Oro incenso e mirra/Oro/capitolo I

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Oro

Capitolo primo

../../ ../../Oro/capitolo II IncludiIntestazione 3 giugno 2008 75% Romanzi

Oro incenso e mirra Oro - capitolo II

- Mostratemi dunque un piedino.

Ella lo allungò subito fuori dalla corta sottana nera.

- Grazie, principessa.

- Mi avete riconosciuta? - domandò con un tremito nella voce sottile, abbassando vezzosamente il volto sotto il mascherino per guardare la scarpetta scollata, in pelle bronzina, a bottoncini rotondi sopra un fianco, che teneva ancora alzata.

- Talento di calzolaio! - l’altro replicò, mentre il gruppo delle maschere si scioglieva come per incanto a quel nome di principessa.

Infatti Lelio Fornari, non ancora celebre, ma già abbastanza noto per un romanzo crudele di satira contro le signore della città, aveva pronunciato quel titolo con una inflessione di voce ben diversa dal tono mordace, col quale da mezz’ora teneva testa agli attacchi di tutte quelle mascherine borghesi. In fondo il suo spirito, bizzarro ed altero, si compiaceva di tale minimo trionfo al veglione del grande club cittadino, ove capitavano talvolta anche le dame dell’aristocrazia clericale.

La principessa era allora fra esse quella più in voga.

Quindi Lelio Fornari inchinandosi elegantemente le offerse il braccio senza parlare; ella accettò.

Ma una delle prime maschere tornò indietro sbarrando loro il passo.

- Guardatene - si rivolse alla principessa col tono confidenziale da maschera a maschera: - è un uomo cattivo.

Lelio, che la conosceva, sdegnò di rispondere.

- Non amerà che i tuoi piedi.

- Sarebbero mai più piccoli del suo cuore? - ribatté con accento canzonatorio la principessa.

- Un uomo, che insulta le signore nei propri libri!

- Vi lagnate dunque per qualche amica?

- Vi avrebbe riconosciuta! - esclamò la principessa, aggravando quella ironia.

La mascherina, moglie di un maggiore di fanteria, una brunetta piccante, che non mancava mai ad una festa del club e si lasciava corteggiare troppo palesemente da tutti, trasalì sotto la maschera.

- Da che cosa credereste di avermi indovinata? -

La principessa si volse aspettando.

- Dai piedi - rispose insolentemente Lelio: - voi siete molto più piccola, eppure li avete più grandi della principessa.

La folla delle maschere si pigiava in due immensi saloni, rumorosamente, sotto la luce cruda dei lampadari a gas, che gli enormi specchi incastrati nella parete ripetevano all’infinito per una infilata luminosa, come un altro corso di maschere silenziose nel baccanale dei propri vestiti.

La principessa sospesa al braccio di Lelio, che glielo premeva insensibilmente profittando di tutte le spinte, disse:

- Siete stato brutale.

- Vi piacerei per questo difetto?

- No.

- Ne ho altri.

- Sentiamo: ditemi prima i migliori.

- Vi amo.

- Così presto?

- Perché così presto? Vi siete pure accorta che vi seguo per strada da sei mesi.

- Davvero! -

Egli non rispose.

- Allora ditemi anche perché mi amate.

- Non lo so.

- Ditemi come.

- Nemmeno.

- Non sapete proprio altro?

- Altro… cioè…

- Ebbene?

- Questo rientra ne’ miei difetti peggiori.

- Sentiamo egualmente.

- So che un giorno mi permetterete di amarvi.

Una franca risata le agitò dinanzi alle labbra la blonda di merletto nero.

- Ma chi può averlo detto?

- Voi stessa.

- Oh! diventate enigmatico.

- Tutti gli enigmi non sono tali se non perché debbono venire sciolti. Io vi seguo da sei mesi, ve l’ho detto quantunque lo sapeste già; ve ne accorgeste subito, la prima volta, all’angolo del Pavaglione, allorché, urtandovi quasi, io mi arrestai, sorpreso dalla strana espressione del vostro volto.

- Strana! - ella ripeté quasi irritata di non ricevere un complimento migliore.

- Oh! non siete bella, ecco la vostra superiorità. Se aveste le forme statuarie e il viso classico della contessa Ghigi, non vi avrei nemmeno guardata: la bellezza che si può misurare al compasso non serve più che negli esemplari d’accademia e pei romanzieri della vecchia scuola. Allora una modella dovrebbe essere la donna più adorata e più adorabile, mentre invece la si paga ad ore, e nessuno pensa a lei se non per paragonarla a qualche altra meno difettosa, perché nella sua classe la vera bellezza è la statua.

- Conosco questa vostra teoria, l’avete già sviluppata nell’ultimo romanzo.

- Aspettate: ecco quello che non vi ho messo. Voi sorrideste all’urto, col quale vi respinsi quasi allo svoltar di quell’angolo: eravate vestita di una lana azzurra listata di bianco, cogli stivalini alti, un piccolo cappello da uomo, una bizzarria di acconciatura, che vi attirava tutti gli sguardi e che voi sola potevate arrischiare in provincia.

- Avete buona memoria.

- Io mi volsi, tornai indietro per seguirvi: non vi avevo ancora veduta. La vostra figurina snella mi ondulava dinanzi con passo quasi saltellato piegando appena la testa per ricevere un saluto fra la gente, che si rivolgeva a guardarvi, e che avevate quasi l’aria di allontanare colla graziosa alterigia del portamento. Mi erano rimasti impressi i vostri occhi: dovevano essere glauchi, di un verde-mare inesplicabile nella mobilità del suo colore fra le iridi improvvise degli sguardi. Vi sorpassai; mi vedeste, mi fermai in fondo al portico per studiarvi meglio, poi vi seguii dappertutto, sino al vostro palazzo. Vi avevo veduta.

- Non ero bella.

- Per fortuna.

- Altrimenti non mi avreste amata?

- Ve l’ho pur detto.

- Ma davvero non vi piacciono le belle signore?

- Né signore, né belle.

- Cosicché…?

- Voi non siete né l’una né l’altra.

Ella non s’irritò, presa in quella bizzarra conversazione, che il luogo e l’abito potevano permettere; tornò a ridere.

- Perché mi amate dunque?

- Non lo so, vi dirò invece perché mi piacete. Questo lo so bene. Vi conosco come voi stessa forse non vi conoscete, benché sentiate che la vostra forza di donna non sta nella bellezza e nel vostro titolo di principessa.

Erano passati nel secondo salone, più vasto, parato di una carta gialla, e un po’ meno affollato. Molti avevano già notato la nuova maschera di Lelio e la studiavano acutamente, indovinando dall’aria altera di lui che dovesse essere qualche gran dama. Lelio Fornari non era simpatico. Sebbene fosse quasi bello e le brillanti qualità del suo spirito lo rendessero prezioso in tutte le conversazioni, si temeva troppo la mordacità improvvisa dei suoi frizzi, spesso anche troppo veri, e si seguitava a negargli l’importanza dell’ingegno, meno per l’arditezza della sua originalità che per l’immodestia battagliera, colla quale egli l’adoperava.

Si trovò quindi serrato nuovamente in un gruppo di maschere, cui si aggiunsero alcuni eleganti, in marsina, colle camicie lucenti come la porcellana, gli occhi vividi della curiosità leggermente sguaiata di tutti i veglioni.

La principessa era tutt’altro che una maschera signorile: non aveva che uno scialle bianco, antico, a ricami finissimi e frangiato sopra un abito di seta nera a sottana corta; nessuna altra traccia di ricchezza. Portava lo scialle sulla testa come le donne del popolo, con un mascherino nero, volgarissimo, i guanti a due soli bottoni.

Nullameno l’eleganza del portamento, e quella indefinibile disinvoltura delle grandi dame, lasciavano trapelare da tale borghese acconciatura un sentore aristocratico con qualche acredine di mistero, che attirava la gente.

- Finirai in un suo romanzo, mascherina.

- Oh! i romanzi scritti! - ella ghignò sotto la blonda.

- Ti ha letto! - esclamò il conte Turolla, uno dei più eleganti.

- Sarei allora al suo braccio? - replicò in falsetto la principessa.

Tutti scoppiarono a ridere. Lelio tacque: evidentemente quell’intoppo l’irritava.

- Hai dunque perduto il tuo spirito? - lo aggredì una mascherina afferrandogli l’altro braccio. - Mascherina, voi dovete averlo già innamorato: vedete, non è più riconoscibile!

- Non m’innamoro mai.

- Vanteria! - esclamò la mascherina.

- Abilità, altrimenti non si è mai amati.

La principessa lo guardò involontariamente.

- Adesso improvviserai una teorica - intervenne daccapo il conte Turolla; - l’amore vero è contagioso.

- Non vi sono più amori veri; voi stesso, conte, ne siete una prova. Sareste così elegante se credeste alla possibilità di essere amato per voi stesso? -

L’altro non seppe rispondere subito.

- Toccato! conte! - gli si rivolse la principessa.

- Toqué - egli ribatté con un mediocre gioco di parole.

- E di me, senza dubbio - ella rispose tirando il proprio cavaliere fuori del gruppo, e gittando al conte sotto la maschera con voce di scherno:

- Ma, e Cornelia?

- Sarà coi Gracchi.

- A gracidare.

- Ih! ih! oh! -

Allora Lelio profittò del chiasso provocato da quelle scempiaggini per fare due altri salti e perdersi nella folla.

- Idioti! - mormorò la principessa.

- Sono i vostri cortigiani.

- Infatti mi dicono talvolta che sono bella - replicò appoggiandoglisi al braccio; e tradendo così il desiderio di riprendere con lui l’interrotta conversazione.

- Hanno ragione perché non vi conoscono. Infatti che cosa siete per loro? La principessa Montalto di origine vecchia, con un gran patrimonio, un gran nome e un magnifico palazzo, nel quale li ricevete quando non siete o a Roma o in villa. Avete dei cavalli, date delle feste, invitando, benché la vostra sia una famiglia clericale, quasi tutte le persone eleganti di ogni classe e di ogni partito. Vi debbono ben dire che siete bella, poi lo credono. Siete alta, sottile, avete un portamento inimitabile, una freschezza di gran fiore. Le vostre eleganze parigine disorientano i loro gusti e i loro giudizi provinciali; qualche volta, in teatro o in carrozza, vi obliate in pose da sognatrice.

Lelio, che la guardava negli occhi, glieli vide battere improvvisamente: le loro ciglia troppo lunghe passavano dai fori del mascherino come una peluria di seta.

- Per voi non sono così?

- Io vi conosco.

- Senza avermi mai parlato prima d’ora.

- Mai.

- Siete stravagante.

- Confessate che da quattro anni, i quattro anni del vostro matrimonio, non siete mai stata come vi credono i vostri cortigiani.

- Vorreste il mio segreto.

- Sono io che ve lo dirò.

Ella ebbe un gesto.

- Bisogna amarvi per averlo indovinato. Voi non siete la principessa di Montalto nata contessa Malavolti; eravate come straniera nella casa fredda di vostra madre, siete appena un’ospite in quella di vostro marito. Dovunque siate nata e comunque viviate, in voi è qualche cosa di diverso dalla famiglia e dalla razza, cui appartenete. Il vostro mondo non è questo, l’ignorate voi stessa, e nemmeno io saprei dirvelo; ma deve essere lontano, in una di quelle regioni e di quelle epoche nelle quali il disordine era la poesia della vita, e ogni passione alzava la bandiera della propria libertà. Adesso invece vi manca tutto, siete malcontenta, annoiata: la vostra eleganza non è che un omaggio reso alla folla, e che essa vi restituisce col suo gusto infantile delle cose rare.

- Per farmi il ritratto, ecco che disegnate una testa di fantasia.

- La vostra è appunto una testa fantastica. I vostri capelli troppo crespi per una signora sembrano aver conservato l’arsura dei grandi soli, ma non sono veramente belli che spettinati, mentre invece li bipartite a madonna con una violenza di contrasto, che dà al vostro volto una espressione beffarda di idealità. Avete gli occhi verdi, la bocca larga ed ardente, la pelle bruna, ombrata di peluria; il vostro sorriso è quasi sempre violento, la vostra voce invece è sottile e dolce come quella di un bambino. Nessuna delle altre signore è così: esse non sono più che piccole borghesi, di una educazione più corretta, ma di un gusto raramente fino. La loro bellezza, quando sono belle, è nota anticipatamente: è una riproduzione più o meno castigata dei modelli, che servirono così bene ai nostri grandi vecchi pittori di razza latina.

- Sono dunque una gitana?

- Nel corpo, ma avete tutto il mare negli occhi e…

- E?

- Ve lo dirò più tardi: voi non avete mai amato, non amerete mai.

- Nemmeno mia madre, nemmeno i miei figli, se ne avrò?

- Nemmeno.

- Mi concedete poco - ribatté sardonicamente.

- Nullameno vorreste amare - egli seguitò scrutandola con acutezza negli occhi. - I vostri capricci, costretti a storpiarsi per passare attraverso il piccolo mondo elegante delle vostre relazioni, vi rendono cattiva: lo sentite voi stessa, talvolta al punto di insuperbirne. Ella abbassò la testa come colpita dalla verità di questa analisi.

- Avete finito?

- Quello che volevo dirvi adesso? Sì.

- E voi solo mi amate?

- Sì.

- Perché?

- Ve l’ho pur detto: non siete né signora, né bella; avete qualche cosa della donna fuori della nostra civiltà, la quale non ha saputo farne che una dama o una serva.

- Siete un romantico.

- Può essere, ma vi ho indovinata.

- Chi sa!

- Perché siete venuta a parlarmi?

- Per sentirvi rispondere.

- E adesso?

- Fatevi presentare.

- Quando?

- Appena mi sarò tratta la maschera per il cotillon.

La sua voce breve sembrava dare un ordine.

Alla sua volta Lelio Fornari s’imbarazzò: dopo tutta quell’arditezza di fraseologia la semplicità della conclusione lo sorprendeva.

- Irma! - esclamò improvvisamente come in un impeto di passione.

- Lelio - ella ribatté quasi col medesimo accento sfuggendogli dal braccio, e perdendosi fra la folla prima che egli riuscisse a riafferrarla.

- Battuto al primo capitolo! - gli sussurrò una voce all’orecchio, mentre altre maschere lo riassalivano senza lasciargli il tempo di riprendere il solito tono di braveria spirituale.

Il veglione non era che a mezzo, e malgrado l’ampiezza di quei due saloni, si poteva appena ballare.

Nel meno vasto, tutto a stucchi e a specchi, un suonatore noleggiato, bel vecchio dal colorito rosso e dalla testa calva, suonava quasi sempre dei valtzer appena la piccola orchestra taceva nell’altro; ma la ressa delle maschere era tale che solo nel mezzo si era potuto aprire un circolo per le coppie più ballerine.

Gli ispettori del club, col nastrino azzurro all’occhiello della marsina, s’affannavano indarno a conservare l’ordine del ballo, presi anch’essi nello stordimento di tutta quella confusione educata, fra l’abbarbaglio dei colori, la stravaganza dei costumi, lo scintillìo, l’addensarsi subitaneo dei gruppi, che una parola bastava a sciogliere talvolta, mentre spesso ingrossavano come nella violenza di un tumulto. Era tutta la borghesia di Bologna, ricca, avida di piacere in quegli ultimi giorni di carnevale, e che la confidente promiscuità della maschera liberava amabilmente dalla fatica di fingere come nelle altre feste una eleganza di modi superiori alla sua vita.

Le signore più note per sfarzo erano già state riconosciute e girellavano con dietro un crocchio di ammiratori; altre, fanciulle o mogli di piccoli impiegati, camuffate alla meglio, andavano sole o s’arrestavano agli angoli, respinte da quella folla più felice, allineandosi involontariamente alle pareti come quei rimasugli ributtati dalle acque del mare senza cessa alla riva, e che vi rimangono come una indefinibile orlatura.

Poi l’onda delle maschere sboccando dalle porte dei due saloni dilagava per tutte le altre sale del club, ove alcuni vecchi solitari giuocavano ostinatamente la partita di tutte le sere, o qua e là sui divani qualche coppia dalla posa impacciata sembrava attendere sempre un momento più opportuno per restringere ancora il proprio duetto.

Nella sala del camino un giovane deputato della città, grassoccio e bonario come un curato di campagna, discuteva di politica fra l’attenzione di pochi, paghi di affettare così per l’allegria di quel veglione una trascuranza di gente superiore.

E la lunga fila delle mamme e delle zie venute sino lì a rimorchio da tutte le case, anche le più lontane della città, passavano in una processione lenta, come di ombre nere e silenziose fra gli scoppi irrefrenabili delle voci e i passi, le piccole corse saltellanti delle coppie più giovani, che sfuggivano pazzamente per ritornare subito indietro cogli occhi ardenti, il volto roseo, lasciando quasi sempre una traccia acuta di profumo.

Lelio Fornari appena poté rompere la folla uscì dalla porticina del salone giallo a sinistra, presso il palcoscenico, e pel corridoio a specchi, fra due file di sofà gremiti di maschere e di marsine, venne sino alla sala del caminetto.

Il giovane deputato gli rivolse la parola.

- Già stanco lei!

- Si soffoca.

E gettandosi sulla poltrona accese una sigaretta.

Ma anche lì seguitarono per lui i saluti e i frizzi delle maschere. Realmente era seccato: una noia improvvisa di quel grande gaudio volgare gli era entrata nell’animo dopo quel colloquio così facile e insieme temerario colla principessa. Adesso scrutava nella memoria i suoi più effimeri atteggiamenti, meravigliandosi di quanto aveva potuto dirle senza che ella se ne mostrasse minimamente offesa. Come mai si era tanto inoltrato? Perché l’altra glielo aveva permesso? Lelio Fornari non era ricco. Malgrado la facilità di essere accolto per la sua nascita e per la sua educazione anche nei migliori saloni del piccolo olimpo bolognese, egli non aveva davvero molte relazioni: sdegnava la piccola borghesia, quantunque affollata di belle ragazze, e temeva d’ingolfarsi in spese maggiori delle proprie risorse frequentando troppo l’alta società. Le sere, quando non lavorava, o qualche cagione improvvisa non lo traeva solitario per le vie più remote della vecchia città, le passava tutte al «Caffè delle Scienze» fra un gruppo di amici, già invidiosi della sua piccola gloria, ma con tutto l’ardore delle più nuove idee nel cervello e la gioconda virulenza della giovinezza nel sangue.

Naturalmente egli li dominava.

Lo conoscevano, o almeno credevano di conoscerlo ancora più orgoglioso che ambizioso, di un pessimismo affettato in quella sua posa di non innamorarsi e di non credere all’amore delle donne.

Egli invece ne soffriva segretamente.

Un piccolo ventaglio lo percosse sulla spalla. Egli balzò in piedi, ma la maschera dallo scialle bianco, frangiato a bellissimi ricami, passò oltre al braccio del prefetto, un omiciattolo sulla quarantina già calvo, con due fedine bionde e due gambe grottescamente arcate, che gli davano malgrado la solennità della fisonomia un’aria bizzarra di pagliaccio.

Poi la mascherina ripassò gettandogli dagli occhi verdi un rapido sguardo abbagliante.

Il circolo si era diradato intorno al caminetto.

- La conosce quella mascherina? - chiese il giovane deputato a Lelio Fornari.

- Ho appena qualche sospetto.

- Io credo di averla riconosciuta.

Lelio già ricomposto aspettò la rivelazione, ma l’altro, che voleva essere pregato, tacque.

- Vuoi fare un giro con me, cattivo? - arrivò saltellando quella mascherina, la brunetta del maggiore, che aveva tentato di turbargli il primo incontro colla principessa.

Allora Lelio ridiventò amabile.

- Temo di attirarmi troppi odi.

- Vieni egualmente, sono io che ti difenderò.

- Avresti il coraggio di comprometterti per così poco? -

Ella ebbe un grazioso movimento di testa, prendendogli il braccio per trascinarlo dietro la principessa, della quale si vedeva lo scialle bianco riflesso nell’ultimo specchio in fondo all’appartamento.

- Tu ami la principessa.

- No.

- Provamelo.

- Non vi è che un modo.

- Quale?

- Provare invece che ti amo, lo accetteresti?

- Prima che mi sia offerto? È vero che non sono una signora, me lo hai detto dianzi: tratti così con tutte le altre donne?

- Senti, mascherina, in questo momento tu mi abbomini: vorresti vendicarti di tutto il male che non ti ho fatto.

La principessa tornava indietro; Lelio ebbe un fremito, sul suo viso apparve come uno sdegno di noia.

- Me ne vado, me ne vado, non voglio rendere altri geloso - gli urlò sul viso la mascherina piantandolo improvvisamente in mezzo alla stanza così che la principessa udisse; e fuggì con un grande svolazzo di sottane tutta contenta di aver potuto compiere quella piccola malignità.

Allora Lelio scioccamente si mise dietro alla principessa rimproverandosi di fare una così magra figura, e pensando a quale degli amici avrebbe chiesto il favore di quella presentazione.

Ma il cotillon tardava. Nell’allegria crescente delle sale passavano dei soffi di follia e di passione; l’aria troppo riscaldata da quell’eccesso d’illuminazione a gas si era riempita di profumi e di una polvere sollevata dallo scalpiccio di tutti quei piedi, che turbinava sulle larghe fiamme dei becchi dorati; tutti i visi si erano animati, i gesti parevano febbrili, le voci salivano sino alle urla più squarrate per ridiscendere ad un murmure sommesso nella stretta dei colloqui ostinati, fra lo stridore vitreo delle malignità e le tentazioni di tutte quelle carezze arrischiate o sopportate. Persino molti vecchi si erano lasciati vincere dall’orgasmo generale, e passavano a braccetto di qualche maschera affettando di satireggiare sè medesimi nell’esagerazione del portamento, ma in fondo trepidanti di una tale ripresa di giovinezza, che li rituffava nell’onda inebriante della vita dopo tanti anni trascorsi in secco sull’ultimo lido. Solo la processione delle mamme e delle zie, ammantellate di nero, seguitava colla stessa lentezza annoiata, riposandosi a grandi distanze da un divano all’altro, o nel passare davanti ad una pendola la consultavano con lunghe occhiate, mentre la ressa fuggente delle mascherine le urtava momentaneamente, e qualcuna affannata, saltellante, nell’iride dei propri colori, stringeva all’improvviso una di esse al collo, le sussurrava fra il nero del cappuccio qualche parola, e scappava furbescamente prima di ricevere la risposta. Quindi le ombre proseguivano crollando il capo con una rassegnazione contenta della gioia altrui.

I più annoiati erano i pochi provinciali, perché anche Bologna come tutte le capitali per quanto piccole ha questa categoria alle proprie feste, e i giovanetti di primo carnevale, cui la confidente facilità degli altri eleganti faceva soffrire nell’amor proprio; quindi si raggruppavano qua e là per riunire tutte le loro debolezze in un assalto di maldicenza, o isolati sopra una poltrona tentavano tratto tratto di ostentare la noia.

Alcuni bevevano.

Lelio Fornari si riconobbe ridicolo. Tutto il suo orgoglio era prostrato da quelle poche scherzose parole della principessa, che dicendogli di farsi presentare aveva risposto così repentinamente al suo urlo inconsapevole.

- Irma!

Girellò ancora pel vasto appartamento seguendola da lontano per attendere almeno qualche gesto, ma ella sembrava averlo dimenticato. Benché riconosciuta già da tutti, seguitava a tenere la maschera per divertirsi di quel frastuono senza prendervi troppa parte, barattando qualche stretta di mano colle più intime conoscenze, che le si inchinavano ossequiosamente come se fosse già smascherata. E a poco a poco il suo codazzo si era ingrossato, molte signore in toeletta da ballo venivano a complimentarla, altre l’avevano invitata a cena.

- E Giulio, tuo marito?

- È a Roma.

Le sale per la cena erano al pianterreno, ma un piccolo gruppo di signore con quella prepotenza aristocratica, cui i circoli borghesi non sanno mai resistere, si era fatta apparecchiare una tavola nell’ultimo gabinetto presso il botteghino del caffè, malgrado il tintinnìo dei bacili e dei bicchieri, che ne usciva come da uno sbocco di officina.

Lelio a poca distanza dalla principessa in quel momento, avrebbe dato un anno della propria superba giovinezza per essere fra quegli invitati, ma tutto il suo ingegno e la sua educazione non potevano meritargli simile onore. Il conte Turolla invece, capitando in quel punto, offrì il braccio alla principessa, che lo pregò di trarle il mascherino. Egli levò prima delicatamente i due lunghi spilloni, che le fissavano lo scialle sul mazzo dei capelli, quindi tirando al disopra di questo la fettuccia elastica le liberò il viso. La principessa apparve rossa, cogli occhi gonfi, tutta in sudore: la sottile peluria delle sue gote pareva brinata.

- Oh! - esclamò scherzosamente - chissà come sono!

E si avviò la prima senza degnare Lelio Fornari nemmeno di uno sguardo.

Questa indifferenza, che qualunque altro di quel piccolo mondo aristocratico avrebbe preso per una necessità dell’etichetta, ferì profondamente l’amor proprio del giovane romanziere. Tutti gli odi malati della sua vanità proruppero come una muta di cani al primo allentare dei guinzagli dietro le orme fuggenti di una volpe. Nessuno degli eleganti invitati a quella breve cena olimpica valeva quanto lui, che senza titoli sapeva di discendere da un’antica famiglia feudale, forse con poco lustro nelle cronache, ma di un sangue più puro, se mai sangue puro poté conservarsi nelle famiglie, che quello medesimo dei Montalto. Sciaguratamente una stessa decadenza economica aveva forzato tutti i suoi parenti a destreggiarsi nelle professioni: alcuni erano rimasti in campagna, mutati in piccoli proprietari, economi ed incolti senza più alcun orgoglio di tradizione. Suo padre era fra questi. Egli invece aveva studiato legge, ma non ne avrebbe mai esercitato il mestiere subdolo e proficuo, meno ancora per una ripugnanza dell’ingegno che per la nativa alterezza del carattere. Viveva quindi parcamente colla pensione assegnatagli dal vecchio padre sulla dote materna la prima metà dell’anno a Bologna, e nella estate si ritirava sui monti ad una villa assai malandata col nobile pretesto di comporvi qualche libro. Tutto ciò gli sembrava ancora di un grande tono aristocratico, sebbene quella vita a Bologna gl’infliggesse tratto tratto dolorose umiliazioni. Infatti dal grosso club cittadino avendo voluto passare all’altro dei nobili frammezzato anch’esso di borghesi importanti, benché un qualche arricchito troppo presto venisse periodicamente escluso, si era urtato a parecchie difficoltà di antipatie. Non vi si giuocava e non vi si faceva grande lusso, ma la poca pensione ve lo esponeva egualmente ad amari riserbi nell’evitare certe partite di piacere o nell’accettare certi inviti.

Infatti egli rimproverava sovente a se medesimo questa debolezza. La sua larga cultura filosofica, gli istinti ribelli, che nella prima giovinezza, quando in Italia il socialismo non era ancora partito, lo avevano tratto passionatamente nel campo dei novatori più rivoluzionari, e un buon senso sicuro, cui doveva le migliori osservazioni ne’ suoi romanzi ancora saturi di vecchio romanticismo, gli mettevano facilmente a nudo l’inane vanità di tale pretensione. E non pertanto l’alterigia inguaribile dello spirito, esagerata ancora dalla finezza del suo gusto, lo condannava inesorabilmente a cercare l’eletta compagnia mondana fra gente, alla quale gli sarebbe stato impossibile comunicare le proprie idee, e che giudicava i suoi libri un semplice dilettantismo.

Quindi tale noncuranza della principessa lo sferzò a sangue sul cuore.

«Una civetta come tutte le altre!» mormorò poco dopo mentalmente rituffandosi nel veglione.

Ma lo spettacolo gli parve allora anche più volgare. Nessuna maschera era elegante, nessun costume rivelava un’idea o almeno una sufficiente cultura nell’imitazione: poco lusso e non molta grazia. Oramai tutte le signore erano discese a cena; rimanevano le figlie e le mogli degli impiegati, che profittando dell’intervallo cominciavano a ballare senza più soggezione degli altri, in un allegro oblio della propria meschinità. Qualche coppia vagava a braccetto, assorta, beata momentaneamente di una intimità chissà da quanto tempo sospirata. Egli non volle ballare: alcune fra quelle ragazze senza maschera lo ammirarono sinceramente.

«Che buffonata!» pensò all’improvviso insolentendo tristamente contro quel sollazzo di una piccola gente curvata tutto l’anno sotto il peso della economia domestica.

Tuttavia una vanità anche più piccola lo attirava irresistibilmente verso quell’ultimo gabinetto, nel quale cenava la principessa. Resistette, poi colla solita sofistica di tutte le passioni si persuase di vincere una falsa paura coll’andarvi, e traversò il vasto appartamento fino allo stanzino del caffè per chiedere delle sigarette.

Nel passare per quell’ultimo gabinetto, ove non sedevano a tavola che quattro uomini e quattro donne, nessuno gli badò; egli ripassò altero, senza guardare, avendo già rinunciato internamente a quella presentazione.

- To’! non ceni? - gli chiese gaiamente un maestro di pianoforte, allegro giullare torinese non senza qualche piccola qualità di artista, che divertiva tutte le signore di Bologna.

- Non ho fame.

- Sei innamorato? Ah! tu no, me lo ero scordato.

- E tu dove ceni?

- Dalla contessa Ghigi, la divina; dev’essere laggiù nell’ultima saletta colla principessa Montalto, la marchesa Ruffoni e la signorina Antici. Me lo hanno detto. Tu non conosci alcuna di loro?

- Alcuna.

- Vuoi che ti presenti?… fra noi artisti….

Lelio Fornari frenò a stento un sorriso di albagia.

- Come vorrai.

- Allora vieni con me.

- Alla loro tavola?

- C’inviteranno: ci vado a posta.

- Tu puoi farlo, io no; non le conosco.

L’altro s’ingannò sul tono sardonico delle parole.

- Dopo, non mancherà tempo. Quale ti piace di più?

- Nessuna veramente.

- Io preferirei la principessa come donna.

E il giullare commentò questa preferenza con un gesto lubrico.

- Allora presentami a lei.

- Ciao.

Lelio Fornari tornò nella sala del caminetto. Il giovane deputato, in colloquio grave col prefetto, parlava dell’ultima crisi ministeriale così incostituzionalmente risolta dal presidente Agostino Depretis; il prefetto andava guardingo, mentre l’altro ripeteva con una certa enfasi i soliti luoghi comuni dei giornali.

Egli si mescolò alla conversazione. Più colto e perspicace d’entrambi si mise a difendere Depretis, disegnando un po’ confusamente la sua complessa figura di vecchio parlamentare. Naturalmente la discussione si rinfocolò, ma egli otteneva così di trattenerli finché ripassasse tutto quel gruppo di signore colla principessa, e allora il prefetto le avrebbe indubbiamente fermate fornendo al maestro Armandi un momento opportuno per la presentazione.

Poi non gli spiaceva di farsi vedere da lei in tale compagnia semi-diplomatica. Quindi il suo spirito aizzato trovò qualche paradosso originale: Agostino Depretis, così profondamente scettico dopo essere stato così caldo rivoluzionario, era la più viva espressione del momento politico in Italia.

- Chi può credere adesso fra l’epopea, che si dissolve, e la commedia, che riannoda la vita suscitata dall’epopea? È l’ora dei volteggiatori politici: la sinistra arrivata al potere ne impara le difficoltà tradendo tutto il proprio programma. Agostino Depretis è forse ancora il solo fra tutti quelli che gli mutano intorno, il quale conservi alto il sentimento della grandezza nazionale.

- Egli inizia una nuova êra di corruzione - proruppe il deputato.

- L’avrà dominata.

- È certamente un uomo superiore - replicò il prefetto contento dell’aiuto imprevedibile, che gli veniva dal giovane romanziere. - Ah! ecco un gruppo di signore.

Infatti la principessa si avanzava prima fra il conte Turolla ed Armandi; questi affettava grottescamente delle arie da domestico.

Il prefetto e il deputato s’inoltrarono per salutarle, si formò crocchio: Lelio rimaneva un po’ dietro al prefetto. Allora Armandi lo presentò: la principessa ricevette il suo inchino, gli tese la mano colla solita cortesia, e passò oltre senza parlare.

Lelio e il deputato rimasero addietro, soli.

- La più bella è sempre la contessa Ghigi: la principessa non è che piccante.

Lelio Fornari sollevò bruscamente la testa come sotto la puntura di una ironia, ma quando tornò nel salone gli dissero che la contessa Ghigi e la principessa Montalto se n’erano già andate.