Oro incenso e mirra/Oro/capitolo IV

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Oro

Capitolo quarto

../capitolo III ../../Incenso IncludiIntestazione 3 giugno 2008 75% Romanzi

Oro - capitolo III Incenso

Lelio scrisse parecchie volte alla principessa dalla campagna, seguendola un po’ dappertutto nelle sue peregrinazioni da Parigi alle stazioni balneari, poi alle due ville grandiose di Vignola e di Bazzano.

Ella rispondeva a bigliettini muschiati saltellando sui propri ricordi con quella disinvoltura civettuola così accorante per la vanità dell’uomo, che vorrebbe sempre aver lasciata la propria traccia nella donna.

In quella solitudine verde e villana, ove nessuna eco di mondo spirituale gli giungeva mai all’orecchio, Lelio dovette accorgersi anche troppo presto di soffrire realmente per l’assenza di lei. La sua vita domestica tutt’altro che fortunata col vecchio padre diventava anche più uggiosa per la rozzezza dei vicini incapaci di comprendere il valore de’ suoi libri e di gustare le sue maniere signorili. Anzi molti fra essi, (e v’erano pure de’ suoi parenti rimasti semplici proprietari di campagna, alcuni dei quali molto più ricchi di lui), se ne offendevano come di una affettazione. Era questo in fondo il dibattito fra padre e figlio; l’uno rimproverava all’altro l’ozio letterario e di mantenersi per giunta troppo costosamente mangiandosi la dote materna.

Infatti il padre non gli aveva mai dato un soldo del proprio.

Quell’estate Lelio non seppe trovare in sè stesso la solita energia di lavoro.

Aveva concepito un grande romanzo di costumi provinciali, i soli che conoscesse davvero per esservi vissuto nel mezzo, sebbene siano forse più difficili degli altri sotto la loro omogenea apparenza. Ma un disgusto amaro di sè medesimo gli toglieva colla prontezza d’intuizione la perseveranza necessaria a tutte le imprese.

Quella donna trattata prima altezzosamente, quindi brutalmente conquistata, gli era sfuggita di mano alle prime carezze nella medesima sera della conquista, colla stessa umiltà di voluttuoso raccoglimento sotto il suo sguardo trionfatore.

Gli pareva di sentire in tutti i suoi atti una sottile canzonatura, simile a quella dei servi verso i padroni, quando arrivano a farsi imporre da questi un ordine lungamente agognato, qualche cosa d’ipocrita e di prepotente, che sbertava tutte le sue albagie di uomo e di artista.

Infatti non era ella principessa con un milione di dote e due altri milioni del marito, mentre egli non era per tutti che un piccolo borghese, così decaduto anche dal proprio nome, che non avrebbe osato premettervi il titolo nobiliare conquistato dai suoi lontani antenati?

Il suo contatto con lei era un effimero risultato di quella democrazia male definibile, che rimescola oggi tutte le vecchie classi sociali senza poterle rifondere in un tipo nuovo.

Se lo si accoglieva nei palazzi più aristocratici, vi rimaneva pur sempre lo stesso estraneo senza importanza, al quale si sarebbero potuti accordare tutti gli appoggi per la migliore delle carriere, ma che nessuno avrebbe voluto per genero nemmeno nelle case meno ricche.

Quindi lo giudicavano uno di quei tanti provinciali, che l’università pulisce e la gioventù sostiene qualche anno a galla, finché ritornano nella lontananza delle provincie, o peggio ancora discendono la gamma delle false posizioni, che la mancanza di una ricchezza o di un nome impone agli spostati della grande vita mondana.

Lelio Fornari non doveva finire in alcuna delle due categorie, ma allora nessuno avrebbe potuto fargli il complimento di un diverso avvenire, mentre egli medesimo nelle ore più cupe di scoraggiamento, dinanzi alla indifferenza del pubblico all’altezza della meta, cessava spesso di meritarlo.

Quindi trascorreva i giorni in una sorda irritazione, dalla quale scaturivano tristi litigi col padre. Questi, avendo saputo dei pochi debiti contratti a Bologna, si era affrettato a negare ogni soccorso; l’altro, già poco disposto a chiederlo aveva potuto a stento frenarsi; poi la scena era peggiorata.

- Tu somigli tutto a tua madre! - aveva esclamato il vecchio.

- E per questo la trattaste sempre così male?

La risposta era troppo vera e fulminea.

- Lo sai tu se questa ragione non poteva essere sufficiente? - replicò l’altro dopo una pausa guardandolo pesantemente.

Lelio, che malgrado il suo pessimismo amava la memoria della madre, ebbe paura di aver troppo compreso.

Per quel giorno non osarono dirsi altro, ma il loro dissidio diventò un divorzio; si parlarono più di rado, quasi a forza. Il vecchio affettava una superba indifferenza, sapendosi ricco in faccia al figlio, cui i 50 mila franchi della dote materna non potevano bastare, e che mangiandoseli inevitabilmente avrebbe dovuto presto o tardi cadere o sotto di lui o sotto un impiego; Lelio invece nella coscienza orgogliosa del proprio ingegno non considerava più quel padre che come un padrone, del quale aveva già sorpassato l’autorità.

Ma per tornare a Bologna gli occorrevano parecchie migliaia di lire, e non sapeva dove trovarle.

Allora si rimise violentemente al lavoro.

Un bigliettino della principessa venne daccapo a turbarlo.

«Mio caro grand’uomo, avete finito il capolavoro? Quando verrete a leggermelo? IRMA»

Le rispose con un’ode.

Finalmente la fortuna gli sorrise; un suo vicino di campagna, vecchio senza figli, che gli aveva sempre mostrato una certa deferenza pel fatto dei libri stampati, gli si offerse spontaneamente in quell’imbarazzo di quattrini. Naturalmente Lelio lo avviluppò in un racconto fantastico sulle ladrerie degli editori e le spese necessarie in certi studi di ambiente moderno; l’altro incantato della confidenza si riconfermò nella fede del suo avvenire.

Però volle una cambiale: erano quattromila lire, che Lelio sperava pazzamente di potergli rendere col primo libro.

Quell’anno rimasto celebre nelle cronache teatrali bolognesi doveva darsi per la prima volta il Vascello fantasma di Wagner; ma Lelio, caso strano in un giovane di quel tempo e pieno d’intenzioni rivoluzionarie in arte, non era un wagneriano.

La principessa stava ancora in villa; poi si videro la prima volta ad una rappresentazione di prosa nel teatro del Corso: ella gli fece un cenno, Lelio salì subito a farle visita e la trovò più deliziosa. La Campagna le aveva dorato le carni, il sole le era rimasto negli occhi verdi pieni di baleni, pareva persino diventata più semplice.

La sua toeletta di quella sera, in casimiro grigio, era di una modestia adorabile.

Parlarono subito vivacemente, egli tentò qualche allusione, cui l’altra rispose con un sorriso discreto senza un accenno alla ripresa della loro relazione. Egli s’irritava: sentiva mancarsi il terreno ad ogni parola, incapace di trovare uno scatto per impadronirsi di quella donna, che avendolo dimenticato non sembrava disposta a cercarlo nuovamente. Poi dovette ritirarsi perché tutti gli amici, anche i meno confidenziali, si affollavano nel palchetto per farle i primi complimenti del ritorno.

Egli rimase ferito, cupo di una umiliazione, dinanzi alla quale tutti i ragionamenti per rinunziare a quella avventura, degna solo di riempire la giovinezza di qualche sfaccendato elegante, diventavano inutili ora che un desiderio lo aveva ripreso vicino a lei, improvviso e famelico, di possederla ancora come la prima volta per lasciarle in qualche punto una traccia incancellabile.

La secreta inimicizia dei sessi, raramente sopita per qualche istante dall’amore vero, gli riaccendeva dentro il sangue le tentazioni della lotta in una smania anche più iraconda di sentirsi mordere da’ suoi baci, e di soffocarla in una di quelle strette, sotto le quali la voluttà stessa urla di spasimo. Poi rinvenendo come da un sogno vedeva nettamente la serie delle volgarità inevitabili a tale passione, forse la più pericolosa per gli uomini d’ingegno, perché contro di essa non valgono appunto né forza di pensiero né finezza di sentimento; ma capiva pure che l’unico modo di salvezza sarebbe stato nel cangiar paese per qualche tempo, mentre tale muta confessione di sconfitta faceva sanguinare il suo orgoglio più di qualunque umiliante abbandono.

Lelio aveva appena ventiquattro anni. Il suo disprezzo per le ordinarie passioni dei suoi compagni era dunque piuttosto una posa che una vera virtù di combattimento; giacché solo più innanzi negli anni, e seguitando nello studio assiderante dell’anatomia sopra tutti i sentimenti umani, avrebbe poi attinto l’orgoglio impassibile dei grandi artisti così simile a quello dei grandi navigatori.

L’indomani scrisse invece alla principessa scioccamente:

«Il capolavoro è appena cominciato; aiutatemi a finirlo».

Per due giorni attese indarno la risposta.

Allora tornò dalla contessa Ghigi e negli altri due o tre saloni dove poteva incontrare la principessa: infatti ella vi era già, corteggiata da tutti, in uno sfolgorio di grazia e di spirito, che eccitava nuove ammirazioni. Egli sospettò subito di un altro amante, ma non scorse che il principino tornato a Bologna per introdurre la moglie nell’alta società. Invece era stato per entrambi un vero disastro.

La baronessa tedesca, alta, con una faccia quasi di uomo, malgrado la sceltissima educazione, era riuscita a tutti insoffribile: le donne l’odiavano per i suoi milioni compiangendo il principino, che gli uomini e la principessa, questa volta passata dal loro canto, giudicavano spregevole per la stessa ragione.

Ella era inesauribile di frizzi sulla canonichessa, come aveva subito battezzata la rivale, ed inventava i più perfidi aneddoti sulle sue esigenze di moglie.

Solo la contessa Ghigi dall’alto della propria bellezza difendeva la straniera.

- Essa sarà una virtù: il principe aveva bisogno di trovare una donna simile.

- Badate, contessa, che la frase non sia troppo esatta - insinuò malignamente il conte Turolla.

Ella comprese allora il doppio senso delle proprie parole.

- Le virtù sono belle - disse la principessa Irma.

- Per questo vi è un piacere così irresistibile a farle perdere.

- Ah! ma tacete, siete orribili voi altri uomini colle vostre massime.

- Credete che anche il principe diventerà un grande virtuoso? - chiese Lelio.

- Perché no?

- Infatti gli basterà per questo rimanerle fedele.

Il motto era così mordace che la principessa Irma gli si volse sorridendo. La loro amicizia tornava quindi a riscaldarsi, ma l’altra, accecata da una inesplicabile rivalità contro la cultura forse troppo vantata della canonichessa, seguitava a tradirsi.

- È già annunziato un suo articolo sul Vascello fantasma: badate, signor Fornari, voi che non siete un wagneriano.

- Come! - gli gridarono tutti, benché lo sapessero già, ma in quell’anno l’entusiasmo per Wagner arrivava alle esagerazioni di un’ultima moda nella buona società.

- Appunto perché tutta la musica di Wagner è una musica di fantasmi: gettatele dentro un raggio di sole e non rimarranno di quelle nebbie che poche gocce di rugiada.

- Perle! - ribatté la principessa Irma.

- Anzi lagrime, questa grande parola di tutti i romanticismi, perché anche Wagner è un romantico.

E la discussione deviò, ma Lelio vi aveva ottenuto di attirare sopra di sé l’attenzione generale.

- Il vostro libro? - ella gli chiese poco dopo.

Si parlavano in piedi: ella era scollacciata colle braccia nude, brune di una peluria finissima, e un grande occhio di tigre brillantato nei capelli. Il lungo strascico dell’abito nero pareva farla più grande. Egli corretto dentro la marsina la fissava con occhi febbricitanti; per un attimo fu il più forte, quindi nel farle un complimento le si chinò sul seno quasi a respirarne il profumo, ma allora un sorriso sfiorò le labbra della dama.

- Come siete!… - egli esclamò volgarmente con quella sincerità di bramosia alla quale le donne sono quasi sempre sensibili.

- Avete bisogno di me per un capitolo?

- Vi trascinerò fino in fondo al libro.

- Ah! sapete già anticipatamente la fine? quale orrore! - sogghignò malignamente.

- Irma, se non scappi ti do un bacio qui.

- Scemo!

- Te lo do.

- Me ne vado.

Egli la seguì; nel secondo gabinetto, pei fumatori, non v’era alcuno; allora improvvisamente, violentemente le si attaccò colla bocca sopra una spalla. Ella acconsentì tutto colla bella testa arrovesciata, muta, rivolgendosi già per tornare nel salone, mentre la coda lunga dell’abito le strisciava dietro sul tappeto con un fruscìo sommesso.

Fin dal primo appuntamento la battaglia era scoppiata con una veemenza d’incendio. Quei cinque mesi di assenza parevano aver accumulato dentro di loro le energie di una nuova giovinezza, ma ella risorgeva sempre più provocante da ogni prostrazione di un minuto, con quell’appagamento insaziato della donna, che per seguitare a volere non ha nemmeno bisogno di seguitare a sentire.

Infatti certe sue dissolutezze avevano l’acredine di una sfida, cui l’altro rispondeva nell’orgasmo dei propri ventiquattro anni. Eppure non si amavano; egli non era geloso, ella non s’inquietava di nulla, ma uguali nella tempra della giovinezza potevano abbastanza contendere nella disparità dell’ingegno e della posizione perché quella lotta sensuale durasse ancora qualche tempo.

Nullameno una medesima dolente passione di non sapere amare li spingeva così freneticamente l’uno nelle braccia dell’altro quasi a frugarsi dentro l’anima, attraverso le carni, nella folle speranza di trovarvi finalmente il secreto di quell’amore, senza cui il piacere rimane sempre così al disotto della felicità.

Intanto per un tacito accordo, suggerito da una stessa condizione di spirito, non s’interrogavano mai al di là del presente, divorandolo più festosamente nella coscienza secreta della sua brevità.

Lelio però aveva una pretensione, che durante quel periodo ella non potesse accettare la corte di nessun altro: doveva essere questo il suo trionfo, la originalità del ricordo, che ne resterebbe ad entrambi, perché Lelio medesimo avrebbe dovuto serbarle per forza quella specie di fedeltà; poi un bel giorno o in una notte anche più bella, prima che l’amabile ingannatrice si fosse decisa a tradirlo, egli l’abbandonerebbe bruscamente.

Ma certi sintomi gli davano a pensare: ella non gli aveva ancora offerto alcun regalo, nemmeno di quelle quisquiglie che le donne prodigano sempre. Voleva essa così risparmiare delicatamente il suo orgoglio di gentiluomo povero? O in quella inimicizia, risorgente fra loro da tutti gli abbandoni più voluttuosi, cercava piuttosto di avere con lui meno addentellati per balzare più agile in una improvvisa rottura? Lelio aveva creduto di riconoscere fra i suoi piccoli gioielli abituali, a certe preferenze o a certe frasi, parecchi regali di altri amanti conservati poi per gradevolezza di ricordi o di uso.

A lui solo non aveva mai chiesto nulla: valeva egli meno per lei? Forse anche meno di un vestito, come si era vantato di provarle in quella scommessa?

Allora lo riprendeva più dolorosa la collera di non poterla amare malgrado tutta la frenesia dei trasporti, nei quali perdeva naturalmente più di quanto ricevesse.

Questa micidiale superiorità della donna lo irritava talvolta sino all’odio di sè medesimo.

Perché cedere così il sangue più puro della propria giovinezza? Quella donna non l’avrebbe abbandonato forse in quel medesimo carnevale, dimenticandolo per sempre, fra la turba volgare degli altri amanti? Non era lei la vincitrice, che poteva passare la vita nei piaceri senza perdervi nulla di più importante? Colla abitudine critica di ogni vero artista egli aveva già analizzato abbastanza bene la propria passione; era una frenesia di sensi e di vanità, una forza composta di due debolezze, e profezia forse di una debolezza peggiore. Altri illustri erano caduti in quella stessa passione brutale della femmina, e vi erano morti.

Da Shakspeare a Byron, da Molière a Goethe, da Heine a Garibaldi, quale triste odissea di grandi teste singhiozzanti sopra ginocchia aperte a tutto il volgo! Era sempre la stessa tragedia provocata da misteriose ed irresistibili affinità, un vizio che cresceva in un corpo e ne guastava l’anima, distruggendo quasi sempre la vita di entrambi.

Forse tutti quei grandi avevano cominciato come lui, con una sensualità o una galanteria, poi l’abitudine si era fatta forte, ed era scoppiata la frenesia di amare nello sforzo impossibile di voler essere amato; e mentre la donna, forse incolpevole a forza di essere inintelligente, seguitava a discendere nelle bassure degli amori senza nome, essi le si attaccavano alle gonne piangendo di adorazione e di vergogna.

Intanto quell’avventura diventata pubblica cominciava a nuocergli seriamente, alcuni amici insinuavano con delicata malignità ch’egli non avrebbe potuto durarvi per mancanza di danaro, altri più apertamente dicevano già che la principessa doveva avergliene dato: lo si sorvegliava nelle spese, si valutavano minuziosamente tutte le sue nuove eleganze. Al club pareva una intesa per comprometterlo con ogni sorta d’inviti.

Una volta per una partita di caccia alla volpe nella tenuta di un ricco conte, e alla quale la principessa Irma doveva partecipare con quasi tutti gli eleganti del suo circolo e molti ufficiali di cavalleria, egli cercò invano una scusa onorevole per rimanerne fuori: non aveva cavallo.

Un ufficiale con gentilezza insidiosa gliene offerse uno dei propri.

- Come! le fanno dunque paura i cavalli? -

Lelio ebbe la debolezza di arrossire.

- No - rispose alteramente.

- Ma dunque, signor Fornari, lei non sa montare? - intervenne la principessa.

- Una cosa che sanno fare anche i marinai.

- Lo sapessi pure, non monterei che un cavallo mio.

- Siete così puritano in fatto di bestie? -

Tutti sorrisero. Egli le serbò rancore, ma per quanto si fosse giurato di non entrare più in quel salone, vi andò la sera stessa del ritorno dalla caccia; ella sfolgorante di brio e di felicità parve non accorgersi di lui. Lelio invece non l’aveva mai veduta così tentatrice: cercò di affettare l’indifferenza, ma il suo orgoglio soffriva troppo di non potersene nemmeno andare senza una specie di abdicazione, perché vi riuscisse. Quella sera il principe Giulio, cacciatore solamente da uccelli, quindi un po’ trascurato fra tutti quei racconti di galoppi e di salti, gli venne incontro.

La loro conversazione durò troppo: la canonichessa ne fece l’osservazione in francese come della più bizzarra avventura nel carnevale, l’amante che perdendo la moglie si metteva per consolazione a corteggiare il marito, e Lelio l’apprese poco dopo dal conte Turolla.

In quel momento il principino scherzava colla principessa Irma. La canonichessa gelosa impallidì: allora Lelio, che le si era già avvicinato per pungerla con qualche motto crudele, colto da un senso improvviso di pietà verso quella brutta donna, colpita come lui al cuore da una stessa ingiustizia, uscì dal salone.

Questa volta era ben deciso a ritornare in campagna, subito, per riguadagnarvi, lavorando, il tempo perduto.

Nullameno passarono ancora alcuni giorni, poi la rivide ad un concerto, e la sera medesima sedendole accanto nel palchetto ella si mise a premergli un piede.

La mutevole creatura rideva pazzamente di un ufficiale, il più brutto del reggimento, che le faceva dalla barcaccia una corte troppo palese.

- Giulio, lo vedi? - si volse al marito.

- Oh! sono tranquillo sul conto suo.

Infatti il principe doveva andare a Roma l’indomani per restarvi una settimana.

- Bada, è troppo bello.

La volgarità di questi scherzi ripugnava a Lelio, che ritirò il piede sotto il divano: ella bruscamente si volse a guardare altrove, ma l’indomani si videro per strada. Egli l’accompagnò un tratto.

- Venite alla festa della canonichessa?

- Non sono invitato.

Ella ne fece le meraviglie.

- Ah! non siete wagneriano.

- Voi andrete certamente.

- Sì, da sola… Sono sola sola in casa.

Il suo sorriso aveva la solita lubricità, poi si passò rapidamente la punta della lingua sulle labbra.

- Invitatemi a pranzo - l’altro proruppe.

- Perché sono sola? -

Egli capì tosto che acconsentiva.

- Trovate un pretesto.

- Se non è che questo! Siccome è la prima festa della canonichessa, e vi sarà tutta Bologna, avrete certamente un abito nuovo per eclissare tutte le signore. Verrò a vederlo.

Ma si pentì subito dopo di averlo trovato sentendo come fosse volgare.

- Sì, è veramente bello! - esclamò la donnina con uno scoppio di orgoglio infantile.

Alle cinque e mezzo Lelio in marsina e cravatta bianca entrava trionfalmente nel salotto della principessa, perché a casa aveva trovato un invito per la festa da ballo.

La principessa si turbò.

- Allora il pretesto non serve più. Se lo sapessero!

- Fammi vedere l’abito.

- Non vi mostro niente.

Il dibattito durò dieci minuti, ma siccome il cameriere entrava nel gabinetto per avvisare che la signora era servita, Lelio troncò ogni difficoltà col chiederle sfacciatamente d’essere invitato a pranzo, e le offerse il braccio.

Il pranzo modestissimo era mal servito: ella stava contegnosa, egli disinvolto faceva dello spirito accorgendosi di riuscirle sempre più seccante.

Perché? Aveva ella calcolato sulla sua assenza in quella festa, o si pentiva già di compromettersi troppo con quel pranzo, sola con lui, in faccia a tutti i domestici? Allora Lelio si fece vile: conoscendo la sua debolezza per i complimenti si profuse in frasi dolci, piene di scurrili allusioni, e finì per raccontare scherzosamente tutta la storia di un amante, che la contessa Ghigi, la divina impeccabile, avrebbe finalmente trovato in un ufficiale di artiglieria. Ella non lo credeva, ma i particolari erano così minuti e scabrosi che dovette riderne per forza.

Poi tornarono un momento nel gabinetto a prendere il caffè.

Pareva ridivenuta allegra. Improvvisamente Lelio, inginocchiandosele innanzi per baciarla sulla cintura, le chiese il permesso di assistere alla sua toeletta con Clelia, la cameriera di confidenza, che, al corrente di tutto da un pezzo, non ne avrebbe fatto alcuna meraviglia.

Ella gli pose per risposta la mano sulla bocca.

- Se invece della festa rimanessimo qui insieme fino alle undici? Poi tu vai a letto ed io faccio altrettanto: lo faresti per me un simile sacrificio? -

La proposta era così stravagante che l’altra non la comprese nemmeno.

- Vattene, è già tardi.

- No, ti aspetterò qui. Voglio vederti prima di tutti gli altri.

Ella non badò al tono freddo di quelle parole.

Appena rimasto solo, Lelio si voltò verso lo specchio e vi si scorse livido di collera: il gabinetto poco illuminato da una lampada sopra un alto piede dorato, coperta di trine, pareva più piccolo; egli le sollevò dalla grossa palla di vetro appannato gettandole sopra una poltroncina, e in quella luce più viva tornò a guardarsi.

Eppure gli pareva d’essere bello, almeno più che il principe Giulio e quell’altro della canonichessa, dalla quale aveva così tardi e forse a stento ricevuto l’invito alla festa.

Perché dunque la principessa Irma non lo amava? La puerilità di questa dimanda, che non avrebbe osato rivolgere a nessun altro, in quel momento lo fece soffrire.

La sua anima degna di più alte passioni si trovò daccapo in quel gabinetto minuscolo, di un lusso raffinato ed insignificante come la vita della donna, dietro la quale egli si perdeva da un anno; si rammentò tutto, il primo incontro, la gita a Cà de’ Varchi, la scena violenta dietro al fienile, tutta la serie dei minimi drammi, i ripicchi, le carezze, i delirii della carne nella più torrida arsura della passione, quando si abbracciavano così strettamente che avrebbero potuto credere per un istante di non lasciarsi più.

Poi tutto finiva un istante dopo per ricominciare ancora in una alternativa di luci e di ombre, mentre un gran vuoto gli si allargava in cuore e il cervello spossato gli si intorpidiva sotto una nebbia pesante.

Perché durava ancora quella meschina novella, buona tutto al più per raccontarsi in poche pagine? Intanto egli era ancora lì ad attendere fanciullescamente la principessa trionfante nell’abito nuovo, che le avrebbe attirato gli omaggi di nuove passioni.

Se ella invece lo avesse amato, quale deliziosa circostanza quella assenza del marito, e come si sarebbero sentiti entrambi felici di rinunziare alla festa per trascorrere insieme la sera, fors’anche la notte, arrischiando per questa beatitudine di poche ore magari tutta la vita!

Ella intenta ad abbigliarsi non pensava invece più a lui in tal momento, perché appena incomincia per una signora la toeletta da ballo, questo solo diventa l’amante, e ogni altro scompare.

Lelio aveva acceso una sigaretta quantunque sapesse che la principessa non permetteva mai di fumare nel proprio gabinetto; quindi si era gettato sopra un divano.

Poi consultò l’orologio, non erano che le otto e mezzo.

Quanto impiegherebbe ella a vestirsi? Per un momento ebbe quasi voglia di andarsene. Che cosa faceva lì? Non gli sarebbe toccato di uscire peggio, solo, a piedi, mentre l’altra monterebbe nella propria carrozza, giacché per nulla al mondo ella avrebbe consentito a farsi accompagnare da lui al ballo?

Per così segnalato favore Lelio avrebbe dovuto essere per lo meno il principino; allora il mondo non vi avrebbe trovato nulla a ridire, ma un borghese come lui l’avrebbe resa ridicola. Il mondo riconosce parecchie categorie negli amanti come in ogni altra classe di funzionari. E l’idea di un amore profondo, tenace, con una dama bella ed elegante, che avesse potuto comprendere almeno in parte i bisogni della sua anima e la grandezza dei suoi ideali d’artista, gli appariva dentro la magia di un quadro dalle tinte delicate sopra un fondo misterioso; egli vi si sarebbe sentito più uomo nella forte calma della fede inspirata ad un’altra anima, colla soavità di un abbandono, che lo avrebbe riposato dalle virili fatiche del pensiero.

Che cosa direbbe suo padre vedendolo in tal momento ad aspettare come un valletto che la principessa fosse vestita?

Gettò la sigaretta e tornò a camminare. Era stanco, irritato di quella attesa troppo lunga anche per un vero amante, e nullameno senza gran cosa di anormale, dacché la festa cominciava alle dieci, e la toeletta di una signora non può in simili casi durare meno di qualche ora.

Istintivamente si cercò un libro intorno, fuori nevicava. Egli aveva lasciato la pelliccia in anticamera, ma andando alla festa avrebbe avuto bisogno di trovare subito un fiacre per non sporcarsi le scarpe. Questa preoccupazione gli suggerì di chiamare un servo, che glielo andasse a cercare, poi improvvisamente diventò timido e non l’osò. Che avrebbe pensato costui?

Daccapo si distrasse: quindi un altro più meschino pensiero lo fece sorridere quasi con gioia nella speranza che l’abito della principessa fosse brutto e non le attirasse che l’ironia delle signore; sarebbe stata sempre una piccola rivincita per lui, che a quella festa non avrebbe avuto alcuna importanza.

Ma gli ultimi quarti d’ora furono addirittura convulsi.

Finalmente intese un fruscìo.

Ella entrò sorridente col viso in alto: aveva sulla testa un diadema e al collo una collana di oro massiccio ad anella e piastrine, qualche cosa di barbaro e di elegante come il diadema e la collana di Elena, che il dottore Schliemann aveva pochi mesi prima scoperto in Grecia, e già diventati di moda a Parigi.

La sua bella testa di gitana ne acquistava un’aria bizzarra d’impero. Rimase un istante sull’uscio quasi incorniciata dalle sue modanature in legno pallido; aveva il busto di un rosso cupo a ricami dorati e, sotto, una campana di merletti rugginosi egualmente ricamati d’oro le copriva la sottana, della quale lo strascico si perdeva al di fuori.

Ella s’avanzò guardandolo negli occhi per cogliervi il primo lampo di ammirazione, ma appena nel gabinetto si voltò allo specchio. Un odore acuto di sandalo era entrato con lei.

Lelio taceva: allora ella trionfante gli sorrise nello specchio.

Le sue spalle brune, nude, parevano più delicate sotto quella pesante fornitura d’oro, senza una gemma, e tutto quell’oro nel busto e nella gonna, che le accendeva intorno una strana fosforescenza. Un’idea passò lampeggiando nel cervello di Lelio.

Ella sorrideva ancora.

Lelio chinò lievemente la testa al suo sorriso e, affettando la massima circospezione, poiché lo strascico del vestito riempiva quasi tutto il gabinetto, le si accostò per di dietro colle labbra tese per deporle un bacio sulla spalla sinistra.

La sua testa spuntò dallo sfondo lucente del cristallo, altrettanto bella, forse più pallida nell’abito nero e sopra quella camicia bianca come la porcellana, mentre ella si aggiustava un riccio sotto il diadema; ma Lelio nel piegarsi per darle il bacio traballò improvvisamente incespicando nell’abito, così che per balzare indietro ne sfondò con un piede la campana dei merletti.

Lo stridore della seta lacerandosi anch’essa per oltre la metà della loro altezza fece voltare la principessa, che urtò quasi colla testa in quella di Lelio; era diventata verde come i propri occhi, cogli occhi sfolgoranti.

- Villano! - gridò raccogliendo nella mano la strappatura.

Lelio attese che rialzasse il capo; i suoi sguardi si urtarono allora in quelli della principessa umidi di lagrime.

- Avete perduto la scommessa.

Nell’ira di quel dolore ella non comprese nemmeno.

- Clelia! - esclamò.

- Eppure ve lo aveva detto che non avrei mai avuto per voi il valore di un abito! - soggiunse Lelio tristamente.

Ma l’altra l’interruppe con un gesto di disprezzo così violento che l’altro dovette indietreggiare; ella rimaneva sempre così piegata colla strappatura fra le mani.

Allora Lelio, che nell’iracondo pentimento di quella vittoria stava per rispondere una ingiuria grossolana, le si inchinò freddamente e, prima ancora che la cameriera accorresse, uscì dal gabinetto.

Fuori la neve seguitava a cadere.

- Dove vai? - lo chiamò una voce amica all’angolo di via Farini. - sei di ballo?

- No. Ho mutato pensiero - rispose abbottonando solamente allora la pelliccia, sotto la quale l’altro aveva veduto il piastrone e la cravatta bianca.

- Allora vieni con me, abbiamo una cena con cinque o sei sgualdrine del teatro Brunetti. Staremo allegri. Almeno quelle sono donne che si conoscono prima; non c’è pericolo di essere ingannati.

- Tanto peggio, mio caro! - replicò l’altro. E si lasciò trascinare.