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Pagina:Alessandro Fadelli, Pane nero come il carbone, 2006.djvu/10

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Accanto a migliaia di agricoltori, raramente agiati e in genere poveri se non miseri, al limite della sopravvivenza, Polcenigo ospitava pochi artigiani (fabbri, calderai, falegnami, mugnai, calzolai, fornai ecc.) attivi in modeste botteghe sparse nel comune, qualche piccolo commerciante (soprattutto pizzicagnoli, osti e locandieri) e pochissimi “liberi professionisti” (medici, farmacisti, avvocati, ingegneri, architetti): così almeno si desume da alcune pubblicazioni statistiche e commerciali di fine Ottocento-inizi Novecento e da altra documentazione dell’epoca (cfr. ALLEGATI 1 e 2). Esistevano anche in quel periodo quattro minuscole fornaci da calce del tipo detto “a fuoco continuo”, nelle quali lavoravano per un brevissimo periodo dell’anno una dozzina di uomini, una piccola fabbrica artigianale di paste da minestra e alcuni telai per la produzione di cotone, lino e canapa.

L’impressione generale che si ricava dalla documentazione fin qui raccolta è quella di un comune nient’affatto ricco, con spiccate rivalità campanilistiche tra i maggiori centri abitati (Polcenigo, Coltura e San Giovanni), nel quale poche famiglie notabili, appartenenti alla nobiltà e all’alta borghesia (i conti di Polcenigo, gli Zaro e i Curioni fra tutti), detenevano la maggioranza delle terre, in particolare quelle migliori, e si contendevano, a volte con aspre lotte, le più importanti cariche elettive comunali, come quella di sindaco e i vari assessorati (CHINA - COSMO 2006); poi, più in basso, esisteva un ristretto ceto medio, costituito da artigiani, commercianti, contadini possidenti e benestanti, che conduceva un’esistenza tutto sommata agiata e tranquilla, pur se non opulenta; infine, c’era un’amplissima fascia di popolazione alle prese con costanti e rilevanti problemi di sussistenza e di alimentazione, che viveva in case vecchie, piccole, affollate, prive di sistemi igienici anche elementari e che finiva spesso gravemente indebitata con banche e prestatori (non di rado veri e propri usurai), locali e non, per far fronte a cattive annate agricole o a sfortunati imprevisti, come incendi, furti, malattie e così via.

Dal punto di vista alimentare e igienico-sanitario Polcenigo non rivelava particolari differenze rispetto ai comuni vicini, in particolare a quelli della restante Pedemontana liventina. L’alimentazione scarsa e sbilanciata, basata com’era quasi esclusivamente sulla polenta di mais e quasi priva di carne e di proteine nobili, portava fra i più poveri - la maggioranza della popolazione - a numerosi e talvolta gravi patologie da denutrizione e da avitaminosi. Tra queste, la malattia di gran lunga più diffusa e importante era la pellagra, dovuta alla carenza di vitamina PP, assente nella polenta. Tale patologia aveva iniziato a colpire verso la fine del Settecento e ancora infieriva un secolo dopo, per attenuarsi solo agli esordi del Novecento ed esaurirsi, almeno nelle sue manifestazioni più conclamate, negli anni Venti (FADELLI 2003, pp. 21-29). Frequenti erano anche la tubercolosi, le malattie polmonari, le ernie (soprattutto a causa delle fatiche agricole) e la sifilide; non ancora sconfitti, ma in recessione,

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