Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/40

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32 la calandria

entri e, portato in camera sua, insieme quel piacere prendiate che vorrete tutti a due.

Calandro. Vedi che io non v’andrò coi piedi come dicevi.

Fessenio. Ah! ah! ah! accorto amante! Tu di’ il vero, in fine.

Calandro. Non durerò fatica, non è vero, Fessenio?

Fessenio. Non, moccicon mio, no.

Calandro. Dimmi: il forziero sará si grande che io possa entrarvi tutto?

Fessenio. Mò che importa questo? Se non vi entrerai intero, ti farem di pezzi.

Calandro. Come di pezzi?

Fessenio. Di pezzi, si!

Calandro. Oh! come?

Fessenio. Benissimo.

Calandro. Di’.

Fessenio. Noi sai?

Calandro. Non, per questa croce.

Fessenio. Se tu avesse navigato, il saperresti: perché aresti visto spesso che, volendo mettere in una piccola barca le centinara delle persone, non vi enterriano se non si scommettesse chi le mani, a chi le braccia e a chi le gambe secondo il bisogno; e, cosí stivate, come l’altre mercanzie, a suolo a suolo, si acconciano si che tengano poco loco.

Calandro. E poi?

Fessenio. Poi, arrivati in porto, chi vuol si piglia e rinchiava il membro suo. E spesso anco avviene che, per inavvertenzia o per malizia, l’uno piglia el membro dell’altro e sei mette ove piú gli piace; e talvolta non gli torna bene perché toglie un membro piú grosso che non gli bisogna o una gamba piú corta della sua, onde ne diventa poi zoppo o sproporzionato, intendi?

Calandro. Si, certo. In buona fé, mi guarderò bene io che non mi sia nel forziero scambiato il membro mio.

Fessenio. Se tu a te medesimo non lo scambi, altro certo non te lo scambierá, andando tu solo in nel forziero: nel quale