Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/327

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atto primo 319


Gherardo. Vecchio? Oh! Ti prometto ch’io mi sento cosí bene in gambe ora come quando io ero di vinticinque anni; e massimamente la mattina, prima ch’io pisci. E, s’io ho questa barba bianca, nella coda son cosí verde come il poeta toscano. E non vorrei che niun di questi sbarbatelli, che van facendo il bravo per Modena col pennacchio ritto alla guelfa, con la spada alla coscia, col pugnai di dietro, con la nappa di seta, mi vincesseno in cosa nissuna, eccetto che nel correre.^ Virginio. Tu hai buono animo. Non so come le forze riusciranno.

Gherardo. Vorrò che tu ne domandi Lelia, come sará, la prima notte, dormita con me.

Virginio. Or, col nome di Dio, ti bisogna avergli discrezione, perché l’è pure ancor fanciulla e non è buono, in principio, d’esser cosí furioso.

Gherardo. Che tempo ha?

Virginio. Quando fu il sacco di Roma, ch’ella ed io fumo prigioni di que’ cani, finiva tredici anni.

Gherardo. Gli è appunto il mio bisogno. Io non la vorrei né piú giovane né piú vecchia. Io ho le piú belle veste e’ piú bei vezzi e le piú belle collane e’ piú bei finimenti da donne che uom di Modena.

Virginio. Sia con Dio. Son contento d’ogni suo bene e tuo.

Gherardo. Sollecita.

Virginio. Della dote, quel ch’è detto è detto.

Gherardo. Credi ch’io mi mutassi? Addio.

Virginio. Va’ in buona ora. Certo, che ecco la sua balia: che mi torrá fatica di mandarla a chiamare perché accompagni in qua Lelia.

SCENA II

Clemenzia balia e Virginio vecchio.

Clemenzia. Io non so quel che si vorrá indovinare che tutte le mie galline hanno fatto, questa mattina, si fatto il cicalare che pareva che mi volesser metter la casa a romore o