Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/47

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atto secondo 39


Fessenio. Orsú! Poi che tu sai si ben morire e risuscitare, non è da perder tempo.

Calandro. Or via! sii!

Fessenio. Nooo! Con ordine vuol farsi tutto, a fin che Fulvia non se ne accorga. Con lei fingendo andare in villa, a casa di Menicuccio te ne vieni; ove tro verrai me con tutte le cose che fanno di mestiero.

Calandro. Ben di’. Cosi farò or ora, che la bestia sta parata.

Fessenio. Mostra. Che l’hai in ordine?

Calandro. Ah! ah! Dico che ’l mulo, drento a l’uscio, è sellato.

Fessenio. Ah! ah! ah! Intendeva quella novella.

Calandro. Mi par mille anni esser a cavallo; ma in su quella angioletta di paradiso.

Fessenio. Angioletta, ah? Va’ pur lá. Se io non mi inganno, la castroneria si congiungerá oggi con la lordezza. E debbe or montare a cavallo. Voglio avviarmi inanzi e dire a quella vezzosa porca che in ordine sia e me aspetti. Oh! oh! oh! Vedi Calandro giá montato. Miraculosa gagliardia di quel muletto che porta cosí sconcio elefantaccio!

SCENA X

Calandro, Fulvia.

Calandro. Fulvia! o Fulvia!

Fulvia. Messer, che vuoi?

Calandro. Fatti alla finestra.

Fulvia. Che c’è?

Calandro. Vuoi altro? Io vo insino in villa, che Flaminio nostro non si consumi drieto alle cacce.

Fulvia. Ben fai. Quando tornerai?

Calandro. Forse stasera. Fatti con Dio.

Fulvia. Va’ in pace, col mal anno. Guarda che vezzoso marito mi detteno li frategli miei! che mi fa venire in angoscia pure a vedello.