Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/165

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E la duchessa pensò nel suo cuore:
— Sed io a Gicnutrisse andar lo lasso,
forse al tornar mi donerá il suo amore,
se ’l qual non ho, di questa vita passo.
E s’io’l potessi, ’l fare’ imperadore,
pur ch’allegrasse un poco il mio cor lasso!
Doglioso a me, ch’io arei tutto bene,
se mi traesse una volta di pene! —
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Poi gli diceva: — Amor, po’ che tu vuoi
a Gienutrisse andar, cheggioti un dono:
che ’l duca mio uccidi, se tu puoi,
ed ogn’altra fallenza ti perdono. —
Ed e’ rispuose: — Lui e’ baron suoi
vorre’ uccider, quanti ve ne sono,
e quanti ve n’ ha ancor d’altri paesi,
vorrei che fosser tutti morti e presi. —
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Allor Gibello di prigion fu tratto,
l’arme e ’l destrier avanti si gli gio;
sanza dimoro in fretta s’armò ratto:
non prese staffa, ch’a cavai salio!
Della cittá usci e con quel patto
ver’ del conte Vermiglio se ne gio.
Tosto ’l fe’ adobbar co’ sua compagna,
e l’altro di entrò per la campagna.
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E nella Valle Bruna egli è arrivato,
ov’era il cavalier Ner di gran vaglia.
E ’l fatto e la maniera gli ha contato
com’egli andavan per voler battaglia.
I suo’ dugento cavalier s’armáro
tutti per punto e no’ mancò lor maglia.
I tre baroni a Gienutrisse gièno
con cinquecento cavalier ch’avièno.