Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/52

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44 la calandria


Calandro. Morto son se oggi con lei non sono.

Fessenio. Io non saprei in ciò che farmi: se giá tu non pigliasse un poco di fatica.

Calandro. Fessenio, per essere con lei farò ogni cosa, sino andare scalzo a letto.

Fessenio. Ah! ah! Scalzo a letto, ah? Questo è troppo. Non piaccia a Dio.

Calandro. Di’ pur sú.

Fessenio. Ti bisogna, in fine, esser facchino. Tu sei si travisato di abito e, per essere stato morto un pezzo, nel viso se’ si cambiato che non fia chi ti conosca. Io mi presenterò lá come legnaiuolo che fatto abbi il forziere Santilla comprenderá subito come il fatto sta, perché ella è piú savia che una sibilla. E insieme farete il bisogno.

Calandro. Oh! Tu hai ben pensato. Per amor suo porterei e’ cestoni.

Fessenio. Oh! oh! Grande ardire costui ha. Orsú! Piglia.

Alto! O diavol! Tu caschi. Sta’ forte. Ha’ lo bene?

Calandro. Benissimo.

Fessenio. Orsú! Va’ inanzi; fermati all’uscio: e io, cosi, di drieto a te ne vengo. Quanto sta bene questa bestia sotto la soma! Sciocco animalaccio! Intanto che io menerò, per l’uscio di drieto, quella scanfarda, bisognerá pure che Lidio si lassi baciar da costui. Ma, se gli baci sui li nano fastidiosi, li parranno poi piú suavi quelli di Fulvia. Ma ecco Samia. Non ha visto Calandro. Dirolli due parole. E la bestia stará tanto piú carica.

SCENA IV

Fessenio servo, Samia serva.

Fessenio. Onde vieni?

Samia. Da quel negromante a chi, per la strada di lá, ella poco fa mi mandò.

Fessenio. Che dic’egli?

Samia. Che presto verrá da lei.