Pagina:Alexander Pope - Lettera di Eloisa ad Abelardo.djvu/23

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Di rose mi apprestate e l’auree palme
Tra i Serafin’ di pure fiamme accesi,
Ove sol trova il peccator quïete.
420E tu, Abelardo, il mesto ufficio estremo
Adempì, e l’alma peregrina aita.
Mira: il labbro mi trema, e nella morte
Nuotano i lumi. Or l’ultimo respiro
Suggi, e lo spirto fuggitivo accogli.
425Ah! no: presso Eloisa in sacra vesta
Rimanti: e stretta d’una man la face,
Coli’ altra a sue pupille offri la Croce:
A morir l'ammaestra, e in un lo impara.
Guata securo allor l’amata donna:
430Chè più colpa non fia. Le passeggiere
Rose svanir sulle mie guance mira:
La scintilla vital mira ne’ lumi
Al suo fin giunta: e insin che polso e moto
In me non taccia, e non sii tu più mio,
435Non ti partir. Morte eloquente, e sola
Testimon di qual polve il cor si accenda,
Ove d’amor per un mortai sia preso!
     Quando tue dolci grazïose forme,
Di mie colpe ragion, de’ miei diletti,
440Dal fato estremo fien distrutte, oh possa
Bell’estasi assorbirne il duol compagno,