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ii. del principe e delle lettere
 



che piú eccellente oratore sia questo che quello, niun’altra ragione addurne potremmo, fuorché il dire che noi popoli di senso sottile cosí pensiamo e sentiamo; cioè, noi popoli di senso diminuito e indebolito dalle troppo moltiplicate sensazioni.

Se fra il popolo rozzo favellasse un oratore di popolo cólto, egli tedierebbe, stordirebbe, poco sarebbe inteso, niente gustato, e non otterrebbe il suo intento. Ma se pure fra il popolo cólto favellasse un rozzo sí, ma energico e appassionato oratore, questi, per semplice forza della nuda veritá, otterrebbe forse qualche cosa piú: essendo la semplicitá grandezza, e massimamente quando ella non è cercata con l’arte; perché questa non isgorga mai da robusta e libera vena, come quella che è figlia di forte ed infiammata natura.

Da tutto questo concludo che le lettere perfette come le intendiamo noi, e per l’uso di noi popoli civili, cólti, guasti, timidi, oziosi, molli e pressoché tutti servi, non possono esistere, se non nell’ozio e nella servitú che n’è madre; ma che le lettere, quali le professavano i greci, e quali con molto accrescimento d’utile potrebbero ricomparire sul globo presso ad un qualche ingegnoso popolo, il quale, ancorché men delicato e men cólto, fosse però interamente libero; tali lettere otterrebbero un’altra specie di perfezione dalla severa veritá esposta agli occhi di tutti con energia, brevitá, evidenza e naturalezza. Si ridurrebbe allora l’arte oratoria, quale dev’essere, al persuadere ai cittadini le politiche e morali virtú; l’istorica e poetica, a narrare e descrivere imprese grandi, amori casti, amistá generose, tenerezze paterne, prodigi di numi; la filosofia in fine, camminando d’accordo con le massime politiche e teologiche giá stabilite in quel popolo libero e felice, niun altro carico si assumerebbe che di andar mantenendo e rettificando sempre piú il giusto pensare, i puri costumi e le savie leggi.

Mi si dirá che anche noi procuriamo di ricavar dalle lettere tutti questi vantaggi. Ma io rispondo che gli artisti nostri non sono tali da poterceli procacciare; perché né arte oratoria, né storia, né filosofia vera non possono mai scaturire da un animo servo, né penetrare gli orecchi e il cuore di popoli servi; e, molto