Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/278

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270 i tre tiranni

          pigliar, sotto le volte, al magazzino,
          la grazia di san Paulo con quel greco
          ch’io bevvi l’altra sera.
          Artemona  E, per ventura,
          debbi veder tutti quegli animali,
          aspiti, bisce, tarantole e serpi,
          come se fossi in banco.
          Pilastrino  Bene spesso.
          M’agghiaccio, poi, e m’affreddo e mi risolvo
          come la neve al foco e al vento nebbia,
          s’io sto, l’inverno, che non magni sempre
          e mi scaldi col vino.
          Artemona  Siam piú d’uno.
          Pilastrino  Io, finalmente, come fanno loro,
          esco di me, divento furioso,
          divento povero e cosí ridiculo.
          Ed in questo ho avantaggio: ch’essi cercano,
          con ogni studio, per la cosa amata
          (il che il piú de le volte gli intraviene),
          venir mendici; io sono stato sempre
          e, s’io non era savio, sarei ancora
          per l’avenire. E in tutte queste cose
          sento dolcezza. E tanto piú, se sono
          in quelle fiamme, in quei caldi che pare
          che ’l mondo giri. E talor veggio i cieli
          aperti tutti, com’un frate santo,
          e gli angeli suonare. Io canto e ballo.
          E poi mi par ch’io cado giú a ruina
          in un rio fresco fresco che talvolta
          (ti dico il ver) mi fa di contentezza
          pisciarmi sotto.
          Artemona  Questo l’ho provato
          piú d’una volta anch’io; ma non vien da altro
          che bere il vin senz’acqua.
          Pilastrino  Non fa male
          a chi v’è usato. Non vo’ dir de’ sogni,