Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/263

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

atto quarto 255

          ad alcun tenderai si fatte reti.
          Questo è ’l buon merto (ah scelerata Circe!)
          del mio servir? Lasciami, te ne priego,
          far si giusta vendetta e che tal peste
          toglia davanti a chi, non cognoscendo
          com’io fosse per essere ingannato...
          Lascia! lascia! che questo non è ’l primo.
          Non ti varranno...
          Compagni  Resta! resta! sta’!
          Tienlo. Non odi? Toglili quell’arme.
          E che volevi far? Poco cervello!
          Pòrti con una...
          Filocrate  Lascia, oimei!
          che vo’ sfondar quell’uscio e le fenestre.
          Stelle crudeli, e che vo’ far di questa
          mia vita? State un poco. Aimei! Son morto.
          Non mi menate via.
          Compagni  Vien: non gridare. i
          Pigliai di lá. Su! Ben. Con manco strepito
          che si può. Zitto!
          Filocrate  Taci, taci, taci!
          Leva, leva! Ognun corra ai malandrini.
          M’avete assassinato. Ah traditori!
          E dove mi portate? Lascia qui.
          Non è la tua. Non mi legate stretto,
          che non voglio fuggire. A le prigioni, ah?
          Morrò pur dunque, un tratto, e farò sazi
          quegli avoltori ch’entro il petto ogni ora
          pasco col core: anzi, una donna; io mento:
          una fera crudele. A quanto strazio
          m’hai riserbato, Amore? Anzi, son morto.
          Dico che no. Ah! Cecco di Bertella,
          aiutami, che sia scannato a brenti!
          E tu, Giannosso, che sia scorticato!
          Chi l’avria mai creduto? A questo modo
          mi lascian stracinare a la famiglia.