Oro incenso e mirra/Incenso/capitolo III

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Incenso

Capitolo terzo

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Incenso - capitolo II Mirra

La gente si attardava. A quell’ora nella vasta chiesa, tutta parata di nero, l’ombra diventata più misteriosa non era rotta che laggiù ai lati dell’altare maggiore dalle due lampade sospese sotto la piccola cupola. Ma dinanzi alla terza cappella della navata sinistra, ove il feretro coperto d’immense ghirlande giaceva sopra un tappeto di fiori, il chiarore era intenso; centinaia di torce fiammeggiavano intorno a quella specie di recinto, che il parroco aveva avuto l’idea di costruirvi intorno coi panconi della navata principale per frenare la curiosità villana della gente. Un odore acuto d’incenso errava ancora fra gli aromi di tutti quei fiori nelle tenebre. Poi anche i più curiosi cominciarono a diradarsi; qualche prete in abito nero passava per la chiesa, ogni tanto s’intendevano sussurri interrotti dal tonfo del pesante portello, dal quale la gente entrava od usciva; e nuovi gruppi si formavano intorno a quel recinto fiammeggiante come un incendio, sempre cogli stessi gesti di meraviglia e un qualche subitaneo riso indiscreto tra il fruscìo delle sottane, alle quali i bimbi condotti ad ammirare lo spettacolo si aggrappavano timidamente. Ma la chiesa alta e vasta rimaneva nullameno grave. L’ombra sempre più cupa sembrava tratto tratto oscillare; improvvisamente dei profili di cappella lucevano nella pulitezza del marmo, o qualche bagliore sprizzava dalle cime di una balaustra, mentre nella navata principale il grande crocifisso, stretto da una mano di legno, si protendeva minacciosamente nel vuoto, dal pulpito nero.

Egli rientrò nella chiesa dalla porticina della sacrestia, nella quale era andato a spogliare la cotta; altri due preti gli passarono davanti, chiacchierando ad alta voce del mortorio riuscito al di là di ogni previsione. Quasi tutti i preti della città vi avevano partecipato guadagnando uno scudo a testa; poi l’uffizio seguiterebbe ancora due giorni, e verrebbero la settima e la trigesima. Il lusso dei fiori e della cera era stato addirittura fantastico.

- È fortunato don Camillo… prima che ne càpiti più un altro!

- Chi lo sa?

- A me no certamente; nella mia parrocchia non vi è alcun signore di questa forza. La contessa Naldi ha potuto fare così perché rimane vedova senza figli.

- Già.

A questa conclusione commercialmente giusta, Giannino trasalì; i due preti sfiancarono per dare ancora un’occhiata al feretro, la gente voltò il viso a guardarli, ma si erano nuovamente ricomposti con quella fisonomia grave ed insieme indifferente del clero nelle proprie funzioni. Alcune donnicciuole del popolo inginocchiate sui panconi dicevano il rosario a mezza voce girando curiosamente gli occhi sopra ognuno degli ultimi visitatori, quasi per rispondere con un battito di palpebre alla loro prima impressione di stupore, e riabbassavano devotamente il capo, mentre le corone balenanti nella incandescenza di tutte quelle torce battevano tratto tratto seccamente nel legno. Un bambino si mise a piangere.

Giannino non aveva osato accostarsi.

Benché la chiesa fosse tiepida, si era stretto nel mantellone nascondendovi sotto il piccolo tricorno: la sua testa sparuta, bianca come di gesso, cogli occhi ardenti di febbre, spiccava così vivamente che alcuni si volsero a considerarlo. Egli si allontanò verso la porta, ma invece di uscire tornò indietro, dall’altra navata deserta, fermandosi ogni tanto nel buio dei larghi pilastri. Se qualcuno avesse potuto esaminarlo, sarebbe rimasto meravigliato alla espressione del suo viso. Una contrazione dolorosa glielo stirava sino alle orecchie; teneva la bocca più dischiusa del solito quasi nello sforzo di respirare, mentre gli occhi vitrei, immobili, bruciavano internamente di una fiamma bianca. Adagio, con una circospezione sospettosa, come se la piccola percossa delle sue scarpe di vacchetta gli rintronasse spasmodicamente nel cervello, trasaliva volgendosi indietro. Una idea fissa, tenace, gli aveva avvinghiato tutto lo spirito senza lasciargli fare alcun altro movimento: egli non la capiva ancora bene, ma sino dal principio della funzione la sua volontà vi era soggiaciuta. Quindi colla abilità, che svegliano certe sorta di sonnambulismo, adesso procedeva senza far rumore per trovare il nascondiglio: tratto tratto gli arrivavano buffi olezzanti così acuti che il suo cervello già malato in quella tensione ne vaneggiava. La navata aveva sette cappelle, ma solo in due ardeva sull’altare entro un vasetto di cristallo, pieno di acqua e di olio, un lucignolo galleggiante: il cristallo azzurrino rendeva quella luce come lontana. Tutte le cappelle avevano la balaustra bassa, interrotta nel mezzo da un cancelletto di ferro a palle di ottone. Egli le conosceva, erano piccole, coll’altare addossato al muro, senza tendine di fianco, come quelle che lo hanno discosto; sarebbe quindi bastato al sacrestano, passandovi dinanzi col lume nel suo giro prima di chiudere la chiesa, gittarvi una occhiata per scorgere se vi fosse qualcuno. Poi in quella navata sboccava l’uscio della sacrestia, dalla quale dovevano uscire ancora parecchi preti. Forse la maggior parte di loro avrebbe preso dalla grande navata centrale per inginocchiarsi l’ultima volta davanti al feretro, ma egli tremava nullameno di essere ancora lì appoggiato ad un pilastro, non osando entrare nel vano dell’arco, dirimpetto al quale nell’altra navata rutilavano tutti quei ceri intorno alla morta. La loro luce, proiettandosi vivamente, malgrado l’ingombro delle ultime persone, arrivava sino dentro l’arco, nel quale avrebbe dovuto passare. La sua coscienza tentò un moto supremo di rivolta, che si risolse in un sentimento più doloroso. Invece di rimanere addossato a quel pilastro, del quale il freddo gli penetrava nelle carni attraverso il mantellone, passò dal lato delle cappelle e si appoggiò al confessionale sporgente dal loro muro divisorio. Il confessionale, chiuso a chiave secondo il solito, aveva al disopra dello sportello solamente una tendina.

Sarebbe bastato lasciarvisi cadere nell’interno dietro la tenda per essere al sicuro. Certo il sacrestano non verrebbe col lume a frugare dentro ogni confessionale per cercarvi un imprudente come lui, molto più che nella chiesa non era esposta alcuna immagine abbastanza riccamente gemmata da attirare la cupidigia dei ladri; ma nella sua fantasia sino allora come atonica scoppiarono improvvisamente tutte le paure dei racconti sulle imprese sacrileghe tentate appunto di notte nelle chiese. Un terrore sacro gli gelò il sangue, l’ombra stessa pareva appesantirglisi intorno con una gravezza spirituale. La gente se ne andava sempre, facendo dare un tonfo al portello, poscia altri entravano, si distingueva dalla differenza dei passi quella delle persone: le donne, quasi tutte del popolo a quell’ora, trascinavano le ciabatte, mentre qualcuna si allontanava con una percossa sottile ed affrettata dei piccoli tacchi. Gli uomini avevano la battuta pesante e parlavano a voce più alta.

Egli ascoltava anelante, senza il coraggio di muoversi; che cosa voleva dunque fare? Oramai quanti nella sacrestia lo conoscevano, avendolo veduto uscire da venti minuti, dovevano immaginarselo a casa tutto contento dei due franchi guadagnati come turiferario: infatti quei quaranta soldi, avvolti nel fazzoletto entro la tasca sinistra della sottana, gli battevano quasi dolorosamente sulla coscia ad ogni moto. Dovevano essere le sette e mezzo, alle otto la chiesa verrebbe chiusa senza dubbio. Eppure l’orrore del sacrilegio che stava per compiere, gelandogli ogni vena, lasciava il suo cervello più limpido per giudicarne tutta la indefinibile follìa. Una attrazione quasi voluttuosa, e quella sinistra poesia del pericolo, che sembra dare al peccato un sofistico incanto di eroismo, gli mantenevano l’esaltazione del primo proposito, quando fra il coro delle voci e il profumo di tutti i fiori, agitando l’incensiere dinanzi al feretro, egli solo aveva subitamente deciso di volere ancora una volta guardare la morta. In quel momento il feretro era sparito ai suoi occhi fra l’abbarbaglio delle torcie, nella confusione iridescente dei fiori, sui quali le nuvole degli incensi s’innalzavano pigramente in volute leggere come di nebbia.

La prestigiosa funzione era finita, ma quel proposito gli rimaneva fisso nel cervello come un chiodo, del quale sentiva la pressione rovente in mezzo alla fronte. Quindi era ancora lì, nella preparazione sonnambula di quel disegno inesplicabile e irresistibile, che lo faceva rabbrividire di un freddo angoscioso. I suoi occhi si tesero nell’ombra verso l’uscio socchiuso della sacrestia; l’ultimo gruppo di preti lo spalancò restando sulla soglia a parlottare, egli distinse dietro loro il sacrestano vestito di pavonazzo, colla canna dello spegnitoio nella mano; ma improvvisamente, quasi la poca luce di quell’uscio potesse arrivare sino al confessionale, provò una percossa nel petto, che lo fece indietreggiare col busto sotto la tendina. Il cappello gli cadde dentro al confessionale con sordo rimbombo, e allora colle mani già allungate per raccoglierlo, senza più riflettere, trepidante, cercò la panchina del dossale, e ritirò dentro i piedi a furia. Un gran fracasso doveva essersi prodotto, giacché rimase cogli orecchi intronati, e gli parve d’intendere molte voci interrogarsi curiosamente. Rimase chiotto, senza battere palpebra, come nei terrori senza nome del sogno, quando la morte ci arresta subitanea. Il mantello gli si era ammassato dietro la schiena, impedendogli quasi di star seduto, mentre la tenda oscillando ancora batteva leggermente negli spigoli dello sportello. Egli contò macchinalmente quelle percosse come una ultima eco della propria vita, poi si acquetò. Fuori il rumorìo scemava: ritirò adagio il piede col quale era caduto sopra il cappello, e stette seduto in quel buio, con una oscurità non meno densa sul cuore, senza sentire più altro.

Trascorse molto tempo: qualcuno passò frettolosamente accanto al confessionale, il portello aprendosi e chiudendosi diede ancora molti tonfi, mentre i rumori si attutivano lentamente. Un silenzio enorme, spaventevole, parve dilatarsi nella chiesa. Quindi udì le voci del parroco e del sacrestano intorno al feretro, del quale spegnevano alternativamente le torce per risparmiare la cera regalata alla chiesa; i loro passi vagarono nell’ombra. Il sacrestano aveva le scarpe grosse, mentre il parroco camminava con un fruscìo leggero di donna; dal fondo del confessionale egli avvertì questa differenza con una acutezza, della quale prima non sarebbe stato capace. Ma il tempo doveva essersi allentato: gli pareva che i minuti si prolungassero indefinitamente, una oppressione di terrore, di rimorsi, di ebbrezza soffocava il suo spirito. Quel confessionale gli si mutava nella fantasia in mille immagini difformi, oscillava, affondava precipitosamente in una tenebra senza intoppo. Che cosa aveva egli voluto nascondendovisi? Quando ne uscirebbe? Perché?

Adesso non aveva più freddo. Il mantellone gli pesava sulle spalle stirandoglisi sulle ginocchia così violentemente che quasi quasi avrebbe creduto allo sforzo di una mano misteriosa, la quale volesse strapparglielo. Un abbarbaglio di visioni gli bruciava nel cervello spegnendosi subitamente, poi una specie di calma, quella rassegnazione dei propositi irrevocabili, gli si allargò adagio nel cuore. Finalmente il sacrestano fece l’ultimo giro prima di chiudere la chiesa, i grandi catenacci striderono, il parroco dalla sacrestia tornò al feretro e si rimise a spiccare i grumi della cera colata lungo le torce, mentre l’altro raschiava quella caduta per terra.

Allora Giannino arrischiò di rimuovere un lembo della tenda, ma siccome il confessionale stava dirimpetto al pilastro, non vide nulla; solamente indovinò dal pallore di un riverbero in alto che intorno al feretro la maggior parte delle torce era stata spenta.

Per quanto conoscesse già questo uso economico delle chiese e lo trovasse ragionevole, in quel momento gli fece male come una profanazione del quadro, nel quale la morta giaceva. Aveva una fretta convulsa di uscire, ma dovette attendere ancora lungamente. I due si attardavano nella bisogna: ogni tanto si udiva un suono fesso della pentola, cui mutavano luogo gittandovi dentro i grumi della cera, poi uno stridore del rampichino sui mattoni, mentre nella luce sempre più pallida i fiori morenti accrescevano l’intensità dei proprii profumi. D’un tratto Giannino provò un sussulto così terribile che quasi quasi sbatté colla testa nel dossale: egli non ci aveva ancora pensato; perché? Come aveva potuto non pensarci? Era possibile che ciò non accadesse in un mortorio come quello? Si ricordò che anche nelle case più povere si faceva sempre la veglia al cadavere, quindi tutte le sue idee si confusero in un attimo. Una certezza istantanea, soffocante, come se lo avesse già saputo anteriormente, dimenticandolo nel modo più inesplicabile, gli tolse il respiro: doveva essere così, era impossibile che non fosse così! Eppure nella sua inesperienza di chierico non lo sapeva davvero se qualcuno vegliasse in orazione i cadaveri, quando restavano una notte nella chiesa. Chi sarebbe rimasto in tal caso presso il feretro, poiché nella chiesa non v’era più che don Camillo col sacrestano? Vi avrebbe egli durato fino al mattino? Evidentemente, se veglia doveva esservi, non sarebbe finita prima, ma la notte sarebbe stata ben lunga. Gli pareva impossibile che don Camillo, noto a tutta la città per la mollezza delle sue abitudini, potesse resistere in tale pio esercizio: poi egli non aveva avuto colla morta nessun vincolo. Un altero e doloroso sorriso sfiorò le labbra secche del ragazzo a questo confronto fra sé stesso e il ricco parroco di Sant’Agostino: nessuno della città, nemmeno la contessa madre, aveva indovinato la secreta, indefinibile relazione di lui, miserabile ragazzo morente di fame e di tristezza, con quella incantevole fanciulla moribonda di freddo e d’inappetenza fra tutti gli splendori della ricchezza. Essi soli si erano intesi in quella prima occhiata, senza parlare salutandosi impercettibilmente come due fratelli. Quindi egli aveva sentito giorno per giorno la sua agonia, aveva pianto quando ella piangeva, si era destato ai suoi soprassalti, aveva trasalito a tutti i suoi spasimi.

Un amaro orgoglio lo faceva adesso pensare astiosamente a don Camillo, il parroco ricco, dalle maniere effeminate, che veniva di notte a raschiare avaramente la cera delle torce di una morta. Non aveva dunque cuore colui? Avrebbero mai ragione i miscredenti, quando accusavano i preti di fare un mestiere del loro sacerdozio?

Ma in mezzo a tutto questo tumulto di pensieri lo colpì la voce di don Camillo nella sonorità echeggiante della chiesa:

- Dio! ma si soffoca tra questi fiori - aveva esclamato tossendo potentemente.

- Quanti quattrini sprecati! - rispose il sacrestano.

- Che cosa farebbero d’inverno i giardinieri? - soggiunse don Camillo sedendosi sopra un pancone, che scricchiolò. - Avete finito?

- Ventiquattro torce bastano per la notte, io direi.

- Lasciate vedere la pentola.

Poco dopo Giannino li udì ripassare per la chiesa.

- È pesante, eh!? - domandava don Camillo.

Poi disparvero nella sacrestia, e l’uscio si chiuse.

Era solo.

Quello che provò in tale momento, nessuno potrebbe esprimerlo: fu come se la chiesa, diventando improvvisamente immensa come la notte che fuori la circondava, vacillasse tutta nelle tenebre. Egli rimaneva rincantucciato rattenendo il respiro con maggiore sforzo adesso che non c’era più alcuno, gli orecchi tesi nell’ansia di un perseguitato. Qualche orazione gli salì alle labbra fra una paura di rimorsi. Era davvero un sacrilegio? Perché avrebbe dovuto esserlo? Nella purezza del proprio cuore egli non vi sentiva nulla di male, malgrado tutte le recriminazioni del suo pensiero. Vederla, solamente vederla per inginocchiarsi all’altare, e pregare tutta la notte per lei! Egli solo, all’insaputa di tutti, farebbe la veglia per quella sorellina spirituale morta dentro il proprio profumo mattiniero. Un fervore di orazione lo infiammava come quel giorno della prima comunione, quasi ancora da fanciullo, nella chiesa parrocchiale del suo villaggio parata a festa: la sua anima era assorta allora agli splendori stellanti della fede, con tutti i sensi surreccitati da una ebbrezza di raggi e di suoni che si perdevano in alto. Erano queste le ineffabili consolazioni, i deliranti conforti, che la religione riserbava agli spiriti fedeli nella tragica prova del mondo, dentro il quale la vita è così perigliosa e la morte tanto desolata. L’amore divino ricongiungeva prima o poi quelli, che la natura aveva diviso, permettendo nell’intimità della preghiera il riconoscimento soave della loro fraternità, o lasciando alla morte stessa la dolcezza di tale rivelazione.

Ma questo ardore si spense d’un tratto appena fece il primo movimento per alzarsi; raccolse il tricorno e rimase in piedi tremante dietro la tendina. Nulla era ancora accaduto. Avrebbe potuto restare nascosto in quel confessionale sino all’alba, dicendo il rosario per la morta, senza commettersi né a rischi né a peccati; poi uscirebbe non visto, appena il sacrestano riaprisse la porta. Nella chiesa tiepida non sentiva alcun freddo; certo il suo granaio era molto più indifeso, giacché il vento vi fischiava da tutte le fessure, e in qualche punto i tegoli lasciavano stillare la neve sull’ammattonato a gocce lente, sonanti, uguali. Quante volte quelle gocce gli avevano tenuto compagnia?

Ma sporgendo solo il busto dalla tendina capiva che sarebbe andato sino in fondo. Un’ultima paura lo fece ricadere seduto; si vedeva già scoperto, arrestato, in una orribile scena di rimproveri: don Camillo, che accorreva contro di lui nel sonno senza capire perché a quell’ora egli fosse lì presso la morta, e avesse voluto vederla. O era piuttosto un tentativo di furto? Questa domanda rintronava agli orecchi del ragazzo con un fracasso di torrente, enorme e diffuso. Poi l’indomani ricominciava il processo, i professori lo interrogavano a scuola fra lo stupore inorridito dei condiscepoli, finché arrivava il vescovo col collare pavonazzo e la grande croce d’oro sul petto. Il suo volto butterato dal vaiuolo, cogli occhi bianchi, era livido di minacce; e il ragazzo si sentiva crollare tutto d’intorno, la chiesa, il proprio granaio, i muri del seminario, che non bastavano nemmeno essi a seppellirlo, a nasconderlo per sempre nella vergogna di seminarista scomunicato.

Fu l’ultimo, tormentoso sforzo della sua volontà; quindi sporse risolutamente il busto, arrivò a toccare il pavimento colle mani e ritirando adagio, uno per volta, i piedi dallo sportello si trovò in mezzo della navata. La tenebra vi era cresciuta: nella cappella a sinistra del confessionale un lucignolo mandava entro uno di quei vasetti azzurrini fino a lui un tenue filo di luce, ma la sua attenzione fu subito attratta dal bagliore dell’altra navata laterale, ove le ventiquattro torce bruciavano ancora intorno al feretro. Rimase lungamente in piedi immobile, ascoltando; le lampade dell’altar maggiore splendevano come due carbonchi, il silenzio sacro, tiepido della vasta chiesa, aromatizzato dai fiori morenti intorno alla morta, aveva una solennità inesprimibile; vi si sarebbe udito sonoramente, a qualunque distanza, il soffio di un respiro. Appena fatto il primo passo, il suo rimbombo lo arrestò: allora non osando traversare la grande navata centrale, in punta di piedi, senza respirare, risalì fino al fondo di quella verso la porta, strisciò come un’ombra nel muro e arrivò sotto l’altra. Il feretro vi faceva in mezzo una aiuola ardente, fiorita, di un incanto stupefacente nell’ombra.

Le torce piantate su alti candelabri dorati bruciavano con fiamme quadrilingui, di un colore rossastro, abbassandosi tratto tratto come sotto il battito di un’ala invisibile, mentre i pesanti panconi neri parevano chiuderle con una barricata di guerra, e in alto il feretro nereggiava sotto l’immensa coperta frangiata d’argento.

Ma le ghirlande vi si ammucchiavano come cadute dal cielo, coi fiori ancora sorridenti nel lume delle torce.

La sua anima vacillò. Non era la morte quella, ma una inesplicabile pompa nuziale intorno ad un talamo poggiato sui fiori e coperto di fiori per nascondere sotto la castità della loro bellezza un più casto imeneo. Le tede ardevano allineate ventando carezzevolmente ad ogni sospiro. Solo il panno mortuale era troppo nero, e la sua frangia d’argento stava immobile in una pesantezza sinistra. Chi dormiva lì sotto, mentre i fiori e le torce vegliavano ancora? Si avvicinò adagio, cogli occhi sbarrati, come tratto al profumo dei fiori; una scritta sul finto muro di legno che sosteneva il feretro lo arrestò. Era a caratteri biancastri sotto un teschio e due stinchi incrociati: - MEMENTO HOMO QUIA PULVIS ES ET IN PULVEREM REVERTERIS. - Egli l’aveva letta ben altre volte, ma in quel momento il terribile avviso lo colpì come una rivelazione. Infatti era veramente la morte a due passi da lui, sotto l’ombra troppo densa di quella coperta frangiata d’argento, la morte infinitamente terribile nel proprio mistero malgrado tutte quelle luci e quei fiori, che parlava minacciosamente nella lingua consacrata dalla chiesa di Cristo, il redentore risuscitato.

Come uno spettatore qualunque egli indietreggiò per girare intorno al feretro e contemplarlo da tutti i lati, quasi scordandosi di averlo già studiato durante la lunga funzione fra la ressa dei preti, che cantavano, e cantando lui stesso col turibolo in mano. Nell’altro fianco la scritta ammoniva: HODIE MIHI CRAS TIBI e altri motti ripetevano sempre la stessa minaccia misteriosa sotto il medesimo teschio e i medesimi stinchi incrociati, di un colore scialbo fra la vivezza dei fiori e delle torce. Ma i fiori riempivano tutto lo spazio intorno al feretro come trapunti su tanti cuscini enormi senza una foglia, serrati l’uno contro l’altro, quasi soffocando nei propri odori. L’occhio non poteva cogliere né toni né forme; era una densità multicolore con qualche pennacchio come di piume bianche fra strisce uniformi, e righe che formavano parole illeggibili in un abbacinamento di tinte quasi tormentoso.

Invece le ghirlande dai lunghi nastri spioventi si arrotondavano in contorni delicati: una, la più bella, tutta a viole mammole, di un colore malinconico e di un olezzo languente doveva posare sopra la testa della morta, poi ve n’erano di camelie, di gigli dai calici aperti, assetati: poi i mughetti, le rose, tutti i fiori giovani dal profumo intenso e dalla vita breve, una improvvisazione di giardino in quell’inverno così bianco di neve; mentre la neve seguitava sempre a cadere sulla neve, ultimo spettacolo che la giovanetta aveva contemplato dalla propria grande finestra sul giardino.

Era venuto dall’altro lato, presso l’ultimo pancone che toccava la balaustra della cappella; sull’altare ardevano sei ceri dinanzi ad una immagine della Madonna, e una piccola lampada d’argento sospesa ad una funicella scura luceva appena in un angolo. La predella, gli scalini, tutto il pavimento erano coperti di fiori. Oramai il cervello gli si annebbiava. Nel passare pel vano, tra il pancone e la balaustra, siccome il mantello lo impacciava, se lo scrollò dalle spalle, quindi venne tra i fiori ad inginocchiarsi sul gradino davanti al piccolo cancello. Mormorò rapidamente un’avemaria e si voltò verso il feretro. Era impossibile avvicinarvisi senza calpestare quei cuscini fioriti, ma se ne accorse solo alla loro morbida resistenza. Con un coraggio, del quale non si rendeva alcun conto, cacciò le mani sotto il pesante coltrone e tentò replicatamente di sollevarlo traballando volta per volta sotto il suo peso; allora un brivido gli passò dentro le ossa a questa gravità invincibile della morte, come se la sua ombra stessa, dalla quale nessuno può ritirarsi, gli fosse caduta sul capo.

Tutti i terrori gli sibilarono con un guizzo vipereo alle orecchie, mentre una disperazione ancora più forte gli faceva cacciare la testa sotto la frangia d’argento per rialzare con un supremo sforzo delle spalle tutto il lembo da quel lato.

Fu un istante. Trovò brancicando due capi dell’armatura che reggeva la coperta, s’irrigidì sulla punta dei piedi, col collo teso, le braccia scricchiolanti sotto l’enorme peso, e riuscì ad appoggiarne una piega sopra quello, cui era più vicino colla testa. Allora gli si scoperse l’interno, una specie di gabbia nera in mezzo alla quale posava la cassa; febbrilmente sollevò l’altro lembo. Tutta la luce delle torce, alte dinanzi all’immagine della Madonna e intorno alla balaustra della cappella, batté nel vano pauroso traendo un baleno dal cristallo che copriva la faccia della morta. Egli si sporse col busto, arrampicandosi colle ginocchia sul basamento senza poterla ancora discernere, ma gli parve nullameno di vederla come la prima volta. Il piccolo volto bianco giaceva fra l’oro dei capelli, cogli occhi chiusi, addormentato. Soltanto le labbra erano più scure. Forse egli non vedeva nulla per la troppa obliquità dei raggi sul cristallo, ma i suoi occhi dilatati nello sforzo supremo di quella visione vi scorgevano l’immagine, che si formava dietro di loro nel suo cervello. Tecla dormiva di un sonno tranquillo; il nimbo dei suoi capelli aveva la luce dei soli più belli di maggio, mentre la bocca le faceva una piccola ombra sulla faccia. La morte doveva essere passata di lì suggellandogliela per sempre col proprio bacio. E Tecla non aveva parlato più, ma egli la comprendeva ancora: il suo volto esprimeva la calma di un riposo senza fine, in un sonno pieno di visioni come i santi ne avevano avuto talora prima di morire. Era morta? Lo sentiva ella in quel momento curvo su lei per darle tutto il proprio amore di fratello abbandonato? Non poteva ella rivivere in un miracolo come Dio ne aveva fatti tanti? Tutto era intatto in lei: basterebbe un pensiero di Dio a rianimarla, quel soffio spirato nel primo uomo uscito dalle sue mani di creatore. Si chinò lentamente, sfiorò di un bacio il cristallo sopra la fronte della morta, e ritraendosi colla massima cautela riabbassò il panno sino al basamento come prima. Allora si accorse di aver sciupati troppi fiori colle scarpe per giungere fino lì, ricalcò le proprie orme e tornò ad inginocchiarsi sui gradini della balaustra.

Il suo volto livido esprimeva una sofferenza convulsa nello sforzo di mantenersi alto verso l’immagine della Madonna; infatti non lo poté, e gli cadde poco dopo fra le palme delle mani. Intorno a lui i fiori odoravano acutamente, confondendo tutti i propri sospiri in un vapore invisibile, sempre più greve, che ondeggiava sul feretro sotto l’ombra cupa della navata, nel gran silenzio della chiesa. Si sarebbe detto che anche le fiamme delle torce ne provassero l’oppressione spezzandosi tratto tratto per risalire più rapide in un getto. Egli invece vi era immerso: alle sue ginocchia, ai suoi piedi tutti i fiori dagli aromi più penetranti, i garofani, i reseda, i gelsomini, le rose, le gardenie dai grandi occhi pallenti, le magnolie grosse come un frutto, i narcisi, le piccole viole e le piccole gaggie riunite a quella festa della morte agonizzavano dentro i propri profumi, coi petali già vizzi nell’angoscia del mattino imminente. Egli respirava il loro alito con un’asma crescente. Alzando gli occhi vide la Madonna dipinta sull’altare sorridere dolcemente. Le fiamme dei ceri agitavano le ombre del quadro intorno alla sua bella figura bianca, discendente da un trono di nuvole all’appello devoto di san Filippo, inginocchiato nell’angolo colle mani giunte e il viso estatico. Era lei, la divina onnipotente, la Vergine Madre, che piegava Dio a tutti i propri voleri, la pietosa, che intendeva ancora le voci singhiozzanti della terra. Lo splendore del suo volto aveva la dolcezza di un’alba.

- Maria, Maria! - sospirò Giannino tendendole le braccia in una ultima delirante invocazione, perché con un miracolo della sua bontà facesse risorgere quella morta. - Oh! Maria, essa è vostra figlia e mia sorella… Oh! Maria, Maria - ripeté ancora mentre la testa gli ricadeva più pesantemente sulle palme.

Quindi pianse silenziosamente, vagamente, in una dolcezza di fede, sempre cogli occhi fisi nel sorriso della Madonna, finché le lagrime cessarono, e cogli occhi aperti, immobili, rimase a guardarla adorando.

I fiori colti dal freddo crescente della notte esalavano gli ultimi odori.

Allora parve a lui che la Vergine discendesse dal quadro lentamente, tutto rimaneva immoto dintorno: sempre così adagio gli si accostò senza che egli potesse tentare un solo atto e stette a mirarlo. Egli non sapeva più se era desto o sognava, ma si accorse di piangere nuovamente.

Un sorriso pietoso schiuse le labbra della Madonna.

- Non piangere, povero ragazzo. Sai tu chi sono? Duecento trentatré anni fa in un mattino d’inverno mia madre mi condusse nello studio di un pittore a servire da modella nuda per una baccante: io non volevo, ma la miseria e le insistenze furono tali che dovetti presto finire come tante altre. Tre anni dopo incontrandomi in una bettola di carnevale egli mi propose di tornare nel suo studio per una posa di madonna apparente sopra un gruppo di nuvole alle preghiere di san Filippo… Da san Filippo posò un notaio vecchio, uscito allora dal carcere dopo dieci anni per crimine di falso: ma le lunghe sofferenze gli avevano fatto un viso di martire, nel quale due grandi occhi splendevano di un fuoco selvaggio. Da duecentotrent’anni eccoci qui dipinti insieme a fare dei miracoli; tutto il mio quadro, vedi, è ornato di voti. Quante cose ho imparato da Madonna, che non sapevo nella vita malgrado tutti i disastri delle mie avventure! Preghiere e bestemmie salgono dal cuore umano come uno stesso vapore, che il vento spazza, perché il cielo non ne resti macchiato. In duecentotrent’anni fra le centinaia di migliaia venuti al mio altare supplicando non uno, che avesse il cuore puro o chiedesse soltanto per un altro!

- Sei dunque la Madonna!

- Anch’ella era una donna come me. Non piangere, povero ragazzo; la vita è sempre ugualmente infelice per tutti; nessuna preghiera, nessuna illusione può salvarla, nemmeno quella di un altro mondo. Se Dio esistesse, tutti sarebbero buoni e felici, perché contro di lui chi oserebbe ribellarsi? Invece la triste e cattiva anima umana è costretta a contendere tutto l’universo ad ogni altra anima per tentare di essere egoisticamente felice nel minuto della propria esistenza. Tu solo, povero ragazzo, in duecentotrent’anni ti sei inginocchiato al mio altare pregando non per te.

- Oh! Maria, Maria! - egli singhiozzò.

Ma l’altra seguitò con voce più dolce:

- Tu preghi per lei senza aver preteso prima al suo amore, per lasciare quelli, che ne sarebbero nati, ad espiare nella durata dei secoli umani la vostra voluttà di un minuto. Ora non chiedere che risorga; ma il miracolo che invocavi è già compìto. La mia apparizione ti resterà qui confitta nella mente per sempre fino al giorno della morte.

E chinandosi adagio mentre egli la guardava col volto mezzo nascosto fra le palme, lo toccò appena coll’indice della mano destra sulla fronte.

- Va: tutto d’ora innanzi sia diverso per te.

Ella indietreggiò salendo verso il quadro prima ancora che egli ubbidendo al comando si alzasse colla faccia bianca e gli occhi secchi. I fiori gli mandarono intorno un ultimo buffo di odori.

Traversò tutta la chiesa stretto nel mantellone nero come quando era uscito cinque o sei ore prima dall’uscio della sacrestia per andarsene, e spingendo colle spalle il pesante portello si nascose dietro l’ombra del tamburo, nel quale si apriva dal di dentro la porta della chiesa. La mattina il sacrestano ancora assonnato non lo vide nel tirare i chiavistelli; nevicava ancora.

Giannino venne dritto a casa e si mise subito a letto sorpreso da un gelo di febbre acutissima: naturalmente la vecchia nei primi due giorni non se ne occupò giudicandolo un caso piuttosto violento di raffreddore, poi gli altri vicini lo seppero, e fu chiamato un medico che abitava al pianterreno. Questi, sinistramente impressionato, invece di spiegarsi sulla diagnosi ordinò dell’antipirina con applicazioni assidue di ghiaccio sul capo.

Però mancando i danari per tutto questo, nessuno li offerse. Otto giorni dopo suo padre, disceso alla città per riscuotere la paga e ricevere le istruzioni dell’ingegnere provinciale, seppe il triste caso. Le sue prime parole furono di lagnanza per non avere relazioni sufficienti da far ricevere il ragazzo nell’ospedale; questi invece non parlava, ma riconosceva ancora la gente, e ad ogni domanda si portava l’indice della mano destra alla fronte, appoggiandone la punta proprio dove il dito della Madonna lo aveva toccato.

Il miracolo si compiva. Dopo qualche giorno Giannino non riconobbe più alcuno: adesso, da quattro anni, è ancora nel grande manicomio di Imola, sempre vestito da seminarista, cosicché lo chiamano il «vescovo».

Questo nomignolo lo ha perseguitato sino laggiù.