Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/325

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atto primo 317


ATTO I

SCENA I

Gherardo e Virginio vecchi.

Gherardo. Fa’ adunque, Virginio, se desideri in questa cosa farmi piacere, come hai detto, che quanto piú presto sia possibile si faccino queste benedette nozze; e cavami una volta di cosi intrigato laberinto nel quale non so come disavedutamente son corso. E, se pur qualche cosa ti tenesse, come il non aver danari per le veste (che ben so che ’l tutto perdesti nel miserabil sacco di Roma) e paramenti per la casa, o per a ventura ti trovasse male agiato di prò veder per le nozze, dimelo senza rispetto: che a tutto provederò io; né mi parrá fatica, pur che questa cosa segua un mese prima, per cavarmi questa voglia, spendere un dieci scudi piú, che, per grazia di Dio, so dove sono. E ben cognosci tu che ormai niun di noi è piú erba di marzo, ma si ben di maggio e forse... E quanto piú si va in lá piú si perde tempo. Né ti maravigliar, Virginio, che tanto te ne importuni, ch’io ti do la mia fede che, perch’io sono entrato in questa girandola, non dormo la metá della notte; e, che sia vero, guarda a che ora mi son levato questa mattina e sappi che, prima ch’io venissi a te per non destarti, avevo udita la prima messa a duomo. E, se forse avessi mutata fantasia e 1 paresseti che con gli anni di tua figliuola non s’affacesseno i miei, che giá sono agli «anta» e forse gli passano, dimmelo arditamente: perché a tutto provederò, voltando i pensieri altrove; e te e me liberarò, in un punto, di fastidio, che ben sai s’io son ricerco d’imparentarmi con altri.