Osteria/Proemio
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PROEMIO
«Il vostro libro è una battaglia» scriveva Otto Erich Hartleben, il compianto letterato e immortale profeta del dio Bacco all’autore di questa guida quando venne pubblicato un suo primo saggio del genere, intitolato «Est est».
Da quel tempo sono trascorsi parecchi anni: l’«est» è diventato «erat», e poche osterie soltanto rimangono ancora come croci commemora tive sul cimitero descritto in quel primo saggio. Poichè nulla in Italia è così permanente come.... il mutare delle osterie[1]. È un va e vieni, che ci opprime il cuore, un’incessante trasformazione, che la più compiacente statistica può a mala pena seguire.
Per il culto di Dionisio, che altra volta, ai tempi aurei della cultura ellenica, sollevava l’uomo al pensiero della divinità, i giorni corrono ormai tristi. E’ cresciuta una generazione di moralmente impotenti, di homunculi, che non ha più il minimo concetto della poesia e della felicità bacchica; una generazione di uomini inferiori, di Unter-Menschen, fanatici di una salute senza gioia, che, col vaneggiamento degli asceti abbaia contro il delizioso culto, e vorrebbe con l’ignoranza degli iconoclasti infrangere le belle statue antiche, per erigere sulle rovine degli altari di Bacco e di Venere una tenda-ospedale a beneficio dell’«uomo normale», di quell’uomo senza canti e senza suoni, senza donne e senza vino, che dovrebbe vivere una diecina d’anni più di noi.
Vivere? Oibò! Trascinare per dieci anni di più la noia di un’esistenza somigliante a quella della rana amica dell’acqua, mettere al mondo altri esseri acquatici della stessa specie e guardarsi intorno con occhi imbambolati, come la «bestia trionfante»! E nessun nuovo Nazareno sorgerà a cacciare i profanatori dal tempio; dal tempio del vecchio e del nuovo Dio? Poichè non solo per l’Ellade, ma pure per la Giudea era sacra la vite.
Chi potrebbe nominare tutti gl’illustri che cantarono col re salmista «Vinum laetificat cor hominis» o con Orazio, coronato di mirto: «dulce est desipere in loco» o i saggi che con Mirza Schaffy pieno il nappo «s’ergevano alti sopra il comune»?
Dirò io de’ vecchi ebrei, padri della vite? Del fortunato Noè che per 900 anni intinse la punta del suo rosso naso nella coppa ricolma? Del savio Sirach, il quale insegnò: «Che cos’è la vita quando non spumeggia il vino»? Di Giosuè e Kaleb, fedeli sacerdoti del Bacco giudaico? E ricorderò io i padri della Chiesa, che ebbero dinanzi agli occhi la «vigna del Signore»? San Crisostomo che lodava l’umor della vite come «opera divina?» I pontefici, che ripensando al miracolo compiuto da Cristo, prepararono nelle loro Corti una lieta sede al culto di Bacco? Papa Gregorio, a cui Gioacchino Belli attribuisce il vanto di conoscere il sapore di tutt’i tini. Martino IV, celebrato da Dante come amico della vernaccia, e che intonò, prima di Goethe, l’Ergo bibamus»? Benedetto XII con la sua magnifica definizione: «bibamus papaliter»? Leone X, che in buona compagnia di Querno, suo poeta di corte, vuotò una interminabile serie di boccali di vino romano, di vin corso e di vino greco? Paolo IV, adoratore del Falerno, che anzi usava lavarsi i denti con la Malvasia? Gregorio XVI, che approvava come dose normale un «quartarolo scarso»? Pio X, figlio d’un oste, la cui sorella oggi ancora dispensa agli avventori la deliziosa bevanda? E il grande riformatore Martin Lutero - poichè nel regno di Bacco tutti sono stati concordi – che ha trovato il motto «Vino, donna e canto» e ha descritta la mestizia dell’uomo che non ha bevuto «che ha le gambe piagate »?
E i grandi dell’antichità: Alessandro, che, come Bacco vittorioso, dall’alto del cocchio trascinato dalle pantere soggiogò il mondo; gli Elleni, che s’inebriarono dell’«ardor di Lieo» e nondimeno — anzi appunto per questo —crearono il Zeus di Olimpia e Pallade Atena e la dolce Afrodite e i gruppi del Partenone e le vergini dell’Erechtheion e mille e mille altre opere immortali. Gli Elleni senza il vino! Il mondo sarebbe un sepolcro, una catacomba: nessun Anacreonte avrebbe raccolto nelle sue odi l'azzurro cielo dei Greci, e nessun Omero, nessun Alceo, nessun Sofocle, nessun Euripide avrebbe aperte le vie immortali del canto, nessun Orazio, così ricco di grazie greche, usi gnuolo della classicità, avrebbe risvegliate quelle onde sonore che si sono propagate nei secoli fino a Goethe e a Carducci... Certamente Catone non avrebbe avuto ragione di lamentare che «la virtù si fosse infiacchita per il vino d'Albano », ma bisogna anche pensare che Dante non avrebbe lodato «lo dolce ber», che Shakespeare non avrebbe mai chiamato il vino una «buona e piacevole cosa» Goethe non lo avrebbe mai celebrato come il redentore dell'umanità dalle sue cure » e nè Gian Giacomo Rousseau, nè Hauff, avrebbero sentenziato che il vino rende gli uomini buoni, sinceri e giusti e suggella le nobili amicizie. Inoltre Bismarck non avrebbe augurato ai pigri tedeschi del suo tempo una buona bottiglia di spumante al giorno che doveva servire a ravvivarli e a tenerli desti... Il mondo sarebbe piombato in una palude di stupidità e gli eterni Dei avrebbero, mormorando, distratto da esso i loro sguardi :
.... Sugli stolti, vedi,
Ogni cura ha Dio accumulata !
(Orazio, Odi, I, 18)}}
⁂
E adesso, lettore benevolo, poichè ti prepari a seguirmi nella cara e lodata terra di Bacco, qualche avvertenza prima di metterci in viaggio. Anche in Italia non ogni vino è la bevanda degli Dei; anche l’Italia formicola dei così detti «benzinari», e occorre andar cauti a proclamare la bontà di un vino, imitando l’esempio di quello scolaro, a cui il parroco insegnava il latino facendogli sentire le varie qualità dei prodotti della sua cantina.
Il parroco domandò: quomodo est istud vinum?
Lo scolaro assaggiò e rispose: Ista vinus est bona.
Il parroco sturò un’altra bottiglia e ripetè: quomodo est istud vinum?
Lo scolaro: Istud vinum est bonus.
Il parroco portò in tavola un’altra qualità, la migliore che avesse, e chiese ancora: quomodo est Istud vinum?
Lo scolaro, finalmente, rispose con convinzione Istud vinum est bonum!
Morale: Quale vinum tale latinum.
Dio voglia che il parroco, che nel caso nostro sarà l’oste italiano, dispensi sempre allo scolaro, cioè al sitibondo pellegrino d’Italia, soltanto istud vinum bonum!
Quanto alle norme del buon bevitore, il lettore le troverà qua e là disseminate come perle nel testo. Nell’Alta Italia la quantità non ha grande importanza: verso il sud cresce il pericolo, aumentando il numero dei bicchieri. In Roma la misura varia secondo lo stomaco, il sesso. Per le signore, Marziale dava il seguente classico barometro; Ida, 3 bicchieri; Lyda 4; Lyka, 5; Nevia, 6; Justina, 7, ciò che non si può dire una quantità eccessiva. Per quanto riguarda il sesso maschile, lo stesso ottimo Marziale afferma che appena dopo 7 litri era sicuro di precipitare nel fossato lungo la strada. Giovenale va più oltre: egli celebra la coppa lavorata da Partenio «che poteva contenere otto misure piene ed era degna di placare la sete di Foco e della moglie di Fusco (la grande Saufeja!)» Orazio infine consiglia opportunamente di non bere mai in onore delle muse meno di nove tazze, e aggiunge anche: certare juvat mero. Queste regole valevano per l’allegro bevitore classico senza pensieri, che aveva con sè uno schiavo rimorchiatore» (advorsitor) il quale aveva la briga di ricondurre il padrone a casa. Nei nostri tempi prosaici ognuno reca la sua propria norma nello stomaco e non ha generalmente un servo che l’accompagni. Se vuoi perseverare, seguendo la nobile Saufeja, senza ricorrere al servizio della penna di pavone, che ti solletichi le fauci, interromperai frequentemente le libazioni con qualche stuzzichino; per esempio, con alcune fette di mortadella, che ti ricorderà l’asino di Balaam. Ti consiglio però di evitare le ostriche o almeno accertati che siano state immerse a lungo nel sublimato. Se ti piglia poi quella pesantezza al capo, che i tedeschi conoscono sotto il nome di Kater e che i romani chiamano «il cerchio alla testa», consulta la ricetta che troverai là dove si parla di Roma. I gloriosissimi dell’antichità solevano rinfrescarsi la gola fin dalla mattinata, (de medio potare die) e le dieci muse odoravano di vino nelle ore mattutine (vino fere dulces oluerunt manc Camoenae). Si cominciava presto, insomma... Del resto, l’ora non conta: l’importante è bere.
Anche il grande filosofo Pantagruel, figlio di re, loda il bere:
1. Come rimedio sicuro contro la sete (buvez toujours avant la soif et jamais elle ne vous aviendra):
2. Come rimedio contro il terrore della morte;
3. Come rimedio contro la melanconia (pleurer moins, boire davantage);
4. Come necessità naturale, poichè «la natura aborre dal vuoto»;
5. Bisogna bere eternamente (ce m’est eternité de buverie et buverie d’eternité);
6. Si deve sorseggiare theologalmente (chopiner théologalement);
7. Si beva come un templare;
8. Si beva come una spugna;
9. Si beva come la terra quando è secca;
10. Si beva di buon’ora (lever matin ce n’est bonheure, boire matin c’est meilleur);
11. Il vino dà la divinità (de vin divin on devient);
12. Come l’aiuto delle ali spinge gli uccelletti verso il cielo, così il buon vino con lo aiuto di Bacco eleva l’uomo, gli rallegra il cuore e lo libera da tutta la zavorra terrestre... Bevete sempre e non morirete mai!
Ma se non ostante questa promessa, dovesse venire il nostro ultimo quarto d’ora un quarto dopo l’ultimo quinto! - anche al di là ci è assicurata dal padre Dante un’invidiabile esistenza. Poichè Dio non è affatto arcigno verso il bevitore (vedi Inferno, XI, 85). Il nostro posticino non è nelle fiamme infernali, ma nel tepido limbo, ed ha questi vantaggi,
1. La vicinanza della porta dell’inferno, quindi continuamente una buona corrente d’aria;
2. La vicinanza del nostro ottimo amico Orazio (primo giro). Quindi un’interessante conversazione di sapore letterario.
3. La vicinanza delle più spregiudicate signore della storia (secondo giro): Semiramide, Didone, Cleopatra, Francesca da Rimini. Ci può essere dunque anche l’occasione di un po’ di flirt.
4. Pioggia costante. Quindi una temperatura infernale moderata. («Acqua tinta», dice Dante; che sia il nome di un vinello leggero da pasto?);
5. La compagnia del fiorentino Ciacco, che da circa 800 anni frequenta la tavola del terzo cerchio e quindi è perfettamente pratico del luogo.
6. Gli abbaiamenti del cane Cerbero; probabilmente un po’di musica, che dà vita all’ambiente.
⁂
Da ultimo, mio caro lettore, una preghiera: leggi la mia guida senza prevenzioni, non entrare nelle trattorie di lusso, ma in quelle più modeste (di regola i luoghi ordinarii» hanno la merce più «fina»
e viceversa); e se hai qualche osservazione da fare al mio libro, informamene, perchè io non pretendo, quantunque giornalista, di sapere ogni cosa e del resto le osterie italiane sono «mobili», come la donna. E quando ti sta dinanzi il lucente mezzo litro, dedicane anche a me un sorso: a me che, per darti una buona guida, ho consacrato il fiore della mia sete e finalmente potrò fare incidere sulla mia urna: Non omnis moriar — ergi monumentum aere perennius!
Dr. Hans Barth.
- ↑ Le osterie del cui decesso l’Autore ha avuto notizia, saranno contrasegnate con una croce funeraria,
- Testi in cui è citato Otto Erich Hartleben
- Testi in cui è citato Giuseppe Gioachino Belli
- Testi in cui è citato Papa Martino IV
- Testi in cui è citato Dante Alighieri
- Testi in cui è citato Johann Wolfgang von Goethe
- Testi in cui è citato Papa Benedetto XII
- Testi in cui è citato Papa Leone X
- Testi in cui è citato Papa Paolo IV
- Pagine con link a Wikipedia
- Testi in cui è citato Papa Gregorio XVI
- Testi in cui è citato Papa Pio X
- Testi in cui è citato Martin Lutero
- Testi in cui è citato Anacreonte
- Testi in cui è citato Omero
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