Osservazioni intorno all’età, ed alla persona rappresentata dal maggiore colosso del Reale Museo Egiziano di Torino

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Giulio Cordero di San Quintino

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Osservazioni intorno all’età, ed alla persona rappresentata dal maggiore colosso del Reale Museo Egiziano di Torino Intestazione 11 gennaio 2013 50% Archeologia

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OSSERVAZIONI

INTORNO ALL'ETÀ, ED ALLA PERSONA RAPPRESENTATA

DAL MAGGIORE COLOSSO DEL REALE MUSEO EGIZIANO DI TORINO

Lette nell'adunanza delli 19 agosto 1824


dal Cav. Giulio di S. Quintino.




Il museo egiziano di Torino vuol essere riputato il primo fra quanti ve ne sono di simil genere in Europa, non solo per la varietà ed il numero grandissimo de’ monumenti, e per la somma loro rarità, ma ancora, e forse con più ragione, per le epoche diverse, spesso lontanissime fra loro, cui gli stessi monumenti appartengono.

Rarissime erano altre volte le opere dell’antico Egitto l’età delle quali fosse precisamente conosciuta; e rare sono anche oggi pur troppo che tanta luce ha sparso su di esse la lettura de’ segni, e caratteri geroglifici.

Nello studio di quelle opere, dove lo spazio immenso di trenta è più secoli s’apre alle nostre investigazioni, dove monumenti contemporanei agli Antonini, e ad Alessandro Severo, per l’uniformità dello stile, si possono facilmente confondere con altri lavorati ai tempi di Abramo, e de’ Patriarchi, senza la cognizione delle epoche loro proprie, tutto dev’essere incertezza, oscurità e sistema. E tale fu veramente fino a nostri giorni la condizione di questa parte importantissima dell’Archeologia.

Con somma cura pertanto noi dobbiamo esaminare quelle opere, di cui, merce la sovrana munificenza, e ora tanta dovizia fra noi, [p. 231 modifica]e, solleciti indagatori, nulla dobbiamo lasciar intentato per iscoprirne l’età, per determinarne le epoche; ed illustrandole e paragonandole a vicenda, far progredire rapidamente la scienza: chè vantaggi grandissimi da queste scoperte sono per derivarne alla Cronologia, alla Storia de’ popoli ed a quella delle arti.

Con questo scopo io ho scelto, come argomento de’ miei Studi, due monumenti di questa collezione già per se stessi molto pregevoli, ma pregiabilissimi per la loro età ben avverata, e per le conseguenze che quindi se ne potranno dedurre: e di questi appunto intendo ora di ragionare.

Il principale di quei due monumenti è la maggiore fra le statue colossali che fanno parte di questo regio museo, la quale, a mio giudizio, è ciò che vi sia di più vetusto, e ad un tempo di più prezioso fra il numero grandissimo di cose antiche egiziane scavate e raccolte con tanta spesa e premura sulle sponde del Nilo dal nostro Cav. Bernardo Drovetti, Console generale per S. M. Cristianissima in Alessandria.

L’altro monumento è la mummia di un bambino egizio fregiata sulla cassa di una doppia iscrizione, cioè di un epitafio in lingua greca, e di una leggenda in caratteri geroglifici; oltre due piccoli manuscritti ieratici sopra papiro, aderenti alle fasciature esteriori del cadavere imbalsamato. Il greco epitafio porta la data dell’anno settimo di Adriano Imperatore; io tengo perciò questa mummia per la cosa di certa epoca la meno antica che sia nella stessa collezione, fra quelle almeno che, poste a confine colle cose cofte, conservano ancora, benchè alquanto alterati, tutti i caratteri, i simboli e lo stile delle opere egizie, quali furono in uso, fin da’ tempi più remoti, nella propria contrada.

Ed in quanto al mentovato colosso basta gettare uno sguardo sulle sue forme, con molta verità recate in disegno nella tavola prima prima qui annessa, e considerare il numero delle sue leggende per vedere come sia degno dell’attenzione degli Eruditi, e come ne possa riuscire vantaggiosa una qualche illustrazione, sia per dar [p. 232 modifica]luce alla storia delle prime epoche conosciute della nazione egiziana, come per istruirci sulla condizione delle sue arti a que’ tempi.

Quella statua, con un’altra affatto somigliante ad essa, che rotta in più pezzi fu trasportata in Roma, dov’è tuttora, fu tratta dal Cav. Drovetti, nell’anno 1818, dalle ruine di Tebe, dove in antico, come ne fui assicurato da chi fu presente allo scavo, servì, in un colla compagna, d’ornamento esteriore ad un gran tempio di quella metropoli, il quale ho motivo di credere essere quelle di Karnac. Rappresenta essa un uomo in piedi, appoggiato col dorso ad uu obelisco, con lunga barba chiusa, come è solito, nella sua busta, e nudo in tutta la persona, eccettuate quelle parti che la scultura egizia ha quasi sempre avuto in uso di velare, a differenza de’ Greci e de’ Romani. La sua fronte è ornata dell’Ureus, ossia del serpente, distintivo de’ Regnanti1. Un enorme Pscent s’alza sul suo capo, e fra le due parti di esso si diramano due corna; su queste, nel mezzo, sta un disco, e lateralmente sulle loro estremità sorgono due aspidi. Tutto quel gran berretto e finalmente coronato dal globo solare. Ogni cosa è simbolica in questo bizzarro accozzamento di cose sì diverse fra loro; le quali, mentre servono di distintivo e di decoro all’eroe qui effigiato, equivalgono per altra parte ad una vera iscrizione, dove i titoli e gli attributi di esso sono rappresentati.

Tale fu sempre il genio delle arti figurative presso gli Egizi, tale lo scopo cui esse tendevano principalmente. Si dipingeva e si scolpiva in Egitto non già per rappresentare il bello ed il sublime dell’arte, o dell’immaginazione: ma per ritrarre la natura, oppure onde manifestare con simboli i propri concetti, ed, imitando sufficientemente il vero e le imagini di convenzione, essere intesi da [p. 233 modifica]tutti. Non è quindi meraviglia se quel popolo, maestro di tutto l’occidente, con una perizia mirabile nell’esecuzione delle sue opere, nel che ardisco dire non essere mai stato da altra nazione superato, abbia poi sempre tenuta una via diversa dai Greci, e sì di rado siasi accostato ad essi nella perfezione de’ particolari, e dell’ideale.

I fianchi di quel colosso sono stretti da una cintura, dalla quale, sul davanti, scende un lungo pendaglio ornato col teschio di una tigre pantera, e con geroglifici chiusi in diversi cerchietti od anelli Reali.

Le sue braccia stanno rigidamente distese sui fianchi; ei stringe nella destra un piccolo codice in forma di rotolo, sul vertice anteriore del quale si vede un altro gruppo di segni geroglifici, chiusi anch’essi in uno di quei cerchietti che circondano sempre i nomi dei Re. Colla sinistra tiene un grosso bastone od obelisco, il quale s’alza perpendicolare fino all’altezza del suo capo. Questo bastone, appunto come i veri obelischi e le colonne egiziane, è coperto davanti, in tutta la sua lunghezza, da una leggenda in caratteri sacri. Sulla sua sommità stava altre volte il simulacro di una divinità sedente, che pare essere stata infranta ad arte, essendo rimasto intatto il suo trono, e tutte le parti vicine; il quale simulacro per quella leggenda stessa, e per la sua mancanza, giudico, per le ragioni che dirò fra poco, aver rappresentalo il dio Mandu o Mendes pronunziato alla maniera de’ Greci, ovvero il dio Phtha protettore di quell’eroe. La statua compagna che è in Roma, benchè assai più danneggiata, ha però conservato questo accessorio del suo bastone; da quella si potrà forse sapere se il mio giudizio sia conforme al vero. Il guasto di quella divinità è il solo difetto di questo nostro stupendo colosso, che in tutto il rimanente è perfettamente conservato; e non è poco, dopo tante scosse e strapazzi che ha dovuto soffrire, da che fu tolto alla terra, nel venire dall’estremità dell’Egitto fino a noi.

L’atteggiamento de’ suoi piedi è quale suol essere quello della [p. 234 modifica]maggior parte delle statue egiziane non sedenti, quello cioè di chi dà il primo passo per camminare: del qual uso costantissimo non mi pare che vi possa essere stato altro motivo se non che quello di dare così maggior stabilita alle statue dilatandone la base.

Dalle sponde del Nilo non è venuta ancora in Europa un’altra figura intiera superiore in mole, ed in conservazione a questa ch’io descrivo. La sua altezza totale è di piedi piemontesi 10 ed once 3; cioè poco minore di cinque metri e mezzo: ma quasi la metà di questa misura è formata dagli ornamenti del capo e dalla base, la quale sola s’alza da terra 18 in 19 once. Il suo peso, dai calcoli che ne ho fatti fare in Livorno quando ebbi a levarla di là, non è minore di mille rubbi genovesi, ossia di venticinque mila libbre.

La sua sostanza è di un arenite di color rosso giallognolo, in alcune parti venata di paonazzo, abbondante di quarzo e di mica, e così dura e ristretta che pochissimo hanno potuto su di essa le ingiurie de’ secoli: ma il clima sempre caldo e secco dell’adusta Tebaide ha senza dubbio contribuito moltissimo alla sua conservazione; presso di noi all’incontro temo assai che non sosterrà egualmente il rigore del freddo, poichè, essendo le arenili di tal natura che facilmente possono essere penetrate dall’acqua, se non si tengono riparate, questa congelandosi ne’ loro vani poco per volta le sgrana e le distrugge. Lo stile della sua scultura è intieramente egiziano: ma è verissimo che in quella maniera rigida sì, ma sempre fedele nelle proporzioni, poche cose si possono vedere più grandiose, e meglio lavorate. Chi ne osserverà le articolazioni stenterà a persuadersi ch’esso non sia stato fatto ad imitazione delle arti greche o romane ne’ secoli del loro dominio; e tale fu il mio parere appena la vidi la prima volta. Vero è che le sue estremità inferiori sono alquanto più grosse che non dovrebbero essere, e non corrispondono intieramente alle proporzioni del rimanente della figura: ma ciò non all’imperizia dello scultore si dee attribuire, ma si bene alla necessità in cui egli si trovò di non istaccare di troppo le gambe della statua tanto dall’obelisco maggiore, al quale sta [p. 235 modifica]appoggiata, quanto dal minore che le sta ai fianchi, per non debilitarla di troppo verso le estremità. Senza la quale precauzione, tuttochè dettata forse da soverchio timore, quella gran mole non sarebbe giunta sicuramente così intiera fino a noi.

La base di questo colosso, scevra da ogni ornato, è un semplice parallelepipedo coperto di grandi geroglifici in ogni suo lato. Verso la metà della sua facciata di fronte, dove stava appunto altre volte il nome proprio dell’uomo rappresentato in quel simulacro, vedesi ora un incavo di forma quadrata, che, per quanto io no penso, vi fu praticato onde incastrarvi un tassello della medesima pietra, sul quale lo stesso nome dovea vedersi scritto con caratteri sacri diversi dai primi, per la ragione che ne addurrò fra poco. Di fatto il gruppo geroglifico che si scorge tuttora ben conservato nella parte inferiore del cerchietto Reale, dentro il quale era espresso quel nome, e rimasto intatto, perchè, non rappresentando esso altra cosa che un titolo d’onore, come si vedrà, poteva combinarsi con quel nome medesimo in qualunque maniera esso si fosse voluto scrivere di nuovo. Lo stesso incavo si vede pure sulla base del colosso compagno a questo che e in Roma, la qual cosa rende sempre più probabile la mia conghiettura.

È parso a taluno che questo monumento sia stato in origine destinato col suo compagno a reggere, a guisa di telamone, l’architrave di qualche grande porta: ma chi pensa così non ha posto mente che anche il grande obelisco, che sta dietro a quel simulacro, è tutto coperto di geroglifici sulla sua facciata posteriore, e che dovea perciò rimanersi isolato, affinchè quelle scritture si potessero leggere. Così appunto vedesi ora convenientemente collocato nel vasto cortile di questo regio museo.

Dopo le cose accennate finora io potrei già decidere senza tema di errare che il nostro colosso non e l’imagine nè di un sacerdote egizio, come, affidato all’altrui dire, ho inavvedutamente altrove asserito prima di averlo esaminato, nè di una divinità qualunque; ma bensì il simulacro d’un aulico Re dell’Egitto, cioè uno [p. 236 modifica]di que’ Faraoni i quali, quindici e venti secoli prima dell’era volgare, segnarono le epoche più luminose così della potenza, come delle arti in quella classica contrada. Già ne fanno chiara testimonianza l’Ureus che gli sta in fronte, l’ornamento del capo, l’intiera attitudine della persona. Ma la cosa è posta fuor d’ogni dubbio dalle mentovate sue leggende in lingua sacra. Sette volte si trova in quelle ripetuto il nome d’un Regnante nel solito anello, ed altrettante il sue regio prenome, il quale è composto di segni affatto conformi a quelli adoperati dai Faraoni a preferenza de’ Tolomei, e degl’Imperatori romani. A niun’altra persona finalmente, fuorchè ad uno di que’ Monarchi, possono appartenere i titoli fastosi che su quella statua fanno corteggio a que’ nomi medesimi.

Rimane a vedersi qual fosse questo antico Monarca dell’Egitto, per quindi determinare la vera età del monumento, e giovare alla Storia, e spargere qualche luce sulla condizione delle arti in quelle età. L’esame del suo nome e l’unico mezzo che abbiamo onde procedere ad una tale investigazione. Ma nel primo di tutti i sopraddetti doppii cerchietti, il primo carattere geroglifico, quello che rappresentava in essi quasi intiero il nome dell’eroe, trovasi guasto col martello, e quasi intieramente cancellato. Esaminandolo però con attenzione si ravvisano ancora assai bene i suoi lineamenti in più d’uno di quegli anelli Reali, e si scorge che altre volte era colà figurata una divinità sedente, la quale sopra umane membra avea testa d’uccello ornata di due piume, con rostro adunco simile a quello dell’aquila.

Nè vi ha luogo a dubitare su di ciò, perchè questa stessa figura simbolica, come elemento del nome Reale medesimo, è stata osservata da esperti viaggiatori sopra alcuno de’ più antichi edifizi di Tebe, in cerchietti per nulla diversi da quelli che si vedono sul nostro colosso.

Ma senza andar in traccia d’esempi in sì lontane contrade, uno bellissimo ne abbiamo in questo regio museo in un quadretto di terra cotta, grossolana anzi che no, coperto con ismalto o vernice [p. 237 modifica]di color verde, sul quale sono incisi due cerchietti simili parimente agli anzidetti in tutto (vedi gli anelli q nella tavola ii.), tranne nell’ultimo segno del cerchietto n.° 1, il quale però non forma colà alcuna diversità, ma serve soltanto a meglio dichiarare il valore del nome proprio fonetico che lo precede, replicandolo un’altra volta colla sua stessa figura, e ciò per uno di que’ pleonasmi adoperati ad ogni istante dagli Egiziani nelle loro scritture geroglifiche, non solamente per amor di chiarezza, ma spesso ancora unicamente per dar maggior regolarità e simetria ai vari gruppi di cui formavansi le loro leggende.

Conosciuta pertanto la vera lezione de’ geroglifici che devono rappresentare il nome del Faraone che da noi si vuol conoscere, è primieramente da avvertirsi, che colle forme appunto di una divinità effigiata con testa aquilina, ornata di due piume, gli Egiziani soleano simboleggiare talvolta il loro nome Maudu, detto Mendes dai Greci, il quale non era poi altra cosa che il dio supremo Ammone considerato come l’essere generatore dell’universo. A questa divinità era particolarmente consecrato il più antico ed il più vasto tempio di Tebe, cioè quelle di Karnac, e quello ancora di Khalapscè nella Nubia, dove in un’iscrizione trovata colà, e riferita dal chiar. Letronne2, quella divinità, come tutelare del tempio medesimo, si vede invocata col nome di Manduli, con terminazione greca, invece di Mandu-Ri alla maniera degli Egiziani.

Ora se nel cerchietto Reale della nostra statua, segnato nella tavola q n.° 1, che è quello del nome del Monarca da essa rappresentato, in luogo della figura della divinità sopraddetta, noi sostituiremo il nome di essa Mendu o Mandu, ed a questo nome proprio aggiungeremo il segue fonetico delle due piume che gli vien subito dopo, e corrisponde nell’alfabeto de’ geroglifici fonetici al dittongo cofte ei, noi avremo la voce Manduei ovvero Mandui, che sarà appunto il nome desiderato; poichè i segni [p. 238 modifica]seguenti che occupano lo spazio che rimane nello stesso primo cerchietto, propriamente parlando, non fanno più parte di quel nome, ma sono un semplice titolo d’onore che non va però mai disgiunto dal medesimo nome.

In simil guisa noi troviamo ad ogni tratto che gli Egiziani avendo a scrivere alcuno di que’ nomi propri, sia di Principi come di persone private, nella composizione de’ quali aveva parte il nome di qualche loro divinità, oppure erano identici con essa, soleano per brevità delineare il simbolo o la figura della divinità medesima, invece di scriverne il nome coi segni fonetici corrispondenti. Cosi, per modo d’esempio, nelle leggende e negli anelli Reali vedesi quasi sempre adoperato il segno dello sparviere, simbolo del dio Oro pel nome proprio d’uomo Oro; il coccodrillo nel nome Sukse; l’ibis, figura del dio Thoth, in quello Thothmusis o Thutmes; l’occhio, emblema d’Osiride, nel nome d’uomo Petosiri; la figura con cui si suole ricordare Iside in quelli di donna Sanisis, Taisis ec.; l’obelisco, simbolo d’Ammone, nel nome di Petamone; e così di altri moltissimi.

Ma qui sorge una difficoltà. Si è veduto più d’una volta quello Stesso nome Reale rappresentato dagli accennati segni geroglifici, ed accompagnato dalla medesima qualificazione, essere preceduto non solamente dal prenome che si vede intagliato sulla nostra statua, e sulla mentovata figulina smaltata in verde; ma altre volte ancora da un altro cerchietto prenome affatto diverso da quello, e ne abbiamo appunto l’esempio sopra una preziosa lapide sepolcrale di questo stesso museo torinese. Quindi ne viene in conseguenza che due dovettero essere stati i Monarchi di stirpe egiziana conosciuti col medesimo nome di Mandui. Il solo Diodoro di Sicilia però è quegli che ha fatto menzione di essi fra tutti gli antichi scrittori delle cose egizie; gli altri o non ne fecero parola, o ne parlarono sotto una diversa denominazione. Diodoro, narrando le storie del più celebri Sovrani dell’Egitto, due ne annovera fra questi, il cui nome pare che con quello di Mandui benissimo si [p. 239 modifica]confaccia; uno antichissimo detto da lui Osimandua ovvero Osimandia, lo stesso forse che il Re Ismanden nominato da Strabone in quel luogo dove dice che gli Egiziani soleano confondere questo Re con Memnone3; l’altro di età meno remota, e posteriore di parecchie generazioni a Sesostri, chiamato Menden dallo stesso Diodoro, quegli cioè che innalzè, per servire a se stesso di sepolcro, il famoso laberinto dell’Egitto tanto celebrato dall’antichità.4

Ma l’età del Re Mandui rappresentata sulla lapide sepolcrale anzidetta, ed i geroglifici che sono compresi nel cerchietto del suo nome non possono altrimenti convenire al Re Menden di Diodoro: poichè il Faraone Mandui si vede figurato su quella lapide, sotto i suol cerchietti reali (V. le tav. ii. e iii. a. b), in alto di compiere un omaggio religioso in onore del suo antenato Amenofis i, l’Amoses o Thutmosis o Sethmosis di Manetone, e l’Amenophleph dei monumenti5, e della Regina Nane-Atari sposa di lui, fondatori [p. 240 modifica]della propria dinastia, la diciottesima diopolitana. Egli è adunque fuor di dubbio che questo Mandui, il quale apparisce qui come uno del successori di Amenofis i, e che senza la diversità de’ prenomi si confonderebbe facilmente col Faraone dello stesso nome effigiato nel nostro colosso, non può essere il Re Menden dello Storico Siciliano, quello che regnò parecchie età dopo Sesostri capo della dinastia decimanona.

[p. 241 modifica] Il nome del Re Mandui della nostra lapide si vede pure fra le iscrizioni geroglifiche degli antichi edifizi di Karnac e di Luqsor a Tebe; e nella preziosa tavola genealogica di Ramesses vi. il grande, detto Sesostri dai Greci, o piuttosto, come io penso, dell’antenato di lui Armais o Ramesses ii, la quale tavola sussiste tuttora fra le ruine d’Abydos nell’Alto-Egitto, l’anello prenome di questo Mandui precede immediatamente quello del detto Ramesses il secondo.

Lascierò ad altri la cura di determinare con certezza qual sia precisamente nella serie cronologica di Manelone il Monarca della diciottesima dinastia cui possa competere il nome Mandui dei monumenti: io sarò contento di notare che, mettendo a confronto fra loro tutti gli accennati monumenti, riesce mollo probabile che Mandui sia uno dei due Re detti Chencheres od Achencheres dallo stesso Manetone, presso Giuseppe, i quali precedettero appunto nel regno d’Egitto il predetto Ramesses ii.

Ora l’eroe del nostro colosso non solamente è d’una eta anteriore al Re Menden di Diodoro, ma è sicuramente anche più antico del Re Mandui della xviii dinastia. Ce ne somministrano una prova non dubbia le poche leggende del suo nome che rimangono tuttora fra le ruine di Tebe, le quali non si trovano altrove fuorchè sulle più vetuste fra le antichissime costruzioni del gran tempio e palazzo di Karnac6; le quali costruzioni, esaminate sul luogo dagli eruditi architetti i signori Gau ed Huyot membro dell’Instituto di Francia, furono giudicati da que’ periti di un’epoca assai più remota che non sono le altre parti aggiunte a quell’immenso edifizio, ed a quello di Luqsor nel decimo nono secolo avanti l’era volgare e nei seguenti più vicini a noi, da vari di que’ Regnanti, cominciando da Amenofis I, e dallo stesso Re Mandui summentovato [p. 242 modifica]della decima ottava dinastia, fino a Psammetico i. ed a Necno Re della dinastia vigesima sesta, come dalle loro medesime leggende, colà tuttora esistenti, risulta chiaramente.7

Ora, avanti del primo Amenofis che pose fine alla lunga dominazione dei Re Pastori, nessun altro principe egiziano, ricordato dalla storia come operatore di cose magnanime, si conosce, cui si possano attribuire quegli edifizi antichissimi, se non al grande Osimandia, Re della decima quinta dinastia, che fu pure diopolitana, ed ebbe la sua dimora in Tebe. Il nome di Mandui a lui solo può convenire, ed è senza fallo la voce radicale del nome intiero di quel Faraone, terminata alla foggia dei greci scrittori, i quali rare voile ci hanno tramandati i nomi egiziani quali erano veramente pronunziati in quella contrada, od almeno senza alterarli colle desinenze, e coll’ortografia propria della loro lingua. Di fatto in quante maniere diverse non hanno eglino scritto il nome di Ramesses il grande, sesto di tal nome, tanto celebrato in Asia e nell’Affrica per le sue vittorie?

Della decima quinta dinastia nulla altro sappiamo dagli abbreviatori di Manetone, se non che ella tenne lo scettro dell’Egitto per lo spazio di dugento cinquant’anni. Ma se noi seguiteremo quello storico nazionale nei computi che ci ha lasciati sulla durata delle altre dinastie che vennero subito dopo la decima quinta, fino al principio della decima nona, vale a dire fino all’eta di Sesostri, noi troveremo che esso regnò otto in nove secoli prima di quel conquistatore, circa ai tempi di Abramo, poco meno di due mila e trecento anni prima dell’era volgare.8

A questa xv dinastia, o, se così piace, al principio della xvi seguente, è forza annoverare il Re Osimandia, se non si vuole smarrire ogni via nell’oscurità de’ tempi favolosi che precedono quelle dinastie medesime; oppure se non vogliamo ascriverlo, contro [p. 243 modifica]ogni probabilità, alla xvii, quella del Re Pastori, alla quale, perchè straniera all’Egitto, egli non potè certamente appartenere; o finalmente se non vogliamo assegnarlo alla xviii o alle seguenti, di ciascuna delle quali, essendo notissimi tutti i Regnanti non solamente pei libri dello stesso Manetone, ma ancora pei monumenti di Tebe, e per quelli ancora di questo regio museo, sappiamo che fra questi non fu certamente il grande Osimandia, uno dei tre Monarchi più celebrati nelle storie egiziane, neppure con somiglianza di nome, se quel due ne eccettuiamo poc’anzi mentovati, Menden e Mandui. Dalla medesima decima ottava dinastia poi, come pure da quasi tutta la decima sesta, Osimandia vien pure escluso col mezzo della prelodata tavola d’Abydos, nella quale, fra i prenomi de’ Faraoni di quelle due dinastie, quello del nostro eroe non ha luogo certamente.

Ora tutte le cose dette fin qui non sono soltanto dettate dalla retta ragione, ed appoggiate all’autorità de’ monumenti, ma trovansi ancora conformi alla Storia, ed alle antiche tradizioni, che, circa i fasti di quel Principe magnifico e guerriero, lo stesso Diodoro di Sicilia ci ha minutamente tramandate9. Giusta il suo racconto, Osimandia fu uno dei più illustri Re che negli antichi tempi ebbero loro sede nella città di Tebe. Memfi a que’ dì non era ancora; fu l’ottavo fra i successori di lui che ne gettò le fondamenta. Osimandia vivea venti età o generazioni prima di Meride10, [p. 244 modifica]e ventisette età prima di Sesostri11. Ma, giusta l’autorità di Manetone comprovata, e corretta in qualche parte dai cicli o periodi cronologici di cui ci è rimasta notizia presso gli antichi scritori di cose astronomiche, il regno di Sesostri, con molta ragione, si pone dai dotti circa la metà del decimo quarto secolo avanti l’era volgare; si può quindi calcolare che Osimandia regnava ottocento anni prima di quel Monarca, che è quanto dire ai tempi d’Abramo, la vocazione del quale si vuole avvenuta l’anno 2291 avanti la nascita di Cristo.12

Secondo Diodoro, Osimandia fu Re guerriero, ed ebbe vastissimo dominio nell’Asia; i popoli della Battriana essendosi sottratti dalla sua autorità, egli mosse contro di loro con quattrocento mila fanti, e venti mila cavalli; il suo regno fu quello della magnificenza, e delle arti. Basta leggere la descrizione che fa de’ suoi palazzi, della sua biblioteca, e più ancora del suo maraviglioso sepolcro in Tebe lo Storico medesimo, per esserne convinti. Erano [p. 245 modifica]quivi, fra molti altri colossi, in vece di colonne, certe figure d’animali alti sedici cubiti tutte di un solo pezzo, e scolpite all’uso degli Antichi. Nel vestibolo del medesimo sepolcro vedevansi tre enormi statue di pietra sienite, anch’esse tutte d’un pezzo; una delle quali, la più grande che fosse in tutto Egitto, era di tal proporzione che la sola lunghezza de’ suoi piedi superava i sette cubiti. Questo lavoro, soggiunge Diodoro, non era tanto degno di lode per la sua mole, quanto per l’arte maravigliosa, e per l’eccellenza della pietra in cui era scolpito13. Nulla vi ha dunque d’improbabile che anche la statua maggiore di questo R. museo, che pur tanto meno grande di quella, possa essere opera de’ suoi tempi.

Quel colosso era il simulacro di Osimandia, sul quale stava scritto: Osimandia Re dei Re. Non può essere maggiore la somiglianza di questa orientale epigrafe con quella di Mandui Signore dell’universo, che si legge sulla nostra statua, come si vedrà fra poco. Sul suo capo stavano: τρεῖς βασιλείας ἐπὶ τῆς κεφαλῆς, le quali, giust’il parere del Salmasio e del dottissimo Heyne14, non erano altra cosa che una triplice corona od insegna reale; e noi la ravvisiamo pure sulla testa della detta statua nel serpente Reale, e nelle due parti distinte dello Pscent, i quali emblemi, come è note, alla podestà Reale, ed al dominio sulle regioni superiori ed inferiori dell’universo si riferivano.

Finalmente nel secondo atrio di quel sepolcro si vedevano rappresentali in rilievo i fasti più memorandi della guerra contro i Battriani, e nell’intimo sacrario lo stesso Osimandia scolpito con molta arte, e dipinto con vivaci colori, in atto di offerire alla divinità l’oro e l’argento che si traeva ogni anno dalle miniere dell’Egitto. Con quell’oro medesimo era stato fatto da lui quell’immenso [p. 246 modifica]circolo astronomico il quale coronava tutto l’edifizio, e fu poi rapito dai Persiani distruttori di tante opere stupende.

Anche il nostro colosso era altre volte probabilmente dipinto a vari colori. Lo erano certamente le due maggiori sfingi15 ed un bellissimo capitello di questo museo, che sono a quella molto somiglianti e per la mole, e per la qualità arenaria del sasso, benchè di differente densità. Più volte ho avuto occasione di osservare che era costume degli Egiziani di velare con colori diversi, e con oro ancora, molte delle loro statue, quelle principalmente le quali, per la sostanza granellosa o troppo tenera dalla pietra, non era loro possibile di ridurre a perfetto pulimento, o non potevansi senza pericolo esporre all’umido, ed alle vicende delle stagioni.

Reca veramente stupore come una statua di sì alta antichità, come è la nostra, sia giunta fino a noi in uno stato di quasi perfetta conservazione; e pare che, nel mirare la fralezza, e la corta durata delle cose che ne circondano, l’animo nostro ricusi di prestarvi assenso. Eppure non ci somministrano forse molto maggior motivo di meraviglia tante opere fragilissime di legno, di vetro, di terra cotta, di lino e perfino di paglia, che ogni giorno si trovano conservatissime nelle tombe egiziane? Ma ciò che più d’ogni altra cosa dee farci persuasi che il buon essere di quel simulacro di pietra durissima, come di tanti altri monumenti dell’Egitto di poco minore antichità, non è punto cosa improbabile, si è quel quadretto di terra cotta verde poc’anzi mentovato, il quale, benchè di materia tanto più fragile, essendo improntato dell’intiero [p. 247 modifica]nome del nostro eroe, ogni ragione vuole che si creda opera della sua medesima età.

Nell’esame delle cose dell’Egitto, perchè non paia incredibile l’antichità assegnata loro dagli Archeologi, la quale forma spesso il pregio migliore di esse, conviene por mente che tanto i monumenti più delicati che furouo riposti in que’ sepolcri, dove nè aria, nè umido, nè insetti potevano aver accesso, quanto i più robusti che, prima di essere distrutti o malconci dalla mano dell’uomo, ebbero la sorte di rimaner coperti dalle sabbie della Tebaide, non v’è ragione che loro impedisca di conservarsi intatti nell’essere loro per uno spazio immenso di tempo. Di fatto in questo regio museo non le sole statue colossali dei Monarchi più rinomati della diciottesima dinastia, anteriori o contemporanei ai tempi di Mosè, fatte di granito o di basalte, ma moltissimi fra i monumenti stessi più dilicati e fragili, come i vetri, i papiri, le figure in cera, in legno, in tufo, in terra cotta, le tavole medesime dipinte sono quivi tuttavia un prodigio di conservazione, e(l un argomento perenne di meraviglia in chi, trasportandosi col pensiero alla loro origine, le esamina attentamente.

Si dirà che il nostro colosso, non meno che le statue dei mentovati Faraoni, possono essere state loro innalzate a titolo d’onore dopo la lor morte, in tempi assai meno rimoti di quelli in cui vissero le persone effigiate in esse: ma io soglio rispondere a chi la pensa in tal modo, che quando presento un monumento scritto il quale, e per la maniera del lavoro, e per la sostanza ond’è fatto, e per le cose rappresentate, nulla ha in se stesso che ripugni all’età che gli viene assegnata, è dovere dell’opponente di provare che io sono in errore, e che quel monumento non appartiene veramente al tempo cui si riferisce la sua iscrizione. Che sarebbe della scienza delle antichità se fosse lecito di proporre simili difficoltà, senza munirle di validissimi argomenti? A ciò si aggiunga che presso gli Egizi la rinnovazione di tante dinastie, quasi tutte fra loro d’origine diversa; i successivi governi de’ Pastori, degli [p. 248 modifica]Etiopi, de’ Persiani, de’ Greci e de’ Romani, stranieri affatto alle dinastie precedenti, ed a quella nazione; il genio della loro scultura, che non è da confondersi con quello dello arti presso le altre nazioni, le quali spesso rinnovavano le statue pel solo motivo della loro eccellenza; finalmente la grandezza colossale dei monumenti, la difficoltà medesima del lavoro in que’ durissimi macigni, tutto concorre a rendere meno fondato ogni dubbio che si voglia muovere intorno all’età remotissima, alla quale io credo che appartenga la nostra statua d’Osimandia.

Dopo tutto ciò ecco le conseguenze che sembra a me di poter dedurre dalle cose fin qui ragionate. Io sono di parere primieramente che il maggior colosso di questa regia collezione sia senza fallo una delle più antiche e più belle opere della scultura egiziana che sono in Europa; che la sua età si pub stabilire circa il secolo ventesimo terzo prima dell’era volgare; e che pare non vi sia luogo a dubitare essere quello veramente un simulacro di Osmandua ovvero Osimandia, Re della dinastia detta decima quinta da Manetone. Conchiuderò ancora, che essendo quella statua, come ciascuno può giudicare per se medesimo, una delle opere meglio condotte nello stile pretto egiziano, benchè non perfetta ancora, è in errore chi crede ravvisare sotto il dominio de’ Greci o de’ Romani l’epoca migliore della scultura in Egitto. Io considero anzi que’ tempi come il periodo del decadimento, e corruzione; perchè allora in maniera nazionale, senza convertirsi intieramente alle grazie dell’arte greca, perde invece gran parte del primitivo maschio e grandioso suo carattere, il quale, presso un popolo che in faccia alla Storia non fu mai nè barbaro nè bambino, ebbe per solo modello la natura nelle prime età del mondo. Quell’epoca migliore si dee cercare nei mentovati più antichi monumenti di quel paese, e si perde nell’oscurità de’ secoli anteriori ad ogni storia profana.

Presento nella seconda tavola qui unita tutte le leggende della nostra statua colossale, copiate o calcate da me con ogni diligenza; [p. 249 modifica]veramente non differiscono queste gran fatto da tutte quelle che veggonsi scolpite sui monumenti degli altri Faraoni di que’ tempi, e quasi non sono altra cosa che una ripetizione continua del nome dell’eroe quivi figurato, colle solite qualificazioni e titoli onorevoli, già fin d’allora pieni di fasto e d’esagerazione all’uso orientale: noi dobbiamo però tenerle preziose assai, siccome quelle che sono le più antiche che si conoscono con certa data. Ed è cosa mirabile come, e nella forma de’ segni geroglifici di cui sono composte, e nel valore di cssi ossia nelle cose significate, elle non offrano alcuna benchè menoma differenza da quelle che leggiamo in altri simili monumenti scolpiti venti e più secoli dopo. È questa una grande prova dello stato d’invariabile stabilità in cui la religione aveva fissata ogni cosa presso la nazione egiziana.

Ho notato ne’ primi periodi di questa lezione che negli anelli contenenti i segni del nome proprio d’Osimandia, sette volte replicati nelle leggende di questo nostro colosso, il carattere figurativo della divinità con testa aquilina, elemento primario del nome Mandui, vedesi chiaramente che vi è stato cancellato a bella posta a colpi di martello; ora, prima d’inoltrarmi maggiormente, debbo avvertire, che quella figura non si trova solamente così mal ridotta ne’ cerchietti Reali che fanno parte del nome di quel Faraone, ma ancora in altri luoghi della statua, nei quali quel nome non ha luogo: cioè primieramcnte in quella figura di quadrupede martellata che si vede verso la metà della leggenda dell’obelisco minore, dove lo stesso Mandu pare che fosse effigiato, come si e osservato in altri monumenti, sotto la forma di una tigre ornata il capo colle due piume, solito distintivo di quel nume; ed in secondo luogo nella statuetta che si vede ora infranta sull’apice del medesimo obelisco, la quale poteva forse rappresentare la stessa divinità.

Dopo questa osservazione si rende molto probabile che tutte quelle cancellature non sieno già state fatte dai popoli nemici dell’Egitto, cioè dai Pastori, dagli Etiopi o dai Persiani per abolire la memoria di Osimandia, e vendicare in tal guisa le onte [p. 250 modifica]che da quel principe conquistatore aveano dovuto soffrire i loro antenati, il che si sarebbe ottenuto più sicuramente da que’ barbari distruggendo affatto il simulacro; ma piuttosto da qualche iconoclasta egiziano in odio di quell’idolo medesimo, e Dio sa per qual cagione! Ma questa probabilità quasi divien certezza se si pon mente che anche sull’obelisco che sta alla porta Flaminia in Roma, fra i geroglifici che ivi compongono il nome di Mandui ii, decimo Re della diciottesima dinastia, detto Anchercheres da Manetone, vedesi pure distrutta col martello quella figura medesima di Mandu che è stata guasta sulla nostra statua.

Ma su quell’obelisco, come accadde sul nostro monumento, le dette cancellature non doveano essere state fatte così compiutamente che non rimanesse pure qualche traccia della figura sedente colla testa d’uccello ornata di due piume, poichè questa fu in qualche modo restituita nella copia di quel segno così cancellato sull’obelisco Sallustiano, quando, molti secoli dopo, uno scultore di Roma, con mano profana, prese ciecamente a replicare su di esse le medesime iscrizioni ch’egli vedeva, e noi vediamo ancora sul detto obelisco di Mandui ii. Tutto ciò si può riscontrare sulle stampe di quei due gran monumenti presso Kirchero.16

S’ella è dunque cosa assai probabile che il segno figurative di Mandu sia Stato tolto dalla statua d’Osimandia per ben altra cagione che per cancellare la memoria di lui, come pare si debba credere in sulle prime, non è inverisimile che il suo nome sia Stato restituito in altra maniera nel luogo più evidente del colosso, cioè in quell’incavo di figura quadrata (tav. ii. N) che sulla base del colosso occupa appunto il posto dell’antico nome, combinandolo nello stesso cerchietto Reale col titolo di servitore di Phtah, il quale essendo ivi cosa affatto separata dal dio Mandu, non era stato cancellato. Ed io non sono lontano dal credere che il nome dell’eroe cola novellamente restituito, il quale ora più non si vede [p. 251 modifica]nè sulla base della nostra statua, nè su quella dell’altro colosso compagno che sta in Roma, tolto di mezzo il carattere simbolico, vi sia stato scolpito in modo intieramente alfabetico, perchè in tal guisa lo trovo appunto scritto sopra un piccolo monumento sepolcrale di porcellana verde appartenente a questo regio museo, il quale, come ivi si legge, fu offerto al defunto Osmandu regio scrivano da sua sorella, parte d’Ammone. .. Si può vedere questo nome scritto in tal modo nella tav. ii, sotto la lettera italica c.

La traduzione ch’io qui presento delle anzidette iscrizioni è stata fatta da me a norma dei metodi recenti di leggere, e d’interpretare quelle scritture. Ciascuna leggenda sarà qui indicata colla stessa lettera maiuscola latina che la distingue nella seconda tavola suddetta, e per maggior chiarezza segnerò con cifre i diversi gruppi di esse. Mi sono astenuto dall’esporre il valore, e la qualità di ciascun segno o carattere geroglifico, e da ogni altra osservazione intorno ai medesimi, perchè queste cose sono ormai notissime, ed inutile cosa sarebbe il ripeterle sia per chi le sa, come per quelli che non ne hanno ancora notizia.




Interpretazione delle leggende scolpite sul colosso,

e rappresentate nella tav. ii.


BASE


a. Prenome del Re Osimandia, colle sue qualificazioni, e titoli d’onore scritti all’intorno.

Signore del mondo.
(Sole custode dei mondi, amico di Ammone.)
Amato da Ammon-Ra, dominatore delle regioni dell’universo.

Nome

Signore
(......... Phtah.) Ciò che manca in questo nome proprio è occupato dall’incavo n.
Amato da Ammon-Ra Re degli Dei.

[p. 252 modifica]

b. Prenome

Il Re del popolo ubbidiente.
(Sole custode dei mondi, amico di Ammone.)
Nome
Figlio del Sole.
(Mandu, quasi cancellato, ei, servitore di Phtah.)


m. Diletto al dio stabilitore (Phtah), benefico, vivificatore.


Questa leggenda comincia sulla facciata laterale b, a sinistra della base del colosso, e continua fino alla metà della facciata posteriore della base medesima.


c. Prenome come alla lettera b.

Nome     idem.


m. Amato da ....... vivificatore.


La leggenda del nome continua qui pure fino alla metà della facciata posteriore della base. Egli è probabilmente per mancanza di spazio che i segni simbolici di stabilitore e di benefico, non vi si vedono ripetuti come nella leggenda antecedente.


d. Il Re del popolo ubbidiente, Signore del mondo.

(Sole custode dei mondi, amico di Ammone.)
Figlio del Sole, dominatore delle regioni.
(Mandu, quasi affatto cancellato, ei, servitore di Phtah.)


e. (Mandu, quasi cancellato, ei, servitore di Phtah, amico di Ammone.)


f (Sole custode dei mondi, amico di Ammone.)




obelisco maggiore.


l. Questa leggenda occupa tutta la faccia posteriore dell’obelisco, dalla sommità fino alla base su cui posa il colosso. Ho distinto ogni sua frase con un numero, acciocchè ne riesca più chiara la traduzione.

Prima d’ ogni altra cosa e da avvertirsi che nel primo gruppo [p. 253 modifica]de’ geroglifici, che danno principio in alto all’iscrizione, il Re Osimandia è rappresentato sotto le forme del dio Aroeri, l’Apollo dei Greci, col mezzo de’ soliti segni dello sparviere mitrato, e del globo solare coronato dall’aspide reale, dal quale pende la croce manicata, emblema della vita. Con un gruppo sì fatto cominciano generalmente tutte le leggende degli obelischi che conosciamo sì grandi che minori, innalzati dagli antichi Faraoni in onore delle loro divinità. In tal mode cominciava pure l’iscrizione dell’obelisco di Ramestes, di cui Ammiano Marcellino (lib. xvii.) ci ha conservata la traduzione fatta da Ermapione in lingua greca; nella quale questo medesimo primo gruppo geroglifico col seguente veggonsi appunto interpretati: Apollo il potente, Ἀπόλλων κρατερὸς. Quindi il valore del gruppo della nostra leggenda segnato col n.° 1. sarà: Aroeri. Posa questo gruppo sopra un’insegna o bandiera nella quale, col mezzo de’ geroglifici distinti colle cifre 2 e 3. sono espresse, sotto i detti simboli di Aroeri, le qualificazioni proprie di Osimandia, cioè di potente, e di amato dal Sole; la prima coi geroglifici simbolici del toro e del braccio disteso, cioè della forza unita a ciò che può farla valere; la seconda colla stessa figura del dio Phre, ossia del Sole, col segno dell’aratro, che le vien dopo, abbreviatura fonetica della voce mai, amato.

Sollo di quella bandiera ne’ gruppi seguenti fine all’ottavo, stanno scritti il nome ed il prenome del detto Faraone coi soliti suoi titoli, poco diversi da quelli che abbiamo già veduti nelle esposte iscrizioni del basamento, vale a dire:

N.° 4. Il Re del popolo ubbidiente.
5. Dominatore dell’universo.
6. (Sole custode dei mondi, amante di Ammone.)
7. Figlio del Sole.

Questo titolo fu comune a tutti i Re dell’Egitto, e si vede costantemente posto avanti al lore nome nelle leggende geroglifiche di tutte le età, dai tempi di Osimandia fino a quelli di Adriano e degli Antonini. Credevano gli Egizi che le anime destinate a dar [p. 254 modifica]vita ai Regnanti scendessero dalla sfera o magione celeste del Sole, la più eccelsa e beata dopo quella del dio supremo, creatore d’ogni cosa, Ammone; e che a questa, come sede della felicità perfetta, fossero chiamate, dopo una vita giusta ed irreprensibile, onde tornare a confondersi con quella primaria divinità, dalla quale erano da principio emanate. Di qui il culto quasi divino che si tributava ai Monarchi in Egitto, e di qui pure ebbero origine i titoli fastosi dai qiiali vediamo sempre accompagnati i loro nomi.

8. (Mandu, quasi cancellato, ei, servitore di Phtah.) Seguono le altre qualificazioni del nostro eroe, le quali, secondo l’indole della nostra sintassi, si banno a leggere cominciando dall’ultimo gruppo. Quindi:


12 Amato. 9 Da Ammon-Ra. 10 Re degli Dei. 11 Signore supremo.




obelisco minore.


g Il potente Aroeri, amico del Sole ....

Il Re del popolo ubbidiente.
(Sole custode dei mondi, amante di Ammone.)
Figlio del Sole, dominatore delle regioni.
(Mandou, cancellato come nei nomi precedenti, ei, servitore di Phtah.)
Amato da Phre vivificatore per sempre.

Gran disgrazia in vero che iscrizioni sì rare, e di tanta antichità, se si eccettui il nome proprio, che è cosa in vero preziosissima, altro poi non offrano alla nostra aspettazione che somiglianti frasi, ripetute le mille volte in quasi tutti i monumenti simili al nostro.



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[p. tav II modifica]Memorie della Accademia delle Scienze di Torino, Tomo XXIX.djvu

Note

  1. I simulacri dei Monarchi dell’Egitto vedonsi per lo più colla fronte ornata di un’aspide: ma questa cosa non è costante. Abbiamo di fatto in questo museo una bella statua dell’ottavo Re della XVIII dinastia di Manetone, cioè di Ameuofis III, ed un’altra non intiera d’uno dei due Psaminetici, che ne sono prive; quando all’incontro ne vanno fregiate quelle di Amenofis I, Chebron, Meride, Misphragmuthosis, Oro e Sesostri, oltre quella che siamo per esaminare.
  2. Letronne. Recherches pour servir a l’histoire de l’Égypte. p. 471.
  3. Strab. Geogr. xvii. p. 1167.
  4. Diod. Bibl. lib. I. cap. 61. Ivi: Dopo la morte di questo Re (l’Etiope Attsane) gli Egizi avendo ricuperata la sovranità, crearono Re uno di loro nazione, cioè Menden, detto da alcuni Marro (καὶ κατέστησαν ἐγχώριον βασιλέα Μένδην, ὃν τινές Μάῥρον προσονομάζουσιν), il quale, comechè non abbia illustrato il suo regno con alcun fatto di guerra, innalzò però a se stesso un sepolcro detto il Laberinto, edifizio non tanto maraviglioso per l’ampiezza della mole, quanta per l’inimitabiie opifizio dell’arte. Questo laberinto non è da confondersi con quell’altro attribuito da Manetone a quel suo antichissimo Lampares o Λάβαρις quarto Re della duodecima dinastia; il quale laberinto non dovrebbe essere stato altra cosa che un ipogeo simile a quelli che sono stati scoperti di recente nella valle dei sepolcri Reali presso Tebe. In fatti ecco come ne parla lo stesso autore: Hic Lampares in Arsinoite labyrintum cavernosum sibi tumulum fecit. V. Euseb. Cronic. nella versione del testo armeno. Ediz. Milan. 1818. pag. 99.
  5. I Monarchi egiziani appartenenti alla dinastia detta la decima ottava da Manetone non solamente si trovano registrati con molta diversità ne’ vari testi di quello storico, ma portano sui loro monumenti nomi affatto differenti da quelli di Manetone, e diversamente ancora veggonsi nominati presso i greci scrittori. Quindi, chi ha obbligo di trattare questi argomenti, per togliere la confusione e l’oscurità che da tanto numero e discrepanza di nomi necessariamente deriva, trovasi astretto a continue distinzioni, ed a ripetizioni fastidiosissime. Per evitare un tale inconveniente, in queste lezioni ed in quelle altre che potrò scrivere intorno a cose egiziane, io farò uso di una nomenclatura derivata dai tre principali elementi di quei nomi, che sono le divinità Ammone, Thoth, e Ra, la quale, senza allontanarsi affatto da quella del sacerdote di Sebennito, già conosciuta universalmente, s’accosta però moltissimo a quella dei monumenti, che è certamente la più sicura. In questa guisa i tanti nomi dei diciasette Regnanti che fecero parte di quella celebre schiatta, i quali sono esposti in più di trenta maniere diverse dagli antichi scrittori, trovansi ridotti ad otto soli, ripetuti però molte volte, ma distinti, come si usa, con numeri progressivi, il che gioverà sicuramente alla chiarezza ed alla brevità delle scritture.

    DINASTIA XVIII




    NOMI
    de’ monumenti.
    NOMI
    presso Manetone e ne’ greci scrittori.
    NOMI
    adoperati in queste lezioni
    1. Amenophtep Amoses, Thutmosis, Sethmosis Amenophis I.
    2. Thutmosis Chebron . Thutmosis I
    3. Amon-Mai Amophis Amenophis II.
    4. Amenses Amenses Amenses.
    5. Thutmosis Memphres, Mophres, Moeris, Myris, Maris, Miphra ec. Thutmosis II.
    6. Amenophis Misphragimuthosis, Mephrathmuthosis Amenophis III.
    7. Thutmosis Thmothosis, Tuthmosis Thutmosis III.
    8. Amenophis Amnophis, Amenophis, Memnon Amenophis IV.
    9. Hor Nem-neb Horus Hurus.
    10. Tmauhmot Achencherse, Chencheres Achencherses.
    11. Ramesses Athosis, Athoris, Rathotis Ramesses I
    12. Osirei Chencheres, Ancheres Osiris.
    13. Manduci Achencheres, Cheres Mandui.
    14. Ramesses Armais, Arme, Danaus Ramesses II.
    15. Ramesses Ramesses, Aegyptus Ramesses III.
    16. Ramesses Ramesses Miammi Ramesses IV.
    17. Ramesses Amenophis Ramesses V.
    DYNASTIA XIX.
    1. Ramesses Sethus, Sesoosis, Sesostris, Rhamses,
    Σέθοσις καὶ Ῥαμέσσης
    Ramesses VI Sesestris
  6. Diodoro di Sicilia nella sua descrizione di Tebe così accenna i templi di quella città; De quatuor enim templis ibi constructis unum est antiquissimum quod stadiorum xiii circuitum. .. habeat: Bibl. I. 46. Una sì grande periferia non può convenire che al vastissimo tempio di Karnac, il più antico di tutti.
  7. Champollion. Systeme hierogl. pag. 242. 243.
  8. Saint-Allais. Art de verifier les dates, pag 80
  9. Diodor. Bibl. Lib. 1. §. 47. e seg.
  10. Il Principe della diciottesima dinastia che regnò sull’Egitto, chiamato Meride da Diodoro e dagli altri storici greci, non può essere altro che Thutmosis II, quinto Re della medesima schitta, detto Mephres da Manetone presso Giuseppe Ebreo, e presso Eusebio. Di fatto i nomi di Me-Ri, e di Me-Phre sono fra loco sinonimi, nè sono diversi fra loro che per l’aggiunta dell’articolo mascolino alle voci Ri o Re, che sono una medesima cosa.

    Oltre a ciò Meride, al dire di Diodoro, regnò sette generazioni prima di Sesostri; e secondo Manetone, presso lo storico Giuseppe, Mephros cessò di vivere dugento dicianove anni, e sei mesi prima del regno di quel conquistatore. Calcolando le generazioni a 30. o 31. anno per ciascuna, quei due periodi, diversamente acconnati dai mentovati autori, vengono a pareggiarsi esattamente.

    Meride fu debitore del regno alla sua madre Amenses sorella di Amenophis II, terzo Re della xviii dinastia; ma ci non regnò solo più di dodici anni. Quindi affinchè si possa credere che durante il suo regno sieno state condotte a fine le opere mavavigliose che a lui sono attribuite da tutti gli antichi scrittori, convien dire ch’egli abbia prima partecipato al lungo regno della madre in qualità di collega.
  11. Ecco il computo di Diodoro colle sue stesse parole. Bibl. lib. I. §. 5o. Ex progenie huius (Osymanduae) octavus, patris nomen adeptus Uchoreus, Memphin condidit ... §. 51. Post duodecim ah hoc (Uchoreo) aetates (γενεαῖς) princeps Aegypti Jactus Moeris ... §. 53. Atque haec de Moeride narrunt Aegyptii. Post aetates (γενεαῖς) inde septem, aiunt, Sesoosis (Sesostris apud Herod.) rex fuit qui clarissimis, et maximis rebus gestis maiores omnes superavit. .
    Quindi. Otto regni, a 25. anni ciascuno, sono. ... anni 200
    Dodici generazioni a 30. anni ..... 36o
    Altre sette generazioni. ....... 210
    Fra Osimandia e Sesostri anni 770
    Da questo calcolo non è punto diverso quello di Manetone (presso Euseb. 1.)
    La dinastia xviii, che precede il regno di Sesostri, regnò anni 348
    La dinastia. xvii. dei Pastori, regnò 103
    La dinastia xvi. dei Tebani .... 190
    Mezza la dinastia xv. Diospolitana regnò . 125
    Quindi fra Setostri ed Osimandia auni 766.
  12. Saint-Allais. Art de verifier les dates, loc. cit.
  13. Opus id non tantum ob magnitudinem commendatione dignum, sed etiam ab artem admirandum, et saxi natura excellens, cum in tam vasta mole neque fissura, neque labes ulla conspiciatur. Hanc vero inscriptionem praeferre: sum Osmanduas rex regum Diod. Bibl. cap. 1. §. 47. Edit. Bipont.
  14. Diod. Bibl. Edit. Bipont. Vol. I. nota alla facc. 45
  15. Queste due sfingi colossali con faccia virile e corpo di leone, scolpite in quello stile corretto e scevro che fu proprio dell’epoca migliore delle arti egiziane, ai tempi di Meride e di Sesostri, non hanno finora le eguali per grandezza in Europa. La loro sostanza è di una pietra arenaria così fragile che, esposte all’aria nelle nostre contrade, anderebbero ben presto in ruina. Il clima della Tebaide, all’incontro, ed i colori che ne velavano la superficie bastarono colà a conservarle intatte per lo spazio di trenta e più secoli. Furono trovate dal Cav. Drovetti sull’antico suolo di Tebe, schierate con moltissime altre simili avanti il tempio di Karnac. La loro lunghezza è di tre metri, e l’altezza maggiore di metro uno e mezzo.
  16. Oedip. Vol. III. p. 213, 217.