Pagina:Alberti - Della architettura della pittura e della statua, 1782.djvu/95

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libro terzo. 73

per il dilavare delle pioggie, l’opera snervata, et disfattasi non rovini. Ancorche non si puo fare maggiore utilità alle Volte, che dar loro tanta acqua, che elle qe ne possino abbondantemente inzuppare, et che le non patischino mai di sete. Ma sia di loro detto a bastanza.


Delle corteccie de tetti, della loro utilità, et delle sorti de tegoli, et della forma loro, et di quel che si faccino.

cap. xv.


IO torno al coprire de tetti. Certamente se noi andremo bene considerando, e’ non è cosa alcuna in tutto uno edificio più utile, che l’havere un luogo dove tu possa rifuggire, a difenderti da roventi Soli, et dalle Tempeste, che cascano dal cielo. Et che questo beneficio ti sia eterno, non ne sono cagioni le mura, non lo spazzo, non qual altra cosa di queste tu ti voglia; ma principalmente per quanto si puo vedere, la sola ultima scorza del tetto; la quale la industria, et l’arte de gli huomini, fatto esperienza d’ogni cosa, non ha per ancora saputo trovare gagliarda, et bastante contro le ingiurie de tempi, secondo che la necessità della cosa ricerca. Nè io ho fede, che ella si possa trovare cosi facilmente. Imperoche conciosia che non solamente le pioggie, ma i diacci, et le gran vampe, et i venti più d’ogni altra cosa molesti, non restino mai di danneggiarle in ogni luogo; che cosa è quella, che possa più horamai in luogo alcuno sopportare i tanto continovi, o più tosto crudeli inimici? Di quì nasce, che alcune coperture subito si infracidano, et alcune si disfanno; altre aggravano troppo le mura, altre si fendono, e si rompono; altre si dilavano di maniera che i metalli, per altro conto invitti contro le ingiurie delle tempeste, non possono in questi luoghi durare contro le tante spesse offensioni. Ma gli huomini non si faccendo beffe delle cose, che e’ potevano havere abbondantemente, secondo la natura del luogo, providdero alla necessità il più che poterono; et di qui nacquero varii modi di coprire gli edificii. Dice Vitruvio che que’ di Pirgo coprivano gli edificii con canne; et que’ di Marsilia con terra battuta, et rimenata con paglie. I Telofagi appresso de’ Garamanti (come dice Plinio) cuoprono le superficie de tetti di corteccie. Grandissima parte della Magna usa assicelle. In Fiandra, et nella Piccardia segano in asse la Pietra bianca, più facilmente che il legno; la quale adoperano in cambio d’embrici. I Genovesi, et i Toscani adoperano nel coprire le case, lastre spiccate da scagliose Pietre. Altri hanno esperimentati gli smalti, de quali parleremo dipoi. Fatta finalmente esperientia d’ogni cosa, non trovarono però mai gl’ingegni, o l’industrie de gli huomini cosa più commoda, che gli embrici di terra cotta. Imperoche i lavori di smalti, per le brinate diventano scabrosi, si fendono, et si rovinano. Il piombo da gli ardori del Sole si liquefa. Il rame, se e’ si pone grosso, costa assai; se egli è sottile, è alterato da venti, et dalla ruggine fatto sottile, si guasta. Dicono che un certo Grinia di Cipro, figliuolo d’un Contadino, fu il primo, che trovò il fare i Tegoli, i quali sono di due sorti; l’uno è largo, et piano; largo un piede, et lungo tre quarti di braccio con sponde ritte di quà, et di là, secondo la nona parte della sua larghezza, che si chiama embrice: L’altro è tondo, et simile a gli stinieri da armare le gambe, detto Tegolino, amenduoi più larghi donde hanno a ricevere le acque, et più stretti, donde le hanno a versare. Ma gli embrici piani, cioè le gronde sono più commode, pur che le si congiunghino l’una appo l’altra a filo, et con l’archipenzolo, che le non pendino da alcuno de lati, et che le non rimanghino in alcun luogo come catini, o in alcun’altro, come poggiuoli rilevati, accioche non vi sia a traverso cosa alcuna, che impedisca

K l’acqua