Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/331

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atto primo 323


Lelia. Dio vi dia il buon di, mona Scrocca-il-fuso.

Clemenzia. Va’. Dallo pure a chi tu debbi aver dato la buona notte.

Lelia. Se ad altri ho data la buona notte, a voi darò il buon di, se lo vorrete.

Clemenzia. Non mi rompare il capo, che tu mi faresti, questa mattina... ti so dir io.

Lelia. Séte forse aspettata dal guardian di San Francesco? o pure andate a trovar fra Cipollone?

Clemenzia. Doh! che te venga la febre ben ora! Che hai a cercar tu i fatti miei né dov’io vo né dov’io stia? che guardiano? che fra Cipollone?

Lelia. Oh! Non v’adirate, mona Molto-mena-e-poco-fila.

Clemenzia. Per certo, io conosco costui; e, non so dove, mi pare averlo veduto mille volte. Dimmi, ragazzo: e dove mi conosci tu, che vuoi saper tanto delle cose mie? Levati un poco questa cappa dal volto.

Lelia. Orsú! Fai vista di non mi conoscere, ch?

Clemenzia. Se stai nascosto, né io né altri ti conoscerá.

Lelia. Tirati un poco piú in qua.

Clemenzia. Ove?

Lelia. Piú in qua. Ora cognoscimi?

Clemenzia. Se’ tu forse Lelia? Dolente a la mia vita! Sciagurata a me! Si, che gli è essa. Oimè! Che vuol dir questo, • figliuola mia?

Lelia. Di’ piano. Tu mi pari una pazza, a me. Io m’andarò con Dio, se tu gridi.

Clemenzia. Parti forse che si vergogni? Saresti mai diventata femina del mondo?

Lelia. Si, che io son del mondo. Quante femine hai tu vericordi.

Clemenzia. Adunque, hai tu perduto il nome di vergine?

Lelia. Il nome no, ch’io sappi, e massimamente in questa terra. Del resto si vuol domandarne gli spagnuoli che mi ten- ^ ner prigiona a Roma.