Oro incenso e mirra/Oro/capitolo III

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Oro

Capitolo terzo

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Oro - capitolo II Oro - capitolo IV

A questo modo Lelio Fornari era diventato l’amante della principessa Irma Montalto, però la loro relazione rimase per abbastanza tempo secreta malgrado le molte dicerie dei primi incontri. Quella violenza istantanea aveva sconfitto tutte le civetterie della donna e della dama, come accade quasi sempre quando il maschio rompendo il fragile inviluppo della educazione sociale riappare nella irresistibile sincerità della natura.

Ma allora le parti s’invertirono, Lelio diventò freddo, ella si fece più amorosa; pareva che finalmente avesse trovato l’uomo della propria vita, questo ideale secreto di tutte le donne, che spiega forse la maggior parte dei loro inintelligibili capricci. Egli invece le serbava rancore dell’aver voluto tenerlo a bada sino quasi a renderlo ridicolo nella folla degli altri adoratori. In fondo quella di Lelio non era stata che una passione di vanità vivificata dal succo della giovinezza.

Egli era ritornato col principe dinanzi al loro calesse.

Al momento di scambiare i saluti ella poté sussurrargli:

- Venite stasera.

Lelio la guardò fisso.

- Vieni… Contessa, stasera verrete tutti da me: finiremo così la giornata insieme.

Nel vano di una finestra sotto una tenda bianca raddoppiata da un cortinaggio di seta, ella fingendo di affacciarsi alla strada osò di buttargli le braccia al collo.

- Mi ami?

- E tu?

- Cattivo! - mormorò con voce spenta; poi con una dolcezza inesprimibile: - Mi ami? - ripeté stringendosi sotto al suo sguardo come una colomba.

Una grande rosa purpurea le profumava i capelli; Lelio sentì di non poter resistere alla seduzione, e colla sua precoce esperienza cinica di romanziere, invece di renderle il bacio, le strinse con una mano quanto più poté di carne sotto il busto.

Ella si allontanò tutta ilare per andarsi a poggiare dietro la sedia del marito, che giocava a scopa colla contessa.

- Ha il sette bello, sai.

- Vuoi dunque rovinarmi in tutto? -

Ella cercò maliziosamente gli occhi di Lelio, che rimase impassibile.

Ma quando egli uscì dal palazzo circa sulla mezzanotte per tornare a casa, avendo già con lei un appuntamento per l’indomani, un’amara rampogna gli strinse il cuore, di aver sperato per un istante qualche cosa di più nobile in un amore di principessa.

Lelio non era geloso: fosse albagia di carattere o freddezza di cuore, non aveva ancora amato davvero attraverso le sue molte avventure femminili. Eppure dal fondo della sua anima si levavano spesso impeti tempestosi di passione che lo facevano urlare come un perduto nel primo sbigottimento della solitudine, quando la paura non ha ancora uccisa la speranza. Ed erano invocazioni deliranti di dolore, appelli forsennati di una voluttà, cui nulla aveva mai potuto appagare, e che riprendevano talvolta le vie del cielo come un ritorno mistico a Dio, il tormentatore che consola anche quando vuole distruggere la propria creatura.

Ma appena di fronte alla donna lo riprendeva un’ira fredda di analisi, cercava minutamente, quasi maliziosamente, tutti i suoi difetti, decomponeva le sue sensazioni, disseccava tutti i suoi sentimenti. L’amore non era lì, in quella fragilità di corpo e di spirito, che l’uomo era sempre sicuro di spezzare al primo contatto; ma non era nemmeno altrove, o non sapeva trovarlo. Come per molti scrittori della nuova scuola naturalista, la crudità del suo pessimismo era un’angosciosa reazione contro l’inafferrabile divinità della vita, che le cose e le anime sembravano piuttosto nascondere che rivelare.

Quindi tutta la malìa seduttrice della principessa non poteva trionfare della sua diffidenza. Lelio sapeva o credeva di sapere il nome di molti altri suoi amanti, ai quali naturalmente ella doveva aver prodigate le medesime scene. Se talora vinto dalle sue carezze si diceva che nessuno aveva forse saputo accendere in lei tanto ardore, poco dopo la coscienza di quella troppo facile promiscuità col marito e cogli altri lo riagghiacciava. Ella ne restava impermalita.

Una volta, ed era il terzo appuntamento sempre nel suo magnifico salottino lilla, ella glielo chiese:

- Tu non mi credi.

- Di che fede vuoi tu parlare? - e il suo accento era duro.

- Eppure devi sentirlo che ti amo - ripeté strisciandogli con una palma così lievemente sulla faccia che al buio egli avrebbe potuto prenderla per una piuma di ventaglio.

- Tu sei geloso.

- Di tuo marito?

L’altra s’imbarazzò, non voleva accusarsi da sé stessa.

Ma Lelio sdraiato indolentemente sopra una bassa poltrona trapunta la lasciava fare; tutto il suo spirito era teso nell’analizzarla; ella ne provava una pena strana, che non avrebbe saputo nemmeno accennare colle parole, qualche cosa di aspro e di freddo come gli accusati debbono risentirne nel primo interrogatorio.

Andò a rannicchiarsi nell’angolo del divano, ma quantunque paresse mesta il suo atteggiamento era di una lubricità pruriginosa.

Allora Lelio venne a sedersi sulla spalliera alla quale essa poggiava la testa.

- Dunque mi ami…

- No, poiché questo ti fa anche più piacere, tristo violatore di donne, che non sai nemmeno fartelo perdonare colla sincerità della violenza. Perché mi hai tu presa?

- Perché mi tentavi tu?

- Ti amavo.

- Avresti amato di vedermi soffrire indarno?

- Non soffro io adesso indarno? Tu non mi ami, lo so, quindi sono io che mi degrado cedendoti, ma tu rimani più basso di me. Che cosa ti avevo io fatto, cattivo soggetto? Eri bello, venni da te al veglione; e poi mi avevano tanto detto che eri un grande ingegno, uno spirito satanico… Noi non conosciamo generalmente che degli sciocchi, quelli che riempiono i nostri saloni. Tu mi dicesti quanto nessuno aveva mai osato, io quella notte non dormii. Avevo paura di darti ragione: era proprio così? Come lo sapevi tu? Era un mistero; allora volli fuggire.

Sei tu - continuò violentemente - che hai voluto tutto, e mi tratti così.

Pronunciando queste ultime parole era diventata pallida, cogli occhi verdi socchiusi. Una seduzione morbosa esalava da tutto il suo corpo impregnato di un triste odore di sandalo, mentre la sua lunga veste da camera di un giallo spento sembrava quasi bagnata, tanto le si modellava sul corpo.

- Non ti basta una donna come me? - le sfuggì in un impeto d’orgoglio.

- Forse perché sei principessa?

- Fors’anche.

Lelio s’alzò per andarsene, ma ella non lo credette. Infatti tardava a trovare il cappello ed i guanti: ella lo seguiva cogli occhi dilatati, si era rapidamente con una mano ravviati i capelli, mentre un piedino le spenzolava entro la calza rosea dal divano, lasciando vedere sino a mezzo la gamba.

Lelio salutò sull’uscio. Ella attese ancora qualche secondo, poi gli corse dietro, lo raggiunse al secondo salone; egli si voltò al fruscio delle sottane e si sentì già avvinghiato per le spalle.

- Torna subito indietro.

Quando si furono daccapo seduti sul divano, ella tacque: voleva che parlasse lui per il primo.

- Che cosa vuoi? - le disse finalmente.

- Mi ami?

- Io sì - rispose colla solita menzogna degli uomini.

- La vuoi sapere la verità? Se qualcuno ama fra noi due, sono io.

- Chi amate dunque, principessa?

- Uno scemo che me lo domanda.

E saltandogli sulle ginocchia lo morse ad una guancia.

- Lo voglio, sai, lo voglio: sono io che ti violento. Credi che sia un privilegio degli uomini? -

E lo aveva rovesciato sotto un’onda di risa cristalline sul divano, facendogli il solletico un po’ dappertutto, così che rimaneva quasi coperto interamente dalla sua veste gialla; quindi prendendolo al collo con ambo le mani in una rabbia ipocritamente graziosa di pantera:

- Ecco il violento! - esclamò.

Ma dieci minuti dopo, quando Lelio fatto più molle, col volto ancora un po’ madido, la lasciava baciandola sui capelli come una bambina, ella tornò a chiedere:

- Mi ami?

- Tu no.

- Niente, niente? - ella ripeté biascicando le parole.

- Nemmeno come un vestito.

- Scommettiamo.

Lelio era triste.

- Hai paura di perdere? - insisté provocantemente: - scommettiamo.

- Sia pure, ti proverò, che io per te non valgo neppure un vestito.

Ella cessò di sorridere.

- Ma fai davvero?

- Poiché lo esigi.

Involontariamente si erano staccati riprendendo ognuno la propria posa; egli pareva in visita dinanzi ad una signora, che si fosse alzata cortesemente per gli ultimi saluti, ma un freddo improvviso li aveva egualmente sorpresi. La donna fu più impaziente.

- È un modo di darmi della borghese. Ma sono curiosa: me lo proverai presto?

- Lo temo.

- Grazie. Che cosa scommetti? - soggiunse tosto in tono canzonatorio tendendogli daccapo la mano.

- Più di quello che io abbia, poiché ti perderò.

- Sai, in questo momento tu non provi che una scena da romanzo: ecco perché io odio i romanzi scritti: sono sempre così falsi!

- Fra un autore e una principessa chi dirà la verità?

- Va via, non ti voglio più vedere sino a questa sera in teatro: oh! se non vieni a farmi visita…

Quella sfida troppo seria malgrado l’aria di scherzo colla quale era stata gittata e raccolta rinfocolò naturalmente la loro passione. In fondo avrebbero voluto entrambi aver torto, mentre un secreto presentimento li avvertiva di una non lontana rottura. Perché? Non erano abbastanza belli, giovani e caldi per potersi amare? Tuttavia trepidavano di essersi già troppo conosciuti.

In una fra le più deliziose leggende di Heine un ondino e un’ondina s’incontrano ad un ballo campestre: tutti ammirano la loro danza dalle ondulazioni di una strana grazia, poi la dama dice all’orecchio del cavaliere: «Sul vostro cappello tremola un giglio che cresce solo in fondo all’oceano». «Bella dama», rispose l’altro, «perché dunque la vostra mano è così gelida e l’orlo della vostra veste tanto inzuppato d’acqua?». La musica tace e la bella coppia si separa assai civilmente: per sciagura si conoscono già troppo.

Ma Lelio raffreddandosi si abituava con una specie di crescendo al bisogno di quella donna di una lubricità così originale. Ella invece voleva domarlo, come fanno le donne cogli uomini, indebolendolo: senonché in tale crudele rivincita femminile spesso s’inteneriva sino alle lagrime, e allora erano deliziose melanconie, effusioni poetiche, nelle quali il fine gusto di entrambi si accordava come in una suonata a quattro mani.

Ella una mattina andò a trovarlo: Lelio, umiliato da tale visita in quelle due camerette ammobigliate, dovette cedere subito alla gaiezza, colla quale ella saltellava volendo tutto vedere e frugando invece abilmente fra i suoi manoscritti per cercarvi le tracce di qualche avventura, forse non del tutto passata. Non trovò quasi nulla, poche fotografie di belle donne, che Lelio le dichiarava ad ogni sua dimanda cortigiane o modelle.

- Qualcuno non ti ha veduto entrare? - le chiese diventando prudente per una improvvisa tenerezza di tenerla così in quella cameretta nella quale aveva tante volte sognato di lei.

Ella vi rimase più d’un’ora.

- Verresti qui una notte con me?

- Nel tuo letto! - ella esclamò rispondendo al suo guardo con una smorfia di ripugnanza.

- Perché?

- Ma è una via pubblica, lo so.

L’altro invece credette ad una schizzinosa aristocrazia di gran dama, e se ne offese.

Rimasero entrambi impacciati, poi ella se ne andò nullameno sorridendo. Ma sulle dieci della sera stessa la vide sola col principino fuori di strada. Camminavano stretti l’uno contro l’altro, parlando a bassa voce, concitati: egli allungò il passo e traversò la strada cacciandosi sotto l’altro portico per seguirli non visto.

Non era gelosia, ma un’amarezza della vanità e del non aver mai potuto sino allora credere ad alcuna donna. Sapeva che il principe stava per sposare una baronessa tedesca ricca a milioni, quindi i due dovevano certamente parlarne; fors’anche era la loro ultima scappata in una deliziosa soffocante ripresa di tutte le follie, studiando già il modo d’intendersi dopo quel matrimonio.

Lelio sentiva che fra la principessa e il principino una vera rottura poteva anche non accadere mai in quella costante famigliarità creata loro dai rapporti mondani: egli invece doveva già affrettare il proprio ritorno in campagna per non ingrossare troppo i primi debiti contratti nella necessità di frequentare quegli ultimi mesi più assiduamente i massimi saloni bolognesi. La principessa, vana e dissoluta come quasi tutte le sue pari, aveva invece voluto prenderlo al modo che si spicca un frutto da un albero: per curiosità gelosa, convinta di fargli lo stesso onore della contessa Ghigi alla propria balia in quella visita di tutti gli anni.

I due strisciavano lungo i muri nell’ombra senza voltarsi. Per un momento pensò di fare uno scandalo coll’oltrepassarli, fermandoli magari con qualche ironica trovata, ma se ne vergognò quasi subito: sarebbe stato un confessarsi ridicolamente geloso, poi tutta Bologna sapeva che il principino in altra occasione aveva dichiarato di non battersi per motivi di religione. E soprattutto a che pro, dal momento che non amava? Tuttavia si era loro appressato. Adesso non perdeva una mossa di lei, avrebbe quasi scommesso d’indovinare anche le sue risposte; passava poca gente, nullameno qualcuno si rivoltò ad osservarli avendoli forse riconosciuti. Dopo parecchi giri e rigiri arrivarono alla Seliciata di Strada Maggiore, nella quale stazionavano parecchi fiaccheri, e semplicemente, temerariamente salirono sul primo, un brougham.

- Con me non lo farebbe. Ah! glielo domanderò.

Invece l’indomani appena entrato nel suo gabinetto ella gli disse che andava a Parigi col principe Giulio.

- Vieni anche tu? -

L’altro si sentì come una stoccata nel petto.

- Perché? Giulio è invitato a due lunghe partite di caccia, io resterò sola, vieni. Sei stato a Parigi? La vedrai, è la sola città dove si viva.

Ma egli si era fatto anche più triste di quanto avrebbe voluto mostrarlo.

- Debbo andare in campagna a scrivere un libro.

- Lo scriverai dopo.

- Non posso.

- Lo hai già impegnato col tuo editore? -

La semplicità di questa domanda parve all’altro un insulto.

- Sai bene che non scrivo per commissioni - ribatté seccamente.

Non si era ancora seduto.

- Ah! Noi partiamo giovedì immancabilmente.

- Addio - egli disse tendendole la mano.

- Ma perché mi lasci così? Quando ci rivedremo?

- Al mio ritorno a Bologna quest’inverno.

- Non prima?

- Forse che tu lo vorrai?

- Oh! - esclamò finalmente - ma sei uggioso col tuo tono!

Gli voltò le spalle con atto nervoso, ma l’altro non sapeva più andarsene. Una mollezza lo aveva preso in quel gabinetto tutto pieno di fiori e dell’odore di quella donna così adorabilmente fatua e voluttuosa; si sentiva vinto, finito.

Una malinconia di abbandono come un anticipo della tristezza che lo aspettava alla villa in compagnia del vecchio padre, prostrava in quel momento tutto il suo orgoglio giovanile.

- Hai freddo stamane: che ti faccia accendere il fuoco? - ella si volse gaiamente.

- Allora io parto oggi stesso - egli disse.

- Subito!

Lelio le si avvicinò, la prese delicatamente fra le braccia come per piantarsela dentro alle carni, e si mosse per fuggire.

- Lelio! - ella lo richiamò dal divano sul quale era caduta: - qui, in ginocchio.

Promettetemi, bel signorino, che in tutti questi mesi non mi tradirete con nessuna contadina.

- E tu con nessun principe.

- Insolente! - ribatté con un lieve rossore alla fronte.

- Addio, amore.

- Addio, principessa.