Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire/Note

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Note

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Capitolo VI

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NOTE





(1) Quando io scriveva quelle righe, già si sussurrava di una tacita resistenza al pagamento delle nuove imposte; ma si sperava che in essa non vorrebbero persistere ed ostinarsi i napoletani. — Si cercavano ad essi scuse, e si trovavano facilmente nel fatto, che sino al 59 i sudditi dei Borboni non sapevano per così dire che cosa fossero le imposte, nè perchè si decretassero, nè a qual uso servissero. Tanta ignoranza doveva diradarsi rapidamente, ed era o sembrava impossibile che una popolazione intelligente e svegliata come la napoletana non intendesse che le strade non si aprono, che le scuole non si creano, che la sicurezza e la tranquillità pubblica non si ottengono senza denaro, e che il denaro a ciò impiegato deve essere fornito dal popolo che fruisce di siffatte opere ed istituzioni.

Forse che la indulgenza usata verso i primi che si astennero dal pagare le nuove imposte persuase ai napoletani che, persistendo essi nella loro resistenza, si manterrebbero immuni da ogni disturbo fiscale. — Il fatto si è che le nostre provincie meridionali pagano in effetto circa il 20 per cento della quota che ad esse spetterebbe di pagare. — I deputati napoletani sono però fra i più accaniti detrattori del governo italiano, perchè esso non propone un mezzo facile ed economico di ragguagliare l’avere ed il dare dell’annuo bilancio. — Nè è da supporre ch’essi ignorino la principale cagione di quella pretesa incapacità del nostro governo; ed un bambino non durerebbe fatica a convincersi che quando il consuntivo non giunge al 50 per cento del preventivo, il deficit non può essere evitato.

[p. 150 modifica]La conseguenza necessaria di tale dissesto è la creazione incessante di nuove imposte, le quali non rendendo allo stato nemmeno la metà della somma aspettata, e ciò perchè circa una metà degli abitanti del regno non paga la parte sua, rimangono e rimarranno in perpetuo insufficienti. Intanto l’Italia settentrionale che, di mala voglia sì ed imperfettamente paga, ma pure paga, va impoverendosi di giorno in giorno, e potrà fors’anco cadere in rovina, se le cose continuano su questo piede.

Chi ha pagato i molti milioni impiegati a costruire strade carreggiabili e ferrovie, a stabilire telegrafi elettrici, a fondare nuove scuole primarie in tutti i comuni delle provincie meridionali? chi, se le provincie meridionali stesse non li hanno pagati, e non li pagano? — Noi non siamo fra quelli che si figurano il governo come un essere sui generis, possedente beni suoi propri e tesori inesauribili, indipendenti dalle imposte e dalle somme che ne ritrae. — Se dunque i napoletani fruiscono gratuitamente dei lavori eseguiti nelle loro provincie, siccome il denaro che costarono non può provenire da altra fonte che dal pagamento delle imposte, dobbiamo concludere, che i benefizi largiti ai napoletani furono pagati dall’Italia settentrionale in gran parte, e dall’Italia centrale nella misura delle sue forze.

Noi non avremmo desiderato che il governo sospendesse i lavori intrapresi nell’Italia meridionale, ed aspettasse per condurli a buon fine che i suoi abitanti si adattassero a pagare le imposte. — Le opere eseguite e le istituzioni attivate erano necessarie alla fusione delle varie popolazioni, che è quanto dire al consolidamento della nostra unità politica, ed è questo uno scopo che deve essere raggiunto a qualunque costo. Nè ci rifiuteremmo di pagare i conti dei napoletani anche nell’avvenire, se credessimo la cosa possibile; ma camminando di questo passo, andremo in rovina, senza vantaggio alcuno pel paese. Ciò che a noi sembra urgente si è di ristabilire l’equilibrio tra le finanze delle varie provincie, insieme con quello degli annui bilanci, costringendo i napoletani a pagare la quota che ad essi spetta. — Tosto o tardi sarà necessario adottare tale partito; e le dilazioni altro effetto non hanno se non di persuadere ai napoletani che, durando nella loro resistenza, rimarranno vincitori.

(2) Mentre io stava scrivendo queste pagine, gli avvenimenti sembravano disposti a darmi una solenne e decisiva mentita. — Un pugno di giovani imprudenti, sedotti da irreconciliabili nemici dell’attuale ordinamento delle cose nostre, e guidati da un uomo il cui nome esercita un fascino [p. 151 modifica]singolare sulle giovanili imaginazioni, fidando sul fatto che la Presidenza del Consiglio dei Ministri era caduta nelle mani di chi sa persuadere a tutti i partiti di essere cosa loro, e la cui presenza al Ministero fu sempre seguita da una sciagura nazionale, levavano lo stendardo della ribellione, ed irrompevano sul territorio pontificio. — Confesso che i partigiani del generale Garibaldi formano una fazione politica, che si appoggia, non già ad un corpo di dottrine politiche, ma ad un uomo di cui si sono fatti un idolo, quantunque lo riconoscano scevro di criterio politico, di prudenza, di sagacità, di tutte le doti infine che costituiscono l’uomo di stato, e ne lodano soltanto il coraggio, la lealtà ed il patriottismo: virtù che bastano a meritargli la erezione di una statua sulla pubblica piazza, ma non ad ottenergli il titolo ed i diritti di un dittatore. — Il generale Garibaldi ed i suoi partigiani pretendevano impadronirsi di Roma, cacciarne il Pontefice, stabilirvi verosimilmente la dittatura repubblicana, e sostenere quindi la guerra contro la Francia. — L’impresa era così disperata, così rovinosa, che i romani stessi lo conobbero, e si astennero dal parteciparvi. — Il successo non era dubbio; ma i pericoli che tanta caparbietà minacciava alla patria erano grandi e numerosi. — Il governo nostro trovavasi nella più critica situazione. — Legato dai trattati, e costretto dalla più volgare prudenza a non partecipare a tentativi violenti contro il governo pontificio, esso non poteva nè attaccarlo nè difenderlo, e perchè la pubblica opinione si sarebbe opposta così all’uno come all’altro partito, e perchè i trattati non lo autorizzavano ad intervenire negli stati romani, nè in favore del Pontefice nè in favore dei suoi avversarii. — D’altra parte, se le nostre truppe avessero occupato il territorio pontificio, e più ancora se si fossero portate dentro le mura di Roma, un tal passo ci avrebbe condotto alla guerra civile, ed alla guerra contro la Francia, che avrebbe considerato la nostra occupazione a mano armata di Roma come una sfacciata infrazione ai trattati testè conclusi, e come un atto di violenza contro il Papa, in una parola come una conquista; mentre dall’altro lato il nostro governo non poteva accettare e sanzionare la dittatura del generale Garibaldi, nè tutti gli atti e le illegalità che da tale dittatura sarebbero derivati. Le due armate trovandosi a fronte l’una dell’altra, e le volontà, dei rispettivi capi essendo fra loro discordi, non vedo come si sarebbe evitata la guerra civile, o forse anche lo smembramento d’Italia.

A tali estremi pericoli ne esponeva la ostinazione e la singolare imprudenza del generale Garibaldi; e la sagacità che giunse ad allontanarli non fu per certo volgare prudenza. Anche questa volta però il grandissimo numero degli italiani, ed i romani pressochè tutti, diedero nuova testimonianza del buon senso che predomina nelle nostre popolazioni; poichè nessuno, tranne [p. 152 modifica]gli agitatori incorreggibili cresciuti ed educati nelle lunghe e ripetute emigrazioni politiche, tranne pochi giovani la cui fantasia si accende in guisa che ne offusca totalmente il criterio, ed alcuno forse di quei sciagurati che non si sentono al sicuro se non nel disordine e nella illegalità; nessuno, dico, approvava l’impresa del generale Garibaldi e ne desiderava il successo, sebbene lo scopo di essa, cioè la riunione di Roma al rimanente d’Italia, sia oramai il principale oggetto dei voti degli italiani.

Questa crisi per buona sorte giunse al suo fine, senza avere cagionato la rovina che sembrava ne minacciasse; del che devesi render grazie alla moderazione dell’Imperatore dei francesi, e al sincero desiderio, anzi al bisogno di pace, che predomina tanto in Italia quanto in Francia. — Che il governo italiano non potesse operare come ausiliario di un branco di giovani indisciplinati, inspirati dai meetings di Ginevra, di Milano e di altre città d’Italia, di poche bande di volontari le quali portavano inscritti sulle loro bandiere principii e sentimenti rivoluzionari, e si dichiaravano seguaci di Mazzini e de’ suoi luogotenenti, creando nelle borgate da essi occupate dei governi provvisorii, che sapevano di repubblica assai più che di monarchia costituzionale, ed operando come avrebbero operato prima del 59, cioè come se la nazione italiana ed il regno d’Italia non esistessero, o ne ignorassero la esistenza; che il governo acclamato dalla intera Italia, e che la rappresenta, non potesse entrare in campo come ausiliario delle bande dette garibaldine, è cosa troppo evidente perchè possa mettersi in discussione. — E tale evidenza appare maggiormente ancora, se si riflette che le popolazioni degli stati pontificii, e la romana in particolare, non si mostrarono per nulla consenzienti ai tentativi fatti sotto pretesto di liberarle, e che il successo degli assalitori non avrebbe avuto luogo senza spargimento di sangue italiano per mano italiana. — Se dunque il nostro governo, il governo di Vittorio Emanuele, si fosse indotto ad unirsi ai garibaldini, esso avrebbe mancato ai trattati, avrebbe condotto i suoi soldati contro gente italiana; e tutto ciò per assicurare il trionfo di una fazione a lui avversa, e così debole ed impotente, che a nulla poteva riescire se non coll’aiuto del regno d’Italia. — D’altra parte il governo del nostro re non poteva combattere direttamente le bande garibaldine, senza incorrere in una guerra civile ed imbrattarsi di sangue italiano; e ciò per difendere diritti ch’esso non riconosce, e contro la cui legittimità egli si è dichiarato. — Le cose stando in tale stato, l’intervento francese, sebbene pieno anch’esso di pericoli, era però il solo mezzo di evitare a noi la guerra civile, e di mettere il Pontefice al sicuro da una catastrofe, la cui responsabilità sarebbe ricaduta sulla nazione italiana e sul suo governo. — Ora che la tranquillità ed un certo buon ordine, compatibile con un pessimo [p. 153 modifica]governo, sono ristabilite, le truppe francesi lasceranno il paese ove sono una vivente violazione del principio che la Francia stessa proclamava del non intervento nelle dissensioni intestine dei vari stati europei. Ma siccome i recenti avvenimenti hanno dimostrato che la convenzione del 65 tra la Francia e l’Italia, nei termini in cui fu concepita e redatta, non produce quei risultati che da essa si aspettavano; siccome il governo italiano, a cagion d’esempio, non può impedire che il territorio pontificio sia assalito da bande di volontari, senza combatterle, ciò che ripugna ad ogni cuore avverso alla guerra civile; nè può impedire che la città di Roma cada difatto nelle mani dei volontari o delle popolazioni insorte, mentre i trattati gli vietano di occupare esso medesimo quel territorio; per questi e molti altri motivi, la cui enumerazione riescirebbe troppo lunga, si comporrà un nuovo trattato che ponga al sicuro la persona del Pontefice da ogni offesa, e garantisca il rispetto dovuto alla religione della civiltà, a tutto ciò che si riferisce ad essa, come sarebbero i suoi monumenti, le sue chiese, i suoi ministri, ecc.

Possiamo dunque sperare, malgrado le immeritate invettive e le imprudenti dichiarazioni di alcuni fra i ministri ed oratori della Francia, che codesta nazione, più sensata e più giusta di que’ suoi rappresentanti, rispetterà le costanti e legittime aspirazioni dell’Italia; e si terrà soddisfata d’intervenire in ciò che vi è veramente di universale nella così detta questione romana, cioè di assicurare la conservazione della religione cristiana e cattolica, e di quanto la concerne, lasciando agli italiani la cura d’intendersi col Pontefice su ciò che appartiene esclusivamente all’Italia, cioè sulla questione dell’annessione di Roma, purchè ci asteniamo dall’uso della forza materiale, della violenza. Riconosciuti una volta i nostri diritti, e posti alcuni limiti all’esercizio loro, spetterà a noi l’approfittare con somma prudenza dei nostri vantaggi, mostrarci capaci di contenere i nostri desideri, e aspettare il momento opportuno per soddisfarli. — Se l’Italia sa mantenersi nazione libera ed indipendente, ordinata e tranquilla, sotto un governo costituzionale ed italiano, che l’Europa ha riconosciuto e rispetta, non v’ha per me dubbio che Roma debba in breve entrare a parte delle nostre sorti. L’incertezza si riferisce soltanto al come e al quando sarà compiuto questo finale e solenne avvenimento; e a tale incertezza dobbiamo rassegnarci sinceramente, come ad una invincibile necessità politica e sociale.

Ma perchè tale rassegnazione sia possibile, e porti i suoi frutti, dobbiamo rientrare nelle vie di una regolare ed ordinata libertà, e rinunziare alla politica sentimentale, che già troppo sovente ne fuorviava. — Nessun paese può dirsi libero, se concede ad un uomo, sia pur esso il più virtuoso ed [p. 154 modifica]il più amato, di mettere in non cale la legge, e di seguire soltanto la propria volontà. — Il re è sottomesso alla legge, ed alla legge obbedisce. Perchè si permette al generale Garibaldi di sprezzarla, e di non tenerla in alcun conto? Egli non aveva che un solo mezzo per conservarsi in una condizione così eccezionale, ed era l’usarne assai di rado, ed il non abusarne mai. — Garibaldi invece si è fatto lo stromento di Mazzini e dei Mazziniani in Italia, e si accinse a realizzarvi i loro sogni. — Con ciò ne ha posto due volte sull’orlo della guerra civile e della guerra contro la Francia — Questi due fatti, quello di Aspromonte e quello di Monterotondo, lo hanno balzato dal trono fantastico su cui lo aveva posto la nostra gratitudine, e ridotto alla condizione di semplice cittadino di un paese libero; condizione, di cui, mi sia permesso il dirlo, non v’ha eroe che non possa e non debba tenersi per soddisfatto ed onorato.

Sia dichiarato una volta, e nessuno lo contesti, che Garibaldi deve obbedire alla legge come ogni altro cittadino d’Italia, non solo quando l’obbedienza non gli pesa, ma sempre ed in qualsivoglia circostanza, e che qualora egli tentasse una terza volta d'infrangerla, sarà richiamato al dovere coi mezzi stessi dalla legge prescritti. — L’uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge è la prima fra le grandi conquiste che la rivoluzione francese dell’89 compì sulla tirannide dei governi assoluti, il principio più fecondo e più benefico della moderna civiltà, e chi non sa contentarsene e rendergli omaggio, si mostra indegno di far parte di un consorzio civile e libero.


FINE