Pagina:Abrabanel, Juda ben Isaac – Dialoghi d'amore, 1929 – BEIC 1855777.djvu/423

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nota 417

divenne consigliere di Ferdinando II d’Aragona, Leone medico del re, Samuele mercante di larga fortuna. Il 24 luglio 1494 Alfonso II, a testimoniare da parte sua non minor favore, ordinava che «Juda Abramenel ebreo, figlio di don Isaac Abramenel», abitante in Napoli «col detto suo padre, la moglie e tutta la sua famiglia», venisse considerato a tutti gli effetti dal fisco e dalla dogana come cittadino napoletano, alla stregua degli altri ebrei e secondo i privilegi loro concessi da Ferdinando II: decidendo cosí a suo favore una lite che Leone aveva intentato al fisco (ostinato nel trattarlo, a tutto suo danno, come straniero) davanti alla regia Camera, e comminando una multa di cent’onze ai trasgressori della decisione1. In condizioni cosí liete, Leone potè a tutt’agio approfondire gli studi e le meditazioni predilette, assimilando quel che gli poteva dare la coltura ebraica d’Italia, — rappresentata principalmente da Elia del Medigo (1463-1498), il maestro di Pico della Mirandola, e da Jochanan Alemanno (1435 o ’38-1503), precursore del nostro nella teoria dell’amore, — la qual cultura era caratterizzata da un maggiore interesse per la tradizione cabalistica; e potè entrare in contatto con gli umanisti napoletani, ansiosi di penetrare nel mistero della «santa teologia degli ebrei» (basti citare il Pontano, l’Equicola, fra Egidio da Viterbo). La casa Abarbanel a Napoli, come a Firenze la casa di Jechiel da Pisa (con cui don Isacco fin dal Portogallo era stato in relazione epistolare), divenne un centro di cultura aperto anche ai «goim» (pagani): e ancora nel 1532 Samuele Abarbanel manteneva questa tradizione, poiché il Wittmannstadt vi udí conferenze sulla Kabbalá. A Napoli don Isacco compí e riordinò buona parte della sua opera di esegesi biblica e pose mano a nuovi commentari: Leone, di fronte alla splendida fioritura della mistica neoplatonica nell’ambiente cristiano, forse giá concepiva i Dialoghi d’Amore, che l’avrebbero fatto emulo del Ficino e di Pico2. Certo a Giovanni Pico egli fu noto, poiché se da un lato il «Leo Hebraeus



  1. Il documento è riprodotto dal Pflaum, op. cit., pp. 146-147, e si trova nel R. Archivio di Stato in Napoli (Antica cancelleria aragonese, Commune della Sommaria, vol. 36, ff. 97-98). Cfr. Ferorelli, op. cit., p. 87 sgg.
  2. Cfr. Pflaum, op. cit., pp. 64-75; U. Cassuto, Gli Ebrei a Firenze nell’etá del Rinascimento (Firenze, 1918), e anche La famiglia da Pisa, in «Rivista israelitica» del 1910; inoltre Kayserling, Geschichte der Juden in Portugal, p. 265, e Gudemann, Gesch. des Erziehungswesen u. der Kultur der Juden in Italien (Wien, 1884), pp. 184 sgg.
Leone Ebreo, Dialoghi d’amore. 27