Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/273

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atto quarto 265

          Rompete il ghiaccio che d’intorno ammanta
          i freddi petti; e di pietá s’accenda
          l’alma, ch’Amor vi faccia lieta e santa.
          Ma veggio che convien che altra via prenda;
          che M predicar fra duri sassi e tigre
          non è possibil che mai frutto renda.
          Alme gentil, non siate al ben far pigre.
          Pilastrino  Guarda se ’l cielo è giusto! Io so che questi,
          tra ’l non aver danari e tra l’amore,
          si trova fatto, e in cosí poco tempo,
          uomo da ben. Ghiottone, scelerato,
          e’ hai qui gabbato il boia che a la forca
          t’aspettava col diavolo! Or vuoi andare
          per il mondo e gabbar Domeneddio
          e gli uomini?
          Fileno  Troppo è; lascialo andare.
          Che pensi guadagnar da un simil pazzo?
          Torniamo in piazza.
          Pilastrino  Non ti potrei dire
          che voglia m’è venuto in cima a l’unghie
          di dare a sto poltron pien di peccati
          una man di punzoni! Ma non voglio,
          ora che sono acconcio, ruinarmi.
          Vedi Amoraccio! Parti che sia un putto
          o pure un gran signor? Parti che sappia,
          quando ci ha sotto i piedi, arragazzarci
          e farci gioco al vulgo? I premi, poi,
          son le crocce, la paglia e ’l boccalone.
          Ecco Artemona. Addio.
          Fileno  Va’ pure. Amore?
          Certo, non veggio in questa nostra vita
          pazzia piú chiara o vergogna e ruina
          piú evidente. E, per gli uomini savi,
          s’avria solo a fuggir la dolce entrata:
          che, come ci siam dentro, è poi l’uscita
          assai piú stretta ed erta che non fu