Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. II, 1966 – BEIC 9707880.djvu/175

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libro terzo 169

indizio alcuno per quale e’ riconoscessi l’un dall’altro, che stavano ambedue simili colla faccia straformata dagli altri dii. Vedevigli colla bocca di qua e di qua inversata, collo ciglio contratto e innodato, con gli occhi lucciolosi e rappresi, colle mani e petto e umeri implicati e discommessi. Solo una differenza vi s’aggiugneva: questo è che l’uno di loro ti si porgea tutto bavoso e tutto muccilutoso; l’altro era non in tutto quanto costui a vederlo sozzo e iniocundo. Miravagli Pirteo e dicea: «Non saprei chi mandarmi di voi inanzi a sedere; ma qualunque di voi si move prima, l’altro lo seguiti». E questi due stavano pur quasi stupidi, né cosa favellavano, ma rompevano in voce e gesti inettissimi e disonestissimi. Pirteo, vedendogli così osceni e transformati, si maravigliò che ’nfra ’l numero degli dii ottimi e massimi fussero due sì osceni e iniocundissimi monstri. E nel maravigliarsi, quando esso guardava fiso costui, gl’intervenia che fingeva per maraviglia in sé viso simile a chi e’ pendea col guardo e colla mente. E quanto summirava quest’altro, simile imitava quest’altro. Gli dii chi surrise della inezia loro, chi forse si condolse di tanta loro disadattaggine, ed esclusongli dicendo: «Né tu hai viso da onorare un simile convito, né tu hai faccia da consolare e’ calamitosi». E certo pur sì, chi vedesse se stessi quando e’ piange, o befferebbe tanta svenevolezza o dorrebbegli tanta sua bruttezza. Dirai: e chi può tenere le lacrime nei suoi mali? Natural desiderio. Vedi sino alle bestie pe’ boschi e pe’ diserti danno segni manifestissimi del loro furore. Forse come per altre molte cose, e per questo ancora in prima sono bestie, se desiderano quello ch’elle nulla possono trovare, o se credono col suo urlare e accanirsi trovar più tosto e con men fatica quello ch’elle siano forse per asseguire. E tu, uomo, che piangi? Se tu avessi altro che fare, certo non piangeresti. E’ Ierosolimitani in quel suo ultimo eccidio in quale perirono più di secentomilia conosciuti ebrei oppressi dalla fame, non solo non piangeano, ma si dimenticavano sepellire e’ suoi cari e amati. Ulisses presso a Omero, — non senza voluttà rammento spesso el nostro Omero, quando anche a te e’ pare specchio della vita umana, — in cena, a chi chiedea da lui che recitasse e’ casi suoi, pregò che lasciassino prima ch’e’ satisfa-