamente provvisto di caffè e di pasticcini.

Quando le tavole da gioco furono portate in sala, egli si sdebitò sedendosi al tavolo del whist.

«Non so giocare molto bene», disse, «ma sarò lieto di perfezionarmi, perché, data la mia posizione sociale...». Mrs. Philips gli era grata per la sua condiscendenza, ma non fino al punto di poter sopportare anche le sue spiegazioni.

Mr. Wickham non sapeva giocare al whist, e, con grande piacere, fu accolto all’altro tavolo tra Elizabeth e Lydia. Dapprima corse il rischio che Lydia lo accaparrasse completamente, perché era un’infaticabile parlatrice, ma essendo altrettanto appassionata per la tombola, ben presto, troppo avvinta dal gioco, troppo ansiosa di scommettere, dando in esclamazioni eccitate a ogni premio, non poté più dedicarsi a nessuno in particolare.

Così, pur adattandosi alle esigenze del gioco, Mr. Wickham poté parlare con Elizabeth, dispostissima ad ascoltarlo, benché non potesse sperare di sentire da lui quello che più le premeva di sapere, e cioè come mai conoscesse Mr. Darcy. Non osava neppure nominarlo. La sua curiosità venne appagata proprio quando meno se lo aspettava. Fu Mr. Wickham a toccare l’argomento: si informò se Netherfield era molto lontano da Meryton, e ottenuta la risposta, chiese con fare esitante da quanto tempo Mr. Darcy vi abitava.

«Da quasi un mese», disse Elizabeth, e per non lasciare cadere il discorso, aggiunse: «Credo che abbia una grande proprietà nel Derbyshire».

«Sì», rispose Wickham, «una tenuta grandiosa. Rende diecimila sterline nette. Nessuno lo sa meglio di me, perché conosco intimamente la sua famiglia e lui, fin dall’infanzia».

Elizabeth non poté nascondere la sua sorpresa.

«Avete ragione di stupirvi, Miss Bennet, se, come è probabile, avete notato il nostro incontro, più che freddo, di ieri. Conoscete bene Mr. Darcy?»

«Quel tanto che mi basta!», esclamò Elizabeth con calore. «Ho passato quattro giorni nella stessa casa con lui e lo trovo più che antipatico».

«Non ho diritto di giudicare se sia più o meno simpatico. Non sarei in grado di farlo. Lo conosco da troppo tempo e troppo bene per poter essere un giudice imparziale. Ma credo che il vostro giudizio così reciso su di lui, stupirebbe in genere la gente e forse, fuori di qui non avreste il coraggio di esprimerlo con tanta energia. Qui siete in casa vostra».

«Vi assicuro che non dico niente di più di quanto direi in ogni altra casa dei dintorni, eccettuato Netherfield. Non è affatto benvoluto nell’Hertfordshire. Sono rimasti tutti disgustati dal suo orgoglio. Non sentirete nessuno parlare di lui con maggiore benevolenza».

«Non potrei dire che mi dispiaccia», disse Wickham, dopo una breve interruzione, «che egli o qualsiasi altro venga giudicato come merita, ma non credo che a lui questo accada spesso. Il mondo è abbagliato dalla sua ricchezza e dalla sua posizione, o intimidito dal suo fare altezzoso, e lo giudica come lui vuole apparire».

«A me, per quel poco che l’ho conosciuto, è parso un uomo di pessimo carattere».

Wickham si accontentò di scuotere il capo.

«Mi chiedo», disse appena poté parlarle di nuovo, «se si tratterrà ancora a lungo in campagna».

«Non lo so proprio; ma, quando ero a Netherfield, non sentii mai accennare a una eventuale partenza. Spero che i vostri progetti di entrare nel reggimento non verranno modificati dalla sua presenza qui».

«Oh, no! Non toccherebbe certo a me andarmene per via di Mr. Darcy. Se desidera evitarmi non ha che da partire. Non siamo in buoni rapporti, e incontrarlo mi dà sempre noia, ma non ho nessun motivo di fuggirlo se non quello che potrei proclamare di fronte a chiunque, e che cioè so di essere stato trattato malissimo da lui, e che rimpiango amaramente che egli sia quello che è. Suo padre, Miss Bennet, il defunto Mr. Darcy, era uno dei migliori uomini che sia vissuto, e l’amico più fidato che io abbia mai avuto; e non posso trovarmi con l’attuale Mr. Darcy, senza esser rattristato fin nel profondo dell’anima dai più commoventi ricordi. La condotta di quest’ultimo a mio riguardo è stata scandalosa, eppure credo che potrei perdonargli tutto, tranne di avere deluso le speranze di suo padre e di averne disonorata la memoria».

L’interesse di Elizabeth si faceva sempre più vivo, e ascoltava con grande attenzione, ma, per delicatezza, non poteva chiedere di più.

Mr. Wickham prese a discorrere di argomenti più generali: Meryton, i dintorni, la società, esprimendo tutto il suo entusiasmo per quanto aveva già veduto, e specialmente per la gente incontrata, con una cortese e assai significativa galanteria.

«È appunto il desiderio di un ambiente stabile e della buona società», aggiunse, «che mi ha indotto a entrare in questo reggimento che sapevo essere uno dei più stimati e distinti, e il mio amico Denny ha finito col tentarmi, parlandomi dell’attuale destinazione e di tutte le accoglienze e conoscenze che Meryton gli aveva procurato. Confesso che ho bisogno della vita di società. Sono un uomo deluso, e il mio animo non sopporta più la solitudine. Devo avere qualche cosa che mi occupi, e stare tra la gente mi è ormai indispensabile. Benché non fossi destinato alla vita militare, le circostanze mi hanno costretto ad abbracciare questa carriera. La mia professione avrebbe dovuto essere quella ecclesiastica, e a quest’ora dovrei essere in possesso di un importante beneficio, se così fosse piaciuto a quel signore del quale parlavamo».

«Davvero?»

«Sì, il defunto Mr. Darcy mi aveva, nel suo testamento, destinato il primo posto vacante della migliore tra le parrocchie che dipendevano da lui. Era il mio padrino e mi voleva un gran bene. Non posso dire come fosse buono. Desiderava provvedere a me con generosità; credeva di averlo fatto, ma quando il posto si rese vacante, il beneficio venne dato ad altri».

«Santo cielo!», esclamò Elizabeth, «ma come poté accadere? Come poté esser trasgredito il suo desiderio? E perché non avete tentato le vie legali per far riconoscere il vostro diritto?»

«C’era nella formula del lascito un’irregolarità che non dava adito a sperare in nessuna soluzione legale. Nessun uomo d’onore avrebbe potuto mettere in dubbio l’intenzione del testatore, eppure Mr. Darcy preferì dubitarne, o la trattò come fosse soltanto una raccomandazione condizionata, e asserì che io avevo perso ogni diritto al lascito per la mia leggerezza e prodigalità, insomma una scusa come un’altra. Quello che è certo è che quel beneficio restò vacante due anni fa, proprio quando avevo l’età per assumerlo, e che fu dato a un altro; ed è altrettanto sicuro che io non ho fatto nulla per meritare di perderlo. Ho un carattere focoso e impulsivo, e forse qualche volta ho espresso troppo apertamente la mia opinione su Mr. Darcy, e davanti a lui. Non so ricordare nulla di più grave. Ma il fatto è che siamo di carattere assai diverso e che egli mi odia».

«È uno scandalo! Meriterebbe di essere svergognato pubblicamente».

«Un giorno o l’altro lo sarà; ma non da me. Fino a quando ricorderò il padre, non potrò mai né sfidare, né accusare il figlio».

Elizabeth non poteva fare a meno di apprezzare questi suoi sentimenti, e lo trovava più bello che mai mentre andava esprimendoli.

«Ma che motivo poteva avere?», chiese dopo una pausa. «Che cosa può averlo indotto ad agire con tanta perfidia?»

«Un’assoluta, decisa antipatia per me; antipatia che, fino a un certo punto, può essere dovuta alla gelosia. Se il defunto Mr. Darcy mi avesse voluto meno bene, forse suo figlio mi avrebbe sopportato; ma credo che fin dai suoi primi anni egli rimanesse inasprito dall’insolito affetto di suo padre per me. Il suo carattere non sopportava quella specie di rivalità latente tra noi, e la preferenza che mi veniva spesso dimostrata».

«Non avrei mai creduto Mr. Darcy capace di tanta malvagità, e, sebbene non mi sia mai piaciuto, non pensavo così male di lui. Lo credevo sprezzante dei suoi simili, ma non l’avrei supposto capace di scendere a vendette così basse, di rendersi colpevole di una simile ingiustizia, e di tale mancanza di umanità».

Dopo qualche istante di riflessione, continuò: «Ricordo come un giorno a Netherfield si sia vantato di esser capace di un risentimento implacabile, e di non saper perdonare. Deve avere un carattere spaventoso».

«Non voglio pronunciarmì in proposito», rispose Wickham, «non potrei essere equanime».

Elizabeth fu di nuovo assorta nei suoi pensieri, poi esclamò: «Trattare in tal modo il figlioccio, l’amico, il favorito di suo padre!» e avrebbe voluto aggiungere: «un giovane come voi, il cui solo aspetto denota tanta amabilità», ma si accontentò di continuare: «il suo compagno d’infanzia, legato a lui, come mi avete detto, da una così profonda intimità».

«Siamo nati nella stessa parrocchia, abbiamo giocato nello stesso parco; abbiamo trascorso insieme la maggior parte della nostra fanciullezza nella stessa casa, dividendo giochi e trastulli, oggetto delle stesse cure paterne. Mio padre, che aveva iniziato la sua carriera in quella professione alla quale vostro zio, Mr. Philips, fa tanto onore, lasciò ogni cosa per rendersi utile al defunto Mr. Darcy, e dedicò tutto il suo tempo ad amministrare la tenuta di Pemberley. Aveva tutta la stima di Mr. Darcy, ed era suo intimo amico. Mr. Darcy asseriva spesso di dovere moltissimo alla sua attività e alla cura che egli aveva dei suoi beni, e quando, poco prima che mio padre morisse, Mr. Darcy gli promise spontaneamente che avrebbe provveduto a me, sono convinto che non lo facesse soltanto per affetto verso di me, ma anche per debito di gratitudine verso di lui».

«Che stranezza!», esclamò Elizabeth, «che cosa abominevole! Stupisco che, almeno per orgoglio, l’attuale Mr. Darcy non abbia agito rettamente verso di voi! Se non per altri motivi, almeno per questo; lo credevo troppo fiero, per essere disonesto; perché questo suo modo di procedere non può essere definito che disonesto».

«È strano davvero», rispose Wickham, «perché quasi tutte le sue azioni possono essere attribuite all’orgoglio, e l’orgoglio è stato spesso il suo migliore consigliere. Questo sentimento più di ogni altro lo ha indirizzato alla virtù. Egli, nella sua condotta verso di me, non ha saputo nemmeno essere coerente ed è stato trascinato da impulsi più forti dell’orgoglio».

«Un così abominevole orgoglio può dunque avergli mai giovato?»

«Sì, perché lo ha spesso indotto a essere liberale e generoso, a profondere largamente il suo denaro, a essere ospitale, ad assistere i suoi coloni e a soccorrere i poveri. Tanto hanno potuto l’orgoglio familiare e l’orgoglio filiale, perché è assai fiero della memoria di suo padre. Restare degno del suo nome, non degenerare dagli esempi lasciati dalla sua famiglia; non perdere il prestigio di Pemberley-House, sono motivi potenti. Questo suo orgoglio del nome e della casata, unito a una specie di affetto fraterno, lo rende oggi un tutore assai buono e premuroso per sua sorella, e lo sentirete generalmente citare come il più affezionato e il migliore dei fratelli».

«Che tipo di ragazza è questa Miss Darcy?».

Egli scosse il capo. «Vorrei poterla definire attraente perché mi spiace parlare male di una Darcy. Ma assomiglia troppo a suo fratello, è molto altera. Da bambina era dolce e affettuosa e mi voleva un gran bene; ho dedicato a lei ore intere per divertirla. Ma adesso non rappresenta più niente per me. È una bella ragazza di quindici o sedici anni, e, a quanto si dice, molto istruita. Dopo la morte di suo padre si è stabilita a Londra, dove vive con una signora che sorveglia la sua educazione».

Dopo pause frequenti e vari tentativi di toccare altri argomenti, Elizabeth non poté trattenersi dal tornare al primo.

«Quello che più mi sorprende è la sua intimità con Mr. Bingley, che ha un ottimo carattere. Come mai Mr. Bingley, che credo sia una buonissima persona, può essere tanto amico di un uomo simile? Come possono andare d’accordo? Conoscete Mr. Bingley?»

«Per nulla».

«È un giovane attraente, di buona indole, e assai amabile. Certo, deve ignorare la vera natura di Mr. Darcy».

«È assai probabile, perché, quando vuole, Mr. Darcy può piacere. Non gli mancano le qualità. Quando gli pare che ne valga la pena, sa essere socievole, e con i suoi pari è molto diverso da come si mostra con gli inferiori. Il suo orgoglio non lo abbandona mai, ma con i ricchi è di vedute larghe, giusto, sincero, ragionevole e anche simpatico, quando si degna di fare tali concessioni alla ricchezza e alla migliore società».

Finita la partita di whist, i giocatori si raccolsero intorno all’altro tavolo, e Mr. Collins prese posto tra Elizabeth e Mrs. Philips. Questa gli chiese come era andato il gioco. Non aveva avuto un gran successo, aveva perso tutti i punti, ma quando Mrs. Philips espresse il suo rammarico, egli l’assicurò con molta serietà che questo non aveva per lui la minima importanza: non dava alcun peso al danaro, e la pregò di non preoccuparsene.

«So benissimo, signora», disse, «che, sedendo al tavolo da gioco, bisogna essere pronti a correre tali rischi; fortunatamente non sono in condizioni di dover guardare a cinque scellini! Non tutti certo potrebbero dire altrettanto, ma, grazie a Lady Catherine de Bourgh, sono ben lontano dal dovermi preoccupare di simili inezie».

Questo discorso attrasse l’attenzione di Mr. Wickham che, dopo avere osservato Mr. Collins per alcuni istanti, chiese a bassa voce a Elizabeth se il loro parente conoscesse intimamente la famiglia de Bourgh.

«Lady Catherine de Bourgh», rispose lei, «gli ha conferito ultimamente un benefizio. Non so bene chi le abbia presentato Mr. Collins, ma so che non la conosce da molto tempo».

«Non ignorate certo che Lady Catherine de Bourgh e Lady Anne Darcy erano sorelle; essa è quindi la zia di Mr. Darcy».

«Non lo sapevo davvero. Non conosco la parentela di Lady Catherine de Bourgh. Non avevo nemmeno mai sentito parlare di lei fino a ieri sera».

«Sua figlia, Miss de Bourgh, erediterà una immensa ricchezza, e si pensa che lei e suo cugino uniranno le due proprietà».

Questa informazione fece sorridere Elizabeth, che pensò subito alla povera Miss Bingley. Tutte le sue attenzioni, tutto il suo affetto per la sorella di Darcy, e le lodi che prodigava a lui stesso, sarebbero riuscite vane se lui era già destinato a un’altra.

«Mr. Collins parla con entusiasmo tanto di Lady Catherine come di sua figlia; ma da alcuni particolari che ci ha raccontato a proposito di Sua Signoria, sospetto che la gratitudine lo accechi e che, benché sua patronessa, costei debba essere una donna arrogante e piena di sé».

«Credo che lo sia veramente», rispose Wickham; «non la vedo da diversi anni, ma ricordo che non mi è mai piaciuta e che i suoi modi erano altezzosi e prepotenti. Ha fama di essere donna energica e intelligente, ma credo che tale fama sia dovuta in parte al suo rango e alla sua ricchezza, in parte al suo fare autoritario, e per il resto all’orgoglio di suo nipote al quale basta che qualcuno appartenga alla propria famiglia, per essere ritenuto una persona di valore».

Elizabeth riconobbe che aveva saputo rendere esattamente la situazione, e continuarono a parlare insieme con reciproca soddisfazione, finché la cena, interrompendo il gioco, permise anche alle altre signore di condividere con Elizabeth le attenzioni di Mr. Wickham. La cena era troppo rumorosa perché fosse possibile tenere una vera e propria conversazione, ma i modi affabili di Mr. Wickham conquistarono tutti. Ogni cosa che diceva era ben detta, qualunque cosa faceva era fatta con grazia. Elizabeth uscì con la mente piena di lui. Non poteva pensare che a Mr. Wickham e a ciò che le aveva raccontato, ma non ebbe neppure il tempo di nominarlo, perché né Lydia né Mr. Collins stettero zitti un momento. Lydia parlò ininterrottamente della tombola, del suo vincere e perdere, e Mr. Collins non ebbe parole che per descrivere tutte le cortesie di Mrs. Philips, affermando di non rimpiangere affatto le perdite subite al whist, per enumerare tutte le portate della cena, per ripetere a più riprese che temeva di essere d’ingombro alle sue cugine. Ne ebbe fin troppe da dire durante il tragitto fino a Longbourn.