Oro incenso e mirra/Oro/capitolo II

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Oro

Capitolo secondo

../capitolo I ../capitolo III IncludiIntestazione 3 giugno 2008 75% Romanzi

Oro - capitolo I Oro - capitolo III

Tutte le volte che Lelio Fornari incontrava la principessa Irma riceveva il medesimo saluto.

Ella sembrava averlo già veduto da lontano e dava al proprio volto o alla propria posa una seduzione più acuta: egli invece si irrigidiva traendosi seccamente il cappello, ma si rivolgeva tosto a guardarla, e allora, qualunque distanza li separasse, i loro sguardi s’incrociavano rapidi e sfavillanti.

Lelio fremeva cupamente di collera.

Da quella conversazione in maschera non era più riuscito ad averne altra colla principessa partita poco dopo per Roma; ma vi era rimasta quasi tutta la quaresima, e quindi al ritorno non aveva aperto che il salotto per i più intimi. Lelio Fornari, conoscendo il marito solamente di vista, non avrebbe potuto andarvi senza un invito speciale: aveva portato le due carte da visita al palazzo il giorno dopo la presentazione, e tutto era rimasto lì. Chi era stato dunque più audace in quella conversazione, egli dandole della gitana e schizzandole un ritratto insolente quanto bizzarro, o ella lasciandolo dire e rispondendo a quel grido col suo nome nell’atto di fuggire senza lasciarsi più riprendere? Conosceva egli davvero quella donna, della quale si raccontavano tanti scandali, mentre il marito, beone e cacciatore, sembrava non accorgersi di nulla? Malgrado un indefinibile convincimento in quella intuizione, che credeva aver avuto del suo carattere o piuttosto della sua figura, si era dovuto confessare amaramente di aver trasceso nel fare con lei dello spirito con una vanteria di romanziere sempre in agguato per sorprendere qualche carattere eccezionale. La goffaggine di quest’ultima posa, resa ridicola da troppi autori, aveva certamente fatto sorridere in lei la gran dama.

Generalmente le signore non hanno per l’arte, e più ancora per quella dello scrittore, che una stima mediocrissima: la giudicano uno dei tanti passatempi offerti alla superiorità della loro posizione, accordando appena qualche importanza ai grandi nomi consacrati dalla fama. Tutti gli altri non sono che della gente, la quale vive del proprio lavoro e cui si può giovare comprando il libro.

Lelio Fornari era già rimasto offeso da questo giudizio della grande classe mondana. Tale dispregio della propria arte, nella quale sentiva di poter diventare qualche cosa, gli pareva una ingiustizia più dolorosa di quante altre avvelenavano o schiacciavano la vita degli altri poveri: quindi il suo primo sentimento era stato di odio verso la principessa. La superbia di artista, aiutata dall’orgoglio della giovinezza, gli faceva sentire di essere abbastanza bello per contendere una donna a qualunque altro uomo sino alle conseguenze più pericolose; ma i saluti e i sorrisi della principessa, appena tornata da Roma, lo avevano daccapo imbrogliato. Perché civettava ella così pubblicamente con lui? A teatro lo cercava insistentemente col binoccolo, gli sorrideva, una volta aveva persino risposto al piccolo saluto, col quale egli provocantemente aveva osato affettare verso di lei una ingiustificabile intimità. Poi all’uscita, nell’atrio, passando a braccio del marito, gli aveva rivolto un cenno confidenziale.

Egli fremente si era slanciato per seguirla, ma non aveva potuto scorgere dal portico troppo gremito di gente che allontanarsi la sua carrozza; poi l’indomani era ripassato almeno dieci volte sotto le alte finestre del suo palazzo nella inutile speranza di vederla. Oramai molti si erano accorti di questo maneggio, e colla facilità del pubblico ad accrescere il numero degli amanti alle dame della grande galanteria avevano fatto a Lelio Fornari i primi complimenti insidiosi sulla sua nuova conquista. Invece egli credeva di sapere molto esattamente che la principessa era ancora in relazione con un principino della città, bel giovane magro, di un’antica famiglia rovinata, e che un matrimonio avrebbe un giorno o l’altro rimesso a galla. Si erano narrati particolari su particolari di quell’amore. Ella imprudente talvolta sino alla sfrontatezza si era mostrata con lui dappertutto, ad ogni ora, di notte e di giorno, per le stradicciuole remote e sotto i portici del Pavaglione: aveva persino viaggiato sola con lui da Bologna a Milano, mentre il marito stava a Roma. L’altro, geloso di quanti le facevano la corte, avrebbe voluto abbandonarla cento volte, ma ritornava sempre ai suoi piedi, piangendo, vinto da una malìa impudica, alla quale tutti non avrebbero domandato che di soccombere. Poi erano altre novelle di corteggiatori trascinati fino all’orlo della felicità e beffardamente respinti, o accettati con un capriccio da sultana per rigettarli poco dopo ancora più ammalati di quel sogno di amore, e vanamente indiscreti nelle rivelazioni di un segreto, che la gente fingeva per invidia di non voler credere. Ella passava dovunque altera, soventi un po’ sciatta nelle vesti e nei modi, col suo portamento inimitabile, accendendo tratto tratto nei propri occhi verdi delle fiamme fatue, colla larga bocca socchiusa sui grandi denti bianchi, e il nasino corto, rialzato leggermente, che le faceva un musetto adorabile di perversità. Ma non era robusta. Malgrado l’ampiezza del petto e la snella elasticità di tutta la persona, ogni tanto compariva pallida, di un giallore ambrato sotto il bruno della pelle cogli occhi languidi un sorriso indolorito sulle labbra: allora i suoi capelli pettinati quasi sempre a madonna le davano un’aria anche più strana: pareva una graziosa bestiolina ammalata uno di quegli animali sacri ed infelici che le antiche religioni prodigavano nelle decorazioni dei templi.

Era quella la sua grande originalità, l’agguato, nel quale prendeva anche i più scettici, lasciandosi sfuggire parole amare di melanconia, tutto un rimpianto di vita ideale, che nessuna ebbrezza d’amore o di vanità avrebbe mai potuto consolare. Quindi molti combattevano per lei attribuendo gli scandali delle sue relazioni alla sincerità temeraria del suo carattere, giacché si era sempre mostrata più che tenera del marito. Le sue stesse abitudini religiose sembravano contraddire all’immoralità dei suoi capricci.

La si vedeva spesso di buon mattino, modestamente vestita, col viso ancora gonfio di sonno, andare alla chiesa parrocchiale per restarvi lunghe ore sola, ginocchioni, nel fervore della preghiera come le più umili donnicciuole.

Poi aveva osato mantenere da moglie l’uso impostole da ragazza di seguire vestita di nero, con un immenso velo nero sulla testa e un cero in mano, la processione della Madonna di San Luca; mentre tutte le altre giovani signore non lo ardivano più tra la beffarda incredulità della maggioranza e la brutta superstizione dei villani, rimasti ormai soli in quella passeggiata decorativa.

Ma Lelio Fornari, abbastanza perspicace per conciliare in lei tutte queste apparenti contraddizioni, non aveva ancora saputo indovinare il perché di quella affettazione quasi amorosa verso di lui. Pretendeva ella di arrolarlo nel manipolo dei giovanetti, prime speranze dell’aristocrazia bolognese, che la seguivano per le strade o s’affollavano nel suo palchetto in una vanità di mostra, abbarbagliati dai suoi sorrisi od ingannati dalla più semplice delle sue pose? Allora tutta l’amara, precoce esperienza del romanziere si destava in lui per renderlo anche più cinico: il suo disprezzo per la donna egualmente incapace di grandi pensieri e di grandi passioni diventava odio di battaglia, una voglia gelida ed acuta di misurarsi con questa principessa, che dominava già tutta Bologna senza altri mezzi che una eleganza e una civetteria un po’ meno volgari.

Un caso gli aperse i saloni della contessa Ghigi: egli vi andò e vi ottenne molto successo velando la propria superiorità intellettuale. Sulle prime erano rimasti freddi verso questo romanziere, già denunciato alla pubblica indignazione per lo scandalo del suo ultimo libro; ma presto il suo riserbo, le maniere squisite e una suprema insospettabile ironia nel lusingare i difetti più personali, e quindi più inconsci, di ognuno gli valsero la simpatia degli uomini. La sua stessa cortese freddezza colle signore calmò ogni apprensione.

La contessa Ghigi, bellissima, dal viso e dal corpo di statua, ma del pari massiccia nello spirito, finì di compiacersi di lui come di un ornamento acquistato al proprio salone. Egli invece vi attendeva la principessa.

La prima sera, incontrandosi, rimasero egualmente in guardia: si cantò al piano, si cenò dopo mezzanotte sui piccoli tavoli, e i cavalieri servivano le dame; non si poté fare molto spirito, si ballò, ma Lelio rimase abilmente sopra un divano col principe Giulio a parlare di caccia e del Papa. Il principe, clericale militante, riportò di lui una eccellente impressione. Dopo quindici giorni Lelio accettava dal principe l’invito per una caccia nelle valli comasche, e al ritorno trovava modo destramente di causarne un altro a pranzo.

- Avete dunque mutato teorica? - gli chiese quella sera medesima la principessa Irma nel salone della contessa Ghigi, credendo di sorprenderlo nella contemplazione estatica di quest’ultima.

Egli finse di non comprendere.

- Adesso amate la bellezza.

- La studio: la contessa è una delle donne più belle che io abbia visto. Osservate quanta finezza di disegno nell’attacco delle gote col collo, e come la sua fronte è serena; poche statue greche sono più classicamente belle, ma la contessa avrebbe sempre, anche su queste, l’incalcolabile vantaggio della pelle sul marmo. La sua ha un candore di camelia più puro ancora che nel bellissimo fiore inanime.

- Non è che una statua.

- Alludete forse alla freddezza del suo spirito?

Questo prudente riserbo la irritò.

- Via… siete troppo artista per aver potuto resistere al fascino della sua bellezza.

Lelio le rispose con un sorriso di provocazione.

- Non ballate?

- No, sono troppo lungo: voi invece, principessa, avete nel ballo una posa adorabile tenendo la faccia volta come quella del cavaliere, e arrovesciandovi sul suo braccio. È una trovata che poche donne potranno imitare, perché ci vuole la vostra figura e soprattutto la vostra testa.

- Brutta. Che cosa scrivete ora?

- Nulla.

- Chi amate?

- Voi.

- Sempre enigmaticamente?

- Sempre.

- Sempre colla sicurezza che un giorno ve lo permetterò?

- Sempre.

Lelio pareva tranquillo.

- Sapete che questa potrebbe essere una insolenza?

- Per voi no, perché vi credete sicura del contrario.

Ella fece per voltargli le spalle, ma si ostinò; quella provocazione calma cominciava a dominarla.

- Ah! dunque, un giorno dovrò permettervelo?

- Perché no?

L’accento di queste ultime parole era così insolentemente pieno di tutte le ciarle, che si facevano sul suo conto per la città, che ella sobbalzò come sotto una ferita. I suoi occhi verdi sfavillarono, mentre il sorriso le si irrigidiva sulla larga bocca sensuale.

- In questo momento i vostri occhi hanno avuto una di quelle ondulazioni luminose, che dal mare sembrano perdersi nella luce del cielo.

- Tornate poeta.

- Con voi lo si diventa.

- Non avete voluto venire a pranzo? - lo interruppe bruscamente.

- Troppo poco.

- Perché vi aveva invitato solamente mio marito?

- Fors’anche.

- Se vi invitassi io?

- Provate.

- Non proverò.

- Proverete.

- Testardo!

La contessa Ghigi li separò; ella si avanzava verso di loro vestita di un cupo abito rosso scollato, che lasciava vedere tutta la prestigiosa bellezza delle sue spalle. I suoi grandi occhi neri lucevano senza ardere.

- Parlate d’arte? - ella disse col suo sorriso sempre un po’ ingenuo e cortese d’intenzione.

- La principessa non ama né l’arte né gli artisti.

- Che ne sapete? - questa proruppe.

- Tutto quello, che voi stessa mi avete detto: detestate i romanzi scritti, come ne amereste gli autori?

- Oh! alcuni possono essere amabili - ribatté la contessa senza accorgersi del loro imbarazzo.

- Non saranno amati per questo.

Altre signore interruppero il dialogo: Lelio notò che la principessa allontanandosi al braccio dell’amica lo sorvegliava in uno dei grandi specchi della parete, e allora finse abilmente di ammirare la superba figura della contessa. Poco dopo vennero a cercarlo per una sciarada: ma nell’andarsene la principessa gli disse che tutti i giovedì restava in casa per ricevere gli amici. Egli vi andò una volta, vi trovò un mondo di signore, e non si fece più vedere.

Ella gliene chiese il perché.

- Come potete ricordarvi di me in un giorno, nel quale dovete rispondere ai complimenti di tutta Bologna?

- Appunto perché non me ne fate mai: li aspetto sempre.

- Ne volete domani? Verrò a trovarvi sulle tre.

Ella ebbe un delizioso sorriso di accettazione, gli tese la mano e la lasciò per qualche secondo nella sua; a Lelio parve che la sottile manina si schiacciasse sotto la sua stretta con una mollezza di seta, ma erano sotto il portico del Pavaglione e dovettero separarsi per non attirare troppo l’attenzione della gente. Ella si rivolse due volte a guardarlo.

Quella notte Lelio non dormì. Nel suo appartamentino di due stanze appena, una da letto e l’altra da studio, che gli costavano una sessantina di franchi al mese, fece ad occhi aperti i sogni più strani, trovando sempre nel fondo di ognuno la medesima amarezza.

La principessa era troppo ricca per poterla solamente invitare in quelle due camerette ammobigliate, delle quali il tappeto mostrava la corda e i mobili scompagnati raccontavano troppo chiaramente le loro ultime vicende nei magazzeni dei rigattieri.

Poi quella nuova avventura finirebbe forse per costargli al di là delle proprie risorse, giacché le signore molto ricche nella loro ignoranza del denaro non s’immaginano mai quali difficoltà possa incontrare un amante, povero o quasi, nel seguire il loro meno signorile capriccio. Ma una voglia sensuale gli mordeva tutti i muscoli di stringersi finalmente sul petto, in un delirio di prepotenza, quella duttile donnina dalle movenze così voluttuose e l’espressione così multipla della fisonomia. Se non era una gitana, come le aveva detto temerariamente al veglione, aveva però qualche cosa della razza zingaresca; non era nemmeno molto pulita nella pelle e nella biancheria, si pettinava colle dita attorcigliandosi i capelli sulla nuca e fermandoli quasi sempre con un fiore. Poi a certe ondulazioni del suo passo o nell’abbandono di alcune pose balenava una lubricità, che turbava persino le fanciulle ancora condannate alla modestia di educande sotto l’occhio vigile della madre.

Domani lo riceverebbe sola? In questo caso egli aveva già deciso, sebbene gli tremasse ancora qualche dubbio nel cuore, di arrischiare tutto per tutto, giacché con una donna simile le misure ordinarie della galanteria non dovevano valere; ella avrebbe forse ceduto ad un assalto subitaneo, o magari resistendovi, lo stimerebbe doppiamente per quell’audacia.

Quindi l’indomani, in soprabito e cilindro, un po’ pallido per la notte d’insonnia, salì lo scalone del palazzo Montalto: la principessa era uscita.

- Da poco? - chiese imprudentemente.

- Or ora - rispose il cameriere gallonato che gli aveva aperto la grossa porta dell’appartamento: nell’anticamera si vedevano quattro enormi casse intagliate del quattrocento.

Egli ridiscese verde di sdegno per tentare d’incontrarla: infatti sulle cinque la vide sotto al Pavaglione, dentro la pasticceria di moda, fra un circolo di eleganti e di signore, che ridevano. Egli passò e ripassò davanti alla vetrina tutta piena di scatoline in raso a dolci colori, quasi aspettando un richiamo; finalmente spinse la porta.

La sua faccia pallida colpì tutti.

- Guardati! - gli si rivolse il conte Turolla accennandogli uno dei grandi specchi, sotto il quale la principessa seguitava a ridere senza aspettare il suo saluto.

Lelio s’accorse di essere vicino a commettere una odiosa sciocchezza: con uno sforzo supremo di volontà costrinse la propria collera ad abbassarsi e mirandosi nello specchio rispose:

- Hai ragione, ho lavorato tutta la notte.

La principessa si alzò gaiamente per contemplarlo nello specchio invece di guardarlo in faccia: un’altra risata accolse questo scherzo, ma Lelio rimesso del tutto si era già tratto il cappello e le tendeva la mano. Ella la strinse come al solito.

Poi si levò proponendo a tutti quei giovani di accompagnarla in un giro lungo tutto il Pavaglione; Lelio si era rivolto a proposito verso il banco per ordinare un vermouth chinato.

- Non viene lei, signor Fornari? - gli domandò con accento vibrante di sottile ironia la principessa.

- Mille grazie, ma ho un altro appuntamento.

- Con chi era il primo?

- Potrei forse dirlo se fosse andato a vuoto.

- Altrettanta fortuna pel secondo - rispose dall’uscio salutandolo con un gesto amichevole.

Egli si morse le labbra per rattenere una ingiuria plebea.

Erano le cinque, l’ora del passeggio elegante sotto il portico del Pavaglione prima di rincasare per il pranzo; i negozi erano affollati, la giornata splendida, il sole di marzo aveva messo nell’aria una mollezza tiepida e profumata. Lelio sperando che la principessa sarebbe tornata a casa forse sola, a piedi, andò verso il suo palazzo per tagliarle la strada; in quel momento avrebbe voluto con lei una spiegazione a qualunque costo, anche a quello di uno scontro col marito o di sembrare grottesco a tutta la città. Ma anche quel fanciullesco proposito gli andò a vuoto, perché la principessa rientrò nel proprio palazzo dentro la carrozza della contessa Ghigi e col marito di questa. Lelio dovette rispondere al loro cortese saluto, quantunque gli sembrasse di leggere negli occhi verdi della principessa una bravata di canzonatura.

Ormai quel duello lo preoccupava tutti i momenti.

I compagni lo tentavano malignamente su quell’avventura, che lo aveva tanto mutato: si notavano le sue frequenti distrazioni, il suo imbarazzo nei discorsi offensivi che si tenevano su lei, si erano osservate le loro occhiate a teatro, certi fremiti in lui, quel minuscolo dramma di silenzi, di parole, di bugie pressoché uguale in tutti gli amori. Egli per difendersi affettava un cinismo anche più volgare verso tutte le donne, e si era lasciato trascinare a più di una cena con ballerine di ultima fila.

Intanto il tempo passava.

Una sera sui primi di maggio la contessa Ghigi invitò la principessa ad una gita sulle colline di Ozzano ad un suo podere, ove era solita recarsi tutti gli anni, almeno una volta, a pranzo dalla propria balia. Ella v’andava in confidenza entro un vecchio calesse, senza livree, col cavallo di un fattore: il principe Giulio presente all’invito domandò di esservi compreso, perché sarebbe stata per lui una eccellente occasione per apprendere se in quelle colline vi fossero delle quaglie. Lelio Fornari sopravvenne in quel punto. Ma la contessa Ghigi sembrava poco disposta ad accettare il marito dell’amica per non turbare il carattere di quella visita: i contadini avrebbero avuta troppa soggezione, e la piccola festa sarebbe diventata un’ordinaria gozzoviglia di signore in campagna.

- Io sono cacciatore, trattatemi a pane di granturco: non sarà la prima volta che ne mangio - insisteva il principe.

- Niente, poi nella calesse non ci si cape in più di due signore.

- Ebbene, un’altra idea: vi raggiungeremo lungo la strada, magari solo al podere, io e il signor Fornari. Ella accetta, non è vero, signor Lelio? sul mio biroccino da caccia. Oh! vi attacco sempre delle rozze, io vesto male anche in città, quei contadini non mi riconosceranno.

- Ma il signor Fornari - intervenne la principessa - consentirà a non essere elegante? Io - aggiunse ironicamente - mi farò prestare un abito dalla cameriera.

- Io invece verrò in maniche di camicia - ribatté Fornari sul medesimo tono.

La contessa rise, la partita era vinta: Lelio e la principessa si guardarono negli occhi, quindi si separarono senz’altro.

L’indomani sul mezzogiorno, perché le signore malgrado tutte le vanterie della sera innanzi si erano alzate tardi, la contessa Ghigi e la principessa Irma arrivavano al podere Cà de’ Varchi al disopra della vecchia badia, precedute dal principe Giulio e da Lelio Fornari montati sopra un rozzo biroccino e vestiti da caccia. Lelio conservava un certo aspetto signorile, il principe invece pareva davvero uno di quei fattori da buoi, arrossati dal sole dei mercati e dal vino delle bettole.

Secondo il solito, credendo tutti quattro di andare incontro ad una grande gioia, rimasero seccati sino dal primo momento: i contadini, tranne il reggitore e i due vecchi, erano scappati per la soggezione, la casa era sporca, l’aia piccola, la buca pel letame si apriva presso la porta della cucina, unica porta di tutta la casa. Due gelsi brulli, già sfogliati pei bachi, dei quali si vedevano le stuoie dalle piccole finestre del piano superiore, battevano coi rami sui tetti.

Si dovettero porre i due cavalli nella stalla dei buoi, chiamando a grandi grida uno dei ragazzi fuggiaschi pei campi, perché venisse a cavarne prima un paio di vitelli; la calesse e il biroccino rimasero sull’aia, momentaneamente all’ombra di due grossi fienili.

Siccome la contessa aveva mandato avanti il cuoco con molte provviste, il pranzo era quasi pronto in una camera attigua alla cucina, e dalla quale con grave incomodo dei contadini si erano dovuti sgombrare un letto e due cassettoni.

La balia, vecchia e secca, affettava molta servilità verso la contessa, che credeva ingenuamente di essere adorata da lei e da tutta la famiglia, mentre invece quella gita non riusciva loro grata se non pei cinquanta franchi, che ella lasciava sempre per regalo nelle manine sporche del ragazzo più piccolo. Né la contessa né i suoi invitati, quando per caso ne accompagnava qualcuno, avevano il senso o il gusto della campagna: volevano mostrarsi indulgenti verso le maniere o la povertà dei contadini, ed invece li umiliavano doppiamente senza trovare mai un solo accento, che destasse un’eco della loro vita.

Lelio Fornari invece entrò nella cucina e coll’acuta sensibilità dell’artista si mise subito all’unissono con tutti: il cuoco già brillo vi si affaccendava col reggitore ed il nonno, intanto che la balia vestita cogli abiti della domenica doveva accompagnare la contessa, che le aveva passato il braccio sotto il braccio per mostrarsi buona in faccia agli altri invitati.

Poco dopo capitò nella cucina una ragazza alta, scalza, bruna, cogli occhi ancora tutti pieni di sole, chiamata improvvisamente dal campo per girare l’arrosto.

Le due signore e il principe seduti nell’aia all’ombra dei fienili si volgevano spesso verso la cucina, dalla quale venivano sino a loro risa, fumi e profumi, colla voce del cuoco e quella di Lelio, che scherzavano colla ragazza. Questa, passata sull’aia a testa bassa per la presenza dei signori, si era tosto rimessa; il cuoco diceva qualche barzelletta in bolognese, Lelio le acuminava e la ragazza imporporata dalle fiamme del focolare, sul quale girava il lungo spiedo carico di polli e di piccioni, sembrava anche più bella. Il busto rozzo, da cui la rozza camicia bianca emergeva vivamente, le dava una apparenza fantastica, coi capelli così scarduffati, più neri nell’ombra densa del camino, e le braccia nude e gagliarde, che avrebbero potuto brandire subitamente quello spiedo come un’arma.

Lelio non aveva ancora pronunciata una sola parola d’italiano in quella cucina, movendovisi come se vi fosse sempre stato: anzi la sua disinvoltura, solleticata dalla loro famigliarità, lo aveva fatto trascendere sino a sturare una bottiglia dell’eccellente vino bianco, mandato su dalla contessa per berla tutta insieme nei bicchieri piccoli.

- Signor Fornari - chiamò con voce secca la principessa dalla finestra, sorprendendolo, mentre pizzicava scherzosamente il collo alla ragazza.

Egli invece di uscire corse all’inferriata.

- Che cos’è, principessa? - e mise le mani presso le sue nel medesimo ferro.

Egli stesso aveva il volto rosso, caldo; il principe Giulio e la contessa Ghigi volgevano loro in quel momento le spalle. La principessa sentì la voluttà di quel bel viso giovane.

- Perché non esce sull’aia? - gli domandò con sussiego forzato dandogli del lei per la prima volta, mentre si erano trattati sino allora col voi francese.

- Siete voi che lo desiderate? - l’altro replicò appressandole maggiormente il volto al volto. Nella cucina si era fatto un silenzio improvviso; la ragazza si volse di sbieco.

- Vedete, principessa, avete fatto loro paura: venite dentro.

Ella ebbe una smorfia di ripugnanza, Lelio si staccò dalla finestra freddamente.

- Se voi amate le serve, a me non piacciono i servitori.

Un lampo di collera si accese negli occhi neri di Lelio, ma seppe frenarsi, e senza nemmeno rispondere tornò al focolare presso la ragazza.

Il pranzo parve anche più squisito in quella cameruccia dalle pareti scalcinate, a travi sudice, su quella tavola un po’ zoppa, che la balia aveva coperta colla propria migliore biancheria; ma le posate erano rugginose, perché il cuoco aveva dimenticata a casa la sporta delle argenterie.

Il principe avvezzo ai contrattempi della caccia ne rise, ma le due signore dovettero fare qualche sforzo per vincersi, mentre la vecchia balia a fianco della contessa ne restava umiliata, e suo figlio, il reggitore, bel pezzo di contadino già sui cinquanta, che serviva a tavola, cercava di scusarsi offrendo di forbirle subito un’altra volta colla sabbia. Poi l’allegria ricominciò.

Lelio sentendosi in vena seppe divertire le signore con una girandola di motti fini ed originali, che finirono di guadagnargli il cuore dei contadini: nella cucina si udiva ridere, giacché tutti i ragazzi vi erano tornati dai campi.

Solo la principessa ridiventava tratto tratto accigliata. Lelio la punse scherzosamente più volte, e allora ella si atteggiò nella sua bella posa di sognatrice; mangiava poco, abbandonandosi sulla sedia rustica, mentre la contessa sempre così serena le diceva dolcemente:

- Ecco che ti annoi! te lo avevo predetto.

- No, mia cara, sono anzi contentissima, è una giornata deliziosa.

In quel momento Lelio le premé sotto la tavola un piede, ella si volse, ma non lo ritirò.

Allora il dialogo si fece più scintillante; il principe, gran mangiatore, ratteneva sempre il reggitore in quella sua intensa preoccupazione di mutare i piatti per parlargli di quaglie; i prati sui colli vicini dovevano esserne pieni, perché le quaglie vi nidificano in gran numero, e l’inverno era quasi stato senza neve. Lelio corteggiava amabilmente la vecchia balia tenendo sempre fra i propri piedi un piedino della principessa, della quale il volto si velava sempre più di una fantasticheria poetica. Fuori il sole incendiava tutta l’aia di una gloria di luce, mentre da lontano gli alberi verdi sussurravano mollemente.

Ogni tanto, all’aprirsi dell’uscio, si vedeva la cucina piena di gente, che mangiava in piedi, seduta, in tutte le pose; la bella ragazza scalza era sempre nell’angolo del focolare con un piatto sulle ginocchia.

- Lasciate aperto - disse Lelio; - è più bello così! Ci vediamo tutti.

- Sì - ripeté il principe; - democrazia almeno in campagna.

Ma la principessa sorprendendo una occhiata di Lelio alla ragazza ritirò bruscamente il piedino.

Lelio si sentì nel cuore un grido di trionfo; temerariamente allungò daccapo un piede sotto le sue sottane, e lasciandosi cadere il tovagliolo, le sfiorò un’anca.

- Vi piacciono le contadine, signor Fornari? - domandò la principessa.

- Non osereste la stessa domanda col principe.

- Lo so, lo so, a lui piacciono, e a voi?

- Perché negarlo? Sì.

- Così sudicie - ella soggiunse a bassa voce con una moina di ripugnanza.

- Come la frutta: chi lava le ciliegie in campagna?

- Ben detto! - esclamò il principe.

- Ah! voi dovreste tacere - gli si rivolse minacciandolo col dito la contessa: - vi si conosce anche troppo. Siete tutti così voialtri!

- Che cosa trovate dunque voialtri uomini di meglio nelle contadine? - insisté la principessa.

- Chi ha detto meglio? - ribatté il principe.

Ma la domanda era rivolta a Lelio.

- La sincerità.

- O la facilità?

- Spesso sono la medesima cosa -, e il suo sguardo la dominò dall’alto.

Erano alle frutta. Lelio andò in cucina con una bottiglia sturata e un gran piatto di dolci per far bere i ragazzi, il principe lo seguì mettendo mano al portasigari; la confidenza tornava in tutti, ridevano fra un tintinnire di bicchieri e di piatti, perfino il vecchio cane pastore bianco era riuscito ad introdursi. Volevano scacciarlo, ma Lelio protestò gettandogli un gran pezzo di pagnotta, che l’altro scappò subito a mangiare dietro i fienili.

Le due signore rimaste sole attendevano il caffè. Il cuoco brillo lo preparava in un pentolino sul focolare, ma avrebbero dovuto berlo nei bicchierini, perché si era scordato egualmente delle chicchere e del caffè, e la balia aveva dovuto andarne a cercare un cartoccino nella propria cassa. Ella sola ne prendeva qualche volta in famiglia.

- Signor Fornari - chiamò la contessa - ci lasciate sole, tutti.

- Usciamo piuttosto, qui si soffoca: prenderemo il caffè all’ombra del gran susino dietro la casa.

Infatti uscirono tutti, anche la balia: furono portate delle sedie, si formò il crocchio.

Giù da quella eminenza la valle si stendeva incantevole sino a Bologna restringendosi dietro verso i colli, che la chiudevano come un immenso muraglione giallastro. Potevano essere le due: si parlò ancora, si rise, poi la conversazione venne languendo in quella fatica della prima digestione. A poco a poco anche la cucina si era vuotata, il reggitore dopo aver condotto i cavalli a bere in una pozza non era più uscito dalla stalla, si udivano da lungi cantarellare voci fresche sui gelsi che i ragazzi sfogliavano per i bachi, e una pace dolce, voluttuosa, veniva da tutta quella campagna in fiore, colle grandi erbe ondeggianti e i grani, che si doravano lentamente alle prime intensità del sole.

Lelio era caduto in una contemplazione di artista accanto alla principessa, coll’occhio vagante sulla vallata; improvvisamente si sentì addosso il suo sguardo.

Si levò, anch’ella fece altrettanto; il principe discorreva tranquillamente di agricoltura colla balia e colla contessa, ma vedendoli alzarsi, tutti domandarono ad una voce:

- Dove si va?

- Bisogna pur muoversi.

- Con questo sole! - esclamò la contessa, cui l’aria aperta metteva una bianchezza più fulgida sulle carni.

- Appunto nel sole. Ah! contessa, non vi diventereste più bella perché è impossibile, ma vi mutereste per qualche giorno di bellezza.

- Sì, davvero! A Rimini nel tempo dei bagni divento di un bruno orribile.

- Confessate però che nessun uomo ve lo ha ancora detto.

Anche la contessa, il principe e la balia si erano levati; entrarono tutti nell’aia cacciandosi nella poca ombra fra il calesse e i fienili. Il sole era ardente, la balia propose di salire nelle stanze superiori a vedere i bachi, e infatti ogni tanto si scorgeva dalla finestra il busto rosso della ragazza che li mutava di stuoia.

- Ah! sei tu… - esclamò Lelio, che aveva girato il pagliaio, scorgendo il cane accosciato con un osso fra le zampe.

Il cane agitò la coda come ad un saluto, ma si scostò appena di qualche passo per riaccovacciarsi subito.

- La brutta bestiaccia! - disse la principessa arrivando dall’altra parte.

- È un povero….

Ella era ancora così melanconica, ma negli occhi verdi le tremava una luce insolita; il sole dardeggiando sul fieno l’aveva arroventato e faceva intorno ad essi come un’aureola d’incendio. Ella alzò una mano per ripararsi la fronte.

- Irma! - egli proruppe piegandosele sul volto col viso pallido e gli occhi ardenti. Erano soli; dietro il fienile un altro terrapieno si curvava quasi in una svolta, nessuno poteva vederli, ma udivano sempre dall’altro lato la vecchia balia vantare i bachi, che dormivano della seconda.

- Se vogliamo andare a vederli…

- Aspettiamo che abbiano finito di dar loro la foglia, si veggono meglio - rispose la contessa.

- Irma! - ripeté Lelio, ma questa volta con voce così strozzata che l’altra ribatté come sfidandolo improvvisamente:

- Che cosa vi prende? -

Egli si guardò attorno, l’altra ebbe un moto di spavento, ma era tardi: l’aveva già afferrata alla cintura, premendola nella parete del fienile. Ella si sentì raschiare il collo, ardere la schiena, mentre il sole le batteva sugli occhi accecante, trionfale.

- No, no…

- Gridate dunque! -

Ella fece ancora uno sforzo, ma l’altro la soverchiò con una demenza sùbita ed irresistibile.

Fu un attimo. Ella dovette abbassargli il capo sulla spalla sotto la furia dei baci che le mangiavano il collo, presa dentro una stretta delirante, nella quale tutte le sue resistenze di donna svanivano, mentre una paura orribile, inutile le cresceva dalle voci parlottanti sempre all’altro lato.

- No! - rantolò ancora sentendosi ardere improvvisamente i ginocchi da un raggio di sole, poi credette di svenire nella sensazione delle punte, che le foravano gli abiti sottili e le mani.

Non era forse stato più di un minuto.

Ella si ricompose per la prima, vinta, offesa, guardando istintivamente il cane, che non si era mosso; Lelio più sbalordito non riusciva a parlare, poi delicatamente, con due dita, le trasse una festuca dai capelli.

- Questa la conserverò - disse finalmente.

- Oh! - ella esclamò con accento tremulo e guardandosi intorno - se…

- Io arrischiavo la vita, voi no - rispose l’altro superbamente.

- Bestiaccia!

- Perché dunque vi pare così brutto questo povero cane? - ribatté Lelio ad alta voce per farsi udire dall’altra parte. - Non gli guastate l’unica festa dell’anno: vedete bene che anche in questa gli toccano solamente le ossa.

Questa disinvoltura finì di vincerla: Lelio calmo non si affrettava a ritornare dall’altro lato.

- Andate, andate - ella diceva affannosa.

- Perché? - rispose gettando un sorriso trionfante d’ironia attraverso il fienile.

- Oh! Lelio! vai.