Pagina:Alcuni discorsi sulla botanica.djvu/141

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tore del libro de Diaeta, e Menecrate di Siracusa. Che poi fino da que’ remotissimi tempi grande fosse in quegli isolani l’amore per le piante dobbiamo argomentarlo dal vederne non poche mirabilmente effigiate al vero sulle loro stoviglie, e medaglie.

Che se dalla Sicilia, come ragion vuole, ritorniamo in Grecia, eccovi quell’Anassagora, cui deve Atene la prima scuola di filosofia, quivi sorta nel 450 av. C., professare nel fatto delle piante le medesime opinioni a un dipresso di Empedocle, fare cioè anch’esso i vegetali suscettivi di allegrezza, di tristezza, di voluttà, di desiderio, e forniti di anima. Ma fu per fermo opinione al tutto sua, che i germi delle piante vagassero sparsi per ogni dove nell’aria, d’onde poi trasportati dalle pioggie sulla terra vi abbarbicassero e crescessero. Sappiamo di Democrito, quell’acuto filosofo, che tante e così ingegnose cose immaginò sul conto degli atomi, essersi dilettato assai dello studio delle erbe, e più opere aver scritto intorno le medesime. Plinio ne accenna una sulle piante magiche. In altra vogliono esaminasse le cagioni dei semi e dei frutti, come sembra indicare il titolo riportato da Laerzio: ma neppure i suoi libri sono arrivati fino a noi. Solo ricaviamo da Teofrasto, che lo combatte, come egli derivasse le tante differenze negli odori e nei sapori dalla diversa figura e disposizione degli atomi. E Nicolò damasceno registra quest’altra opinione di Democrito, osservarsi cioè, che crescono